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5 febbraio 2017: Riccardo Gatti abbraccia Kybumba Fran, camerunese di 25 anni, prima dello sbarco a Pozzallo (Emilio Morenatti/ Associated Press) 

L’uomo che ha salvato 4.715 migranti in mare

Riccardo Gatti lavorava già sulle navi, ma erano yacht. Poi un bel giorno ha accettato l'offerta di una Ong. Qui spiega che cosa fa, come lo fa e perché "è il nuovo Olocausto"  
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A BORDO DELLA OPEN ARMS. Non li aveva mai voluti contare. Per pudore, principalmente. Ma anche perché non voleva fare lo stesso sbaglio che fanno i governi europei: considerarli numeri. Non vite, non persone con una storia, non migranti che tendono le braccia per cercare aiuto. Numeri. E i numeri li puoi cancellare con un tratto di penna, li puoi incolonnare, li puoi pure gettare per strada da un giorno all'altro, come ha fatto l'Italia con chi aveva ottenuto la protezione umanitaria prima che il decreto sicurezza di Matteo Salvini la cancellasse. Per questo gli uomini e le donne e i bambini che ha salvato in mare in tutti questi anni, Riccardo Gatti non li aveva mai contati.

Abbiamo insistito, perché i numeri sono freddi ma possono essere anche una forma di denuncia. Ci ha pensato qualche giorno, poi ci ha chiamato. "Allora, ne ho salvati 4.715. Alcuni, per la precisione 662, ce li hanno passati a bordo dopo che erano stati soccorsi da altre Ong. Sì…
A BORDO DELLA OPEN ARMS. Non li aveva mai voluti contare. Per pudore, principalmente. Ma anche perché non voleva fare lo stesso sbaglio che fanno i governi europei: considerarli numeri. Non vite, non persone con una storia, non migranti che tendono le braccia per cercare aiuto. Numeri. E i numeri li puoi cancellare con un tratto di penna, li puoi incolonnare, li puoi pure gettare per strada da un giorno all'altro, come ha fatto l'Italia con chi aveva ottenuto la protezione umanitaria prima che il decreto sicurezza di Matteo Salvini la cancellasse. Per questo gli uomini e le donne e i bambini che ha salvato in mare in tutti questi anni, Riccardo Gatti non li aveva mai contati.

Abbiamo insistito, perché i numeri sono freddi ma possono essere anche una forma di denuncia. Ci ha pensato qualche giorno, poi ci ha chiamato. "Allora, ne ho salvati 4.715. Alcuni, per la precisione 662, ce li hanno passati a bordo dopo che erano stati soccorsi da altre Ong. Sì, nella vita ormai faccio questo: soccorro i migranti, cerco di evitare che affoghino. E sono un testimone oculare del nuovo Olocausto". A fronte dei 4.715 salvati da Gatti, infatti, ce ne sono altri, molti, che sono morti. Duemila solo nel 2018, secondo l'Alto Commissariato per i rifugiati. Ma chissà quanti ce ne sono, veramente, in fondo al Mediterraneo.

"Il nuovo Olocausto". I cadaveri galleggianti, l'odore della putrefazione, il silenzio di una barca piena di corpi, la disperazione dei sopravvissuti; non c'era niente di più lontano dall'orizzonte di Riccardo, quando, 18 anni fa, decise di trasferirsi a Palma di Maiorca. Perché Gatti - un quarantenne dal look ibrido, un po' hipster un po' pirata - è a suo modo un cervello in fuga e la sua parlata ha ormai ceduto a un lieve, a tratti buffo, accento catalano.

Alla fine degli anni Novanta, gli italiani avevano scoperto il fascino delle Baleari, andavano a Ibiza o a Palma a fare le stagioni come camerieri e baristi, a cercare avventure. "Sono partito anch'io per fare un'esperienza. Poi un amico mi ha proposto di rimanere lì a lavorare come educatore. In Italia avevo già fatto volontariato con i cosiddetti soggetti a rischio di esclusione sociale, che poi è un modo ipocrita per chiamare le persone già ampiamente escluse. Sono i portatori di handicap, i migranti minorenni senza genitori, i ragazzi difficili".

