Chadia Rodriguez: avere vent'anni e tante vite alle spalle
Valerio Millefoglie , di VALERIO MILLEFOGLIEImmigrata, ex calciatrice, ex modella di nudo, tra le poche donne della trap. Oggi esce il suo ep: "Parlo di droga e delle botte di mio padre, che ora mi sostiene. Ho imparato dalla strada"
MILANO. «Sto attraversando un periodo della mia vita molto bello, ricco di cose. E venire in questo locale, che ho iniziato a frequentare appena arrivata a Milano, mi fa ripensare a com’ero prima, a cosa facevo prima». Perché cosa faceva prima? «La fotomodella di nudo. Penso che sia arte, come la musica. Anche se in generale le persone sono portate a criticare una ragazza che non ha problemi a farsi vedere nuda. Mi sono accorta di non provare alcun imbarazzo nel mostrarmi davanti agli altri, e anche davanti a me stessa. Alla fine il mio corpo è uguale a quello di qualsiasi donna che c’è su questo pianeta».
Chadia Rodriguez, 20 anni, nata ad Almería da padre marocchino e madre spagnola, arrivata con la famiglia a Torino quando aveva pochi anni, è la prima rapper donna a finire sulla copertina di una playlist rap di Spotify Italia. L’ep Avere vent’anni, che esce oggi, 11 gennaio, raccoglie i cinque sing…
Chadia Rodriguez, 20 anni, nata ad Almería da padre marocchino e madre spagnola, arrivata con la famiglia a Torino quando aveva pochi anni, è la prima rapper donna a finire sulla copertina di una playlist rap di Spotify Italia. L’ep Avere vent’anni, che esce oggi, 11 gennaio, raccoglie i cinque sing…
MILANO. «Sto attraversando un periodo della mia vita molto bello, ricco di cose. E venire in questo locale, che ho iniziato a frequentare appena arrivata a Milano, mi fa ripensare a com’ero prima, a cosa facevo prima». Perché cosa faceva prima? «La fotomodella di nudo. Penso che sia arte, come la musica. Anche se in generale le persone sono portate a criticare una ragazza che non ha problemi a farsi vedere nuda. Mi sono accorta di non provare alcun imbarazzo nel mostrarmi davanti agli altri, e anche davanti a me stessa. Alla fine il mio corpo è uguale a quello di qualsiasi donna che c’è su questo pianeta».
Chadia Rodriguez, 20 anni, nata ad Almería da padre marocchino e madre spagnola, arrivata con la famiglia a Torino quando aveva pochi anni, è la prima rapper donna a finire sulla copertina di una playlist rap di Spotify Italia. L’ep Avere vent’anni, che esce oggi, 11 gennaio, raccoglie i cinque singoli usciti nel 2018 più un inedito e un remix. Sonorità trap su cui si stendono epigrafi: «Buttate i diamanti nel mare il giorno del mio funerale» come canta in Dale. «Sister, staccala dal blister» è il primo verso di Sister, che nel ritornello rifà il verso a Pastiglie, la hit del 1996 dei Prozac+.
«Hanno detto che ho voluto far passare l’abuso di droghe. Non è vero» spiega Chadia. «Ci sono argomenti di cui si deve parlare, le droghe esprimono la mancanza di qualcosa e per i ragazzi che non vivono in un ambiente sereno rappresentano l’unico modo per evadere. Io passavo le giornate in piazza a fumare canne con gli amici, a far niente di utile, poi mi sono accorta che su quelle panchine ci sarei rimasta».
Seduta dunque in un cocktail bar che le ricorda gli inizi, cioè un anno fa, Chadia snocciola la sua biografia con frasi che richiamano lo stesso immaginario dei suoi testi. «Convivevo con il mio ex a Torino. Ci sono stata più di un anno. O due. Forse anche tre. Non so, ho cercato di rimuovere qualsiasi cosa». «Appena ho compiuto 19 anni sono andata dai miei genitori, li ho guardati e gli ho detto: “Qua non c’è niente da fare, io vado a vivere a Milano”».
«I posti che mi hanno formato di più? Mentirei se dicessi la scuola. Avrei voluto studiare costruzione di modelli aerei, il primo anno di superiori ho fatto quello. Poi ho studiato moda. Ma ho imparato dalla strada». Cosa ha imparato esattamente dalla strada? «Le cose reali, che non si vivono guardando la televisione o un computer. Essendo marocchina sono cresciuta in mezzo ai marocchini. Ho visto la povertà, quella vera, ho visto fare cose assurde e sono cresciuta grazie ai consigli di gente vissuta letteralmente in strada».
Seguendo trame da romanzo, la storia si sposta a Milano, dove Chadia si guadagna da vivere con le foto di nudo. Le sue canzoni registrate in casa con lo smartphone arrivano tramite un amico comune a Big Fish e a Jake La Furia, in cerca di una voce femminile. E quella voce diventa la sua. «Non sono solo i miei produttori, sono una famiglia» sottolinea Chadia.
