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Un chirurgo in una sala operatoria del San Giovanni Addolorata. L'ospedale romano ha una storia antichissima: mercoledì 19 dicembre festeggerà i sessant'anni della costruzione del corpo centrale (Alessandro Serranò/ Agf) 

Un giorno in corsia: bagni rotti e robot

Per celebrare degnamente i quarant'anni del Servizio sanitario nazionale abbiamo scelto un vecchio e grosso ospedale romano. Dove si concentra il meglio e il così-così della nostra sistema. Reportage
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ORE 9 / Volontari
Alle nove del mattino c'è profumo di ciambellone e di cospirazione nel sottoscala dell'ospedale, dove cinque effervescenti signore un po' agée allestiscono gli alberi di Natale e avvolgono di ghirlande luminose i salvagenti usati. Ma l'atmosfera festosa non deve ingannare. Stasera, in camice bianco e guanti di lattice, imboccheranno i pazienti più gravi e più soli: sono persone così a compensare le falle del sistema, sanitario e familiare, da Nord a Sud; sicché è cosa buona e giusta partire da questo sottoscala per raccontare una giornata-tipo del San Giovanni, l'ospedale nel centro di Roma che, con le sue regole e le sue stramberie, le incubatrici inservibili e gli strumenti di precisione,  prova che la sanità italiana può essere ottima, ma anche pessima, e non di rado le due cose camminano insieme.

"So' nato ar San Giovanni" si dice ancora oggi per mettere in chia…
ORE 9 / Volontari
Alle nove del mattino c'è profumo di ciambellone e di cospirazione nel sottoscala dell'ospedale, dove cinque effervescenti signore un po' agée allestiscono gli alberi di Natale e avvolgono di ghirlande luminose i salvagenti usati. Ma l'atmosfera festosa non deve ingannare. Stasera, in camice bianco e guanti di lattice, imboccheranno i pazienti più gravi e più soli: sono persone così a compensare le falle del sistema, sanitario e familiare, da Nord a Sud; sicché è cosa buona e giusta partire da questo sottoscala per raccontare una giornata-tipo del San Giovanni, l'ospedale nel centro di Roma che, con le sue regole e le sue stramberie, le incubatrici inservibili e gli strumenti di precisione,  prova che la sanità italiana può essere ottima, ma anche pessima, e non di rado le due cose camminano insieme.

"So' nato ar San Giovanni" si dice ancora oggi per mettere in chiaro al mondo che non si è borgatari qualsiasi, o burini dei Castelli, ma proprio romani de Roma. Sessant'anni e sentirli tutti. Però con orgoglio, e infatti il 19 dicembre il compleanno dell'ospedale sarà festeggiato alla grande, con il presidente della Regione, assessori e compagnia cantante. Settecentoquaranta posti letto, un passato glorioso che ha avuto il suo clou nel 1996 (si contarono un milione centomila utenti, un record); poi la caduta negli anni neri, dovuti a una gestione più immobile che ladra, quando i tassisti ti mettevano in guardia: "Per carità, tenersi alla larga dal San Giovanni"; e per un femore rotto potevi aspettare anche dieci giorni prima di essere operato, un tempo che nei pazienti anziani spesso equivale a una condanna a morte.

ORE 10 / Forbici e prosciutti
Dal 2010, una terapia d'urto ha rimesso in moto l'ospedale. Oggi i primari aprono le porte dei reparti senza fare storie, per raccontare ai giornalisti anche quello che non va, come i mille passaggi, pari a un anno di attesa, necessari per ottenere un nuovo respiratore neonatale. E gli infermieri e i barellieri (non tutti, però tanti) hanno imparato a chiamare i pazienti con il loro nome, invece che con il numero del letto in cui la malattia li ha precipitati. Quanto al famoso femore, autentico indicatore di qualità ed efficienza, ormai si opera quasi sempre entro 48 ore, come prevedono le linee guida del ministero e pure di Bruxelles. Sicché tutti parlano bene, anche gli incontentabili sindacati, di Ilde Coiro, dal 2014 direttrice generale dell'azienda ospedaliera. "Al mio arrivo, l'unico obiettivo era il contenimento della spesa" dice, "ma  produciamo salute, mica prosciutti, così ho seguito la mia linea: disinvestire quello che non va e poi rilanciare e investire".

Per legge, dal 1992 gli ospedali sono aziende, speciali finché si vuole, ma sempre tenute a far quadrare i conti. E Ilde Coiro, nel dare seguito al Piano A, cioè disinvestire, non ha avuto la mano leggera. I reparti erano 70, oggi sono 33. I dipartimenti erano una ventina, oggi sono cinque. C'erano quattro cardiologie, tre chirurgie, un numero dissennato di primari e comprimari. Il San Giovanni era in perdita di 104 milioni, oggi ridotti a 70. "C'è stato un momento di grande tensione, ricevevo minacce, lettere anonime". Ma è acqua passata. A febbraio, quando andrà in pensione, potrà vantarsi di  avere aperto il polo onco-ematologico, interamente funzionante con il fotovoltaico: "Era già pronto, ma il mio predecessore riteneva troppo oneroso metterlo in funzione. Io invece me ne sono fatta un punto d'onore. La Regione aveva speso già 20 milioni!". Al Piano B, il rilancio, appartiene anche la selezione pubblica, "realizzata senza condizionamenti", che ha consentito la nomina di nuovi, motivati  primari.

