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I Legnanesi in scena (Federico Vagliati) 

Leghisti a chi? Siamo solo Legnanesi. In gonnella

Fuori dalla Lombardia li conoscono in pochi, ma ancora oggi riempiono i teatri con i loro show dialettali e en travesti. Amati da Strehler e Fellini, festeggiano 70 anni. A furor di popolo
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MILANO. Tutta colpa del cardinale Schuster. Senza l'editto con cui proibiva gli spettacoli promiscui nei teatri parrocchiali della diocesi di Milano, I Legnanesi probabilmente non esisterebbero. Corre l'anno 1949. Per aggirare il diktat, Felice Musazzi e i suoi, di giorno operai in fabbrica, di sera attori dilettanti all'oratorio di Legnano, scelgono l'en travesti e fanno bingo. La farsa dialettale si innesta sul varietà all'italiana. Nasce la famiglia Colombo, cognome padano doc come il cortile di ringhiera dove abitano la Teresa (Felice Musazzi), donna tutta d'un pezzo, sana stirpe lombarda, il Giovanni (Luigi Cavalleri), marito ridotto al semimutismo, e la Mabilia (Tony Barlocco), figlia destinata allo zitellaggio permanente e soubrette mancata che anima sgargianti quadri da rivista, con lustrini, boys e scalinate degne della Wandissima.

Senza volerlo, i Legnanesi fanno la rivoluzione, non da operai ma in gonnella. Il pubblico impazzisce per spettaco…
MILANO. Tutta colpa del cardinale Schuster. Senza l'editto con cui proibiva gli spettacoli promiscui nei teatri parrocchiali della diocesi di Milano, I Legnanesi probabilmente non esisterebbero. Corre l'anno 1949. Per aggirare il diktat, Felice Musazzi e i suoi, di giorno operai in fabbrica, di sera attori dilettanti all'oratorio di Legnano, scelgono l'en travesti e fanno bingo. La farsa dialettale si innesta sul varietà all'italiana. Nasce la famiglia Colombo, cognome padano doc come il cortile di ringhiera dove abitano la Teresa (Felice Musazzi), donna tutta d'un pezzo, sana stirpe lombarda, il Giovanni (Luigi Cavalleri), marito ridotto al semimutismo, e la Mabilia (Tony Barlocco), figlia destinata allo zitellaggio permanente e soubrette mancata che anima sgargianti quadri da rivista, con lustrini, boys e scalinate degne della Wandissima.

Senza volerlo, i Legnanesi fanno la rivoluzione, non da operai ma in gonnella. Il pubblico impazzisce per spettacoli che si intitolano Va là batel, Teresa e Mabilia show in famiglia, Il cortile dei miracoli, I pover Christ Superstar. Tra i loro fan anche intellettuali insospettabili. In prima linea Alberto Arbasino, che scomoda  Bertolt Brecht e il cabaret alla Karl Valentin, ne esalta la vocazione kitsch ma irrobustita dalla coscienza di classe. "Per la prima volta il proletariato parla di sé, illustra con efficacia incomparabile i conflitti (drammatici e talvolta ridicoli) tra la vecchia anima popolare e le alienazioni più moderne" scrive nel 1970. Fellini molla il set di Amarcord per correre a vederli. Musazzi incontra Nureyev e Liza Minelli alla Santa Lucia, la pizzeria della gente di teatro, dietro l'allora gloriosissimo Odeon, tra il Duomo e la Scala. Di lui Strehler dice "peccato che la migliore attrice italiana sia un uomo". Piacciono a Flaiano e Visconti, mentre Rascel e Macario sono ospiti fissi di casa Musazzi, dove il piatto forte è la pasta e fagioli.

"Nonostante fosse diventato una star, papà è rimasto un uomo semplice, un operaio" ricorda la figlia Sandra, oggi direttore artistico a presidiare dietro le quinte la colossale macchina dei Legnanesi, una quarantina di persone tra attori e tecnici, due tir per le scenografie. Altro discendente di sangue, il nipote di Tony Barlocco, Enrico, direttore di produzione. La compagnia compie 70 anni, si preparano grandi festeggiamenti, arrivare fin qui non era scontato.

Musazzi muore nel 1989 (Tony Barlocco l'aveva preceduto nel 1986), segue faticosa fase di riorganizzazione, comincia una nuova era: la tradizione prima di tutto, opportunamente aggiornata allo spirito del tempo. Capocomico diventa Antonio Provasio, che eredita la maschera della Teresa intorno al 2000, ma è in compagnia dal 1982. Il Giovanni è Luigi Campisi (scelto per il ruolo da Musazzi), la Mabilia Enrico Dalceri, che firma anche le scene e i sontuosissimi costumi (un centinaio almeno per ogni spettacolo) e preferisce non dire che il suo altro lavoro è da Armani, dove è dirigente dell'ufficio stile Emporio Uomo.

