Giuliano Turone, il giudice dei misteri, ha riaperto le indagini
Matteo Tonelli , dal nostro inviato MATTEO TONELLIDa Moro a Bologna passando per la P2 e Liggio: ora che è in pensione mette ordine nelle carte di vari processi. "Ma sa quante ne sono finite al macero?". Intervista
MILANO. C'è stato un tempo, in questo Paese, in cui scoppiavano le bombe nelle piazze, le stazioni saltavano in aria, uomini degli apparati dello Stato tramavano contro lo Stato. In cui una manovalanza fascista era al soldo di spietate menti occulte. Bravissime a depistare, a togliere di mezzo chi era scomodo, a costruire trame. Erano gli anni della P2, di Licio Gelli, di Giulio Andreotti e dei suoi rapporti inconfessabili con la mafia, dei politici collusi, del "pericolo comunista" che giustificava tutto o quasi. Leonardo Sciascia scriveva: "In Italia di ogni mistero criminale si conosce la soluzione, ma mai i colpevoli vengono assicurati alla giustizia".
Giuliano Turone è stato il magistrato che, nel marzo del 1981, con Gherardo Colombo scovò la lista di quasi mille iscritti alla loggia P2. Fu un terremoto. Oggi Turone è in pensione e ha dato alle stampe un libro che parte dal sequestro Moro e finisce con la strage di Bologna: &qu…
Giuliano Turone è stato il magistrato che, nel marzo del 1981, con Gherardo Colombo scovò la lista di quasi mille iscritti alla loggia P2. Fu un terremoto. Oggi Turone è in pensione e ha dato alle stampe un libro che parte dal sequestro Moro e finisce con la strage di Bologna: &qu…
MILANO. C'è stato un tempo, in questo Paese, in cui scoppiavano le bombe nelle piazze, le stazioni saltavano in aria, uomini degli apparati dello Stato tramavano contro lo Stato. In cui una manovalanza fascista era al soldo di spietate menti occulte. Bravissime a depistare, a togliere di mezzo chi era scomodo, a costruire trame. Erano gli anni della P2, di Licio Gelli, di Giulio Andreotti e dei suoi rapporti inconfessabili con la mafia, dei politici collusi, del "pericolo comunista" che giustificava tutto o quasi. Leonardo Sciascia scriveva: "In Italia di ogni mistero criminale si conosce la soluzione, ma mai i colpevoli vengono assicurati alla giustizia".
Giuliano Turone è stato il magistrato che, nel marzo del 1981, con Gherardo Colombo scovò la lista di quasi mille iscritti alla loggia P2. Fu un terremoto. Oggi Turone è in pensione e ha dato alle stampe un libro che parte dal sequestro Moro e finisce con la strage di Bologna: "Perché fu dal 1978 al 1980 che la P2 raggiunse il culmine del proprio potere" dice l'ex magistrato. È una ricostruzione meticolosa, che mette insieme i pezzi del periodo più buio della storia democratica di questo Paese. Una ricostruzione che va oltre verità giudiziaria e che, mettendo in fila fatti apparentemente scollegati, rende palese quella storica.
"Da quando sono andato in pensione ho avuto il tempo per mettermi a studiare i faldoni su quelle vicende. Non è stato facile, ci ho messo tre anni. Ma lei lo sapeva che le carte di alcuni processi importanti sono andate al macero? Per esempio quello milanese sul mafioso Luciano Liggio, "la primula rossa di Corleone". E sa perché? Perché sui faldoni non c'era scritto Liggio, ma il nome di un personaggio secondario dell'inchiesta. E i faldoni del processo Pecorelli li ho trovati ammucchiati disordinatamente in un capannone di Perugia".
Partiamo da Gelli. La perquisizione nella sua villa di Castiglion Fibocchi, nel 1981, accende i riflettori sulla loggia massonica P2.
"Bisogna ricordare che il Venerabile con il suo "piano di rinascita democratica" puntava a mettere in atto un golpe strisciante pericolosissimo. In quei giorni sapevo che ogni piccolo errore avrebbe avuto conseguenze negative. Pensi che io e Colombo abbiamo fatto tre copie autentiche di tutto, firmando foglio per foglio. Tanto è vero che c'è stato anche qualche tentativo di dire che noi avevamo distrutto o venduto delle carte. Invece fu proprio la nostra precisione a salvarci".
Altra pagina oscura è il blitz, nel 1979, che portò alla cacciata dalla Banca d'Italia del governatore Paolo Baffi e del capo della vigilanza Mario Sarcinelli.
"A entrambi vennero mosse accuse campate in aria. Che avevano fatto di male? Semplicemente avevano mandato un'ispezione al Banco Ambrosiano che era la banca della P2".
Lei ricostruisce l'omicidio di Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore della Banca Privata Italiana, ordinato dal banchiere della P2 e di Cosa Nostra, Michele Sindona.
