Leonardo a casa sua, 500 anni dopo
Marco Cicala , dal nostro inviato MARCO CICALAA Vinci del Maestro c'è ben poco: le quattro mura in cui nacque (forse), un museo (senza nulla di suo) e qualche eccentrico (che gli parla nell'aldilà). Ma il borgo toscano conta di rifarsi l'anno prossimo. Alla faccia del Louvre e di Dan Brown
VINCI (Firenze). Un secolo fa, a celebrare Leonardo nel quarto centenario della morte era l'eroicomica Italietta dannunziana che, appena uscita dalla Grande guerra, chiamava quel macello "olocausto sublime" o "poema di sangue e sacrificio". Tra fanfare e tricolori, il 25 maggio 1919 sul borgo di Vinci splende il sole. Però piove. Piove retorica che Dio la manda. Nella "terra dove l'insuperabile sovrano della bellezza ebbe i natali", gli oratori gli rendono omaggio con toni che viaggiano dal superomismo para-futurista ("È scrittore fortissimo, tutto nervi e muscoli, anche se privo di azzimate eleganze"), al regionalismo demagogico ("È l'espressione più sintetica del genio toscano") al progressismo delirante ("Le sue monadi si sono diffuse su l'ale dei venti a fecondare nuovi trionfi umani sulle infallibili vie della verità e della libertà").
Si inaugurano busti, si sco…
Si inaugurano busti, si sco…
VINCI (Firenze). Un secolo fa, a celebrare Leonardo nel quarto centenario della morte era l'eroicomica Italietta dannunziana che, appena uscita dalla Grande guerra, chiamava quel macello "olocausto sublime" o "poema di sangue e sacrificio". Tra fanfare e tricolori, il 25 maggio 1919 sul borgo di Vinci splende il sole. Però piove. Piove retorica che Dio la manda. Nella "terra dove l'insuperabile sovrano della bellezza ebbe i natali", gli oratori gli rendono omaggio con toni che viaggiano dal superomismo para-futurista ("È scrittore fortissimo, tutto nervi e muscoli, anche se privo di azzimate eleganze"), al regionalismo demagogico ("È l'espressione più sintetica del genio toscano") al progressismo delirante ("Le sue monadi si sono diffuse su l'ale dei venti a fecondare nuovi trionfi umani sulle infallibili vie della verità e della libertà").
Si inaugurano busti, si scoprono targhe, si sparano fuochi d'artificio. Ma l'impressione è che a divertirsi siano soltanto le Autorità - notabili del posto o pezzi grossi venuti da fuori, signori col cilindro lucente e dame in tiro. Durante le "Onoranze al Sommo enciclopedico" il popolo, la rustica plebe vinciana, si entusiasma poco, ha altro per la testa. Intervistato anni dopo, un villico confesserà: "Devo occuparmi di nove ettari. Come faccio a interessarmi anche di Leonardo?". Le cerimonie del '19? "Passò qualche aeroplano, un dirigibile... E poi basta".
Dal dirigibile - "grande cetaceo dei cieli" - e dagli aerei piovevano giù volantini con su stampate cose tipo: "A mezzo dei velivoli che - sui principi già affermati da Leonardo - realizzarono dopo quattro secoli la visione profetica del Grande, tutto il popolo d'Italia, all'inizio di una nuova storia, lancia sulla Terra di Vinci...". Mancano due anni e mezzo alla Marcia su Roma, ma il linguaggio è già da Ventennio.
La propaganda del Fascio non potrà lasciarsi sfuggire il brand Leonardo. E così, nell'agosto '39, nuove celebrazioni. Stavolta arriva dalla Capitale niente di meno che Sua Eccellenza Giuseppe Bottai. All'abilissimo Ministro dell'Educazione Nazionale, il popolo di Vinci esprime "tutta la sua vibrante fede fascista". E di quella "giornata memoranda", l'"A noi! Gridato a colpo di bombarda fu riassunto e sigillo". Ancora inaugurazioni, nastri tagliati, buffetti ai ragazzini del "popolo rurale, ruralissimo", ma pure degustazioni di vini, frutta, pomodori d'una terra "che ha nel sangue la nobiltà e la poesia del lavoro". Un reportage della Nazione si chiudeva così: "Leonardo disse che 'giustizia vuol potenza intelligenza e volontà'. Non pare un motto da leggere sulle mura delle case d'Italia insieme a quelli di Mussolini?".
