Robert Zemeckis torna ai pupazzi
Roberto Croci , di ROBERTO CROCIIl regista maestro degli effetti speciali stupisce ancora con il suo nuovo film Benvenuti a Marwen, vera storia di un uomo che ha perso la memoria. Ed è sicuro: "Il digitale non ucciderà il cinema"
LOS ANGELES. Ebbene sì, il regista all'avanguardia di Ritorno al futuro, pioniere degli effetti speciali, visionario innovativo e creatore di film rivoluzionari come Chi ha incastrato Roger Rabbit, La morte ti fa bella, Contact e The Walk, nella vita privata è una persona semplice ed estremamente "low tech". Dopo aver notato la mia sorpresa a vedergli in mano un vecchio cellulare, Robert Zemeckis sorridendo dice: "Gli smartphone li uso per lavoro. Per il resto il telefono deve essere solo un telefono".
Il suo nuovo film, Benvenuti a Marwen, ispirato ad una storia vera, è come i precedenti Forrest Gump, Cast Away e Flight, uno spaccato di vita contemporanea americana, una favola dolceamara piena di emozioni, sentimenti e conflitti esistenziali. Il film, in arrivo nelle sale italiane il 10 gennaio, è basato sulla vita di Mark Hogancamp, anche protagonista del documentario Marwencol di Jeff Malmberg, un uomo che dopo aver perso la memo…
Il suo nuovo film, Benvenuti a Marwen, ispirato ad una storia vera, è come i precedenti Forrest Gump, Cast Away e Flight, uno spaccato di vita contemporanea americana, una favola dolceamara piena di emozioni, sentimenti e conflitti esistenziali. Il film, in arrivo nelle sale italiane il 10 gennaio, è basato sulla vita di Mark Hogancamp, anche protagonista del documentario Marwencol di Jeff Malmberg, un uomo che dopo aver perso la memo…
LOS ANGELES. Ebbene sì, il regista all'avanguardia di Ritorno al futuro, pioniere degli effetti speciali, visionario innovativo e creatore di film rivoluzionari come Chi ha incastrato Roger Rabbit, La morte ti fa bella, Contact e The Walk, nella vita privata è una persona semplice ed estremamente "low tech". Dopo aver notato la mia sorpresa a vedergli in mano un vecchio cellulare, Robert Zemeckis sorridendo dice: "Gli smartphone li uso per lavoro. Per il resto il telefono deve essere solo un telefono".
Il suo nuovo film, Benvenuti a Marwen, ispirato ad una storia vera, è come i precedenti Forrest Gump, Cast Away e Flight, uno spaccato di vita contemporanea americana, una favola dolceamara piena di emozioni, sentimenti e conflitti esistenziali. Il film, in arrivo nelle sale italiane il 10 gennaio, è basato sulla vita di Mark Hogancamp, anche protagonista del documentario Marwencol di Jeff Malmberg, un uomo che dopo aver perso la memoria in seguito a un pestaggio violento trova il modo di superare il trauma ricostruendo e fotografando una realtà parallela, con modellini e figure umane in miniatura che riproducono lui, i suoi amici e un gruppo di nazisti a rappresentare i suoi aggressori. Nel cast Steve Carell è Hogancamp, affiancato da Leslie Zemeckis (moglie del regista), Janelle Monáe, Diane Kruger, Eiza González, Merritt Wever e Gwendoline Christie.
Mr. Zemeckis, cos'ha trovato di interessante nella vicenda di Hogancamp?
"Quando ho visto il documentario mi sono appassionato alle storie elaborate che si inventa Mark per dare uno sfondo narrativo alle sue fotografie. Ho voluto raccontare la sua vicenda seguendo la sua immaginazione e cucendo insieme le sequenze dei personaggi... Sarebbero diventati vivi in un modo completamente originale, mai visto prima. Mark ha usato la sua arte per curarsi e guarire e per me questo è uno dei fini dell'arte stessa, qualunque sia la forma che si sceglie per esprimersi. Quando ero bambino mi piacevano molto i film che avevano tanti effetti speciali perché ero curioso di sapere come facevano a realizzare cose apparentemente impossibili. Anche se alla fine a colpirmi davvero era sempre la storia".