Toccherà al prossimo direttore generale sbrogliare le pratiche inevase e farsi carico, per esempio, dell'invecchiamento del personale. L'età media è altina (54 anni) e, come spiega la Cgil, ciò comporta stanchezza, malattie, esoneri dai turni più gravosi (a iniziare dalle notti), e il ricorso frequentissimo alla legge 104 che concede permessi per assistere i familiari con disabilità. L'arrivo di un nuovo infermiere è un evento raro. Serve intanto il via libera della Regione; e comunque le graduatorie dove pescare il personale sono datate: quando il San Giovanni chiama, spesso c'è chi risponde no grazie perché lavora già altrove.

ORE 11 / Culle spente
Per il bar è l'ora di punta e anche Ambrogio Di Paolo, da due anni alla guida di Neonatologia, arriva per il caffè. Il locale ha un'aria triste, ma è il bagno a fare rabbia. "Mica l'avrete usato, vero?" ci dirà un'infermiera. Sporco, senza carta igienica e senza sapone, ti ricorda in che mondo bislacco e paradossale ci troviamo: di qui un apparecchio di ultima generazione, di là un ascensore guasto (dal 2016); di qui un reparto sfavillante, di là muri scrostati. Di Paolo dice che "il sistema funzionicchia, ma come certi studenti potrebbe fare di più". Uno per volta, con la lentezza dei pachidermi, il San Giovanni ristruttura i reparti e infatti ora Neonatologia è il regno dei colori e degli strumenti più sofisticati. Però l'ultima stanza, di fronte alla sala dove riposano i tre gemellini prematuri trasportati qui di gran carriera qualche settimana fa dall'ospedale San Pietro in fiamme, è vuota e in penombra: ospita cullette per la terapia intensiva, spente e coperte da un lenzuolo. "Non posso metterle in funzione" dice il primario, "ho troppo pochi infermieri". Ma lei li ha chiesti? "Tutti i giorni".  

ORE 12 / Ciao mamma
Se Neonatologia sembra un nido di lusso, per la legge del contrappasso ospedaliero Maternità è un obbrobrio. Francesco Maneschi, il primario, ne è consapevole. Nessuna paziente, men che meno una neo mamma, ha piacere di condividere la stanza con altre tre persone e di dovere arrancare in corridoio per cercare il bagno. Ma lui viene da un ospedale povero, da Latina, e non si lamenta. Salta fuori invece che ha ridotto nettamente i parti cesarei inutili. Nel 2015 erano il 46 per cento, oggi sono il 36 (e quelli delle primipare sono passati dal 38 al 21). "La cosa più difficile? Cambiare la mentalità del personale". Qui ha partorito, tempo fa, la figlia della direttrice generale. Adesso due quasi mamme ingannano le ore ciacolando nei letti, le pance immense da fine corsa. Benché gli avanzi del pranzo nelle vaschette non siano una gioia per gli occhi, alzano le spalle e dopo un veloce consulto danno il voto come a scuola: 6 e mezzo.

ORE 13 / Operare con i pedali
"Lo avete mai visto un robot chirurgico?" chiede Graziano Pernazza, 44 anni, esperto di chirurgia generale. Sì, cioè no: solo sui giornali e nelle foto della mostra allestita al pianterreno, Dieci anni di chirurgia robotica. E allora eccolo "di persona", il modello Da Vinci SI, strampalata creatura senza occhi ma dotata di quattro braccia che si muovono, comandate qualche metro più in là. Secondo Pernazza, operare seduti alla consolle, usando cloche e pedali, con la visione tridimensionale dei tessuti, è una meraviglia che potrebbe mandare in soffitta la laparoscopia, "dove mentre maneggio i ferri ho la testa girata a guardare il monitor". (Segnatevelo: la laparoscopia, che in alcuni ospedali non è ancora entrata, ha già la reputazione di un'anticaglia).  Nel 2007 è stato tre mesi al San Camillo - altro noto ospedale romano - per addestrare un'équipe sull'uso del Da Vinci. Poi il corso è finito ma il robot, poveretto, se lo sono dimenticato: nessuno lo ha mai usato ed è già un vecchio arnese. Questi aggeggi costano una fortuna, circa due milioni di euro, però sono precisissimi e riducono al minimo la degenza. "Quel che si investe torna" riassume Pernazza. Un sorrisino ironico, ed ecco aprirsi una finestra sul mondo dei turni: con così poco personale, spiega, non importa quanto tu sia impegnato e in che cosa, ti tocca comunque coprire le guardie lacrime e sangue del pronto soccorso.

