Lega, alla ricerca dell'ampolla perduta
Fabrizio Ravelli , di FABRIZIO RAVELLIIn principio, quando il capo era Bossi, i riferimenti culturali erano Braveheart, la foce del Po, il Nabucco e le mutande di Calderoli. Roba vintage per il partito nazionale di Salvini. Che si barcamena. Tra Legnanesi, Lorenzo Insigne, vino di Al Bano e Nutella
MILANO. "Ai Legnanesi va riconosciuto il merito di avere compiuto una missione sulla carta impossibile: traghettare la ringhiera e la lingua lombarda nel nuovo millennio; mantenere vivo e vivace, allegro e profondo quel luogo dell'anima che è il cortile lombardo". Stefano Bruno Galli, assessore all'Autonomia e Cultura della Regione Lombardia, rende merito ai 70 anni della compagnia dialettale. Non sono leghisti, i Legnanesi, essendo nati dentro un oratorio, e 40 anni prima che la Lega venisse al mondo. E l'omaggio dell'assessore pare un gesto fuori dal tempo, perché intanto tutto è cambiato, pure la Lega. Il localismo nordista, le radici, il dialetto, il cortile e la cascina, tutta roba che nella Lega di Salvini rischia di ammuffire. Ciò che essendo locale veniva definito nazionale (la Nazione Lombardia, la Nazione Veneto), oggi sembra davvero locale, e periferico nella Lega che prende voti al Sud.
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MILANO. "Ai Legnanesi va riconosciuto il merito di avere compiuto una missione sulla carta impossibile: traghettare la ringhiera e la lingua lombarda nel nuovo millennio; mantenere vivo e vivace, allegro e profondo quel luogo dell'anima che è il cortile lombardo". Stefano Bruno Galli, assessore all'Autonomia e Cultura della Regione Lombardia, rende merito ai 70 anni della compagnia dialettale. Non sono leghisti, i Legnanesi, essendo nati dentro un oratorio, e 40 anni prima che la Lega venisse al mondo. E l'omaggio dell'assessore pare un gesto fuori dal tempo, perché intanto tutto è cambiato, pure la Lega. Il localismo nordista, le radici, il dialetto, il cortile e la cascina, tutta roba che nella Lega di Salvini rischia di ammuffire. Ciò che essendo locale veniva definito nazionale (la Nazione Lombardia, la Nazione Veneto), oggi sembra davvero locale, e periferico nella Lega che prende voti al Sud.
LEGGI ANCHE: L'IMMAGINARIO POP DELLA LEGA DI SALVINI
La Lega di Salvini, che ha cancellato il Nord dal proprio simbolo per virare verso il culto nordcoreano del leader, non può più permettersi di battere il tasto del localismo valligiano, della sagra della polenta. Tutte cose che rimangono, ma sullo sfondo del "sovranismo" nazionale (nazionale nel senso dell'Italia) di un partito di destra. Il riconoscimento per i Legnanesi è solo l'ultimo tentativo nostalgico che la Lega (ex lombarda) fa alla ricerca di una propria cultura, di un'espressione artistica che giustifichi e nobiliti l'orgoglio nordista. Una lunga ricerca che, storicamente, invece di appoggiarsi a Bertolazzi, a Porta, a Tessa, a Gadda oppure a Olmi, ha percorso strade più contorte e dissestate.
LEGGI ANCHE: SETTANT'ANNI DI LEGNANESI
In principio fu la poesia, bisogna dirlo. Era il 1979, Umberto Bossi era ancora uno studente recordman dei fuoricorso in Medicina, che in casa aveva raccontato d'essersi laureato e usciva ogni mattina con la valigetta d'ordinanza da dutùr. Ma la sua passione era la politica. Aveva appena conosciuto Bruno Salvadori, autonomista valdostano, che gli aveva consigliato di avvicinarsi alla poesia dialettale, terreno fertile. E Bossi aveva cominciato a frequentare la Famiglia Bosina, contribuendo anche con alcuni componimenti. "Il dialetto mi era familiare" ha raccontato "perché in casa mia l'avevo ascoltato fin da bambino". Il dialetto del Varesotto.
