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Un senzatetto dorme sotto i portici di Piazza Duomo (Maurizio Maule/ Fotogramma) 

La via milanese alla solidarietà

Come dare da dormire ogni notte d'inverno a settemila senzatetto? Ci vogliono (anche) tanti soldi e gente capace di spenderli bene. Inchiesta su una città con il portafoglio in mano  
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MILANO. Nella città dei danè, non si butta via niente. A fine mercato i ragazzi volontari di Recup raccolgono dai commercianti frutta e verdura (che altrimenti andrebbe buttata) e la distribuiscono a molti (che altrimenti andrebbero a cercarla tra i rifiuti). Succede in dodici mercati rionali milanesi, e ora anche a Verona, segno che il modello funziona. Naturalmente Recup ha un logo (la "c" è una banana) che replica sulle t-shirts e ha un  banchetto mobile. Insomma, una cosa tutta milanese di riconoscibilità del marchio, efficienza, impegno, solidarietà, anche un certo stile. Nel loro piccolo, dei professionisti. Poi, ci sono quelli che raccolgono i soldi. Una montagna di soldi. Senza quelli, e senza chi li sa gestire, Milano non sarebbe la città del welfare che è, e non potrebbe dare da dormire ogni notte a settemila persone, tra clochard, sfrattati e profughi. Ma non è solo una questione di posti letto e mense. …
MILANO. Nella città dei danè, non si butta via niente. A fine mercato i ragazzi volontari di Recup raccolgono dai commercianti frutta e verdura (che altrimenti andrebbe buttata) e la distribuiscono a molti (che altrimenti andrebbero a cercarla tra i rifiuti). Succede in dodici mercati rionali milanesi, e ora anche a Verona, segno che il modello funziona. Naturalmente Recup ha un logo (la "c" è una banana) che replica sulle t-shirts e ha un  banchetto mobile. Insomma, una cosa tutta milanese di riconoscibilità del marchio, efficienza, impegno, solidarietà, anche un certo stile. Nel loro piccolo, dei professionisti. Poi, ci sono quelli che raccolgono i soldi. Una montagna di soldi. Senza quelli, e senza chi li sa gestire, Milano non sarebbe la città del welfare che è, e non potrebbe dare da dormire ogni notte a settemila persone, tra clochard, sfrattati e profughi. Ma non è solo una questione di posti letto e mense. Qui si parla di decine di progetti e di una macchina  che coinvolge migliaia di cittadini, macina milioni, ha bilanci in ordine e fatturati da piccola-media impresa.

Esiste quindi uno specifico milanese, una via imprenditoriale alla bontà, solo qui e non nel resto d'Italia? La risposta è sì. "La fortuna di Milano è il suo tessuto di onlus, associazioni, fondazioni, imprese sociali, cooperative. È un'attività consolidata nei secoli perché c'è una cultura della solidarietà, del dono" spiega Giuseppe Guzzetti al vertice della Fondazione Cariplo, la più importante organizzazione filantropica, tra le prime dieci in Europa. Tipo che dal 1991 a oggi ha regalato a Milano e dintorni un miliardo 300 milioni, sostenendo dodicimila progetti. L'ultimo è sulla povertà infantile, si chiama Programma QuBì e riguarda 21 mila minori milanesi in povertà assoluta. Che fare? "Prendere in carico le famiglie con al centro i bisogni del minore. Dare un sostegno sociale e alla spesa. Valorizzare le risorse dei singoli, favorire l'attivazione lavorativa". Tradotto in euro: 25 milioni in tre anni.

C'è un segreto, perché tutto funzioni. "La gente è disposta a donare se sa che i soldi vengono spesi bene" spiega paziente Guzzetti. "Spesso le persone danno soldi in tutto il mondo, che a volte finiscono a organismi e associazioni, non ai diretti beneficiari. A Milano questo non succede. Il grosso finisce direttamente a chi ha bisogno: le strutture sono snelle, fatte da volontari, ridotte al minimo, e poche sono le spese burocratiche, cioè di organizzazione". In più, "bisogna stare molto vicino ai destinatari finali", perché così si capiscono i veri bisogni, cosa che evidentemente i piccoli di Recup hanno capito per conto loro.

"Il bello è che qui le forze in campo interagiscono. Non succede da nessun'altra parte" dice Paolo Petracca, presidente delle Acli di Milano Metropolitana (mille dipendenti). E poi "c'è un'amministrazione pubblica che non ha diminuito la spesa nel sociale e che arriva da un secolo di gestione dei servizi sociali". Una tradizione, una cosa che viene da lontano e che per fare in fretta, nella città che corre sempre, va sotto la categoria Milan col coeur in man. La storia locale comprende istituzioni come i Martinitt e le Stelline (orfani e orfane), anno di nascita 1515, o l'ospedale Maggiore, 1472, costruito una donazione dopo l'altra fino al Policlinico di oggi, e così benvoluto da essere il più grande proprietario terriero della Lombardia, possedendo 85 milioni di metri quadri di terre, con 100 cascine e anche un'abbazia.

