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Emanuela Orlandi 

Il giallo Orlandi: un pasticciaccio brutto

Le ossa alla Nunziatura sono state solo l'ultima puntata del caso. Un intrico monstre. Qui ne abbiamo ripercorse alcune tappe, forse meno note ai più. Ma tutte allucinanti
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ROMA. Nel capolavoro di Friedrich Dürrenmatt La promessa - anno 1958, sottotitolo: Un requiem per il romanzo giallo - un poliziotto infallibile precipita nell'alcolismo e nella follia perché non riesce a scoprire l'assassino di una bambina al quale sta dando ossessivamente la caccia. Quel commissario si sarebbe già sparato da un pezzo se gli avessero affidato il caso Orlandi: 35 anni di bufale travestite da "colpi di scena", "svolte decisive", "rivelazioni choc" e via favoleggiando. Le ossa ritrovate sotto la Nunziatura lo scorso ottobre non sono state che l'ultimo, un po' estenuato sussulto di una saga che dal 22 giugno 1983 - quando la ragazza sparì - a oggi ha attraversato stagioni di letargia mediatica per poi sempre riaccendersi con vampate sensazionalistiche delle quali ti chiedi ogni volta se nascondano chissà quali mefistofelici "depistaggi" o solo l'eterno cinismo dell'informazion…
ROMA. Nel capolavoro di Friedrich Dürrenmatt La promessa - anno 1958, sottotitolo: Un requiem per il romanzo giallo - un poliziotto infallibile precipita nell'alcolismo e nella follia perché non riesce a scoprire l'assassino di una bambina al quale sta dando ossessivamente la caccia. Quel commissario si sarebbe già sparato da un pezzo se gli avessero affidato il caso Orlandi: 35 anni di bufale travestite da "colpi di scena", "svolte decisive", "rivelazioni choc" e via favoleggiando. Le ossa ritrovate sotto la Nunziatura lo scorso ottobre non sono state che l'ultimo, un po' estenuato sussulto di una saga che dal 22 giugno 1983 - quando la ragazza sparì - a oggi ha attraversato stagioni di letargia mediatica per poi sempre riaccendersi con vampate sensazionalistiche delle quali ti chiedi ogni volta se nascondano chissà quali mefistofelici "depistaggi" o solo l'eterno cinismo dell'informazione mercificata. Oppure tutt'e due le cose.

I più smagati connoisseurs della vicenda lo avevano sospettato sin dall'inizio, ma adesso sappiamo che i resti dissepolti a Villa Giorgina non appartengono a Emanuela. Chi ne aveva collegato la scoperta al mistero Orlandi? Il solito corvo appollaiato dentro le Mura leonine? No, con tutta probabilità la stampa. Se la Procura è stata subito avvertita dal Vaticano "è semplicemente per ragioni di trasparenza, perché non ci siano recriminazioni sul fatto che la Santa Sede abbia tenuto nascosto qualcosa" ha precisato il Segretario di Stato Pietro Parolin. Trasparenza. Ma dal papato del riformatore Bergoglio molti, famiglia Orlandi in primis, si aspettavano qualcosa di meno generico: se non la verità, quantomeno qualche gesto per infine intravederla. Tutto lascia supporre invece che, dopo decenni di pia omertà, dovranno continuare ad attendere.  

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Perché, molto più del caso Montesi o dello stesso affaire Moro, il mistero Orlandi è diventato il grande giallo italiano. Un vulcano di fake news che cominciò a eruttarne quando ancora non si chiamavano così. Un intrigo-blob "transcresciuto per superfetazione a leggenda" ha scritto Pino Nicotri, già cronista all'Espresso, che se ne occupa da anni cercando di smontarne le molteplici patacche. Mai in un fatto di cronaca s'erano ammassate "tante messinscene, cambi di trama e canovaccio, sussurri e grida". A suo modo un kolossal. Nel cast - che diresti felliniano se la storia non fosse tragica - abbiamo visto sfilare a vario titolo: enigmatici monsignori, ex magistrati dalla fantasia galoppante, investigatori fai-da-te, avvocati con l'anellone d'oro al mignolo, giornalisti creativi, sicofanti del fu blocco comunista, dark lady, mercenari, esorcisti tendenti all'esorciccio, manigoldi della Caritas di Foggia, imitatori a Domenica in, personaggi pasoliniani nel milieu noti come "Sergione", "Provolino", "Ciletto", "Giggetto" o "Rufetto"... Senza contare la valanga di "mitomani, visionari, radioestesisti, medium, veggenti, truffatori, sciacalli, detenuti e latitanti in cerca di vantaggi processuali" di cui riferì nella requisitoria il sostituto procuratore Giovanni Malerba. Ad oggi, dieci magistrati si sono immersi nel caso Orlandi, che è stato archiviato due volte e nella sua veste cartacea giace in settanta acciaccati faldoni dentro gli scantinati della Procura.

