Avellino ha chiuso. E non solo la domenica
Marco Sarno , dal nostro inviato MARCO SARNOPrima la lite a distanza con Milano sui negozi aperti nei giorni di festa. Poi la caduta del sindaco 5 Stelle. Ma per la storica roccaforte della Dc non era giunta l'ora del cambiamento?
AVELLINO. Preghiera laica: "Signore, dacci oggi il nostro centro commerciale rimetti a noi le nostre chiusure e liberaci da quelle domenicali...". Atto I. Tutto ha inizio con una polemica a distanza tra il sindaco di Milano Giuseppe Sala e il vicepremier Luigi Di Maio. Lo scontro si consuma sul tema delle chiusure domenicali di negozi e centri commerciali proposta dal capo politico del Movimento che per altro ad Avellino ci è nato - anche se molti qui ci tengono a sottolineare che "ci è solo nato, in realtà lui è di Pomigliano". Atto II. Replica del primo cittadino milanese: "Le chiusure domenicali le facessero ad Avellino e non rompano le palle a noi". Controreplica del vicepremier pentastellato: "Il sindaco di Milano è un fighetto. Per lui i diritti delle persone sono una rottura di palle....". E così, tra una palla e l'altra, Avellino è diventata teatro di uno scontro politi…
AVELLINO. Preghiera laica: "Signore, dacci oggi il nostro centro commerciale rimetti a noi le nostre chiusure e liberaci da quelle domenicali...". Atto I. Tutto ha inizio con una polemica a distanza tra il sindaco di Milano Giuseppe Sala e il vicepremier Luigi Di Maio. Lo scontro si consuma sul tema delle chiusure domenicali di negozi e centri commerciali proposta dal capo politico del Movimento che per altro ad Avellino ci è nato - anche se molti qui ci tengono a sottolineare che "ci è solo nato, in realtà lui è di Pomigliano". Atto II. Replica del primo cittadino milanese: "Le chiusure domenicali le facessero ad Avellino e non rompano le palle a noi". Controreplica del vicepremier pentastellato: "Il sindaco di Milano è un fighetto. Per lui i diritti delle persone sono una rottura di palle....". E così, tra una palla e l'altra, Avellino è diventata teatro di uno scontro politico. Non se ne sentiva il bisogno. Soprattutto dopo le stravaganti esternazioni di Carlo Sibilia, avellinese doc, sottosegretario all'Interno ed esponente di punta dei 5 Stelle in Irpinia. L'uomo a cui sono attribuite dichiarazioni del tipo: "Lo sbarco sulla Luna non è mai avvenuto"; "I Mille di Garibaldi sono sbarcati a Quarto"; e prima ancora un altro post da collezione a proposito di matrimonio tra "specie diverse" più il gran finale con l'ultima missione impossibile: riscrivere la Genesi affermando che "Dio creò il mondo in tre giorni...".
Per usare le parole di Enzo Venezia, primo cittadino nel quinquennio 1984-1989, "da noi sono tutti sani, ma non stanno bene". Nipote di vescovo, sindaco della Dc degli anni d'oro, uomo della ricostruzione post-sismica e dei Lupi in serie A, "Mister cinquemila preferenze" ricorda pensoso la sua belle époque: "Al mattino non prendevo mai il caffè nello stesso bar. Giravo per capire cosa pensavano i miei concittadini...". Altri tempi, si dirà, ma qui ad Avellino il vento del cambiamento, auspicato attraverso il voto alle ultime elezioni, si è già placato. Resta qualche spiffero che si infila nelle pieghe della storia di una città che ancora si vanta del suo glorioso passato (politico), quell'Irpinia che aveva dato i natali a personaggi come Antonio Maccanico, Fiorentino Sullo, Gerardo Bianco, Nicola Mancino, Ciriaco De Mita. La nuova storia è cominciata e finita in appena cinque mesi: il sindaco Vincenzo Ciampi dei 5 Stelle, eletto il 25 giugno 2017 è già un ex: sfiduciato in aula, caduto sul dissesto e il pre-dissesto (23 voti favorevoli, 6 contrari e tre astenuti). Il futuro? Un commissario, Giuseppe Priolo, in attesa del nuovo voto amministrativo, presumibilmente in concomitanza con quello delle Europee il 26 maggio.
