Vita quotidiana sotto protezione
Andrea Gualtieri , di ANDREA GUALTIERIPentiti e testimoni di giustizia: ne valeva la pena? Dopo l'omicidio di Pesaro lo abbiamo chiesto a una di loro: "Viviamo nella paura.Ma a farci impazzire è la burocrazia"
ROMA. Laura non si chiama davvero così ma non può rivelare il suo vero nome, né il luogo nel quale vivono i suoi genitori. Quando ha chiesto il rilascio della patente ha dovuto aspettare più di sei mesi. Una volta le è capitato di partire per l'Olanda e ha rischiato di restare bloccata al rientro, perché un banale controllo dei documenti in aeroporto aveva rilevato che la sua identità era anomala. Quel giorno Laura non poteva spiegare alla funzionaria dello scalo che lei non è una terrorista, ma la figlia di uno dei pochi cittadini che hanno avuto il coraggio di denunciare un boss mafioso e per questo devono vivere con la loro famiglia sotto protezione.
L'omicidio di Marcello Bruzzese, avvenuto a Pesaro il giorno di Natale, ha fatto riaffiorare le esistenze fantasma di chi si è messo contro il potere delle organizzazioni criminali. Sono vite in prestito, dietro le quali nascondersi per almeno cinque anni che quasi…
L'omicidio di Marcello Bruzzese, avvenuto a Pesaro il giorno di Natale, ha fatto riaffiorare le esistenze fantasma di chi si è messo contro il potere delle organizzazioni criminali. Sono vite in prestito, dietro le quali nascondersi per almeno cinque anni che quasi…
ROMA. Laura non si chiama davvero così ma non può rivelare il suo vero nome, né il luogo nel quale vivono i suoi genitori. Quando ha chiesto il rilascio della patente ha dovuto aspettare più di sei mesi. Una volta le è capitato di partire per l'Olanda e ha rischiato di restare bloccata al rientro, perché un banale controllo dei documenti in aeroporto aveva rilevato che la sua identità era anomala. Quel giorno Laura non poteva spiegare alla funzionaria dello scalo che lei non è una terrorista, ma la figlia di uno dei pochi cittadini che hanno avuto il coraggio di denunciare un boss mafioso e per questo devono vivere con la loro famiglia sotto protezione.
L'omicidio di Marcello Bruzzese, avvenuto a Pesaro il giorno di Natale, ha fatto riaffiorare le esistenze fantasma di chi si è messo contro il potere delle organizzazioni criminali. Sono vite in prestito, dietro le quali nascondersi per almeno cinque anni che quasi sempre diventano molti di più, perché la malavita ha memoria lunga. Nuove città e nuove case, nelle quali si piomba con gli abiti della sera prima, ma senza poter svelare ai nuovi vicini di casa e ai compagni di scuola dei figli da dove si arriva e da cosa si fugge. Senza il solito lavoro, senza contatti con parenti e amici. Con una residenza fiscale in una caserma della Guardia di finanza e la posta che viene dirottata a un indirizzo di Roma, dove ha sede il servizio centrale di protezione. Sapendo che tutto può finire di nuovo nella centrifuga se la copertura viene messa a rischio. E che questo, in fondo, sarebbe il male minore se l'alternativa è finire come Bruzzese. "Nel caso di Pesaro qualcosa non ha funzionato" ha ammesso il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho.
Le indagini potrebbero essere un'occasione per rivedere le prassi di un sistema che costa allo Stato 60 milioni all'anno ma presenta diverse criticità. A partire dalla scelta delle località protette. Qualche anno fa, un pentito di mafia fu costretto a chiedere il trasferimento perché nel parco della cittadina dove l'avevano sistemato ha visto passeggiare un ex affiliato alla cosca rivale: li avevano alloggiati a pochi isolati di distanza, con il rischio che un passo falso di uno dei due potesse far saltare la copertura di entrambi. "La mia famiglia" racconta Laura "è stata mandata in un appartamento nel quale prima abitava un pentito. E tutti nel palazzo sapevano che l'affitto era pagato dal ministero dell'Interno".
