Georg Baselitz: il mondo lo vedo meglio capovolto
Antonella Barina , di ANTONELLA BARINASarà il primo artista vivente a esporre nelle Gallerie dell'Accademia a Venezia. Per l'occasione lo abbiamo incontrato nel suo compound bavarese. Calvo. E protetto come una vera star
MONACO DI BAVIERA. Il regno di Georg Baselitz, a 40 chilometri da Monaco, è un arcipelago di edifici autoreferenziali e diffidenti dietro a cancelli e siepi, con un cane che abbaia e capannoni di eternit ecologico che sembrano non avere porte e finestre, tanto i portelloni sono serrati e invisibili. Perfino lo studio dell'artista pare uno scatolone cieco: la luce lo inonda solo dal soffitto trasparente e da una vetrata invisibile a chi entra, perché affaccia sul lato opposto, su un bosco spoglio e plumbeo come il limitrofo lago Ammersee. Aperta e ariosa è solo la sua bellissima casa in vetro, firmata Herzog & de Meuron, le star dell'architettura mondiale. Ma a schermare anche questa ci sono tende e querce; e a presidiarne l'ingresso, due imponenti totem neri in cedro del Libano, raffiguranti Baselitz e la moglie Elke.
Entrando poi si ha la sensazione di violare un microcosmo esoterico riservato agli adepti. La collezione d'arte serpeggia tra s…
Entrando poi si ha la sensazione di violare un microcosmo esoterico riservato agli adepti. La collezione d'arte serpeggia tra s…
MONACO DI BAVIERA. Il regno di Georg Baselitz, a 40 chilometri da Monaco, è un arcipelago di edifici autoreferenziali e diffidenti dietro a cancelli e siepi, con un cane che abbaia e capannoni di eternit ecologico che sembrano non avere porte e finestre, tanto i portelloni sono serrati e invisibili. Perfino lo studio dell'artista pare uno scatolone cieco: la luce lo inonda solo dal soffitto trasparente e da una vetrata invisibile a chi entra, perché affaccia sul lato opposto, su un bosco spoglio e plumbeo come il limitrofo lago Ammersee. Aperta e ariosa è solo la sua bellissima casa in vetro, firmata Herzog & de Meuron, le star dell'architettura mondiale. Ma a schermare anche questa ci sono tende e querce; e a presidiarne l'ingresso, due imponenti totem neri in cedro del Libano, raffiguranti Baselitz e la moglie Elke.
Entrando poi si ha la sensazione di violare un microcosmo esoterico riservato agli adepti. La collezione d'arte serpeggia tra stili e secoli come gli interessi del padrone di casa: una Madonna del Trecento francese, un'opera di Warhol, un Fontana prima maniera, un lavoro del giapponese Hokusai... Così come la libreria che, salendo a spirale, si arrampica su due piani e all'interno del tortiglione forma una sorta di capsula spaziale, dove il Maestro legge, riflette, elabora nuove idee.
Difeso da assistenti zelanti forse più del richiesto, altrimenti non avrebbero ragion d'essere - visto che Baselitz dipinge senza aiutanti, senza modelli, in solitudine e silenzio totale. Segugi che vietano le fotografie, centellinano le riproduzioni dei quadri, proibiscono di descrivere questo o quello, pretendono il controllo di ogni sua parola citata. Eppure solo dieci anni fa avevo intervistato Baselitz senza filtri, gendarmi, interpreti, registratori: un uomo più divertente, spiazzante, provocatorio. Ma, ai tempi, le sue opere non venivano ancora battute all'asta per qualche milione di dollari.
Oggi, a 80 anni, Baselitz torreggia vezzeggiato nell'Olimpo dell'Arte tedesca. E sarà il primo artista vivente a esporre nelle Gallerie dell'Accademia di Venezia, in una retrospettiva curata dallo spagnolo Kosme de Barañano che aprirà il 7 maggio, a ridosso della Biennale: 42 dipinti, molti disegni e xilografie, alcune sculture. "Opere dai primi anni 60 a oggi" spiega lui stesso. "Con un'enfasi sui lavori meno noti, come i nudi di Elke e miei, dipinti tra il '72 e il '75; e la serie di ritratti al negativo, realizzati nel 2004".