La città ha quasi sessantamila abitanti e viene ricordata soprattutto per il terremoto del 1980 e per una ricostruzione infinita che ancora oggi mostra i segni dell'imperizia programmatica e della scarsa lungimiranza. Una regina decaduta dove, in omaggio alla sociologia spicciola, i centri commerciali sono i pochi luoghi di aggregazione (per famiglie) soprattutto in aree dove anche la notte sembra calare troppo presto. Ovviamente hanno anche contribuito a dissolvere la socialità della piazza, quella dei centri storici che sopravvivono con un commercio innaturale fatto di bar (troppi) e di qualche negozio griffato, nulla comunque che si traduca in sicurezza economica. Non a caso, la domenica molte saracinesche restano chiuse, sia quelle a conduzione familiare, sia le megastrutture. "Gli anni della ricostruzione? Hanno il profilo del Mercatone inaugurato nei primi anni Ottanta e chiuso dopo poco. Era diventato un rifugio abbandonato e occupato da disperati. Ci sono lavori in corso per recuperarlo alla città ma non è chiara la sua nuova destinazione d'uso" ragiona Venezia. Intanto di anni, dal sisma, ne sono passati quasi 40 e il Mercatone resta deserto. "Doveva essere il simbolo della rinascita. Un modo per ridare una centralità, ricostruendolo, al tessuto economico in generale e al commercio in particolare", ricorda ancora l'ex sindaco. Agli atti sono rimaste solo le buone intenzioni e nessun fatto. "Bisognava ripartire avendo una visione d'insieme dei progetti che è invece mancata a prescindere. Zero infrastrutture, rete viaria inesistente, parcheggi insufficienti, per non parlare del trasporto pubblico. Così in soffitta, accanto ai sogni, ci sono finiti i grandi investimenti che si portavano dietro tanta liquidità e banche. Oggi Avellino è ancora tutta da decifrare e da immaginare" conclude Venezia.
Un caso a parte è quello dell'Ipercoop, alla periferia della città. Struttura per la quale si è speso proprio Luigi Di Maio nel tentativo di salvare l'occupazione (83 dipendenti su 134) a fronte di un processo di acquisizione dalla cooperativa ad una società di settore. Con tanto di manifestazione davanti al Ministero a Roma. "Non mi posso dimenticare di voi, perché ad Avellino ci sono nato" aveva scandito Di Maio. Ma anche lì, la situazione è ancora tutta da definire. Paolo Ricci è professore ordinario di Economia aziendale all'Università del Sannio e insegna alla Federico II di Napoli. È stato nella giunta Pd guidata da Paolo Foti, nel 2013, assessore al Piano strategico. Un'esperienza durata poco e, garantisce il diretto interessato, non per scelta. Spiega: "Qui manca una borghesia capace di interpretare il territorio. Questa città è l'espressione politica di una grandeur durata 40 anni con la Dc e culminata con il demitismo, i cui effetti si vedono adesso. Cosa è rimasto? Poca liquidità, scomparsa degli istituti bancari di cui Avellino era piena, l'impossibilità di fare squadra o rete sul territorio. Vige ancora quel senso di eternità che copre uomini e cose. Senza considerare che nonostante una buona vocazione agraria, soprattutto in campo enologico, vive non senza preoccupazione il rapporto con Benevento, una rivale a pochi chilometri di distanza. E mettiamoci pure che al contrario di Salerno, Napoli e Benevento qui non c'è una università. Il cambiamento? È auspicabile, ma servono le condizioni che in questo momento non ci sono, a cominciare dalla legge elettorale" chiosa Ricci.