Secondo gli ultimi dati ufficiali, diffusi nel 2017, il sistema di protezione accoglie oltre seimila persone: 1.277 sono collaboratori - i pentiti, appunto - accompagnati da 4.915 familiari. La tutela dello Stato è spesso l'ultima occasione per uscire da un circuito mortale. Per i testimoni è diverso: sotto copertura ce ne sono solo 78 con 255 parenti. Sono cittadini che non hanno mai fatto parte delle organizzazioni mafiose ma hanno assistito alle malefatte o le hanno subite. E hanno deciso di ribellarsi. Come il padre di Laura, imprenditore calabrese tartassato dalla cosca.
"Nei primi anni del Duemila" racconta la ragazza, "ha denunciato ed è stato mandato in una località segreta: ha affrontato la prima trafila, fatta di sistemazioni provvisorie e lunghi periodi in alberghi periferici, senza relazioni con l'esterno. Poi anche mia madre ha testimoniato contro il boss. A quel punto abbiamo raggiunto mio padre in quella che sarebbe diventata la nostra nuova città". Laura aveva sette anni, suo fratello dieci: "I miei genitori sono stati bravi a farci capire cosa stesse succedendo, ci avevano educati fin da piccolissimi al fatto che in paese c'erano persone perbene e altre da evitare perché facevano cose cattive".
Come sarebbe stata la nuova vita, però, non potevano immaginarlo. "Per un magistrato è facile chiedere di denunciare la 'ndrangheta" afferma Laura, "ma se qualcuno lo fa, perché non gli viene spiegato a cosa va davvero incontro?". Lei l'ha sperimentato sulla sua pelle per quindici anni: quelli della sua adolescenza, della maggiore età. Tanti, invece, mollano subito. "Insieme ai miei genitori ci fu un altro che si offrì di testimoniare: ha vissuto sotto protezione per sei mesi, poi si è arreso". Anche la famiglia di Laura ha attraversato le crisi: "Chi ha un'identità di copertura non può lavorare: ha un codice fiscale falso che serve solo ai fini sanitari. E mio padre dopo un po' ha rischiato di crollare. Alla fine si è trasferito all'estero e lì ha potuto riprendere un'attività. Mia madre ha affrontato periodi di depressione, mio fratello ha maturato una reazione rabbiosa".
Le statistiche, dice un funzionario dello Stato che chiede di restare anonimo, rivelano che i primi periodi sono i più difficili: "In quella fase la pressione emotiva è più forte. A cedere sono soprattutto coloro che hanno figli piccoli, perché non sanno come rispondere al disagio dei bimbi. E per loro non c'è un supporto specializzato. Sa quanti sono gli psicologi che si prendono cura degli oltre seimila che vivono sotto protezione? Meno di dieci".
La paura, racconta Laura, diventa una compagna abituale e la prudenza si radica fino a trasformarsi in uno schema mentale, in un'attitudine: "Mi viene spontaneo chiedermi chi sia la persona che mi rivolge la parola, da quale famiglia provenga, se abbia secondi fini: faccio ricerche, mi informo. Tutto da sola, perché la vigilanza delle forze di polizia si limita a una pattuglia che ogni tanto fa un giro sulla strada di casa nostra. Per il resto, nella vita di ogni giorno dobbiamo cavarcela con le nostre forze".
Le giornate, nel racconto di Laura, scorrono tra burocrazia e complicazioni: "Non è obbligatorio prendere un nome di copertura, ma se lo fai puoi usarlo solo nella regione in cui ti trasferisci. Perciò ogni volta che ti allontani devi comunicarlo al servizio, andare in questura a ritirare i tuoi documenti autentici da usare nella tua destinazione. In pratica, quindi, spostarsi senza preavviso è impossibile". Ogni richiesta deve seguire una trafila che passa per il Nop, il Nucleo operativo di protezione addetto al presidio territoriale, per arrivare al sistema centrale, al di sopra del quale c'è poi una commissione presieduta da un sottosegretario.