In Spagna è cominciata la sua seconda vita. Che lo ha portato in mare, sul fronte più avanzato di questo nuovo e atipico conflitto mondiale, lui che era nato in montagna e, per giunta, a pochi passi da Pontida. "Sono di Calolziocorte" sorride "in provincia di Lecco, a dieci chilometri da Pontida. La xenofobia l'ho sempre respirata. Certi discorsi li ho visti nascere, morire e resuscitare".

Non importa che lavoro fai o da dove vieni, se finisci in un posto come Palma di Maiorca non puoi che imparare a navigare. "Un professore vicino di casa mi chiese di imbarcarmi come marinaio per una traversata dell'Atlantico. Dopo tre giorni di navigazione ero arrivato a 18 vomitate, smisi di contarle e piano piano mi abituai. Al ritorno cominciai a lavorare sugli yacht e nel frattempo mi iscrissi a Psicologia. Sperimentai sulla mia pelle cosa significasse dissonanza cognitiva: su quelle barche di lusso c'era tutto ciò che detestavo della vita e della società. Dopo pochi mesi non ne potevo più, quindi a metà del 2015 risposi a un annuncio di Medici senza frontiere. Cercavano uno skipper con esperienze nel sociale. Andai e dissi: potete cercare quanto volete, un candidato col mio curriculum non lo troverete mai". Quella battuta fu l'inizio di tutto.

"La settimana dopo ero in Grecia, a Leros, a salvare migranti. Quando ci riuscivo...". Fallire significava guardarli affogare, e contare i cadaveri. Erano i giorni delle colonne umane lungo la rotta balcanica, dello scontro tra l'Est e l'Ovest d'Europa, del piccolo Alan con la maglietta rossa a faccia in giù sulla battigia di una spiaggia turca. "A Lesbo, nell'isola a fianco, c'erano gli spagnoli di Open Arms, una Ong che stava facendo un lavoro incredibile. Diventammo amici. Un anno dopo volevano spostarsi nel Mediterraneo centrale, tra la Libia e la Sicilia, e, visto che ero italiano, mi chiesero una mano. Accettai di imbarcarmi su Astral, il loro veliero".

Fu allora, per la precisione durante la seconda missione a bordo di Astral, che fece irruzione nella testa di Gatti, per la prima volta, la parola Olocausto. "Ero comandante e salvammo subito 86 persone, eritrei e sudanesi". I suoi primi 86. "In Libia avevano violentato sia gli uomini che le donne. Ce n'era una che si rifiutava di guardare e abbracciare suo figlio appena nato. Era nato da uno stupro... E io che fino a poco tempo prima avevo vissuto sugli yacht!". Gatti quella notte, nella sua cuccetta, pensò che non potesse esserci niente di peggio: due vite distrutte in una sola immagine.

Ma si sbagliava. "Il giorno dopo, era il 4 ottobre, rimanemmo da soli, davanti alla Libia, tra Zuwara e Sabrata. Le altre Ong erano tornate in porto per sbarcare i migranti raccolti. Era ancora buio. Alle cinque del mattino avvistammo un barchino: dopo quello che avevamo vissuto il giorno prima, il fatto che fosse così piccolo quasi mi diede sollievo. Ma appena l'alba schiarì il cielo, scoprimmo di essere circondati: otto gommoni, il barchino con 60 persone e, poco distante, una carretta con mille migranti accalcati sul ponte. Eravamo in mezzo a 2.200 naufraghi, e non sapevo cosa fare".