LEGGI ANCHE: CHE GENIO, HA INVENTATO IL DESIGN
A Vinci, queste ed altre spigolature mai sarei riuscito a scovarle senza l'aiuto messianico di Nicola Baronti. Avvocato e formidabile raccoglitore di aneddotica locale, da anni anima, con altri volenterosi, l'associazione "Vinci nel cuore!", che si fregia del motto leonardiano sulla virtù conoscitiva: "Li omini boni desiderano sapere". Ascoltare Baronti è un divertimento al quadrato, perché snocciola fatti spassosi e raccontandoli se la ride di gusto. Mi spiega che Leonardo è un "mutante": "Adesso va per la maggiore quello esoterico, vegetariano, gay o quant'altro. Ma ognuno s'è sempre rimodellato il suo Leonardo, a seconda delle mode culturali o delle convenienze politiche. Guardi che casino scoppiò negli anni 50 tra Dc e Pci..." dice allungandomi un fascicolo di cronache vinciane.
Nel 1952, quinto centenario della nascita, arrivano in paese il Capo dello Stato Luigi Einaudi e il Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, che nel suo discorso tira il "Sommo" per la giacchetta esaltandone la religiosità, in polemica con quanti vedono in lui un anticipatore dell'ateo scientismo positivista, "un razionalista avanti lettera". A quelle parole i comunisti insorgono. Su l'Unità De Gasperi è accusato di voler iscrivere Leonardo alla Democrazia cristiana. Nella diatriba intervengono, a gamba tesa, addirittura Pravda e Izvestija. Alla fine per lavare l'affronto clericale che ci si inventa? Una bella controvisita ufficiale. Il 7 luglio, in maniche di camicia, sbarca in pellegrinaggio a Vinci Palmiro Togliatti accompagnato da Nilde Iotti. Acclamazioni vivissime.
Insomma, Leonardo è finito in mezzo alla rissa tra Don Camillo e Peppone. Che erano personaggi della Bassa reggiana, ma si adattavano bene anche a queste terre, una quarantina di chilometri a ovest di Firenze. Perché nella Toscana rossa, o ex rossa, Vinci - mi dicono - è realtà bifronte: ha sempre avuto reputazione di fortino cattolico, borgo perfino un po' bigotto, però nell'Italia repubblicana ha ininterrottamente eletto sindaci di sinistra, dal Pci ai suoi derivati. Qui i gialloverdi No pasarán. Anche se è meglio non dirlo perché porta sempre un po' sfiga. A guidare il Comune c'è adesso Giuseppe Torchia, piddino e toscano naturalizzato - viene da Lamezia Terme - che è a fine mandato. "Se lo vede gli diha di metter più panchine in centro" mi ripete più di un vinciano.
Vado in municipio. Sindaco, il popolo è stanco, invoca panchine: "E qualcuna gliene daremo" assicura Torchia. "Con i fondi per l'anno leonardiano 2019 stiamo intervenendo anche sugli arredi urbani". Mi spiega che le nutrite commemorazioni vinciane saranno improntate all'idea di "Leonardo genio europeo". Ma, dopo Bottai, De Gasperi e Togliatti, c'è da prevedere che in paese verranno pure Salvini o Di Maio, alle brutte Conte... Gente che per l'Europa non è che vada in estasi. "Problemi loro" taglia corto Torchia. L'estate scorsa - a margine dell'arresto di alcuni nigeriani per spaccio - ha polemizzato con i proclami "espulsionisti" lanciati via Twitter da Salvini: "Governare il problema migranti non è semplice come fare una dichiarazione sui social. Gli arrestati sono stati tutti scarcerati e solo tre sono accusati di spaccio. Come è distante la realtà rispetto a chi aveva promesso il rimpatrio per tutti". Passo e chiudo.