E Steve Carell?
"Steve non è solo un grande attore comico. Ha dimostrato la sua capacità drammatica in tanti film, per esempio Foxcatcher. In realtà è stato proprio lui a contattarmi perché aveva visto il documentario e ha scoperto che stavo lavorando sulla sceneggiatura con Caroline Thompson, che ha scritto anche Edward mani di forbice. Steve ha capito subito che era una storia speciale e voleva esserci".
Come ha scelto le attrici?
"Sono d'accordo con Mark quando dice che le donne fanno andare avanti il mondo. Essendo stato aggredito da uomini, le sue donne sono il catalizzatore per la sua vendetta. Tutte le donne che hanno un impatto sulla vita di Mark, entrano a far parte del mondo di Marwen, sono le sue muse, come lo sono state tante donne nella vita di molti artisti. Le attrici che ho scelto sono le mie muse, donne straordinarie e di gran talento, ognuna con una personalità ben distinta, e che aiutano Mark a ricominciare a vivere".
Come descriverebbe questo film?
"Truffaut diceva che un bel film è l'equilibrio perfetto tra verità e spettacolo. Con ogni film che faccio cerco di seguire questa semplice regola: deve esistere una base umana con cui identificarsi, e allo stesso tempo bisogna intrattenere lo spettatore, non solo con effetti speciali ma anche con i sentimenti. Questo è un film capace di trasportarci in un luogo che in realtà non esiste, il luogo dove puoi usare la fantasia. Solo in questo modo si possono raccontare delle storie emozionanti e commoventi. Mark è stato capace di trasformare in arte il proprio dolore, e sono molto contento di essere riuscito a rimanere fedele il più possibile al suo viaggio emotivo. Non è solo una storia incredibilmente drammatica, è anche molto educativa".
Come ha iniziato a interessarsi al cinema?
"Sono cresciuto nella zona più povera di Chicago, padre operaio, madre casalinga. Credevamo nel sogno americano, pensavamo di appartenere al ceto medio ma in realtà eravamo dei poveri con un lavoro passabile. Il cinema lo vedevo solo in televisione, oppure con mia madre il martedì, perché facevano entrare gratis donne e bambini. Il primo film che mi ha colpito è stato Bonnie e Clyde, che ho visto al liceo. Ricordo che quando muore Gene Hackman provai una tristezza infinita, come non mi era mai successo. Lì ho capito che volevo diventare regista. I miei genitori non mi diedero retta. Da dove venivamo noi, al massimo potevi sognare un lavoro di ufficio".
Come è riuscito a entrare alla University of Southern California School?
"Non sapevo neanche che esistesse una scuola di cinema finché una sera in tv Jerry Lewis disse che insegnava cinema all'università. Fu una rivelazione: potevo studiare cinema, e dovevo farcela a tutti i costi. All'inizio non mi volevano prendere perché quella è una scuola prestigiosa e io avevo voti bassi, però poi gli piacquero i miei primi cortometraggi e per qualche motivo hanno creduto in me".
Come ha conosciuto Spielberg?
"Proprio all'Università. Presentava uno dei suoi primi film, Sugarland Express, e forse per lui era un po' una rivincita visto che aveva sempre cercato di entrarci ma non l'avevano mai accettato. Gli ho chiesto se voleva vedere uno dei miei lavori e mi ha invitato in una sala di proiezione alla Universal. Siamo rimasti in contatto e tre anni dopo io e il mio partner di scrittura Bob Gale ci siamo ritrovati sul set di Incontri ravvicinati del terzo tipo a lavorare con lui alla sceneggiatura di 1941. Allarme a Hollywood. Steven ha prodotto i miei primi film tra cui 1964: Allarme a N.Y. arrivano i Beatles! del 1978 e il mio primo successo commerciale, All'inseguimento della pietra verde".