Dalla pista turca a quella bulgara; dall'Ambrosiano di Calvi allo Ior di Marcinkus; dalla Mafia siciliana alla malavita capitolina; dai pedofili alle sette sataniche... In tre decadi e mezza si è vagliato qualsiasi scenario, inclusi i più mirabolanti. Perché il mistero Orlandi si è trasformato in un'orgia della disinformazione, e i propagandisti del Novecento ci hanno insegnato che ogni disinformazione può contenere un'informazione. Dunque nulla andrà snobbato. E allora via all'inseguimento del fantasma di Emanuela data per prigioniera sul Monte Amiata o nascosta su un'isola greca; avvistata di passaggio a Bolzano verso chissà quale covo transalpino; tenuta in un camper a Parigi o - ma previa plastica facciale - da qualche parte in Olanda; Emanuela rinchiusa in un manicomio londinese, suora in un convento del Lussemburgo. Per tacere di chi la localizza in terre islamiche, ormai confusa nello sciame indistinto delle donne velate, però madre felice di tot figli avuti da uno dei suoi rapitori del quale si innamorò cedendo a una colossale sindrome di Stoccolma.  

Ma anche il presunto cadavere di Emanuela è stato crudelmente sballottato dall'affabulazione: sepolto nel faro di Fiumicino, murato nelle fondamenta di una casa a Torvajanica, gettato in una betoniera... Le ossa della Nunziatura? Un fatterello epigonico. Chi se ne intende ti ricorda che il plot era entrato nella sua fase sepolcrale già diversi anni fa. 13 maggio 2001: nel ventennale dell'attentato a Wojtyla, un teschio è rinvenuto in un confessionale della Chiesa di San Gregorio VII, appena fuori il Vaticano. Le analisi dimostreranno che non può essere il cranio della Orlandi. Ma la scoperta viene letta lo stesso come un "messaggio". Di chi a chi? Non è dato capire. 21 dicembre 2012: sotto il colonnato di San Pietro spunta un altro teschio. Sta chiuso in una busta con su scritto in inglese "Non toccare". Gli esami diranno che ha almeno mezzo secolo.

Però l'apoteosi del macabro era stata raggiunta qualche mese prima. Nel maggio 2012 la magistratura decide di ispezionare la tomba di Enrico "Renatino" De Pedis nella basilica di Sant'Apollinare, la chiesa annessa al complesso che ospitava i locali della scuola di musica Da Victoria dalla quale Emanuela uscì poco prima di sparire. Secondo una telefonata anonima ritenuta attendibile, nel sarcofago del cosiddetto "boss" della cosiddetta "Banda della Magliana" si nasconderebbe la soluzione del caso Orlandi. Il feretro viene scoperchiato, ma dentro ci sono soltanto i resti del cosiddetto "boss" della cosiddetta "Banda della Magliana". Non salta fuori niente nemmeno dalle perizie sulle ossa contenute in 400 cassettine custodite negli ipogei della chiesa e provenienti da un cimitero prenapoleonico.

Ma chi si è affezionato alla pista "Banda della Magliana" non si dà ancora per vinto. Obiettando: perché un malavitoso ottenne il privilegio di venire sepolto in una basilica? È stata - come pretende il Vaticano - una ricompensa per le donazioni caritative elargite dal devoto e ravveduto De Pedis prima di morire ucciso o invece fu mercede concessa per più oscuri ed empi servigi resi dal "boss" a Santa Madre Chiesa? Va' a sapere.

Mi sembra di capire che oggi gli esegeti del caso Orlandi (oltre 20 mila i followers su Facebook) si suddividano grosso modo in tre correnti di pensiero litigiosamente contrapposte: i "maglianisti ultrà" - ossia quanti credono che la ragazza sia stata rapita/uccisa dalla Banda della Magliana per ricattare il Vaticano; i "maglianisti moderati" -   secondo cui la Banda non avrebbe preso Emanuela, ma ne avrebbe strumentalizzato la sparizione per usarla contro la Santa Sede; e gli "anti-maglianisti" - cioè quelli che pensano che nel mistero Orlandi la BdM non c'entri un benemerito accidente.