"Verda 'na voeulta e piena de parol, tera ca t'he scultàà sguignì ul trapon e bastemà i roeus". Terra verde una volta, dove le talpe squittivano e bestemmiavano le rose. Versi del Bossi. Poesie ambientaliste (Canzone per la Malpensa, contro il taglio dei boschi per creare l'aeroporto, o anche Il lago morto, inquinato e pieno di rifiuti), ma anche operaie (Lo sciopero alla Bassetti): "Vagan a dà via ul cü i padron, mi da goma an fo pü". Operai che rifiutano la fabbrica, intonano canto socialisti, rimpiangono la cascina e la stalla. Bossi era nostalgico, ma anche di sinistra, e veniva dal Pci.
E anche dopo, fondata la Lega, l'ispiratore di ogni fantasia culturale, storica o artistica è sempre stato lui. Del tutto a caso, e in maniera imprevedibile. Nei lunghi vagabondaggi notturni ("El g'ha el fuso orario de Nosferatu", diceva il suo autista Pino Babbini), nelle chiacchiere di paese, o nelle saltuarie letture perlopiù suggerite dalla moglie Manuela Marrone, era capace di cogliere spunti da riciclare fantasiosamente in chiave indipendentista. Il movimento si adeguava alle passioni del capo. Quando vide il film Braveheart, epico polpettone con Mel Gibson nei panni dell'eroe nazionale scozzese William Wallace, la colonna sonora venne adottata per i raduni di Pontida.
Con la musica Bossi aveva una qualche consuetudine, poi abbandonata. Col nome d'arte di Donato aveva tentato la carriera di cantautore, e nel 1961 aveva partecipato al Festival di Castrocaro: bocciato in semifinale perché "troppo triste". Incise anche un 45 giri, coi brani Ebbro (boogie woogie) e Sconforto (rock slow). In copertina una sua foto: maglione dolcevita, stivali, ciuffo fra Don Backy e Joe Sentieri, finge di suonare la chitarra. Non si conoscono altre sue performance musicali. Ma anni dopo la Lega adottò come "cantautore leghista" Sergio Borsato, e corteggiò Davide Van de Sfroos. All'hotel Mirella di Ponte di Legno, durante i soggiorni estivi del Capo che abitava lì vicino, c'era sempre anche il maestro Corna, pianista di pianobar, che aveva scritto un inno per la Lega, ma si lamentava che non gliel'avessero mai pagato.
Ma è sull'opera lirica, sempre in un soggiorno estivo camuno, che Bossi avrebbe concentrato i suoi entusiasmi. Qualcuno gli aveva rivelato che un certo Giuseppe Verdi aveva composto I lombardi alla prima crociata, roba che cascava a fagiolo per l'orgoglio leghista. S'era un po' confuso, pensando che il Va' pensiero venisse da lì, invece che dal Nabucco, ma nessun problema: Bossi aveva arruolato Pepìn Verdi fra i protoleghisti e adottato il Va' pensiero come inno ufficiale. Da lì in avanti eseguito in ogni raduno di Pontida, e ascoltato con la mano sul cuore. Con la signora Manuela molto elegante, era anche sceso a Verona dove all'Arena era in cartellone il Nabucco, ma se n'erano fuggiti dopo il primo tempo sotto una pioggia di insulti dei lavoratori del teatro, rifugiandosi in pizzeria.