Le sue immagini, si sa, sono spesso capovolte, cifra della rivoluzione artistica di Baselitz che, osservando il mondo a testa in giù, sovverte una pratica pittorica millenaria e ogni antagonismo tra arte figurativa e arte astratta. Ma alcuni dei dipinti ancora in lavorazione nel suo studio non sono solo ribaltati, hanno anche chiaroscuri alla rovescia, come negativi fotografici, come radiografie: lavori in bianco, nero e grigio in cui l'immagine è così invertita due volte. Mentre le sue combinazioni dissonanti di rosa, gialli, verdi, blu tornano in tele più piccole sparse qua e là, in cui Baselitz reinterpreta gli autoritratti degli artisti da lui più amati: il Doganiere Rousseau, Mondrian, Kirchner, Calder, Rothko, Fontana... Nuovi lavori che dal 24 gennaio al 16 marzo saranno esposti in un'altra mostra - da Gagosian a New York - con il titolo riverente di Devotion.
Si ripropone così nell'arte, come nella vita, tutto il mondo introverso di Baselitz, che ritrae quasi sempre se stesso e sua moglie (sposata nel 1962), i propri punti di riferimento, i propri incubi. "Elke è il mio centro e non ho mai desiderato un'altra modella" sorride. "Un po' come Pigmalione, perdutamente innamorato della figura che ha scolpito. Solo che il mio ideale è in carne ed ossa". Quindi aggiunge: "Una volta, in Italia, cercai di dipingere un melo, senza riuscirci: mi sono dovuto far mandare la foto di un melo del mio paese, in Sassonia, perché ne nascesse un quadro. A funzionare, nel mio caso, è solo il contatto con me stesso e ciò che mi è molto vicino. Come per Morandi, che ha sempre vissuto con le sorelle e dipinto in una stanza. Penso che l'arte non debba riflettere il mondo intero, ma la stretta realtà dell'artista. E al tempo stesso dialogare con l'arte che l'ha preceduta, offrendo risposte sconosciute e inaspettate".
L'opera di Baselitz, con radici così tedesche, è stata in realtà profondamente influenzata dall'incontro con la storia dell'arte italiana: non a caso l'Accademia di Venezia ora l'accoglie tra i suoi Tiziano, Tintoretto, Giorgione... "Arrivai in Italia per la prima volta nel 1965, a 27 anni: a Firenze, con una borsa di studio. Venivo da una società distrutta, da un paesaggio distrutto, da un popolo distrutto: da Berlino, rasa al suolo dalla guerra, e dalla Germania dell'Est, dove avevo conosciuto solo l'arte del realismo socialista. Mi sono ritrovato in una città intatta e piena di gioia di vivere. E il contrasto con il mio mondo d'origine mi ha irritato. Avevo sempre la sensazione di dovermi giustificare per quel che era avvenuto, come se avessi la coscienza sporca, nonostante la mia giovanissima età. Non riuscivo a capire perché l'Italia non facesse i conti con quel passato recente che invece la Germania si sforzava di elaborare. Se Firenze non ha cambiato la mia visione del mondo, mi ha però offerto una straordinaria chance di studio e formazione".
Aveva sette anni Georg, figlio di un maestro elementare iscritto al Partito nazista, quando Dresda fu bombardata a tappeto: le fiamme si videro a distanza fin dalla sua cittadina natale, Deutschbaselitz, da cui in seguito, lui che si chiamava Georg Kern, ricavò il proprio pseudonimo. Aveva 18 anni quando per indisciplina ("volevo dar fastidio, indignare") fu espulso da una scuola d'arte, in quella che intanto era diventata Germania dell'Est. Ne aveva 20 quando, passato a Berlino Ovest con una gran rabbia in corpo e fame di libertà, scoprì Pollock, Rothko, ma anche l'outsider art e il teatro totale e sconvolgente di Artaud. Fu una folgorazione.
Nel '63 la sua Grande notte in bianco, immagine grottesca di un bambino che si masturba, suscitò un putiferio. Ma fece anche risuonare il nome di Baselitz. Che già dipingeva con pennelli e dita sulla tela stesa per terra (tutt'oggi il pavimento del suo studio è una tavolozza di colori): personaggi deformati, torturati, volti fissi, anonimi. Universali.
"Al Louvre di Parigi schizzavo i corpi contorti del Parmigianino. In Italia le figure grottesche di Francesco Pianta", ricorda oggi l'artista che, testa rasata a zero (contro i capelli lunghi dei suoi anni 60) e abito di velluto a coste (contro il look audace d'un tempo), sembra ormai più un gentleman inglese che un ribelle. Ma la sua energia rimane furente, di chi si porta dietro il passato e, di regime in regime, di ordine ne ha visto fin troppo. Da quel '65 a Firenze, Baselitz ha sempre avuto uno studio in Italia. Ora a Imperia. "In Germania sono perfettamente integrato", spiega. "In Italia un estraneo: nessuno si interessa a me e posso lavorare in tranquillità".