A dispetto dei proclami, i 5 Stelle hanno perso Avellino dopo pochi mesi. Uno smacco? Macché. L'ormai ex sindaco Ciampi ci mette la faccia. Dice di essersi assunto le sue responsabilità e punta il dito sull'impossibilità di poter distruggere i metodi della vecchia politica. "La mia giunta era un'anatra zoppa" dice più volte durante il nostro incontro. Tradotto. Ciampi aveva vinto al ballottaggio il 24 giugno contro il candidato del centro sinistra Nello Pizza, ma al primo turno le liste del centro- sinistra avevano superato il 50 per cento ottenendo la maggioranza in consiglio. Dettaglio non secondario: la mozione di sfiducia, che era stata firmata da 19 esponenti dell'opposizione, è stata poi votata in aula da 23 consiglieri comunali (Pd, Forza Italia e alcune liste civiche). Contrari i 5 consiglieri pentastellati. Due gli astenuti. Questo nonostante Ciampi confessi di aver cercato convergenze (a destra). Invano. Uno si immagina delle alzate di scudi da parte del suo Movimento. E invece...Sindaco Ciampi, ma Di Maio l'ha sentito? "No" è la lapidaria risposta. Possibile che non ha avuto neppure la curiosità di commentare e magari capire questa sconfitta 5 Stelle in un comune così importante per la Campania? Ciampi ribadisce il no. Loro non governano con gli accordi. Mai fidarsi. E che nessuno si azzardi a parlare di arroganza. Semmai di "passione". Che evidentemente non è bastata, se l'ex sindaco oggi non può fare a meno di ammettere il fallimento della missione di cambiamento a dispetto del suo piano in dieci. Ora tocca al commissario.
Così Avellino cade sotto il fuoco amico e trasversale. E se tanti indizi non fanno una prova, è comunque difficile non pensare al ruolo avuto da Carlo Sibilia (proprio lui, quello dei Mille che sbarcano a Quarto) in tutta questa storia del ribaltone. In città, almeno esplicitamente, nessuno lo ammette ma è lecito pensare che potrebbe essere proprio lui il prossimo candidato sindaco dei 5 Stelle. "Altro che manine, questo è un trappolone" tagliano corto in piazza. Del resto Sibilia qualche voce in capitolo, occupando il ruolo di sottosegretario all'Interno, sulle scelte a medio termine in Comune qualche influenza ce l'avrà.
E dunque? Che fare? Oreste La Stella, direttore di Confcommercio e presidente della Camera di commercio, fa professione di ottimismo e torna sul concetto di territorio sano. "Da noi c'è meno malavita organizzata grazie anche alla morfologia del territorio, stretti come siamo dalle montagne. Si deve ripartire dai nostri giovani e frenarne la fuga. Fortunatamente le nuove tecnologie ci stanno dando una mano. Molti si industriano creando app. Bisogna correggere il rapporto squilibrato che c'è stato nei decenni. Il saldo delle attività è ancora accettabile, nonostante la crisi e il commercio è ancora una valvola di sfogo di chi può investire un po' di soldi per aprire piccole attività per i figli. Che però non possono essere solo bar la cui densità è cresciuta in modo esponenziale saturando il mercato". E così torniamo al punto di partenza: aperti o chiusi la domenica? La Stella resta vago e dice che "bisogna calcolare i costi e i benefici, ma ci si può ragionare. Bisognerebbe amministrare come i buoni padri di famiglia". Sì, e poi tutti a casa. Anche la domenica.