La poesia, comunque, era rimasta un grande amore. Tanto che a un certo punto la Lega si trovò ad avere un poeta ufficiale, anzi un "bardo". Si chiamava Archimede Bontempi (è morto pochi anni fa d'infarto nella vasca da bagno), un signore gentile e compìto, ex assessore alla Cultura del Comune di Pavia. Un signore che non amava ricordare i propri anni giovanili, quand'era stato un quasi poeta ufficiale del Mls (Movimento lavoratori per il socialismo) di Mario Capanna, e i suoi versi gareggiavano con quelli di Giulio Stocchi nella assemblee all'università Statale. Ma, dallo stalinismo al leghismo, era stata una folgorazione. Bontempi creava componimenti sui "poveri padani oppressi", e aveva anche raccolto le sue liriche nel volume All'onda del Po. Poesie senza censura. Dal palco dei raduni leghisti - per esempio a Venezia in Riva Sette Martiri per la proclamazione della Padania - infliggeva alla platea i suoi versi aulici, ma aveva anche notevoli competenze in Storia dell'Europa orientale, che a un certo punto gli avevano fruttato l'incarico di "ministro degli Esteri" della Lega e parecchie missioni diplomatiche.
La poesia, visto che il Capo ci teneva, aveva avuto anche un suo Concorso di poesia padana. La cerimonia di conferimento dei premi fu a Venezia, e a consegnarli fu Mario Borghezio, che molto ispirato proclamò: "Noi vogliamo una politica che voli sulle ali della poesia!".
Nelle arti figurative la Lega ha avuto riscontri minori, bisogna dire. Se si esclude la presenza del pittore Luigi Regianini, anche lui "ufficiale" a un certo punto. Dipingeva quadri ispirati a una sorta di espressionismo-surrealismo padano, molto epico però. E realizzava enormi fondali che venivano collocati alle spalle del palco, sui quali le abituali mostruose creature del Regianini lasciavano spesso il campo ad alpini con la penna nera, montagne e chalet, e anche diversi Papi, soprattutto Papa Luciani con annesso leone di San Marco. Bossi a un certo punto venne stimolato ad avvicinarsi a un altro pittore padano, quando il senatore Vito Gnutti gli regalò un bronzo di Antonio Ligabue, una pantera che ancora campeggia sulla mensola del camino di casa. Ma non ci furono sviluppi.
Il cinema ha esercitato un certo fascino su Bossi, soprattutto quando il regista Renzo Martinelli girò alcuni film che piacevano ai leghisti. Soprattutto 11 settembre 1683 sull'assedio di Vienna e la sconfitta dei turchi, la battaglia che secondo Bossi era stata vinta grazie alla carica "dei lancieri padani", vale a dire le milizie guidate da Eugenio di Savoia. Si dice che Bossi abbia avuto un piccolo ruolo come comparsa nel film, ma non ci sono conferme. L'altra pellicola di Martinelli amata dai leghisti era Il mercante di pietre su un cattivissimo Harvey Keitel che si converte all'Islam e aderisce a Al Qaeda.
In letteratura, invece, non ci sono tracce di seguito leghista, a meno di voler citare il volume Mutata mutanda di Roberto Calderoli, dall'incipit sensazionale: "Mutata mutanda, cambia ciò che deve essere cambiato. Ho coniugato poi, al plurale, questo mio personale imperativo per poterlo rivolgere a voi dalla copertina del libro, perché esso rappresenta la terapia al mio morbo personale, terapia che ho individuato dopo una faticosa autopsia di me stesso e la conseguente diagnosi. Questo lavoro è un sofferto dissezionamento della mia sfera cosciente e del mio iter emozionale e culturale".
E la tv? In questo campo la Lega si è distinta soprattutto per piazzare alcuni suoi uomini in Rai. Il più noto è Antonio Marano, che è stato direttore di Rai2 e vicedirettore generale. Avendo una lunga esperienza nelle tv locali, venne chiamato a giudicare l'esordio televisivo di Irene Pivetti, ex presidente della Camera, ad Antenna 3. La trasmissione era Casa Italia. Alla fine della prima puntata Marano emise la sentenza: "La ragazza funziona, buca lo schermo. Ma io ci metterei un po' di pelo".