Fu la Biennale di Venezia del 1980 a lanciarlo anche a livello internazionale. La fama le ha cambiato la vita? "Mi ha reso meno pigro: quando sei molto richiesto, devi produrre non stop. Non conosco nessuno che sia riuscito ad avere successo prescindendo dal mercato. Neanche street artist come Banksy - un grande - che dipinge su muri non suoi. Ma se il mercato è libero, se il potere non trasforma l'arte in propaganda, funziona. Il problema è che troppi artisti, per piacere al pubblico, perdono la loro carica graffiante e finiscono per assecondare il pensiero dominante".
Un pensiero che oggi, in troppi Paesi, vira pericolosamente verso l'estrema destra. Le fa paura? "Ho vissuto fin troppe situazioni terrorizzanti, compresa la minaccia di una guerra atomica, sostenuta anche da sistemi democratici. Temo che il gridare al fascismo in rimonta, da parte di tanti governi attuali, sia un modo per convincere l'elettorato di essere l'unica opzione priva di rischi. Così, tremanti, continuiamo a votarli. È la tattica della Chiesa che, per uncinarci nel suo credo, minaccia l'Inferno". Baselitz fa una pausa, sorride ammiccante: "Lo so, devo sempre capovolgere ciò che gli altri vedono diritto. Ma così vivo meglio".
Sul Venerdì dell'11 gennaio 2019
Entrando poi si ha la sensazione di violare un microcosmo esoterico riservato agli adepti. La collezione d'arte serpeggia tra stili e secoli come gli interessi del padrone di casa: una Madonna del Trecento francese, un'opera di Warhol, un Fontana prima maniera, un lavoro del giapponese Hokusai... Così come la libreria che, salendo a spirale, si arrampica su due piani e all'interno del tortiglione forma una sorta di capsula spaziale, dove il Maestro legge, riflette, elabora nuove idee.
Difeso da assistenti zelanti forse più del richiesto, altrimenti non avrebbero ragion d'essere - visto che Baselitz dipinge senza aiutanti, senza modelli, in solitudine e silenzio totale. Segugi che vietano le fotografie, centellinano le riproduzioni dei quadri, proibiscono di descrivere questo o quello, pretendono il controllo di ogni sua parola citata. Eppure solo dieci anni fa avevo intervistato Baselitz senza filtri, gendarmi, interpreti, registratori: un uomo più divertente, spiazzante, provocatorio. Ma, ai tempi, le sue opere non venivano ancora battute all'asta per qualche milione di dollari.
Oggi, a 80 anni, Baselitz torreggia vezzeggiato nell'Olimpo dell'Arte tedesca. E sarà il primo artista vivente a esporre nelle Gallerie dell'Accademia di Venezia, in una retrospettiva curata dallo spagnolo Kosme de Barañano che aprirà il 7 maggio, a ridosso della Biennale: 42 dipinti, molti disegni e xilografie, alcune sculture. "Opere dai primi anni 60 a oggi" spiega lui stesso. "Con un'enfasi sui lavori meno noti, come i nudi di Elke e miei, dipinti tra il '72 e il '75; e la serie di ritratti al negativo, realizzati nel 2004".
Le sue immagini, si sa, sono spesso capovolte, cifra della rivoluzione artistica di Baselitz che, osservando il mondo a testa in giù, sovverte una pratica pittorica millenaria e ogni antagonismo tra arte figurativa e arte astratta. Ma alcuni dei dipinti ancora in lavorazione nel suo studio non sono solo ribaltati, hanno anche chiaroscuri alla rovescia, come negativi fotografici, come radiografie: lavori in bianco, nero e grigio in cui l'immagine è così invertita due volte. Mentre le sue combinazioni dissonanti di rosa, gialli, verdi, blu tornano in tele più piccole sparse qua e là, in cui Baselitz reinterpreta gli autoritratti degli artisti da lui più amati: il Doganiere Rousseau, Mondrian, Kirchner, Calder, Rothko, Fontana... Nuovi lavori che dal 24 gennaio al 16 marzo saranno esposti in un'altra mostra - da Gagosian a New York - con il titolo riverente di Devotion.
Si ripropone così nell'arte, come nella vita, tutto il mondo introverso di Baselitz, che ritrae quasi sempre se stesso e sua moglie (sposata nel 1962), i propri punti di riferimento, i propri incubi. "Elke è il mio centro e non ho mai desiderato un'altra modella" sorride. "Un po' come Pigmalione, perdutamente innamorato della figura che ha scolpito. Solo che il mio ideale è in carne ed ossa". Quindi aggiunge: "Una volta, in Italia, cercai di dipingere un melo, senza riuscirci: mi sono dovuto far mandare la foto di un melo del mio paese, in Sassonia, perché ne nascesse un quadro. A funzionare, nel mio caso, è solo il contatto con me stesso e ciò che mi è molto vicino. Come per Morandi, che ha sempre vissuto con le sorelle e dipinto in una stanza. Penso che l'arte non debba riflettere il mondo intero, ma la stretta realtà dell'artista. E al tempo stesso dialogare con l'arte che l'ha preceduta, offrendo risposte sconosciute e inaspettate".