"Spesso le richieste che si consegnano al Nop vengono protocollate negli uffici centrali ma si perdono nei meandri degli scaffali. Non c'è un referente univoco che tenga un rapporto con una famiglia: a volte ti risponde una persona, a volte un'altra. E le procedure che suggeriscono sono aleatorie". Come è successo quando la madre di Laura chiese un certificato di nascita: "Le dissero di rivolgersi direttamente all'anagrafe: ci sembrò strano perché i dati delle persone sotto protezione sono oscurati negli archivi della pubblica amministrazione. E infatti allo sportello non riuscirono ad accedere. Lo riferimmo al servizio di protezione ma stavolta ci risposero che era un errore seguire l'iter che loro stessi ci avevano suggerito in precedenza".
Un paio d'anni fa per Laura si profilava la fine delle scuole superiori: "Decidemmo di chiedere alla commissione l'uscita della nostra famiglia dal sistema di protezione per iscrivermi all'università e affittare una stanza col mio vero cognome. Venne dato parere negativo. Ma un anno dopo ci arrivò la comunicazione che il programma per noi si sarebbe concluso. Mi trovai il problema di farmi riconoscere gli esami e di modificare il contratto di locazione. Chiesi un aiuto. Lo sa cosa mi risposero? Che non ero tenuta a spiegare ai professori, al padrone di casa e ai miei coinquilini perché il mio cognome fosse cambiato all'improvviso. Le sembra possibile?".
Alla fine Laura ha ideato da sola uno stratagemma: "Perlomeno, crescendo in questo contesto ho imparato a relazionarmi con le istituzioni e ad aggirare i burocrati. Certo, ne avrei fatto volentieri a meno. Però ai miei genitori dico che la loro scelta è stata giusta: se mi trovassi nella stessa situazione, denuncerei anch'io. Ma pretenderei dallo Stato maggiori garanzie".
Sul Venerdì del 18 gennaio 2019
L'omicidio di Marcello Bruzzese, avvenuto a Pesaro il giorno di Natale, ha fatto riaffiorare le esistenze fantasma di chi si è messo contro il potere delle organizzazioni criminali. Sono vite in prestito, dietro le quali nascondersi per almeno cinque anni che quasi sempre diventano molti di più, perché la malavita ha memoria lunga. Nuove città e nuove case, nelle quali si piomba con gli abiti della sera prima, ma senza poter svelare ai nuovi vicini di casa e ai compagni di scuola dei figli da dove si arriva e da cosa si fugge. Senza il solito lavoro, senza contatti con parenti e amici. Con una residenza fiscale in una caserma della Guardia di finanza e la posta che viene dirottata a un indirizzo di Roma, dove ha sede il servizio centrale di protezione. Sapendo che tutto può finire di nuovo nella centrifuga se la copertura viene messa a rischio. E che questo, in fondo, sarebbe il male minore se l'alternativa è finire come Bruzzese. "Nel caso di Pesaro qualcosa non ha funzionato" ha ammesso il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho.
Le indagini potrebbero essere un'occasione per rivedere le prassi di un sistema che costa allo Stato 60 milioni all'anno ma presenta diverse criticità. A partire dalla scelta delle località protette. Qualche anno fa, un pentito di mafia fu costretto a chiedere il trasferimento perché nel parco della cittadina dove l'avevano sistemato ha visto passeggiare un ex affiliato alla cosca rivale: li avevano alloggiati a pochi isolati di distanza, con il rischio che un passo falso di uno dei due potesse far saltare la copertura di entrambi. "La mia famiglia" racconta Laura "è stata mandata in un appartamento nel quale prima abitava un pentito. E tutti nel palazzo sapevano che l'affitto era pagato dal ministero dell'Interno".