La tecnologia ha cambiato il cinema?
"Certo, ma questo è successo sin dall'inizio. Negli ultimi anni del cinema muto, la magia della storia faceva ancora da padrona, l'espressione dei volti e il corpo davano movimento a tutto, poi è arrivato il suono e tutto è diventato statico finché non hanno imparato a usarlo. Dopo siamo passati dal bianco e nero al colore, e abbiamo dovuto reinventare tutto: lenti, luci, trucco, costumi. Poi è arrivata la steadicam, e ogni film aveva almeno una sequenza dove c'era qualcuno che correva su e giù per le scale. Il problema della tecnologia è l'uso che se ne fa. Quando diventa la protagonista è difficile fare un bel film, a mio parere dovrebbe essere invisibile. Il cinema non scomparirà perché è arrivato il digitale, le nuove piattaforme come Netflix espandono solo la gamma dell'esperienza cinematografica. La tecnologia deve sempre essere al servizio della storia, non viceversa".
Si considera più regista o scrittore?
"Autore. Scrivo sempre, anche quando dirigo e monto: sono solo forme diverse di narrazione".
Sul Venerdì del 4 gennaio 2019
Il suo nuovo film, Benvenuti a Marwen, ispirato ad una storia vera, è come i precedenti Forrest Gump, Cast Away e Flight, uno spaccato di vita contemporanea americana, una favola dolceamara piena di emozioni, sentimenti e conflitti esistenziali. Il film, in arrivo nelle sale italiane il 10 gennaio, è basato sulla vita di Mark Hogancamp, anche protagonista del documentario Marwencol di Jeff Malmberg, un uomo che dopo aver perso la memoria in seguito a un pestaggio violento trova il modo di superare il trauma ricostruendo e fotografando una realtà parallela, con modellini e figure umane in miniatura che riproducono lui, i suoi amici e un gruppo di nazisti a rappresentare i suoi aggressori. Nel cast Steve Carell è Hogancamp, affiancato da Leslie Zemeckis (moglie del regista), Janelle Monáe, Diane Kruger, Eiza González, Merritt Wever e Gwendoline Christie.
Mr. Zemeckis, cos'ha trovato di interessante nella vicenda di Hogancamp?
"Quando ho visto il documentario mi sono appassionato alle storie elaborate che si inventa Mark per dare uno sfondo narrativo alle sue fotografie. Ho voluto raccontare la sua vicenda seguendo la sua immaginazione e cucendo insieme le sequenze dei personaggi... Sarebbero diventati vivi in un modo completamente originale, mai visto prima. Mark ha usato la sua arte per curarsi e guarire e per me questo è uno dei fini dell'arte stessa, qualunque sia la forma che si sceglie per esprimersi. Quando ero bambino mi piacevano molto i film che avevano tanti effetti speciali perché ero curioso di sapere come facevano a realizzare cose apparentemente impossibili. Anche se alla fine a colpirmi davvero era sempre la storia".
E Steve Carell?
"Steve non è solo un grande attore comico. Ha dimostrato la sua capacità drammatica in tanti film, per esempio Foxcatcher. In realtà è stato proprio lui a contattarmi perché aveva visto il documentario e ha scoperto che stavo lavorando sulla sceneggiatura con Caroline Thompson, che ha scritto anche Edward mani di forbice. Steve ha capito subito che era una storia speciale e voleva esserci".
Come ha scelto le attrici?
"Sono d'accordo con Mark quando dice che le donne fanno andare avanti il mondo. Essendo stato aggredito da uomini, le sue donne sono il catalizzatore per la sua vendetta. Tutte le donne che hanno un impatto sulla vita di Mark, entrano a far parte del mondo di Marwen, sono le sue muse, come lo sono state tante donne nella vita di molti artisti. Le attrici che ho scelto sono le mie muse, donne straordinarie e di gran talento, ognuna con una personalità ben distinta, e che aiutano Mark a ricominciare a vivere".