L'opera di Baselitz, con radici così tedesche, è stata in realtà profondamente influenzata dall'incontro con la storia dell'arte italiana: non a caso l'Accademia di Venezia ora l'accoglie tra i suoi Tiziano, Tintoretto, Giorgione... "Arrivai in Italia per la prima volta nel 1965, a 27 anni: a Firenze, con una borsa di studio. Venivo da una società distrutta, da un paesaggio distrutto, da un popolo distrutto: da Berlino, rasa al suolo dalla guerra, e dalla Germania dell'Est, dove avevo conosciuto solo l'arte del realismo socialista. Mi sono ritrovato in una città intatta e piena di gioia di vivere. E il contrasto con il mio mondo d'origine mi ha irritato. Avevo sempre la sensazione di dovermi giustificare per quel che era avvenuto, come se avessi la coscienza sporca, nonostante la mia giovanissima età. Non riuscivo a capire perché l'Italia non facesse i conti con quel passato recente che invece la Germania si sforzava di elaborare. Se Firenze non ha cambiato la mia visione del mondo, mi ha però offerto una straordinaria chance di studio e formazione".
Aveva sette anni Georg, figlio di un maestro elementare iscritto al Partito nazista, quando Dresda fu bombardata a tappeto: le fiamme si videro a distanza fin dalla sua cittadina natale, Deutschbaselitz, da cui in seguito, lui che si chiamava Georg Kern, ricavò il proprio pseudonimo. Aveva 18 anni quando per indisciplina ("volevo dar fastidio, indignare") fu espulso da una scuola d'arte, in quella che intanto era diventata Germania dell'Est. Ne aveva 20 quando, passato a Berlino Ovest con una gran rabbia in corpo e fame di libertà, scoprì Pollock, Rothko, ma anche l'outsider art e il teatro totale e sconvolgente di Artaud. Fu una folgorazione.
Nel '63 la sua Grande notte in bianco, immagine grottesca di un bambino che si masturba, suscitò un putiferio. Ma fece anche risuonare il nome di Baselitz. Che già dipingeva con pennelli e dita sulla tela stesa per terra (tutt'oggi il pavimento del suo studio è una tavolozza di colori): personaggi deformati, torturati, volti fissi, anonimi. Universali.
"Al Louvre di Parigi schizzavo i corpi contorti del Parmigianino. In Italia le figure grottesche di Francesco Pianta", ricorda oggi l'artista che, testa rasata a zero (contro i capelli lunghi dei suoi anni 60) e abito di velluto a coste (contro il look audace d'un tempo), sembra ormai più un gentleman inglese che un ribelle. Ma la sua energia rimane furente, di chi si porta dietro il passato e, di regime in regime, di ordine ne ha visto fin troppo. Da quel '65 a Firenze, Baselitz ha sempre avuto uno studio in Italia. Ora a Imperia. "In Germania sono perfettamente integrato", spiega. "In Italia un estraneo: nessuno si interessa a me e posso lavorare in tranquillità".
Fu la Biennale di Venezia del 1980 a lanciarlo anche a livello internazionale. La fama le ha cambiato la vita? "Mi ha reso meno pigro: quando sei molto richiesto, devi produrre non stop. Non conosco nessuno che sia riuscito ad avere successo prescindendo dal mercato. Neanche street artist come Banksy - un grande - che dipinge su muri non suoi. Ma se il mercato è libero, se il potere non trasforma l'arte in propaganda, funziona. Il problema è che troppi artisti, per piacere al pubblico, perdono la loro carica graffiante e finiscono per assecondare il pensiero dominante".
Un pensiero che oggi, in troppi Paesi, vira pericolosamente verso l'estrema destra. Le fa paura? "Ho vissuto fin troppe situazioni terrorizzanti, compresa la minaccia di una guerra atomica, sostenuta anche da sistemi democratici. Temo che il gridare al fascismo in rimonta, da parte di tanti governi attuali, sia un modo per convincere l'elettorato di essere l'unica opzione priva di rischi. Così, tremanti, continuiamo a votarli. È la tattica della Chiesa che, per uncinarci nel suo credo, minaccia l'Inferno". Baselitz fa una pausa, sorride ammiccante: "Lo so, devo sempre capovolgere ciò che gli altri vedono diritto. Ma così vivo meglio".
Sul Venerdì dell'11 gennaio 2019