Strana miscela antropologica, questi Legnanesi. Provinciali? Può darsi, ma con un seguito da rockstar, anomalia di un mercato teatrale in cui, pur spingendosi raramente oltre la Linea Gotica, sono campioni di incassi su scala nazionale: con una media di 160.000 spettatori a stagione, si assestano tra i primi dieci titoli più visti in Italia. Lo show che celebra i loro settant'anni, 70 voglia di ridere c'è, a una settimana dal debutto a Milano (in scena per più di due mesi al Teatro della Luna, fino al 3 marzo) aveva già venduto 40.000 biglietti. Con il loro pubblico, "la nostra gente", come dicono, hanno un rapporto speciale. Ci vanno in crociera, per esempio. "Prima con Costa e poi Msc. Alla fine le persone cercano questo. Stare insieme, lasciare a casa i guai e ridere serenamente", dice Provasio. La Teresa, la Mabilia e il Giovanni a zonzo per il Mediterraneo con il loro seguito di fan: ci vorrebbe David Foster Wallace per raccontarlo.

La verità è che gli spettatori sono i loro primi e unici finanziatori. "Mai preso un euro di soldi pubblici" rivendicano. Quanto alle simpatie politiche, associarli alla Lega è fin troppo facile. "Veniamo dal paese di Alberto da Giussano, più che una colpa una sfiga" scherza Enrico Barlocco "e comunque i Legnanesi esistono da prima della Lega". Che forse ha più vantaggio a mettere la bandiera verde sopra i Legnanesi di quanto loro ne abbiano a sventolarla.

Certo, quando si è trattato di sbarcare su RaiDue qualche anno fa, epoca Antonio Marano, "è stato per interessamento della Lega" ammette Provasio, ma finisce qui. "Siamo apolitici. Se poi qualcuno vuole darci dei leghisti per partito preso, faccia pure, ma è un giudizio un po' ignorante. Come tutti i poveri cristi, I Legnanesi se la prendono con chi sta al potere. Ne abbiamo avute per tutti, Berlusconi, Renzi. Adesso pagano dazio Lega e Cinque Stelle, ma giusto qualche battuta: non facciamo satira, la gente è stanca della politica. Non ci sono più i leader di una volta, gente come Berlinguer".

E con Salvini, come la mettiamo? "Ci invitava a Radio Padania quando era direttore. Non è affatto stupido, ci ha fatto alzare un po' la testa in Europa e ha alcune buone idee. Poi esagera, come esagera sempre la Lega. Dovrebbe ponderare di più le sue esternazioni, ma tutto sommato gli darei un 6". Capitolo chiuso.

Le loro affollatissime platee nordiche sono un campione sociologico meno omogeneo di quanto ci si aspetterebbe. "Imprenditori, disoccupati, professionisti, famiglie, molti bambini. Zoccolo duro, gli over 50, ma stiamo lavorando al ricambio generazionale". Il tinello della famiglia Colombo è un cult anche tra i gay, che hanno elevato la Mabilia a icona: non sarà mai una drag queen ma le lanciano le rose. "Giochiamo su una linea sottile. È la lezione di Musazzi: facciamo ridere perché siamo uomini vestiti da donne, non travestiti".

Estetica camp in salsa padana. Non solo. Se qualcuno forse esagera accostandoli a Govi o a Eduardo, è innegabile che siano gli ultimi discendenti di un teatro dialettale in estinzione. Inevitabilmente italianizzato ma senza rivali equivalenti a Sud. E infatti ricevono gli omaggi di Renzo Arbore e Vincenzo Salemme. Riduttivo liquidarli come una baracconata ruspante.

"Tutt'altro" sostiene Alberto Bentoglio, docente di Storia del teatro all'Università degli Studi di Milano e spettatore fedelissimo, "ne apprezzo l'alta professionalità, ma soprattutto li considero gli eredi Commedia dell'Arte. I loro personaggi  parlano in dialetto, hanno ruoli fissi, cioè sono maschere. Il pubblico ha imparato a conoscerli, ne anticipa le battute. Come succedeva secoli fa con gli Arlecchini e le amorose della Commedia dell'Arte. E poi c'è l'improvvisazione, in cui sono maestri. A ogni replica entrano nuove gag, che sono la versione moderna dei lazzi, aggiornate sera per sera sul filo della cronaca". Spicciola, naturalmente.

Adesso, per esempio, c'è posto per i Ferragnez, i grattacieli di Milano e la moda del food, ma a garantire la fedeltà alla tradizione arrivano gli Alpini. "Divertire, divertirci senza dimenticare i valori importanti, il gusto delle cose semplici, il calore di una famiglia". Sembra facile, ma la formula va azzeccata. Questione di fiuto. Il loro è micidiale nell'intercettare gli umori della platea, la famosa pancia del Paese, per come borbotta lassù al Nord.

Sul Venerdì dell'11 gennaio 2019