Del periodo che in Sarebbe comodo descrive dicendo «Vorrei guardare foto di me bambina senza pensare all’accendino e alla benzina», ricorda: «Sono cresciuta con un pallone tra i piedi. Sono sempre stata la maschiaccia di turno, non ero la ragazzina che girava con la bambola sottobraccio, amavo di più le macchine e il pallone. Ho convinto i miei genitori a iscrivermi a una scuola di calcio e così ho giocato per un anno in una squadra maschile, nel Centrocampo di Torino. Durante una partita mi hanno notato quelli della Juventus giovanile e mi hanno chiesto: “Perché vieni qui a giocare?”. Gli ho risposto “Ce l’ho dietro casa”. Abitavo nel quartiere Barriera di Milano. Mi hanno presa nella Juventus, ero ambidestra e ho giocato per sette anni come terzino e poi come fascia. La partita più bella è stata un derby Toro-Juve, ho fatto una sovrapposizione del terzino, con un gol rasoterra, pazzesco, me lo ricorderò per sempre». Un infortunio al ginocchio mette fine alla carriera calcistica.
In macchina mentre andiamo in studio da Big Fish legge su Instagram la storia di una ragazza: «Mi chiamo Alexandra, ho 16 anni e sono di origine moldava. Vivo una situazione familiare difficile. Mio padre è morto, mia madre si è rifatta la vita con un altro. La mia rapper preferita è Chadia». «Che amori, mi fanno volare. Spesso faccio delle dirette Instagram in cui chiedo quali siano i loro problemi, cosa è successo a scuola o a casa. Prima o dopo i concerti cerco sempre di passarci del tempo insieme. Mi dicono che le rappresento, che riesco a cantare ciò che loro non riescono a dire. Molte mi raccontano di essere state bullizzate. Io consiglio di parlarne con un adulto e di non aver paura. La paura è lecita, ma se non l’affronti non potrai andare avanti».
Sentirsi soli non è proprio di qualsiasi adolescenza, di ogni generazione? «Certo, ma adesso con i social ha una portata diversa. Un conto è se una cosa avviene solo nel tuo paesino. Oggi ogni cosa si amplia e viene a sapersi in tutta Italia». Riguardo alla tragedia di Corinaldo pensa che l’opinione pubblica si sia concentrata più sul commentare in maniera negativa i testi di Sfera Ebbasta che il fatto in sé. «In fondo cerchiamo di trasmettere amore e solidarietà a chi ci ascolta».
Nello studio di Big Fish c’è un crocifisso appeso alle spalle del mixer. «Prima ero credente, poi è venuta mancare la mia madrina e ho smesso di credere. Mi ha cresciuta lei e quando ha iniziato a star male ho pregato per un mese intero che guarisse. Dopo ho iniziato a credere nella scienza perché si basa sui fatti. I miei genitori sono musulmani. Porto rispetto per ciò in cui credono. Mi hanno mandata anche a scuola di arabo, mi addormentavo. La mia parola preferita è yalla: su, andiamo, facciamo. Sono iperattiva».
In Sarebbe comodo scrive: «Sono una che si rialza quando cade, perfino con le botte di mio padre». «Ciò che è successo nel passato rimane nel passato. Ora i miei genitori mi sostengono, ci sentiamo tutti i giorni, ma quando ero lì mi sono cresciuta da sola e ora rendo conto solo a me stessa». Fra altri vent’anni, a quaranta, si vede sempre sul palco. «Spero senza rughe. E se non ci sarà la trap, se le cose cambieranno, cambierò con le cose. Intanto scrivo i miei pensieri perché ho paura di dimenticarli».
Sul Venerdì dell'11 gennaio 2019
Chadia Rodriguez, 20 anni, nata ad Almería da padre marocchino e madre spagnola, arrivata con la famiglia a Torino quando aveva pochi anni, è la prima rapper donna a finire sulla copertina di una playlist rap di Spotify Italia. L’ep Avere vent’anni, che esce oggi, 11 gennaio, raccoglie i cinque singoli usciti nel 2018 più un inedito e un remix. Sonorità trap su cui si stendono epigrafi: «Buttate i diamanti nel mare il giorno del mio funerale» come canta in Dale. «Sister, staccala dal blister» è il primo verso di Sister, che nel ritornello rifà il verso a Pastiglie, la hit del 1996 dei Prozac+.
«Hanno detto che ho voluto far passare l’abuso di droghe. Non è vero» spiega Chadia. «Ci sono argomenti di cui si deve parlare, le droghe esprimono la mancanza di qualcosa e per i ragazzi che non vivono in un ambiente sereno rappresentano l’unico modo per evadere. Io passavo le giornate in piazza a fumare canne con gli amici, a far niente di utile, poi mi sono accorta che su quelle panchine ci sarei rimasta».