Sul Venerdì dell'11 gennaio 2019
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In principio fu la poesia, bisogna dirlo. Era il 1979, Umberto Bossi era ancora uno studente recordman dei fuoricorso in Medicina, che in casa aveva raccontato d'essersi laureato e usciva ogni mattina con la valigetta d'ordinanza da dutùr. Ma la sua passione era la politica. Aveva appena conosciuto Bruno Salvadori, autonomista valdostano, che gli aveva consigliato di avvicinarsi alla poesia dialettale, terreno fertile. E Bossi aveva cominciato a frequentare la Famiglia Bosina, contribuendo anche con alcuni componimenti. "Il dialetto mi era familiare" ha raccontato "perché in casa mia l'avevo ascoltato fin da bambino". Il dialetto del Varesotto.
"Verda 'na voeulta e piena de parol, tera ca t'he scultàà sguignì ul trapon e bastemà i roeus". Terra verde una volta, dove le talpe squittivano e bestemmiavano le rose. Versi del Bossi. Poesie ambientaliste (Canzone per la Malpensa, contro il taglio dei boschi per creare l'aeroporto, o anche Il lago morto, inquinato e pieno di rifiuti), ma anche operaie (Lo sciopero alla Bassetti): "Vagan a dà via ul cü i padron, mi da goma an fo pü". Operai che rifiutano la fabbrica, intonano canto socialisti, rimpiangono la cascina e la stalla. Bossi era nostalgico, ma anche di sinistra, e veniva dal Pci.
E anche dopo, fondata la Lega, l'ispiratore di ogni fantasia culturale, storica o artistica è sempre stato lui. Del tutto a caso, e in maniera imprevedibile. Nei lunghi vagabondaggi notturni ("El g'ha el fuso orario de Nosferatu", diceva il suo autista Pino Babbini), nelle chiacchiere di paese, o nelle saltuarie letture perlopiù suggerite dalla moglie Manuela Marrone, era capace di cogliere spunti da riciclare fantasiosamente in chiave indipendentista. Il movimento si adeguava alle passioni del capo. Quando vide il film Braveheart, epico polpettone con Mel Gibson nei panni dell'eroe nazionale scozzese William Wallace, la colonna sonora venne adottata per i raduni di Pontida.
Con la musica Bossi aveva una qualche consuetudine, poi abbandonata. Col nome d'arte di Donato aveva tentato la carriera di cantautore, e nel 1961 aveva partecipato al Festival di Castrocaro: bocciato in semifinale perché "troppo triste". Incise anche un 45 giri, coi brani Ebbro (boogie woogie) e Sconforto (rock slow). In copertina una sua foto: maglione dolcevita, stivali, ciuffo fra Don Backy e Joe Sentieri, finge di suonare la chitarra. Non si conoscono altre sue performance musicali. Ma anni dopo la Lega adottò come "cantautore leghista" Sergio Borsato, e corteggiò Davide Van de Sfroos. All'hotel Mirella di Ponte di Legno, durante i soggiorni estivi del Capo che abitava lì vicino, c'era sempre anche il maestro Corna, pianista di pianobar, che aveva scritto un inno per la Lega, ma si lamentava che non gliel'avessero mai pagato.
Ma è sull'opera lirica, sempre in un soggiorno estivo camuno, che Bossi avrebbe concentrato i suoi entusiasmi. Qualcuno gli aveva rivelato che un certo Giuseppe Verdi aveva composto I lombardi alla prima crociata, roba che cascava a fagiolo per l'orgoglio leghista. S'era un po' confuso, pensando che il Va' pensiero venisse da lì, invece che dal Nabucco, ma nessun problema: Bossi aveva arruolato Pepìn Verdi fra i protoleghisti e adottato il Va' pensiero come inno ufficiale. Da lì in avanti eseguito in ogni raduno di Pontida, e ascoltato con la mano sul cuore. Con la signora Manuela molto elegante, era anche sceso a Verona dove all'Arena era in cartellone il Nabucco, ma se n'erano fuggiti dopo il primo tempo sotto una pioggia di insulti dei lavoratori del teatro, rifugiandosi in pizzeria.