Sul Venerdì del 7 dicembre 2018
Per usare le parole di Enzo Venezia, primo cittadino nel quinquennio 1984-1989, "da noi sono tutti sani, ma non stanno bene". Nipote di vescovo, sindaco della Dc degli anni d'oro, uomo della ricostruzione post-sismica e dei Lupi in serie A, "Mister cinquemila preferenze" ricorda pensoso la sua belle époque: "Al mattino non prendevo mai il caffè nello stesso bar. Giravo per capire cosa pensavano i miei concittadini...". Altri tempi, si dirà, ma qui ad Avellino il vento del cambiamento, auspicato attraverso il voto alle ultime elezioni, si è già placato. Resta qualche spiffero che si infila nelle pieghe della storia di una città che ancora si vanta del suo glorioso passato (politico), quell'Irpinia che aveva dato i natali a personaggi come Antonio Maccanico, Fiorentino Sullo, Gerardo Bianco, Nicola Mancino, Ciriaco De Mita. La nuova storia è cominciata e finita in appena cinque mesi: il sindaco Vincenzo Ciampi dei 5 Stelle, eletto il 25 giugno 2017 è già un ex: sfiduciato in aula, caduto sul dissesto e il pre-dissesto (23 voti favorevoli, 6 contrari e tre astenuti). Il futuro? Un commissario, Giuseppe Priolo, in attesa del nuovo voto amministrativo, presumibilmente in concomitanza con quello delle Europee il 26 maggio.
La città ha quasi sessantamila abitanti e viene ricordata soprattutto per il terremoto del 1980 e per una ricostruzione infinita che ancora oggi mostra i segni dell'imperizia programmatica e della scarsa lungimiranza. Una regina decaduta dove, in omaggio alla sociologia spicciola, i centri commerciali sono i pochi luoghi di aggregazione (per famiglie) soprattutto in aree dove anche la notte sembra calare troppo presto. Ovviamente hanno anche contribuito a dissolvere la socialità della piazza, quella dei centri storici che sopravvivono con un commercio innaturale fatto di bar (troppi) e di qualche negozio griffato, nulla comunque che si traduca in sicurezza economica. Non a caso, la domenica molte saracinesche restano chiuse, sia quelle a conduzione familiare, sia le megastrutture. "Gli anni della ricostruzione? Hanno il profilo del Mercatone inaugurato nei primi anni Ottanta e chiuso dopo poco. Era diventato un rifugio abbandonato e occupato da disperati. Ci sono lavori in corso per recuperarlo alla città ma non è chiara la sua nuova destinazione d'uso" ragiona Venezia. Intanto di anni, dal sisma, ne sono passati quasi 40 e il Mercatone resta deserto. "Doveva essere il simbolo della rinascita. Un modo per ridare una centralità, ricostruendolo, al tessuto economico in generale e al commercio in particolare", ricorda ancora l'ex sindaco. Agli atti sono rimaste solo le buone intenzioni e nessun fatto. "Bisognava ripartire avendo una visione d'insieme dei progetti che è invece mancata a prescindere. Zero infrastrutture, rete viaria inesistente, parcheggi insufficienti, per non parlare del trasporto pubblico. Così in soffitta, accanto ai sogni, ci sono finiti i grandi investimenti che si portavano dietro tanta liquidità e banche. Oggi Avellino è ancora tutta da decifrare e da immaginare" conclude Venezia.
Un caso a parte è quello dell'Ipercoop, alla periferia della città. Struttura per la quale si è speso proprio Luigi Di Maio nel tentativo di salvare l'occupazione (83 dipendenti su 134) a fronte di un processo di acquisizione dalla cooperativa ad una società di settore. Con tanto di manifestazione davanti al Ministero a Roma. "Non mi posso dimenticare di voi, perché ad Avellino ci sono nato" aveva scandito Di Maio. Ma anche lì, la situazione è ancora tutta da definire. Paolo Ricci è professore ordinario di Economia aziendale all'Università del Sannio e insegna alla Federico II di Napoli. È stato nella giunta Pd guidata da Paolo Foti, nel 2013, assessore al Piano strategico. Un'esperienza durata poco e, garantisce il diretto interessato, non per scelta. Spiega: "Qui manca una borghesia capace di interpretare il territorio. Questa città è l'espressione politica di una grandeur durata 40 anni con la Dc e culminata con il demitismo, i cui effetti si vedono adesso. Cosa è rimasto? Poca liquidità, scomparsa degli istituti bancari di cui Avellino era piena, l'impossibilità di fare squadra o rete sul territorio. Vige ancora quel senso di eternità che copre uomini e cose. Senza considerare che nonostante una buona vocazione agraria, soprattutto in campo enologico, vive non senza preoccupazione il rapporto con Benevento, una rivale a pochi chilometri di distanza. E mettiamoci pure che al contrario di Salerno, Napoli e Benevento qui non c'è una università. Il cambiamento? È auspicabile, ma servono le condizioni che in questo momento non ci sono, a cominciare dalla legge elettorale" chiosa Ricci.