Tra i cantieri vinciani in prospettiva 2019, il più alacre è quello del nuovo Centro della Fondazione Rossana & Carlo Pedretti. Si inaugurerà il 16 dicembre con una mostra delle incisioni che nel Seicento il boemo Wenceslaus Hollar tirò da caricature grottesche di Leonardo. Gli spazi espositivi sono stati allestiti nell'ottocentesca villa Baronti-Pezzatini. Negli annessi ci saranno sale conferenze, ristorante, libreria - pardon: bookshop - e una foresteria per studiosi. La biblioteca di 15 mila volumi lasciata da Carlo Pedretti - il maxispecialista leonardiano è scomparso lo scorso gennaio il giorno prima del suo novantesimo compleanno - sarà invece consultabile dai ricercatori nella dimora di Lamporecchio, a pochi chilometri da Vinci, dove il professore e sua moglie Rossana si stabilirono anni fa dopo più di mezzo secolo trascorso negli Usa.
Pedretti era titolare della cattedra di studi vinciani alla Ucla di Los Angeles. Agli americani - studenti, mecenati, nababbi - The Genius glielo ha fatto in pratica scoprire lui. Sin da ragazzo s'era immerso nel vasto mare leonardiano con punte di immedesimazione da Actors Studio. A 13 anni già sapeva leggere senza specchio la scrittura rovesciata di Da Vinci. Non era mancino, ma con l'esercizio divenne ambidestro. Nella spaventosa produzione di Leonardo si muoveva a memoria. Ci avrebbe scritto su una sessantina di libri. In uno, giovanile, s'azzardò a identificare Monna Lisa con Filiberta di Savoia. "Ma in seguito fece marcia indietro, ammise di aver sbagliato. Oggi quanti specialisti avrebbero il coraggio di correggersi?" dice la signora Pedretti. Quando parla del nuovo centro - creato con finanziamenti russi - è raggiante. Ma appena le chiedo se fino a oggi Vinci abbia fatto abbastanza per l'illustre antenato, la vedo rabbuiarsi: "Il minimo che possa risponderle è no".
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Secondo quanto riportato nel 1452 sul registro notarile dal nonno Antonio, Leonardo, "figliuolo di ser Pietro mio figliuolo, nachue adì 15 d'aprile, in sabato a ore 3 di notte". Che però, in base al conto moderno delle ore, corrispondono alle 22 circa. "Nachue" illegittimo dall'amplesso galeotto tra ser Piero e la "collaboratrice domestica" Caterina, che dopo averlo svezzato lo riconsegnò alla famiglia paterna. Ma dov'è che "nachue" Leonardo? Su quella, in contrada Anchiano, che oggi visitiamo come "casa natale" si addensano da tempo sospetti di impostura. La famiglia - malignano - la acquistò più tardi. Chi se ne frega. Sta sopra un poggio da cui vengono giù a cascata uliveti e vigne. Guardi lontano nell'autunno e ti si intenerisce il core. All'interno, in una buffa proiezione spacciata per "ologramma", un attore travestito da Leonardo con tanto di barba posticcia e finta pelata, snocciola perle di saggezza in versione alternata, italiana e inglese. Bah.
