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Una dimostrazione del movimento dei nativi americani Mexica durante il Columbus Day a Los Angeles (2015) (Mark Ralston/ Afp/ Getty Images) 

Maledetto Colombo, l'America ti ripudia

Non solo negli Stati Uniti: anche nel continente latino la figura del navigatore è sempre più contestata. Unica eccezione Porto Rico, che ne ha fatto un'attrazione per i turisti
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Los Angeles è il culmine di una lunga storia: qui hanno addirittura abbattuto la statua di Cristoforo Colombo, nonché abolito il celebre Columbus Day per sostituirlo con l’Indigenous Peoples’ Day. «Fu responsabile personalmente di atrocità e le sue azioni hanno avviato il più grande genocidio della storia» ha tuonato il consigliere comunale Mitch O’Farrell, discendente di una nazione nativa americana. Dalle immagini, risulta che si trattava di una statua alquanto bruttina... nulla a che vedere, per esempio, con il bronzeo monumento che campeggia a Città del Messico sull’arioso Paseo de la Reforma, il vasto viale alberato che sfiora il cuore del centro storico più grande – e ben conservato – del mondo per spingersi a sud, nei quartieri residenziali oggi ambiti come la colonia Condesa e la Roma celebrata nel film di Alfonso Cuarón.

Forse fu proprio da questo complesso di figure, tra le qual…
Los Angeles è il culmine di una lunga storia: qui hanno addirittura abbattuto la statua di Cristoforo Colombo, nonché abolito il celebre Columbus Day per sostituirlo con l’Indigenous Peoples’ Day. «Fu responsabile personalmente di atrocità e le sue azioni hanno avviato il più grande genocidio della storia» ha tuonato il consigliere comunale Mitch O’Farrell, discendente di una nazione nativa americana. Dalle immagini, risulta che si trattava di una statua alquanto bruttina... nulla a che vedere, per esempio, con il bronzeo monumento che campeggia a Città del Messico sull’arioso Paseo de la Reforma, il vasto viale alberato che sfiora il cuore del centro storico più grande – e ben conservato – del mondo per spingersi a sud, nei quartieri residenziali oggi ambiti come la colonia Condesa e la Roma celebrata nel film di Alfonso Cuarón.

Forse fu proprio da questo complesso di figure, tra le quali spicca quella dello strenuo difensore degli indios Fra Bartolomé de Las Casas, che iniziò la pratica di lanciargli uova e vernice rossa a simboleggiare il sangue della Conquista. E guai, in tutta l’America latina, a definirla “scoperta”: giustamente, qui si rivendica il fatto che il continente era piuttosto popolato ben prima dell’arrivo di Colombo; il genocidio fu il più spaventoso della storia dell’umanità. Bastino le cifre di Tzvetan Todorov nel suo saggio La conquista dell’America: si calcola che in circa mezzo secolo morirono – per mano dei colonizzatori o a causa dei maltrattamenti o di malattie prima sconosciute nelle Americhe – almeno 70 degli 80 milioni di nativi. E buona parte dell’opera letteraria di Eduardo Galeano è dedicata alla memoria dell’immane sterminio.

Ma si può imputare al navigatore una simile colpa? È ovvio che Colombo non fu responsabile della ferocia degli armigeri che ne seguirono la rotta, a cominciare dal conquistatore del Messico Hernán Cortés, che vi giunse nel 1519, ben tredici anni dopo la sua morte. Resta però, come fatto incontrovertibile, che se da un lato Colombo definiva gli indios «generosi e mansueti fino alla codardia», trattandoli come bestiole da addomesticare, dall’altro aveva preso l’abitudine di far catturare le donne più belle per poi “regalarle” ai suoi ufficiali, per un “sollazzo” che spesso veniva concesso a suon di frustate. Dunque, fu senz’altro lui a dare inizio a tali pratiche: gli indigeni per il cinico Cristoforo erano senz’anima, quindi usabili come schiavi da sottomettere, e ci volle l’impegno proprio di Fra Bartolomé perché la Chiesa si decidesse a riconoscere che un’anima l’avevano, quindi erano “cristianizzabili” e perciò non andavano schiavizzati. Però, Colombo non promosse tutto ciò, semplicemente si adeguò agli usi dell’epoca. I portoghesi erano stati i primi ad avviare il commercio degli schiavi dall’Africa.

Testi come quelli di Todorov e Galeano hanno indubbiamente contribuito alla “detronizzazione” del mito da ogni piedistallo e alla conseguente ridda di oltraggi ai suoi monumenti, culminati nell’ottobre del 1992, quinto centenario, quando in numerose città dell’America latina si tennero manifestazioni capeggiate dai popoli originari che coprirono di vituperi e immondizia le centinaia di statue sparse un po’ ovunque. E una delegazione di indigeni fece lo sbarco all’inverso: raggiunta la Spagna, occupò simbolicamente la Cattedrale di Siviglia dispiegando uno striscione che definiva la scoperta “un atto di pirateria”. Ecco che, tra tanti insulti, Colombo si prese anche quello di filibustiere.

Il singolare paradosso è che la statua abbattuta a Los Angeles fu donata dalla comunità italiana, mentre in tutta l’America latina nessuno identifica il navigatore, forse genovese (o forse còrso, visto che entrando a Calvi è tutto un tripudio di cartelli che ne indicano la casa natale), con la nostra penisola. La ridda di luoghi che ne rivendicano la nascita spazia dalla Spagna – dove lo si vorrebbe di origini ebraiche – al Portogallo e addirittura alla Polonia: qui c’è persino chi lo ritiene figlio nientemeno che del re Ladislao III. Insomma, l’Italia neanche esisteva, caravelle ed equipaggi e finanziamenti erano spagnoli, l’impresa fu promossa da Isabel la Católica (oggetto di una tediosa serie tv) e per tutti gli abitanti a sud del Río Bravo, da Città del Messico fino alla Patagonia, si chiamava Cristóbal Colón e parlava e scriveva in castigliano – anche in portoghese, a onor del vero – con buona pace di quanti ritengono che le uova marce e i barattoli di vernice scagliati contro le sue statue siano un’offesa all’italianità; a cominciare dalla Farnesina, che si è sentita in dovere di convincere il sindaco di New York De Blasio a risparmiare “Columbus” dalla lista nera di monumenti e simboli da togliere di mezzo.

Se è vero che sono stati i governi di sinistra ad avviare la rimozione dei monumenti, come fece per esempio Cristina Kirchner a Buenos Aires, è curioso che a scrivere pagine di accorata e incondizionata ammirazione per l’impresa del grande navigatore sia stato Alberto Granado, l’amico con cui Ernesto Guevara fece il viaggio in motocicletta e autostop attraverso la Mayuscula América e che dopo la Revolución scelse di vivere e lavorare come biologo a Cuba fino all’ultimo dei suoi giorni.

In assoluta controtendenza è oggi invece Porto Rico, dove un imprenditore ha finanziato il complesso monumentale più grande del mondo – con tanto di museo, ristorante, negozio di souvenir e giardino tropicale – dedicato a Colón. Qui il fatto curioso è che diversi intellettuali portoricani ne danno un’interpretazione opposta a quella dei denigratori: secondo loro furono gli Stati Uniti a soffiare sul fuoco, avendo avviato nel XIX secolo la colonizzazione del continente, ed erano, quindi, interessati a mettere in cattiva luce gli spagnoli e chi li portò qui... Essendo Porto Rico una colonia Usa, qualcuno rivaluta Colombo e persino la Corona, tanto che hanno invitato i reali di Spagna all’inaugurazione.

Sul Venerdì del 4 gennaio 2019