A dispetto dei proclami, i 5 Stelle hanno perso Avellino dopo pochi mesi. Uno smacco? Macché. L'ormai ex sindaco Ciampi ci mette la faccia. Dice di essersi assunto le sue responsabilità e punta il dito sull'impossibilità di poter distruggere i metodi della vecchia politica. "La mia giunta era un'anatra zoppa" dice più volte durante il nostro incontro. Tradotto. Ciampi aveva vinto al ballottaggio il 24 giugno contro il candidato del centro sinistra Nello Pizza, ma al primo turno le liste del centro- sinistra avevano superato il 50 per cento ottenendo la maggioranza in consiglio. Dettaglio non secondario: la mozione di sfiducia, che era stata firmata da 19 esponenti dell'opposizione, è stata poi votata in aula da 23 consiglieri comunali (Pd, Forza Italia e alcune liste civiche). Contrari i 5 consiglieri pentastellati. Due gli astenuti. Questo nonostante Ciampi confessi di aver cercato convergenze (a destra). Invano. Uno si immagina delle alzate di scudi da parte del suo Movimento. E invece...Sindaco Ciampi, ma Di Maio l'ha sentito? "No" è la lapidaria risposta. Possibile che non ha avuto neppure la curiosità di commentare e magari capire questa sconfitta 5 Stelle in un comune così importante per la Campania? Ciampi ribadisce il no. Loro non governano con gli accordi. Mai fidarsi. E che nessuno si azzardi a parlare di arroganza. Semmai di "passione". Che evidentemente non è bastata, se l'ex sindaco oggi non può fare a meno di ammettere il fallimento della missione di cambiamento a dispetto del suo piano in dieci. Ora tocca al commissario.
Così Avellino cade sotto il fuoco amico e trasversale. E se tanti indizi non fanno una prova, è comunque difficile non pensare al ruolo avuto da Carlo Sibilia (proprio lui, quello dei Mille che sbarcano a Quarto) in tutta questa storia del ribaltone. In città, almeno esplicitamente, nessuno lo ammette ma è lecito pensare che potrebbe essere proprio lui il prossimo candidato sindaco dei 5 Stelle. "Altro che manine, questo è un trappolone" tagliano corto in piazza. Del resto Sibilia qualche voce in capitolo, occupando il ruolo di sottosegretario all'Interno, sulle scelte a medio termine in Comune qualche influenza ce l'avrà.
E dunque? Che fare? Oreste La Stella, direttore di Confcommercio e presidente della Camera di commercio, fa professione di ottimismo e torna sul concetto di territorio sano. "Da noi c'è meno malavita organizzata grazie anche alla morfologia del territorio, stretti come siamo dalle montagne. Si deve ripartire dai nostri giovani e frenarne la fuga. Fortunatamente le nuove tecnologie ci stanno dando una mano. Molti si industriano creando app. Bisogna correggere il rapporto squilibrato che c'è stato nei decenni. Il saldo delle attività è ancora accettabile, nonostante la crisi e il commercio è ancora una valvola di sfogo di chi può investire un po' di soldi per aprire piccole attività per i figli. Che però non possono essere solo bar la cui densità è cresciuta in modo esponenziale saturando il mercato". E così torniamo al punto di partenza: aperti o chiusi la domenica? La Stella resta vago e dice che "bisogna calcolare i costi e i benefici, ma ci si può ragionare. Bisognerebbe amministrare come i buoni padri di famiglia". Sì, e poi tutti a casa. Anche la domenica.
Sul Venerdì del 7 dicembre 2018