Il fatto è che - mi confidano - con Leonardo Vinci ha un problema, un complesso. Perché lui lasciò il borgo natìo a 15-16 anni, e da Firenze, dove era andato a bottega dal Verrocchio, ci sarebbe tornato soltanto per puntate occasionali. Qui di suo "un c'è nulla". Manco uno schizzo. Comunque nel museo è bello lo stesso guardare i modellini delle macchine vinciane. Non foss'altro che per la pirotecnia dei nomi: gru girevole contrappesata; filatoio con fuso ad aletta; ritorcitoio con incannatura su rocchella; ritorcitoio su aspo; battiloro meccanico... Nel 2017 sono venute a visitare questi aggeggi quasi 130 mila persone. A guide e custodi chiedono: ma è vero che fu lui a inventare l'aeroplano, la bicicletta, i robot? "Senza smorzare gli entusiasmi, cerchiamo di ridimensionare l'immagine di un Leonardo 'precursore di tutto', lo contestualizziamo nella sua epoca" sorride la direttrice Roberta Barsanti.
Separato dalla madre e in assenza del padre, affaccendato notaio in Firenze, il ragazzino cresce con il nonno e lo zio Francesco, un tipo simpatico, poco incline al lavoro e vagamente anarcoide, che lo avrebbe iniziato all'osservazione naturale. "Nelle campagne di Vinci" racconta Barsanti "il giovane Leonardo osserva gli artigiani della terracotta, gli opifici, i mulini, i movimenti dell'acqua... Raccoglie elementi e suggestioni che svilupperà in seguito... Sono straordinari gli studi cartografici o quelli sui fossili, sulle macchine tessili...". Certo, ma a stregare le moltitudini sono le macchine volanti...
A Monica Taddei, responsabile della Biblioteca Leonardiana (30 mila volumi e i manoscritti rinascimentali consultabili online), chiedo se, ipnotizzati dal mito, si manifestino a Vinci inventori picchiatelli, tipi stravaganti, illuminati... "Non mancano. Anni fa, si aggirava per il paese un americano sempre vestito di bianco. Diceva di essere in contatto medianico con Leonardo". Aggiunge l'avvocato Baronti: "Ce n'era un altro che teorizzava che da Vinci si fosse tramutato in libellula, e poi una signora che prese alloggio in zona e sosteneva di parlare con Leonardo ma pure con l'anima di Fausto Coppi". Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dal Codice da Vinci. "E pensare che, qui, Dan Brown non s'è nemmeno degnato di metter piede".
Di notte, uscendo da una trattoria, faccio casuale conoscenza con Vittoria Haziel. Giornalista e scrittrice, ha dedicato a Leonardo una mezza dozzina tra saggi e romanzi di successo. Con largo anticipo su Dan Brown ha sostenuto che tra i personaggi del Cenacolo vinciano si nasconde una donna. Ma la sua idea-guida è un'altra, è che l'uomo della Sacra Sindone sia Leonardo stesso: "Sul lenzuolo si autoritrasse in forma cristica". La interrompo: ma scusi, con il carbonio 14 non hanno dimostrato che il lino è del 1200-1300? Risposta: "E allora? Leonardo può aver benissimo lavorato su un vecchio tessuto. Era un extraterrestre". Un fuoriclasse, sì. "No, intendo extraterrestre proprio in senso letterale: veniva da un altro pianeta. Fu la reincarnazione di Gesù". Esprimo qualche perplessità. Ma Haziel interviene: "Comunque sia, Van Gogh fu la reincarnazione di Leonardo". Beh, ovvio.
Sul Venerdì del 7 dicembre 2018
Si inaugurano busti, si scoprono targhe, si sparano fuochi d'artificio. Ma l'impressione è che a divertirsi siano soltanto le Autorità - notabili del posto o pezzi grossi venuti da fuori, signori col cilindro lucente e dame in tiro. Durante le "Onoranze al Sommo enciclopedico" il popolo, la rustica plebe vinciana, si entusiasma poco, ha altro per la testa. Intervistato anni dopo, un villico confesserà: "Devo occuparmi di nove ettari. Come faccio a interessarmi anche di Leonardo?". Le cerimonie del '19? "Passò qualche aeroplano, un dirigibile... E poi basta".