Ma la beneficenza da sola non basta. Bisogna saper investire i soldi, ci vuole un approccio da manager. Lo diceva il sindaco Beppe Sala, il 21 novembre all'arcivescovo Mario Delpini. L'occasione era il sedicesimo compleanno della Casa della Carità, istituzione voluta dal cardinal Martini, nelle mani di don Colmegna. Il tema, la carità al tempo delle paure. "Non so quanto il modello Milano sia replicabile, ma l'importante è consolidarlo. Lo dico ai cittadini: è come se avessimo firmato un patto che si basa sul fatto che ciascuno faccia la sua parte. Si deve essere solidali e svilupparsi, senza l'una cosa non si regge l'altra". Non basta fare l'Expo e le Olimpiadi, guardare in basso è un dovere. E "bisogna misurare come cambierà il bisogno, ci aiuterà a capire quali risorse serviranno, perché è anche una questione di risorse economiche", e qui si torna ai danè.

"Quando siamo arrivati, nel 2011 con Pisapia, il Comune metteva 18 milioni nella lotta all'emarginazione e nel sostegno al reddito. Oggi ne mettiamo trentasei", e così dicendo Pierfrancesco Majorino, assessore al Welfare, intende che "il pubblico non deve usare la ricchezza del terzo settore e l'intelligenza delle fondazioni come scusa per arretrare di fronte alle responsabilità". E allora, soldi, regia, ma anche "una squadra unica, perché non ci possono essere politiche sociali fuori dall'alleanza pubblico-privato". Sarebbe stato impossibile assistere 128 mila migranti arrivati qui a partire dal 2013, non ci fosse stata una rete.

"Le faccio un esempio di approccio milanese" dice Alberto Sinigallia, presidente della Fondazione Progetto Arca. "Durante l'emergenza profughi c'era il problema scabbia. Ora, il farmaco antiscabbia costa 22 euro. Grazie a Banco Farmaceutico e Terres des Hommes, siamo riusciti a farlo produrre da un farmacista milanese al prezzo di 6 euro. Siamo andati alla fonte e abbiamo abbattuto i costi". Arca ha cominciato a lavorare nel '94 "con la giunta Formentini, Lega. Poi la Moratti, insomma con tutti i colori politici, l'importante è il risultato". Ma "non profit significa che non si deve fare profitto per scopi personali, e però bisogna avere i soldi in banca. Se si spende più di quanto si introita, si fallisce". Giammai. E il fatturato della onlus - anzi, il valore della produzione  -   è di 26.662.179 euro nel 2017. Del resto, l'ispiratore di Sinigallia è fratel Ettore, pioniere dell'accoglienza, ora morto, che decise di ospitare i senzatetto della Centrale nei tunnel dismessi delle Ferrovie. Andò a Roma, si piazzò nell'anticamera del presidente FS, ci rimase tre giorni e tre notti, finché quello cedette e lui tornò a Milano trionfante: i locali erano suoi.

C'è quindi un misto di cocciutaggine, di spirito concreto e fattivo, di slancio, anche. Petracca: "Il terzo settore milanese è molto qualificato, e grazie al contesto nel quale vive ha anche risorse proprie, privati che ci investono, e la più grande raccolta di 5 per mille". Quindi istituzioni, volontariato, filantropia, e la Chiesa, che mette in campo la Caritas, "ma non ci sono più distinzioni tra bianchi e rossi, l'Alleanza delle Cooperative in Lombardia è cosa fatta". Infatti "io e Massimo Bonini, segretario della Camera del Lavoro, facciamo attenzione a non copiarci, quando facciamo i nostri discorsi. E pure Carlo Bonomi, di Assolombarda, sostiene che bisogna sviluppare uguaglianza e crescita".

Poi, ci sono gli autonomi. Dynamo Camp, messo insieme dall'imprenditore Enzo Manes, per sfida: "Creare un meccanismo privato di sostegno al bene comune" spiega il Ceo Maria Serena Porcari (ex Ibm). Nello specifico, offrire programmi di terapia ricreativa a bambini e ragazzi affetti da patologie gravi. Dal 2007 ha coinvolto 35 mila persone. "Agiamo nel sociale come in un'impresa privata, lavorando con il pubblico ma scegliendo le persone giuste, investendo e utilizzando gli strumenti finanziari da impresa. È il modello di Venture Philanthropy". Previsione di raccolta fondi 2018, 5 milioni. Non era invece prevedibile il successo dell'ultima raccolta solidale lanciata dal Comune, visto che d'inverno i senzatetto lombardi scendono a Milano: tra sacchi a pelo, coperte e vestiti pesanti, 30 mila pezzi. Qui, almeno, si dorme un po' più caldi.

Sul Venerdì del 7 dicembre 2018