"Quell'azione fu figlia dell'impazienza di Sindona. Fu lui a ordinare l'omicidio. Il sistema di potere P2, invece, sarebbe riuscito benissimo a neutralizzare Ambrosoli senza ucciderlo. Si ricorda che disse Andreotti di Ambrosoli? Che era uno che 'se l'andava cercando'".
Altro tassello del puzzle che lei ha ricostruito è la strage di Bologna: i fascisti Mambro, Fioravanti e Ciavardini continuano a negare le loro responsabilità.
"C'è un interesse di fondo che possa rimanere il dubbio che la strage l'abbia fatto chissà chi. Dalle carte invece viene chiaramente fuori che la matrice è fascista. Del resto, chi può essere stato? Di certo non i palestinesi. E credo neppure i marziani".
Nel libro lei ricorda alcuni "leali servitori dello Stato", spesso sconosciuti. Molti hanno pagato con la vita, altri con l'emarginazione.
"Questo è un Paese ricco di contraddizioni. Certamente c'è chi li ricorda, ma per tanti non c'è neanche una targa, o un'aula a loro nome".
È mai stato minacciato?
"Per la P2 no. Mi capitò invece per il caso Liggio. Lì ho rischiato veramente".
Non aveva la scorta?
"No. Ma comunque riuscirono a imbrigliarmi, perché il processo di cui mi stavo occupando fu mandato altrove. Un modo per mettermi in disparte. Diversamente sarei arrivato ai conti correnti di Totò Riina. Ma era il 1975, forse era troppo presto".
La mafia è ancora potente?
"Qualche colpo lo ha preso, ma c'è ancora. La vera potenza, però, adesso è la 'ndrangheta".
Tra i tanti altri casi lei ha indagato anche su quello del giornalista dell'Unità Mauro Brutto (vedi anche Venerdì del 23 novembre 2018), investito da un'auto mentre si occupava dell'omicidio, due giorni dopo il rapimento Moro, di due militanti del centro sociale milanese Leoncavallo.
"Guardi, io e Mauro eravamo amici. Fu lui ad avvisarmi del fatto che qualcuno stesse tramando contro di me dipingendomi come un drogato. Partii subito dal presupposto che fosse un omicidio, ma alla fine mi sono convinto che si è trattato solo di una tragica fatalità".
Lei paragona Andreotti a Lucifero, Gelli al mostro a tre teste Gerione e Francesco Cossiga a Pluto, dio della ricchezza. Per caso è un amante di Dante?
"Sì, un maniaco. La prima Divina Commedia tradotta che ho avuto era scritta in esperanto, poi ne ho avuto una copia in inglese e una in francese e lì è iniziata la collezione. Attualmente ho 250 edizioni in 63 lingue e dialetti. Ho creato anche un sito internet: dantepoliglotta.it".
Come vede lo stato della magistratura oggi?
"Problematico. Quelli della mia generazione - io sono entrato in magistratura nel 1969 - avevano un credito notevole. Adesso molto meno".
Ci sono alcuni magistrati, però, che sembrano aprire inchieste non solidissime...
"No comment".
C'è un'inchiesta che non è riuscito a portare a termine e che ricorda come una sconfitta?
"Avevo 31 anni e indagavo su un omicidio di un ragazzo a Milano. Sua madre mi faceva una gran tenerezza. Mi sono buttato nel caso con passione, volevo trovare il colpevole dell'omicidio, ma non ci sono riuscito. Mi ricordo questa vicenda come un fallimento".
Sul Venerdì del 4 gennaio 2019
Giuliano Turone è stato il magistrato che, nel marzo del 1981, con Gherardo Colombo scovò la lista di quasi mille iscritti alla loggia P2. Fu un terremoto. Oggi Turone è in pensione e ha dato alle stampe un libro che parte dal sequestro Moro e finisce con la strage di Bologna: "Perché fu dal 1978 al 1980 che la P2 raggiunse il culmine del proprio potere" dice l'ex magistrato. È una ricostruzione meticolosa, che mette insieme i pezzi del periodo più buio della storia democratica di questo Paese. Una ricostruzione che va oltre verità giudiziaria e che, mettendo in fila fatti apparentemente scollegati, rende palese quella storica.
"Da quando sono andato in pensione ho avuto il tempo per mettermi a studiare i faldoni su quelle vicende. Non è stato facile, ci ho messo tre anni. Ma lei lo sapeva che le carte di alcuni processi importanti sono andate al macero? Per esempio quello milanese sul mafioso Luciano Liggio, "la primula rossa di Corleone". E sa perché? Perché sui faldoni non c'era scritto Liggio, ma il nome di un personaggio secondario dell'inchiesta. E i faldoni del processo Pecorelli li ho trovati ammucchiati disordinatamente in un capannone di Perugia".