La poesia, comunque, era rimasta un grande amore. Tanto che a un certo punto la Lega si trovò ad avere un poeta ufficiale, anzi un "bardo". Si chiamava Archimede Bontempi (è morto pochi anni fa d'infarto nella vasca da bagno), un signore gentile e compìto, ex assessore alla Cultura del Comune di Pavia. Un signore che non amava ricordare i propri anni giovanili, quand'era stato un quasi poeta ufficiale del Mls (Movimento lavoratori per il socialismo) di Mario Capanna, e i suoi versi gareggiavano con quelli di Giulio Stocchi nella assemblee all'università Statale. Ma, dallo stalinismo al leghismo, era stata una folgorazione. Bontempi creava componimenti sui "poveri padani oppressi", e aveva anche raccolto le sue liriche nel volume All'onda del Po. Poesie senza censura. Dal palco dei raduni leghisti - per esempio a Venezia in Riva Sette Martiri per la proclamazione della Padania - infliggeva alla platea i suoi versi aulici, ma aveva anche notevoli competenze in Storia dell'Europa orientale, che a un certo punto gli avevano fruttato l'incarico di "ministro degli Esteri" della Lega e parecchie missioni diplomatiche.
La poesia, visto che il Capo ci teneva, aveva avuto anche un suo Concorso di poesia padana. La cerimonia di conferimento dei premi fu a Venezia, e a consegnarli fu Mario Borghezio, che molto ispirato proclamò: "Noi vogliamo una politica che voli sulle ali della poesia!".
Nelle arti figurative la Lega ha avuto riscontri minori, bisogna dire. Se si esclude la presenza del pittore Luigi Regianini, anche lui "ufficiale" a un certo punto. Dipingeva quadri ispirati a una sorta di espressionismo-surrealismo padano, molto epico però. E realizzava enormi fondali che venivano collocati alle spalle del palco, sui quali le abituali mostruose creature del Regianini lasciavano spesso il campo ad alpini con la penna nera, montagne e chalet, e anche diversi Papi, soprattutto Papa Luciani con annesso leone di San Marco. Bossi a un certo punto venne stimolato ad avvicinarsi a un altro pittore padano, quando il senatore Vito Gnutti gli regalò un bronzo di Antonio Ligabue, una pantera che ancora campeggia sulla mensola del camino di casa. Ma non ci furono sviluppi.
Il cinema ha esercitato un certo fascino su Bossi, soprattutto quando il regista Renzo Martinelli girò alcuni film che piacevano ai leghisti. Soprattutto 11 settembre 1683 sull'assedio di Vienna e la sconfitta dei turchi, la battaglia che secondo Bossi era stata vinta grazie alla carica "dei lancieri padani", vale a dire le milizie guidate da Eugenio di Savoia. Si dice che Bossi abbia avuto un piccolo ruolo come comparsa nel film, ma non ci sono conferme. L'altra pellicola di Martinelli amata dai leghisti era Il mercante di pietre su un cattivissimo Harvey Keitel che si converte all'Islam e aderisce a Al Qaeda.
In letteratura, invece, non ci sono tracce di seguito leghista, a meno di voler citare il volume Mutata mutanda di Roberto Calderoli, dall'incipit sensazionale: "Mutata mutanda, cambia ciò che deve essere cambiato. Ho coniugato poi, al plurale, questo mio personale imperativo per poterlo rivolgere a voi dalla copertina del libro, perché esso rappresenta la terapia al mio morbo personale, terapia che ho individuato dopo una faticosa autopsia di me stesso e la conseguente diagnosi. Questo lavoro è un sofferto dissezionamento della mia sfera cosciente e del mio iter emozionale e culturale".
E la tv? In questo campo la Lega si è distinta soprattutto per piazzare alcuni suoi uomini in Rai. Il più noto è Antonio Marano, che è stato direttore di Rai2 e vicedirettore generale. Avendo una lunga esperienza nelle tv locali, venne chiamato a giudicare l'esordio televisivo di Irene Pivetti, ex presidente della Camera, ad Antenna 3. La trasmissione era Casa Italia. Alla fine della prima puntata Marano emise la sentenza: "La ragazza funziona, buca lo schermo. Ma io ci metterei un po' di pelo".
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