Dal dirigibile - "grande cetaceo dei cieli" - e dagli aerei piovevano giù volantini con su stampate cose tipo: "A mezzo dei velivoli che - sui principi già affermati da Leonardo - realizzarono dopo quattro secoli la visione profetica del Grande, tutto il popolo d'Italia, all'inizio di una nuova storia, lancia sulla Terra di Vinci...". Mancano due anni e mezzo alla Marcia su Roma, ma il linguaggio è già da Ventennio.
La propaganda del Fascio non potrà lasciarsi sfuggire il brand Leonardo. E così, nell'agosto '39, nuove celebrazioni. Stavolta arriva dalla Capitale niente di meno che Sua Eccellenza Giuseppe Bottai. All'abilissimo Ministro dell'Educazione Nazionale, il popolo di Vinci esprime "tutta la sua vibrante fede fascista". E di quella "giornata memoranda", l'"A noi! Gridato a colpo di bombarda fu riassunto e sigillo". Ancora inaugurazioni, nastri tagliati, buffetti ai ragazzini del "popolo rurale, ruralissimo", ma pure degustazioni di vini, frutta, pomodori d'una terra "che ha nel sangue la nobiltà e la poesia del lavoro". Un reportage della Nazione si chiudeva così: "Leonardo disse che 'giustizia vuol potenza intelligenza e volontà'. Non pare un motto da leggere sulle mura delle case d'Italia insieme a quelli di Mussolini?".
LEGGI ANCHE: CHE GENIO, HA INVENTATO IL DESIGN
A Vinci, queste ed altre spigolature mai sarei riuscito a scovarle senza l'aiuto messianico di Nicola Baronti. Avvocato e formidabile raccoglitore di aneddotica locale, da anni anima, con altri volenterosi, l'associazione "Vinci nel cuore!", che si fregia del motto leonardiano sulla virtù conoscitiva: "Li omini boni desiderano sapere". Ascoltare Baronti è un divertimento al quadrato, perché snocciola fatti spassosi e raccontandoli se la ride di gusto. Mi spiega che Leonardo è un "mutante": "Adesso va per la maggiore quello esoterico, vegetariano, gay o quant'altro. Ma ognuno s'è sempre rimodellato il suo Leonardo, a seconda delle mode culturali o delle convenienze politiche. Guardi che casino scoppiò negli anni 50 tra Dc e Pci..." dice allungandomi un fascicolo di cronache vinciane.
Nel 1952, quinto centenario della nascita, arrivano in paese il Capo dello Stato Luigi Einaudi e il Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, che nel suo discorso tira il "Sommo" per la giacchetta esaltandone la religiosità, in polemica con quanti vedono in lui un anticipatore dell'ateo scientismo positivista, "un razionalista avanti lettera". A quelle parole i comunisti insorgono. Su l'Unità De Gasperi è accusato di voler iscrivere Leonardo alla Democrazia cristiana. Nella diatriba intervengono, a gamba tesa, addirittura Pravda e Izvestija. Alla fine per lavare l'affronto clericale che ci si inventa? Una bella controvisita ufficiale. Il 7 luglio, in maniche di camicia, sbarca in pellegrinaggio a Vinci Palmiro Togliatti accompagnato da Nilde Iotti. Acclamazioni vivissime.
Insomma, Leonardo è finito in mezzo alla rissa tra Don Camillo e Peppone. Che erano personaggi della Bassa reggiana, ma si adattavano bene anche a queste terre, una quarantina di chilometri a ovest di Firenze. Perché nella Toscana rossa, o ex rossa, Vinci - mi dicono - è realtà bifronte: ha sempre avuto reputazione di fortino cattolico, borgo perfino un po' bigotto, però nell'Italia repubblicana ha ininterrottamente eletto sindaci di sinistra, dal Pci ai suoi derivati. Qui i gialloverdi No pasarán. Anche se è meglio non dirlo perché porta sempre un po' sfiga. A guidare il Comune c'è adesso Giuseppe Torchia, piddino e toscano naturalizzato - viene da Lamezia Terme - che è a fine mandato. "Se lo vede gli diha di metter più panchine in centro" mi ripete più di un vinciano.