Seduta dunque in un cocktail bar che le ricorda gli inizi, cioè un anno fa, Chadia snocciola la sua biografia con frasi che richiamano lo stesso immaginario dei suoi testi. «Convivevo con il mio ex a Torino. Ci sono stata più di un anno. O due. Forse anche tre. Non so, ho cercato di rimuovere qualsiasi cosa». «Appena ho compiuto 19 anni sono andata dai miei genitori, li ho guardati e gli ho detto: “Qua non c’è niente da fare, io vado a vivere a Milano”».
«I posti che mi hanno formato di più? Mentirei se dicessi la scuola. Avrei voluto studiare costruzione di modelli aerei, il primo anno di superiori ho fatto quello. Poi ho studiato moda. Ma ho imparato dalla strada». Cosa ha imparato esattamente dalla strada? «Le cose reali, che non si vivono guardando la televisione o un computer. Essendo marocchina sono cresciuta in mezzo ai marocchini. Ho visto la povertà, quella vera, ho visto fare cose assurde e sono cresciuta grazie ai consigli di gente vissuta letteralmente in strada».
Seguendo trame da romanzo, la storia si sposta a Milano, dove Chadia si guadagna da vivere con le foto di nudo. Le sue canzoni registrate in casa con lo smartphone arrivano tramite un amico comune a Big Fish e a Jake La Furia, in cerca di una voce femminile. E quella voce diventa la sua. «Non sono solo i miei produttori, sono una famiglia» sottolinea Chadia.
Del periodo che in Sarebbe comodo descrive dicendo «Vorrei guardare foto di me bambina senza pensare all’accendino e alla benzina», ricorda: «Sono cresciuta con un pallone tra i piedi. Sono sempre stata la maschiaccia di turno, non ero la ragazzina che girava con la bambola sottobraccio, amavo di più le macchine e il pallone. Ho convinto i miei genitori a iscrivermi a una scuola di calcio e così ho giocato per un anno in una squadra maschile, nel Centrocampo di Torino. Durante una partita mi hanno notato quelli della Juventus giovanile e mi hanno chiesto: “Perché vieni qui a giocare?”. Gli ho risposto “Ce l’ho dietro casa”. Abitavo nel quartiere Barriera di Milano. Mi hanno presa nella Juventus, ero ambidestra e ho giocato per sette anni come terzino e poi come fascia. La partita più bella è stata un derby Toro-Juve, ho fatto una sovrapposizione del terzino, con un gol rasoterra, pazzesco, me lo ricorderò per sempre». Un infortunio al ginocchio mette fine alla carriera calcistica.
In macchina mentre andiamo in studio da Big Fish legge su Instagram la storia di una ragazza: «Mi chiamo Alexandra, ho 16 anni e sono di origine moldava. Vivo una situazione familiare difficile. Mio padre è morto, mia madre si è rifatta la vita con un altro. La mia rapper preferita è Chadia». «Che amori, mi fanno volare. Spesso faccio delle dirette Instagram in cui chiedo quali siano i loro problemi, cosa è successo a scuola o a casa. Prima o dopo i concerti cerco sempre di passarci del tempo insieme. Mi dicono che le rappresento, che riesco a cantare ciò che loro non riescono a dire. Molte mi raccontano di essere state bullizzate. Io consiglio di parlarne con un adulto e di non aver paura. La paura è lecita, ma se non l’affronti non potrai andare avanti».
Sentirsi soli non è proprio di qualsiasi adolescenza, di ogni generazione? «Certo, ma adesso con i social ha una portata diversa. Un conto è se una cosa avviene solo nel tuo paesino. Oggi ogni cosa si amplia e viene a sapersi in tutta Italia». Riguardo alla tragedia di Corinaldo pensa che l’opinione pubblica si sia concentrata più sul commentare in maniera negativa i testi di Sfera Ebbasta che il fatto in sé. «In fondo cerchiamo di trasmettere amore e solidarietà a chi ci ascolta».
Nello studio di Big Fish c’è un crocifisso appeso alle spalle del mixer. «Prima ero credente, poi è venuta mancare la mia madrina e ho smesso di credere. Mi ha cresciuta lei e quando ha iniziato a star male ho pregato per un mese intero che guarisse. Dopo ho iniziato a credere nella scienza perché si basa sui fatti. I miei genitori sono musulmani. Porto rispetto per ciò in cui credono. Mi hanno mandata anche a scuola di arabo, mi addormentavo. La mia parola preferita è yalla: su, andiamo, facciamo. Sono iperattiva».
In Sarebbe comodo scrive: «Sono una che si rialza quando cade, perfino con le botte di mio padre». «Ciò che è successo nel passato rimane nel passato. Ora i miei genitori mi sostengono, ci sentiamo tutti i giorni, ma quando ero lì mi sono cresciuta da sola e ora rendo conto solo a me stessa». Fra altri vent’anni, a quaranta, si vede sempre sul palco. «Spero senza rughe. E se non ci sarà la trap, se le cose cambieranno, cambierò con le cose. Intanto scrivo i miei pensieri perché ho paura di dimenticarli».
Sul Venerdì dell'11 gennaio 2019