ORE 13.30 / Per fare prima
Ancora più della chirurgia addominale, il Da Vinci si usa per le patologie del tratto urinario e della prostata. Lavori di fino. Ma rallegratevi, perché Urologia è un reparto della cui eleganza e bellezza si favoleggia in tutto l'ospedale: "C'è un primario che è figlio d'arte, basta che chieda e lo accontentano". Un barone, dunque, o almeno un baronetto. Ma sarà vero? Gianluca D'Elia, 50 anni, con i suoi occhialetti tondi e la scrivania tirata a lucido, non fa una piega: "Ho la scorza dura, parlino pure. Contano i fatti". E i fatti sono questi: suo padre Luigi è stato il migliore direttore generale che il San Giovanni abbia avuto, uomo tutto d'un pezzo e con una visione del futuro. Il figlio ha lavorato otto anni in Germania, "poi per ragioni mie sono tornato a Roma, ed eccomi qui".

D'Elia ha gli occhi di tutti addosso, lo chiama "il marchio" e prova a riderci su. "Un giorno il direttore generale venuto dopo mio padre mi convoca e mi fa: "Dottore, ho qui i prospetti delle presenze". Avevo il record dell'ospedale. E penso di averlo ancora, sono il primo ad arrivare e l'ultimo ad andare via. Ma non voglio dimostrare niente" giura, "lo faccio per passione". Esegue 350 operazioni all'anno, quasi tutte con il robot. Il reparto ha un'impronta tedesca nei ritmi e nella pulizia. E anche nella bacheca, che espone i volti e i nomi di medici, infermieri e ausiliari: "È un diritto dei pazienti sapere con chi hanno a che fare". Loro ricambiano. I muri perfetti sono coperti di targhe in lode del personale. Anche l'invidiatissimo televisore è il regalo di un paziente. "Ci occupiamo di  tutto con maniacalità". Però le tavolette dei bagni sono scadenti e si rompono in continuazione. Maneschi e la caposala ogni volta le sostituiscono pagandole di tasca propria, per fare prima.

ORE 15 / Qui è un deserto
Non una voce. I corridoi sono vuoti. "Ma non c'è nessuno in questo ospedale?" si chiede il fotografo che è con noi. Esatto: l'agitazione della mattina, nel pomeriggio lascia il posto al silenzio. I medici sono tutti fuori, nei loro studi o nelle cliniche private. È uno dei rimpianti di Ilde Coiro: non avere aperto nel San Giovanni un centro per far svolgere l'intramoenia davvero "dentro le mura", con un po' di posti letto destinati ai solventi.

L'intramoenia, cioè l'esercizio, a fine turno, della libera professione in convenzione con la struttura pubblica per la quale si lavora, nel Lazio è "allargata", ovvero può essere svolta anche all'esterno. Troppo potenti le cliniche (molte della Chiesa), troppo grandi gli interessi. Così ogni pomeriggio è come un piccolo Ferragosto, senza operazioni né esami per gli esterni. Fortuna che a un certo punto, a rompere questa bolla di niente,  arrivano i parenti.

ORE 17.30 / Pugni e baci
"La minestrina fa schifo" si lascia scappare la signora Sofia, volontaria dell'associazione Arvas, mentre spalanca la porta sul reparto più malinconico: Geriatria. "Guardate che comodini, sgangherati" dice una paziente di 81 anni, ricoverata per una polmonite. Sofia le spiega: "L'altra notte un malato ha dato di matto, li ha presi a pugni". "E combinazione sono capitati a me!" non si arrende l'altra. Poi però si addolcisce: "I medici sono favolosi". Nel salottino grigio spunta un altro volontario. È il meteorologo de La 7 Paolo Sottocorona: "Vengo mezzo pomeriggio la settimana, non è poi un grande impegno. Diamo da mangiare, da bere, sistemo una coperta. C'è chi non vuole sapere, io invece preferisco affrontare la realtà". E Sofia, guardandosi le mani:  "Certe volte mi viene di fare una carezza, però allora tolgo i guanti".

ORE 24 / Pronto soccorso
Fuori tira un vento e la sala d'attesa del Pronto Soccorso, piccola, male illuminata, accoglie cinque persone infagottate, alle quali non serve una cura, ma un tetto. I pazienti aspettano muti. Non c'è niente da fare: nei reparti di Pronto soccorso ci vorrebbe una rivoluzione, e il San Giovanni non fa differenza. Alle 2 di notte il monitor dichiara 21 persone "in cerca di destinazione": significa che sono state visitate e devono essere ricoverate. Ma dove? Passeranno la notte e buona parte dell'indomani in corridoio, perché prima delle 17 non si firmano le dimissioni dai reparti e i letti non vengono rifatti. E potrebbe andare peggio. Come quando c'è il picco dell'influenza. O se si fermano i computer, cosa accaduta mentre c'eravamo noi. Era un blocco programmato, non un guasto, ma fa niente: in un reparto permanentemente ai limiti del collasso, il "momento giusto" per l'assistenza tecnica non è prevedibile. Anzi, non esiste. 

Sul Venerdì del 14 dicembre 2018