Vado in municipio. Sindaco, il popolo è stanco, invoca panchine: "E qualcuna gliene daremo" assicura Torchia. "Con i fondi per l'anno leonardiano 2019 stiamo intervenendo anche sugli arredi urbani". Mi spiega che le nutrite commemorazioni vinciane saranno improntate all'idea di "Leonardo genio europeo". Ma, dopo Bottai, De Gasperi e Togliatti, c'è da prevedere che in paese verranno pure Salvini o Di Maio, alle brutte Conte... Gente che per l'Europa non è che vada in estasi. "Problemi loro" taglia corto Torchia. L'estate scorsa - a margine dell'arresto di alcuni nigeriani per spaccio - ha polemizzato con i proclami "espulsionisti" lanciati via Twitter da Salvini: "Governare il problema migranti non è semplice come fare una dichiarazione sui social. Gli arrestati sono stati tutti scarcerati e solo tre sono accusati di spaccio. Come è distante la realtà rispetto a chi aveva promesso il rimpatrio per tutti". Passo e chiudo.
Tra i cantieri vinciani in prospettiva 2019, il più alacre è quello del nuovo Centro della Fondazione Rossana & Carlo Pedretti. Si inaugurerà il 16 dicembre con una mostra delle incisioni che nel Seicento il boemo Wenceslaus Hollar tirò da caricature grottesche di Leonardo. Gli spazi espositivi sono stati allestiti nell'ottocentesca villa Baronti-Pezzatini. Negli annessi ci saranno sale conferenze, ristorante, libreria - pardon: bookshop - e una foresteria per studiosi. La biblioteca di 15 mila volumi lasciata da Carlo Pedretti - il maxispecialista leonardiano è scomparso lo scorso gennaio il giorno prima del suo novantesimo compleanno - sarà invece consultabile dai ricercatori nella dimora di Lamporecchio, a pochi chilometri da Vinci, dove il professore e sua moglie Rossana si stabilirono anni fa dopo più di mezzo secolo trascorso negli Usa.
Pedretti era titolare della cattedra di studi vinciani alla Ucla di Los Angeles. Agli americani - studenti, mecenati, nababbi - The Genius glielo ha fatto in pratica scoprire lui. Sin da ragazzo s'era immerso nel vasto mare leonardiano con punte di immedesimazione da Actors Studio. A 13 anni già sapeva leggere senza specchio la scrittura rovesciata di Da Vinci. Non era mancino, ma con l'esercizio divenne ambidestro. Nella spaventosa produzione di Leonardo si muoveva a memoria. Ci avrebbe scritto su una sessantina di libri. In uno, giovanile, s'azzardò a identificare Monna Lisa con Filiberta di Savoia. "Ma in seguito fece marcia indietro, ammise di aver sbagliato. Oggi quanti specialisti avrebbero il coraggio di correggersi?" dice la signora Pedretti. Quando parla del nuovo centro - creato con finanziamenti russi - è raggiante. Ma appena le chiedo se fino a oggi Vinci abbia fatto abbastanza per l'illustre antenato, la vedo rabbuiarsi: "Il minimo che possa risponderle è no".
LEGGI ANCHE: UNA GIOCONDA È PER SEMPRE
Secondo quanto riportato nel 1452 sul registro notarile dal nonno Antonio, Leonardo, "figliuolo di ser Pietro mio figliuolo, nachue adì 15 d'aprile, in sabato a ore 3 di notte". Che però, in base al conto moderno delle ore, corrispondono alle 22 circa. "Nachue" illegittimo dall'amplesso galeotto tra ser Piero e la "collaboratrice domestica" Caterina, che dopo averlo svezzato lo riconsegnò alla famiglia paterna. Ma dov'è che "nachue" Leonardo? Su quella, in contrada Anchiano, che oggi visitiamo come "casa natale" si addensano da tempo sospetti di impostura. La famiglia - malignano - la acquistò più tardi. Chi se ne frega. Sta sopra un poggio da cui vengono giù a cascata uliveti e vigne. Guardi lontano nell'autunno e ti si intenerisce il core. All'interno, in una buffa proiezione spacciata per "ologramma", un attore travestito da Leonardo con tanto di barba posticcia e finta pelata, snocciola perle di saggezza in versione alternata, italiana e inglese. Bah.