Come descriverebbe questo film?
"Truffaut diceva che un bel film è l'equilibrio perfetto tra verità e spettacolo. Con ogni film che faccio cerco di seguire questa semplice regola: deve esistere una base umana con cui identificarsi, e allo stesso tempo bisogna intrattenere lo spettatore, non solo con effetti speciali ma anche con i sentimenti. Questo è un film capace di trasportarci in un luogo che in realtà non esiste, il luogo dove puoi usare la fantasia. Solo in questo modo si possono raccontare delle storie emozionanti e commoventi. Mark è stato capace di trasformare in arte il proprio dolore, e sono molto contento di essere riuscito a rimanere fedele il più possibile al suo viaggio emotivo. Non è solo una storia incredibilmente drammatica, è anche molto educativa".
Come ha iniziato a interessarsi al cinema?
"Sono cresciuto nella zona più povera di Chicago, padre operaio, madre casalinga. Credevamo nel sogno americano, pensavamo di appartenere al ceto medio ma in realtà eravamo dei poveri con un lavoro passabile. Il cinema lo vedevo solo in televisione, oppure con mia madre il martedì, perché facevano entrare gratis donne e bambini. Il primo film che mi ha colpito è stato Bonnie e Clyde, che ho visto al liceo. Ricordo che quando muore Gene Hackman provai una tristezza infinita, come non mi era mai successo. Lì ho capito che volevo diventare regista. I miei genitori non mi diedero retta. Da dove venivamo noi, al massimo potevi sognare un lavoro di ufficio".
Come è riuscito a entrare alla University of Southern California School?
"Non sapevo neanche che esistesse una scuola di cinema finché una sera in tv Jerry Lewis disse che insegnava cinema all'università. Fu una rivelazione: potevo studiare cinema, e dovevo farcela a tutti i costi. All'inizio non mi volevano prendere perché quella è una scuola prestigiosa e io avevo voti bassi, però poi gli piacquero i miei primi cortometraggi e per qualche motivo hanno creduto in me".
Come ha conosciuto Spielberg?
"Proprio all'Università. Presentava uno dei suoi primi film, Sugarland Express, e forse per lui era un po' una rivincita visto che aveva sempre cercato di entrarci ma non l'avevano mai accettato. Gli ho chiesto se voleva vedere uno dei miei lavori e mi ha invitato in una sala di proiezione alla Universal. Siamo rimasti in contatto e tre anni dopo io e il mio partner di scrittura Bob Gale ci siamo ritrovati sul set di Incontri ravvicinati del terzo tipo a lavorare con lui alla sceneggiatura di 1941. Allarme a Hollywood. Steven ha prodotto i miei primi film tra cui 1964: Allarme a N.Y. arrivano i Beatles! del 1978 e il mio primo successo commerciale, All'inseguimento della pietra verde".
La tecnologia ha cambiato il cinema?
"Certo, ma questo è successo sin dall'inizio. Negli ultimi anni del cinema muto, la magia della storia faceva ancora da padrona, l'espressione dei volti e il corpo davano movimento a tutto, poi è arrivato il suono e tutto è diventato statico finché non hanno imparato a usarlo. Dopo siamo passati dal bianco e nero al colore, e abbiamo dovuto reinventare tutto: lenti, luci, trucco, costumi. Poi è arrivata la steadicam, e ogni film aveva almeno una sequenza dove c'era qualcuno che correva su e giù per le scale. Il problema della tecnologia è l'uso che se ne fa. Quando diventa la protagonista è difficile fare un bel film, a mio parere dovrebbe essere invisibile. Il cinema non scomparirà perché è arrivato il digitale, le nuove piattaforme come Netflix espandono solo la gamma dell'esperienza cinematografica. La tecnologia deve sempre essere al servizio della storia, non viceversa".
Si considera più regista o scrittore?
"Autore. Scrivo sempre, anche quando dirigo e monto: sono solo forme diverse di narrazione".
Sul Venerdì del 4 gennaio 2019