Ma fin qui siamo ancora nei territori delle congetture all'incirca razionali. Mentre il giallo racchiude sottotrame ben più sbalorditive. Tipo la pista dell'oscuro patto tra "gesuiti e brigatismo gnostico" o quella numerologica dei "segnali in codice". Prendete il "158": era la linea attivata dal Vaticano per comunicare con i "rapitori". Ma, un po' risistemata, la cifra diventa 5-81, ossia maggio 1981, mese degli spari contro Wojtyla. Mentre se ci si infila un "7" viene fuori 1578, anno nel quale a Roma fu sciolta una tenebrosa confraternita di preti libertini, tutti arrostiti sul rogo. Era invece di 375 mila lire il compenso con cui, poco prima di sparire, Emanuela sarebbe stata adescata da un losco rappresentante di cosmetici. Bene: 375 sono anche i giorni che dividono la scomparsa della Orlandi da quella di Calvi. E se nel numero ficcate dentro due "1" avrete 13-5-17, che è il giorno dell'apparizione della Madonna di Fatima. Ma torniamo alla cronaca.

Marzo 2013: un signore di nome Marco Fassoni Accetti si presenta alla Procura autoaccusandosi del "sequestro con lei consenziente" di Emanuela Orlandi, una fattispecie di rapimento del tutto inedita. La ragazzina - spiegherà MFA - si prestò a scomparire, ma solo per un po', nel quadro di una complicatissima manovra di intelligence intesa a far pressione sulla politica estera di papa Wojtyla. Di Emanuela si sono perse le tracce, ma potrebbe ancora essere viva, sostiene Accetti. Chi è costui? Un fotografo e regista, classe 1955, che nello stesso anno della sparizione di Emanuela, si trovò coinvolto nella misteriosa morte di José Garramon, figlio dodicenne di un funzionario uruguaiano della Fao. Trent'anni dopo quel fattaccio, MFA irrompeva nell'Orlandi-show, addossandosi responsabilità nella sparizione della quindicenne. I magistrati non gli hanno creduto. Ma nel frattempo Accetti si era reso protagonista di un secondo exploit, facendo ritrovare ai giornalisti della trasmissione Chi l'ha visto? quello che, a suo dire, era il flauto della ragazza, scomparso con lei quel 22 giugno. Lo strumento venne rinvenuto in un capannone abbandonato degli studi cinematografici De Laurentiis, sotto una formella raffigurante una stazione della Via Crucis. Era davvero il flauto della Orlandi? Non essendoci tracce utili agli esami del Dna, nessuno può dirlo. Accetti sa qualcosa o è l'ennesimo mitomane? Di sicuro è un patito di misteri vaticani: nel '99 si presentò a Domenica in come sosia di Roberto Benigni e col nome d'arte di Alì Estermann, fusione tra Alì Agca, l'attentatore del Papa, e Alois Estermann, il comandante delle Guardie svizzere trovato morto sparato in Vaticano assieme alla moglie e a un suo sottoposto.

Fa fotografie anche Roberta Hidalgo. Suo, negli anni 80, lo scoop con le immagini rubate di Giovanni Paolo II in piscina. Ma, se fosse autentico, il vero colpaccio la Hidalgo lo avrebbe messo a segno con il libro-inchiesta del 2012, L'affaire Emanuela Orlandi. Il testo è il frutto di un lavoro investigativo artigianale - appostamenti, pedinamenti, blitz per procurarsi reperti, raffronti fisiognomici, test del Dna realizzati home made... - durato anni. Alla fine la tesi è, diciamo, un tantino osé: non solo la "ragazza con la fascetta" non sarebbe scomparsa, ma non si sarebbe nemmeno allontanata da casa; sotto falso nome, Emanuela vivrebbe insieme al fratello Pietro, lui che da sempre si batte per la verità. Non è tutto. Secondo Hidalgo, la Orlandi non sarebbe neppure figlia di sua madre, ma della zia Anna. Mentre - oplà - suo segreto padre biologico sarebbe stato Paul Marcinkus in persona, che avrebbe ordito il rapimento della figlia per distrarre l'opinione pubblica dagli scandali dello Ior. Dimenticavo: la zia Anna, vera madre di Emanuela, sarebbe anche la figlia occulta di Pio XII. Sipario.

