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Tranquilli, la scienza ci aiuterà. La politica, invece...

Fiction a parte, quali sono i veri rischi che corriamo? Più il climate change dell’asteroide killer. In ogni caso Martin Rees, cosmologo, ha in mente un piano. Intervista non apocalittica  
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La strada verso un futuro migliore effettivamente appare dissestata. Ma non significa che non si possa arrivare al traguardo. Più che temere catastrofi naturali come l’arrivo di un asteroide, dovremmo concentrarci su minacce più legate all’uomo, al suo impatto sul pianeta e alla crescente interconnessione tra le nostre tecnologie, che le rende potenti ma al tempo stesso vulnerabili e difficili da regolamentare» spiega Sir Martin Rees, cosmologo e Royal Astronomer britannico, nonché ex presidente della Royal Society, autore del saggio On the future. Prospects for humanity (Princeton University Press, 2018). Un saggio più rassicurante rispetto al suo libro del 2003, evocativamente intitolato Il secolo finale (pubblicato in Italia da Mondadori) nel quale dava all’umanità soltanto il 50 per cento di probabilità di superare il Ventunesimo secolo.

Sir Rees, è così? Nel frattempo è diventato ottimista?
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La strada verso un futuro migliore effettivamente appare dissestata. Ma non significa che non si possa arrivare al traguardo. Più che temere catastrofi naturali come l’arrivo di un asteroide, dovremmo concentrarci su minacce più legate all’uomo, al suo impatto sul pianeta e alla crescente interconnessione tra le nostre tecnologie, che le rende potenti ma al tempo stesso vulnerabili e difficili da regolamentare» spiega Sir Martin Rees, cosmologo e Royal Astronomer britannico, nonché ex presidente della Royal Society, autore del saggio On the future. Prospects for humanity (Princeton University Press, 2018). Un saggio più rassicurante rispetto al suo libro del 2003, evocativamente intitolato Il secolo finale (pubblicato in Italia da Mondadori) nel quale dava all’umanità soltanto il 50 per cento di probabilità di superare il Ventunesimo secolo.

Sir Rees, è così? Nel frattempo è diventato ottimista?
«Io sono ottimista riguardo alla scienza e alla tecnologia. Ma sono pessimista riguardo alla politica: intendo dire che mi chiedo se i progressi scientifici verranno usati per erogare benefici all’umanità o per creare, invece, nuovi rischi».

A proposito di rischi. Sono tornati di moda i romanzi con scenari distopici. Secondo lei possono anticipare davvero qualche elemento del futuro?
«Il problema è che la maggior parte delle persone fa fatica a immaginare scenari disastrosi come quelli che potrebbero realmente verificarsi se non riduciamo la nostra impronta collettiva sul pianeta. Vale anche per i decisori politici: ad esempio Ronald Reagan disse che fu il film The Day After, che mostrava le conseguenze di una guerra nucleare, a convincerlo della necessità di firmare con l’Urss di Gorbaciov il trattato che, nel 1987, pose fine alla crisi degli euromissili. Quindi le distopie e la fantascienza, nutrendo la nostra immaginazione, possono renderci più sensibili e responsabili verso i nostri simili».

Uno scenario classico da film di fantascienza distopica è l’asteroide in rotta di collisione con la Terra. Dovremmo preoccuparcene davvero?
«Credo proprio di no. Abbiamo la capacità di seguire con precisione le traiettorie degli asteroidi e identificare in tempo utile quelli che sembrano diretti verso la Terra. Tra qualche decina d’anni avremo tecnologia sufficiente per defletterli. Ma la ragione per cui non temo gli asteroidi è che si tratta di un rischio conosciuto, ed estremamente piccolo. Invece ci sono altri rischi di cui è più difficile stimare la grandezza, e che perciò mi preoccupano di più. Come la sovrappopolazione, la domanda crescente di energia e risorse, il fatto che stiamo cambiando il clima e che abbiamo tecnologie che potrebbero essere abusate creando catastrofi non meno gravi dell’impatto degli asteroidi».

E che ne dice dell’incremento demografico?
«La popolazione mondiale è oggi 7,6 miliardi. E toccherà i 9 miliardi entro la metà del secolo. La crescita non è più così veloce come era negli scorsi anni, e questa è una buona notizia. Ma la popolazione è ancora in crescita in Africa e in parte dell’India. Io penso che ci sarà abbastanza cibo per tutti: la produzione del cibo è più che raddoppiata negli ultimi 50 anni. Ciò che causa la fame, oggi, non è la mancanza di cose da mangiare, ma una distribuzione inefficace e ostacolata anche da guerre locali. Ciò che davvero dovremmo evitare è che l’Africa sia lasciata indietro da un punto di vista tecnologico. Perché la popolazione africana raddoppierà tra oggi e il 2050, e alcune proiezioni dicono che raddoppierà ancora tra il 2050 e il 2100. Se succedesse questo, l’Africa per il 2100 avrà dieci volte gli abitanti dell’Europa, e la sola Nigeria una popolazione pari a quella di Europa e Nord America messe insieme. Se le economie africane rimangono indietro, questo sarà causa di grande instabilità e di enormi migrazioni. Quindi dobbiamo assicurarci che l’Africa sia capace di svilupparsi. Perché ormai tutti gli africani hanno accesso all’informazione, a internet, e quindi sanno quanto sono svantaggiati rispetto al resto del mondo, cosa che fino a 50 anni fa in gran parte non sapevano. La loro insoddisfazione crescerebbe molto, non crede?».