Negli occhi di Gatti scorre un film che ha visto e rivisto dentro di sé. Dal passato, il suo racconto vira al presente. "Sulla Astral entrano al massimo sessanta migranti. Iniziamo a passare i giubbetti salvagente, ne abbiamo solo 450. Chiamo i soccorsi alla radio. Alle sette del mattino mi dicono che sarebbe arrivata una nave da guerra irlandese... Beh, la sto aspettando ancora oggi... Allora tiriamo giù i safety flow (grossi tubi salvagente, ndr), rimorchiamo la carretta e i gommoni per radunare tutti nel raggio di un miglio. Per fortuna il mare è piatto. Ma sulla carretta la gente si muove, sbilancia lo scafo che si sta per ribaltare, vediamo corpi cadere in acqua. E noi non abbiamo più niente da buttare. Usiamo allora i parabordi, le zattere d'emergenza. Scendo sottocoperta e stacco il tavolo da pranzo. Una ragazza mi segue e rompe il tavolo della cambusa. Li gettiamo a quei disperati. Verso le due del pomeriggio, arriva una nave della Marina militare italiana. Invece di soccorrerli, si mette a fare il giro per controllare se ci sono i trafficanti. Perdiamo mezz'ora. Siamo stremati, sotto il sole, uomini e donne continuano a cadere in acqua e non sanno nuotare. O non hanno più la forza di tenersi a galla. Alle tre del pomeriggio iniziamo a trasbordare quelli del barchino, poi quelli di un gommone. Dopo undici ore, scopriamo 29 cadaveri incastrati sul "pavimento" del gommone. I corpi in posizioni fetali, le braccia e le gambe aggrovigliate, asfissiati e ammassati come nelle foto dei lager. Intanto la nave militare è sparita. Non voglio lasciare il gommone alla deriva: lo agganciamo al contrario per la placca del motore e navighiamo a un nodo e mezzo nel mare calmo. Un rito funebre di 29 ore: è per questo che parlo di nuovo Olocausto, e io l'ho visto".

Da allora quelle immagini sono diventate il suo panorama quotidiano: cadaveri, onde oceaniche, barche affondate, guardie armate. E dubbi. Soprattutto i dubbi. Per qualche tempo, le Ong sono state accusate di essere esse stesse la causa delle partenze. È la teoria del pull factor: se non ci fossero loro a garantire l'immediato salvataggio e l'arrivo in Europa, non ci sarebbero le partenze. "Il dubbio mi parve legittimo", ammette Gatti. "Così mi misi a studiare. Nel caso, avrei smesso subito. E invece gli studi scientifici più seri e rigorosi affermano che non esiste alcuna relazione tra il numero delle partenze e la presenza in acqua delle Ong. Le persone partono perché sennò le ammazzano. Punto. Non sanno nemmeno che cos'è il Mediterraneo. Una volta mi chiesero se era un fiume... Figuriamoci se sanno cosa sono le Ong".

Più che di pull factor, si dovrebbe parlare di push factor, delle condizioni che costringono a partire.  "Ma questo non conviene a nessuno". Gatti, quindi, ha continuato a salvare vite. È la sua vocazione e la sua maledizione, si sente in servizio permanente. La maggior parte dell'anno vive sulle navi di Open Arms: nei pochi giorni in cui sta a terra, si divide tra Roma (dove l'Ong ha aperto un ufficio) e Barcellona. Ma il posto che davvero abita è il Mediterraneo, in una continua corsa contro tutto: il mare, la guardia costiera libica, la burocrazia europea. Forse è per questo che non è sposato. "Non ho tempo di trovarmi la fidanzata", dice sorridendo. Open Arms, di cui oggi è uno dei massimi dirigenti ("mi pagano 2.500 euro al mese, un terzo di quello che guadagnavo sugli yacht") ha fatto 62 missioni. Più di 30 le ha dirette lui, finendo con il creare un vero e proprio protocollo del salvataggio.

"All'inizio l'approccio al rescue delle Ong era dilettantesco, adesso abbiamo delle procedure ed esperienza". E anche molta voglia di insegnare agli altri: ad ottobre, i ragazzi di Mediterranea, la piattaforma italiana che ha varato una nave (la Mare Jonio) per intervenire in quella zona, si sono trasferiti a Barcellona per corsi di formazione e ne sono usciti trasformati. Anche nella testa. "Una volta" racconta Gatti "mi chiesero quale era stato il giorno più bello della mia vita. È una domanda che mi mette in difficoltà. Sono stati molti. Ma se dovessi scegliere, direi la scorsa estate, quando abbiamo salvato Josefa, la ragazza del Camerun abbandonata in acqua dalla sedicente Guardia costiera libica. C'erano due cadaveri, ma lei era viva. Un miracolo. Invece, non ho mai dubbi quando devo raccontare il giorno più brutto: caricammo sull'Astral 42 persone. Una donna era catatonica, non riusciva a parlare e non si reggeva in piedi. Aveva  segni strani sui polpacci. Mi avvicinai. Erano dei morsi umani. I segni del disperato tentativo di sopravvivere di quelli rimasti nella stiva. Morire - l'ho capito in quel momento -   non è la cosa peggiore che possa capitare a un essere umano".

Sul Venerdì del 14 dicembre 2018