Il fatto è che - mi confidano - con Leonardo Vinci ha un problema, un complesso. Perché lui lasciò il borgo natìo a 15-16 anni, e da Firenze, dove era andato a bottega dal Verrocchio, ci sarebbe tornato soltanto per puntate occasionali. Qui di suo "un c'è nulla". Manco uno schizzo. Comunque nel museo è bello lo stesso guardare i modellini delle macchine vinciane. Non foss'altro che per la pirotecnia dei nomi: gru girevole contrappesata; filatoio con fuso ad aletta; ritorcitoio con incannatura su rocchella; ritorcitoio su aspo; battiloro meccanico... Nel 2017 sono venute a visitare questi aggeggi quasi 130 mila persone. A guide e custodi chiedono: ma è vero che fu lui a inventare l'aeroplano, la bicicletta, i robot? "Senza smorzare gli entusiasmi, cerchiamo di ridimensionare l'immagine di un Leonardo 'precursore di tutto', lo contestualizziamo nella sua epoca" sorride la direttrice Roberta Barsanti.
Separato dalla madre e in assenza del padre, affaccendato notaio in Firenze, il ragazzino cresce con il nonno e lo zio Francesco, un tipo simpatico, poco incline al lavoro e vagamente anarcoide, che lo avrebbe iniziato all'osservazione naturale. "Nelle campagne di Vinci" racconta Barsanti "il giovane Leonardo osserva gli artigiani della terracotta, gli opifici, i mulini, i movimenti dell'acqua... Raccoglie elementi e suggestioni che svilupperà in seguito... Sono straordinari gli studi cartografici o quelli sui fossili, sulle macchine tessili...". Certo, ma a stregare le moltitudini sono le macchine volanti...
A Monica Taddei, responsabile della Biblioteca Leonardiana (30 mila volumi e i manoscritti rinascimentali consultabili online), chiedo se, ipnotizzati dal mito, si manifestino a Vinci inventori picchiatelli, tipi stravaganti, illuminati... "Non mancano. Anni fa, si aggirava per il paese un americano sempre vestito di bianco. Diceva di essere in contatto medianico con Leonardo". Aggiunge l'avvocato Baronti: "Ce n'era un altro che teorizzava che da Vinci si fosse tramutato in libellula, e poi una signora che prese alloggio in zona e sosteneva di parlare con Leonardo ma pure con l'anima di Fausto Coppi". Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dal Codice da Vinci. "E pensare che, qui, Dan Brown non s'è nemmeno degnato di metter piede".
Di notte, uscendo da una trattoria, faccio casuale conoscenza con Vittoria Haziel. Giornalista e scrittrice, ha dedicato a Leonardo una mezza dozzina tra saggi e romanzi di successo. Con largo anticipo su Dan Brown ha sostenuto che tra i personaggi del Cenacolo vinciano si nasconde una donna. Ma la sua idea-guida è un'altra, è che l'uomo della Sacra Sindone sia Leonardo stesso: "Sul lenzuolo si autoritrasse in forma cristica". La interrompo: ma scusi, con il carbonio 14 non hanno dimostrato che il lino è del 1200-1300? Risposta: "E allora? Leonardo può aver benissimo lavorato su un vecchio tessuto. Era un extraterrestre". Un fuoriclasse, sì. "No, intendo extraterrestre proprio in senso letterale: veniva da un altro pianeta. Fu la reincarnazione di Gesù". Esprimo qualche perplessità. Ma Haziel interviene: "Comunque sia, Van Gogh fu la reincarnazione di Leonardo". Beh, ovvio.
Sul Venerdì del 7 dicembre 2018