Quali nuove tecnologie la rendono ottimista sulla possibilità di sfamare un pianeta sempre più abitato?
«Per esempio il vertical farming, vale a dire la coltivazione in serre alte come grattacieli, che consente di avere una produzione molto concentrata ed intensiva. Poi biotecnologie, come la modifica del genoma del riso che può aumentare l’efficienza della fotosintesi rendendo più veloce la crescita del cereale più diffuso sul pianeta. Vedo con grande interesse anche la “bistecca artificiale” prodotta in laboratorio a partire da cellule staminali oppure ottenuta da colture di batteri, funghi e alghe. Tra qualche anno queste ricerche potranno aiutarci a ridurre il nostro impatto sul pianeta».

A proposito: alla fine riusciremo a contenere il riscaldamento globale?
«Oggi si parla molto di tecnologie di cattura dell’anidride carbonica dall’aria, ma hanno ancora un costo molto alto e sono difficili da applicare: non è chiaro dove potremmo immagazzinare miliardi di tonnellate di CO2 ogni anno. Se si trovasse la soluzione, magari iniettandola sotto i fondali oceanici, ciò ci permetterebbe di usare i combustibili fossili più a lungo. Un’altra speranza di molti è la geoingegneria ambientale: ad esempio immettere nello strato superiore dell’atmosfera aerosol che riflettano indietro i raggi solari. Vedo due problemi: se si inizia a farlo poi bisogna continuare ad immettere aerosol perché fermarsi causerebbe un rialzo repentino della temperatura globale. E poi ogni nazione potrebbe voler regolare il “termostato” in maniera diversa».

Quindi dovremmo puntare tutto sulle rinnovabili?
«Senz’altro. Il costo di energie pulite come il solare e l’eolico continua a scendere. Una svolta può venire da progetti come “Desertec”, per costruire sistemi di trasmissione di energia elettrica in corrente continua, preziosi per trasferire energia su lunghe distanze. Sono reti che potranno trasportare energia da regioni assolate come il Nordafrica o l’Europa meridionale verso il Nord Europa, e anche tra l’Est e l’Ovest a seconda dei picchi della domanda. Per attingere alla potenza della fusione nucleare, invece, dovremo aspettare trent’anni per il completamento del reattore ITER in Francia».

A proposito di macchinari ultracomplessi: nel suo libro lei cita l’ipotesi di alcuni fisici secondo cui un buco nero potrebbe formarsi dentro un acceleratore di particelle. Con risultati disastrosi per il pianeta...
«Niente paura. L’energia necessaria per la creazione di un buco nero è enormemente superiore a quella generata dalle collisioni di particelle negli acceleratori. Alcune teorie sostengono che se esistessero più dimensioni spaziali oltre alle tre che conosciamo, sarebbe meno improbabile l’eventualità che una particella imploda trasformandosi in buco nero. Ma si tratta davvero di ipotesi molto forzate. Ci basta guardare lo Spazio, dove avvengono di continuo collisioni tra particelle ad alta energia, per capire che i buchi neri non nascono così. Un’altra teoria suggerisce la possibilità che i quark, in certe condizioni, si riassemblino in particelle ipotetiche dette strangelet. È la cosiddetta “materia strana”: per alcuni potrebbe contagiare il resto della materia fino a trasformare la Terra in una sfera iperdensa di un centinaio di metri di diametro. Ma è tutto molto teorico ed estremamente improbabile».

In un discorso sul futuro non può mancare il tema dell’intelligenza artificiale: oggi supera i campioni umani a scacchi e al Go. Quando ci supererà in tutto?
«C’è chi sostiene che entro trent’anni avremo un’intelligenza artificiale capace di ragionare come e meglio di noi. Io sarei molto più cauto. Penso che nei prossimi trent’anni ci dovremo preoccupare più della stupidità naturale che dell’intelligenza artificiale».

Cosa intende per stupidità naturale?
«Intendo rischi globali causati dall’iniziativa di singoli o di piccoli gruppi: la tecnologia del Ventunesimo secolo renderà accessibili a milioni di persone gli strumenti per preparare attacchi informatici o biotecnologici a basso costo ma dalle conseguenze imprevedibili. Pensiamo al cybersabotaggio, scoperto nel 2010, che tramite un software ha danneggiato le centrifughe del programma nucleare iraniano. Secondo un report del Pentagono, un attacco hacker su vasta scala che causasse, ad esempio, il crollo della rete elettrica nazionale potrebbe essere così catastrofico da giustificare una risposta nucleare».

Però la biotecnologia e l’informatica potrebbero anche potenziarci come specie, come auspicano i “transumanisti”…
«Credo che entro la fine del secolo avremo tecnologia sufficiente per modificare la nostra specie e ibridarla con l’informatica, ad esempio con estensioni di memoria per il cervello. Ma sulla Terra queste tecnologie saranno regolate. Saranno invece più libere laddove serviranno a sopravvivere in condizioni difficili, ad esempio sulle piccole colonie di avventurieri che, credo, costruiremo su Marte. Lì i coloni avranno sia la tecnologia che l’incentivo a modificarsi, e potrebbero diventare una nuova specie. Se pensiamo a un’evoluzione post-umana, per me avverrà solo sugli altri pianeti».

Diventeremo immortali?
«I geni della Silicon Valley prendono questa questione molto sul serio. Il futurista Ray Kurzweil, ad esempio, profetizza la cosiddetta “velocità di fuga”: una situazione in cui la medicina avanza così rapidamente che l’aspettativa di vita aumenta di oltre un anno per ogni anno che passa. Non so se ci arriveremo mai né se sarebbe davvero auspicabile, ma è un’ipotesi piuttosto affascinante, no?».

Sul Venerdì del 28 dicembre 2018