E pensare che in quel caldo giugno di 35 anni fa tutto era cominciato in sonnacchiosa sordina: "In Questura pensavano che la ragazza fosse stata attirata nella classica trappola a sfondo sessuale e che la cosa fosse finita male" racconta Massimo Lugli, che seguì il caso per Paese Sera. "Dicevano: Sarà stato 'zi' prete'". Traduci: qualcuno vicino alla famiglia, magari un religioso. Se Emanuela non fosse stata cittadina vaticana staremmo ancora qui a parlare della sua scomparsa? Improbabile. "Battemmo i dintorni di piazza Navona, molto diversi da oggi: c'erano i tossici, le osterie aperte fino a tardi dove i malavitosi portavano le donne, i locali dove la mala incrociava i neofascisti, il sottobosco del cinema..." racconta Claudio Gerino, tra i cronisti che coprirono la vicenda per Repubblica. Che ad ingannarla sia stato un estraneo o qualcuno che lei conosceva, "resto convinto che si sia trattato di un delitto 'banalè poi manipolato ad arte da gente più organizzata" dice Lugli. "Ricordati dell'omicidio dell'Olgiata. Si parlò di Servizi, soldi in Svizzera, cinesi... Ma era stato il maggiordomo".

Alla scomparsa di Emanuela, fu evocata la leggendaria "tratta delle bianche" e tracciato l'identikit di un paio di "balordi". Ma mancò il tempo di perlustrare a fondo le piste "di prossimità": persone legate alla famiglia, amici di liceo, conservatorio, del Vaticano, del paese nel reatino dove gli Orlandi andavano in vacanza... Perché il 3 luglio'83 tutto fu spazzato via da un cataclisma: l'inopinato appello - il primo di otto - con cui Wojtyla chiedeva la liberazione di Emanuela, prigioniera di non si sa quale gruppo. Eppure fino a quel momento l'ipotesi-sequestro non era stata presa in considerazione. Oggi a crederci non sono rimasti in molti, se non altro perché dai rapitori non venne mai fornita la minima prova credibile che l'ostaggio fosse ancora in vita. Le parole del Pontefice sono il grande mistero nel mistero: che cosa sapeva il Papa? O che cosa gli era stato fatto credere? Di colpo l'affaire si catapultò su tutt'altri scenari - trame internazionali, ricatti politici o criminali - perdendosi nel buco nero del maxi-complotto.

In realtà, come nelle narrazioni mitiche, l'enigma Orlandi è rimasto inchiodato alla sua scena primordiale: "Il pomeriggio nel quale lei scomparve. In pratica non ci si è mossi da lì" dice Tommaso Nelli, che all'inghippo ha dedicato una tesi di laurea e un libro, Atto di dolore, di cui a gennaio uscirà una seconda edizione arricchita di nuove scoperte. Se il caso scolora sin da subito in leggenda "è anche perché su quel famoso pomeriggio le testimonianze sono contraddittorie. Mancano le evidenze. Perfino le più elementari". A che ora la ragazza uscì da casa per andare ai corsi di musica? Si spostò in autobus o a piedi, a causa di uno sciopero dei trasporti? Se andò a piedi che percorso fece? Passò davanti al Senato? Lì venne avvicinata da un uomo sceso da una Bmw verde tundra, anzi grigia, anzi nera? È vero che Emanuela arrivò a lezione in ritardo e chiese di uscire in anticipo come se avesse qualcosa in mente? Chi fu l'ultima delle amiche a vederla viva? Di sicuro c'è solo che è sparita.

Anni fa, una fonte vaticana rivelò a Pino Nicotri di aver saputo da agenti del Sisde che Emanuela Orlandi morì la sera stessa della sua scomparsa nel corso di un non meglio precisato 'incontro convivialè a via Monte del Gallo. Per pura curiosità, ci vado. È un quartierino appartato, a poca distanza da San Pietro. Diversi gli istituti religiosi. Ma immediatamente tutto si complica. Perché via Monte del Gallo si fa in quattro, ramificandosi in Salita Monte del Gallo, Clivo Monte del Gallo e Vicolo Monte del Gallo. Di nuovo la maledizione del garbuglio, dello 'gnommero': il Pasticciaccio brutto.

Sul Venerdì del 28 dicembre 2018