Partiamo da Gelli. La perquisizione nella sua villa di Castiglion Fibocchi, nel 1981, accende i riflettori sulla loggia massonica P2.
"Bisogna ricordare che il Venerabile con il suo "piano di rinascita democratica" puntava a mettere in atto un golpe strisciante pericolosissimo. In quei giorni sapevo che ogni piccolo errore avrebbe avuto conseguenze negative. Pensi che io e Colombo abbiamo fatto tre copie autentiche di tutto, firmando foglio per foglio. Tanto è vero che c'è stato anche qualche tentativo di dire che noi avevamo distrutto o venduto delle carte. Invece fu proprio la nostra precisione a salvarci".
Altra pagina oscura è il blitz, nel 1979, che portò alla cacciata dalla Banca d'Italia del governatore Paolo Baffi e del capo della vigilanza Mario Sarcinelli.
"A entrambi vennero mosse accuse campate in aria. Che avevano fatto di male? Semplicemente avevano mandato un'ispezione al Banco Ambrosiano che era la banca della P2".
Lei ricostruisce l'omicidio di Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore della Banca Privata Italiana, ordinato dal banchiere della P2 e di Cosa Nostra, Michele Sindona.
"Quell'azione fu figlia dell'impazienza di Sindona. Fu lui a ordinare l'omicidio. Il sistema di potere P2, invece, sarebbe riuscito benissimo a neutralizzare Ambrosoli senza ucciderlo. Si ricorda che disse Andreotti di Ambrosoli? Che era uno che 'se l'andava cercando'".
Altro tassello del puzzle che lei ha ricostruito è la strage di Bologna: i fascisti Mambro, Fioravanti e Ciavardini continuano a negare le loro responsabilità.
"C'è un interesse di fondo che possa rimanere il dubbio che la strage l'abbia fatto chissà chi. Dalle carte invece viene chiaramente fuori che la matrice è fascista. Del resto, chi può essere stato? Di certo non i palestinesi. E credo neppure i marziani".
Nel libro lei ricorda alcuni "leali servitori dello Stato", spesso sconosciuti. Molti hanno pagato con la vita, altri con l'emarginazione.
"Questo è un Paese ricco di contraddizioni. Certamente c'è chi li ricorda, ma per tanti non c'è neanche una targa, o un'aula a loro nome".
È mai stato minacciato?
"Per la P2 no. Mi capitò invece per il caso Liggio. Lì ho rischiato veramente".
Non aveva la scorta?
"No. Ma comunque riuscirono a imbrigliarmi, perché il processo di cui mi stavo occupando fu mandato altrove. Un modo per mettermi in disparte. Diversamente sarei arrivato ai conti correnti di Totò Riina. Ma era il 1975, forse era troppo presto".
La mafia è ancora potente?
"Qualche colpo lo ha preso, ma c'è ancora. La vera potenza, però, adesso è la 'ndrangheta".
Tra i tanti altri casi lei ha indagato anche su quello del giornalista dell'Unità Mauro Brutto (vedi anche Venerdì del 23 novembre 2018), investito da un'auto mentre si occupava dell'omicidio, due giorni dopo il rapimento Moro, di due militanti del centro sociale milanese Leoncavallo.
"Guardi, io e Mauro eravamo amici. Fu lui ad avvisarmi del fatto che qualcuno stesse tramando contro di me dipingendomi come un drogato. Partii subito dal presupposto che fosse un omicidio, ma alla fine mi sono convinto che si è trattato solo di una tragica fatalità".
Lei paragona Andreotti a Lucifero, Gelli al mostro a tre teste Gerione e Francesco Cossiga a Pluto, dio della ricchezza. Per caso è un amante di Dante?
"Sì, un maniaco. La prima Divina Commedia tradotta che ho avuto era scritta in esperanto, poi ne ho avuto una copia in inglese e una in francese e lì è iniziata la collezione. Attualmente ho 250 edizioni in 63 lingue e dialetti. Ho creato anche un sito internet: dantepoliglotta.it".
Come vede lo stato della magistratura oggi?
"Problematico. Quelli della mia generazione - io sono entrato in magistratura nel 1969 - avevano un credito notevole. Adesso molto meno".
Ci sono alcuni magistrati, però, che sembrano aprire inchieste non solidissime...
"No comment".
C'è un'inchiesta che non è riuscito a portare a termine e che ricorda come una sconfitta?
"Avevo 31 anni e indagavo su un omicidio di un ragazzo a Milano. Sua madre mi faceva una gran tenerezza. Mi sono buttato nel caso con passione, volevo trovare il colpevole dell'omicidio, ma non ci sono riuscito. Mi ricordo questa vicenda come un fallimento".
Sul Venerdì del 4 gennaio 2019