Secondo gli ultimi dati ufficiali, diffusi nel 2017, il sistema di protezione accoglie oltre seimila persone: 1.277 sono collaboratori - i pentiti, appunto - accompagnati da 4.915 familiari. La tutela dello Stato è spesso l'ultima occasione per uscire da un circuito mortale. Per i testimoni è diverso: sotto copertura ce ne sono solo 78 con 255 parenti. Sono cittadini che non hanno mai fatto parte delle organizzazioni mafiose ma hanno assistito alle malefatte o le hanno subite. E hanno deciso di ribellarsi. Come il padre di Laura, imprenditore calabrese tartassato dalla cosca.
"Nei primi anni del Duemila" racconta la ragazza, "ha denunciato ed è stato mandato in una località segreta: ha affrontato la prima trafila, fatta di sistemazioni provvisorie e lunghi periodi in alberghi periferici, senza relazioni con l'esterno. Poi anche mia madre ha testimoniato contro il boss. A quel punto abbiamo raggiunto mio padre in quella che sarebbe diventata la nostra nuova città". Laura aveva sette anni, suo fratello dieci: "I miei genitori sono stati bravi a farci capire cosa stesse succedendo, ci avevano educati fin da piccolissimi al fatto che in paese c'erano persone perbene e altre da evitare perché facevano cose cattive".
Come sarebbe stata la nuova vita, però, non potevano immaginarlo. "Per un magistrato è facile chiedere di denunciare la 'ndrangheta" afferma Laura, "ma se qualcuno lo fa, perché non gli viene spiegato a cosa va davvero incontro?". Lei l'ha sperimentato sulla sua pelle per quindici anni: quelli della sua adolescenza, della maggiore età. Tanti, invece, mollano subito. "Insieme ai miei genitori ci fu un altro che si offrì di testimoniare: ha vissuto sotto protezione per sei mesi, poi si è arreso". Anche la famiglia di Laura ha attraversato le crisi: "Chi ha un'identità di copertura non può lavorare: ha un codice fiscale falso che serve solo ai fini sanitari. E mio padre dopo un po' ha rischiato di crollare. Alla fine si è trasferito all'estero e lì ha potuto riprendere un'attività. Mia madre ha affrontato periodi di depressione, mio fratello ha maturato una reazione rabbiosa".
Le statistiche, dice un funzionario dello Stato che chiede di restare anonimo, rivelano che i primi periodi sono i più difficili: "In quella fase la pressione emotiva è più forte. A cedere sono soprattutto coloro che hanno figli piccoli, perché non sanno come rispondere al disagio dei bimbi. E per loro non c'è un supporto specializzato. Sa quanti sono gli psicologi che si prendono cura degli oltre seimila che vivono sotto protezione? Meno di dieci".
La paura, racconta Laura, diventa una compagna abituale e la prudenza si radica fino a trasformarsi in uno schema mentale, in un'attitudine: "Mi viene spontaneo chiedermi chi sia la persona che mi rivolge la parola, da quale famiglia provenga, se abbia secondi fini: faccio ricerche, mi informo. Tutto da sola, perché la vigilanza delle forze di polizia si limita a una pattuglia che ogni tanto fa un giro sulla strada di casa nostra. Per il resto, nella vita di ogni giorno dobbiamo cavarcela con le nostre forze".
Le giornate, nel racconto di Laura, scorrono tra burocrazia e complicazioni: "Non è obbligatorio prendere un nome di copertura, ma se lo fai puoi usarlo solo nella regione in cui ti trasferisci. Perciò ogni volta che ti allontani devi comunicarlo al servizio, andare in questura a ritirare i tuoi documenti autentici da usare nella tua destinazione. In pratica, quindi, spostarsi senza preavviso è impossibile". Ogni richiesta deve seguire una trafila che passa per il Nop, il Nucleo operativo di protezione addetto al presidio territoriale, per arrivare al sistema centrale, al di sopra del quale c'è poi una commissione presieduta da un sottosegretario.
"Spesso le richieste che si consegnano al Nop vengono protocollate negli uffici centrali ma si perdono nei meandri degli scaffali. Non c'è un referente univoco che tenga un rapporto con una famiglia: a volte ti risponde una persona, a volte un'altra. E le procedure che suggeriscono sono aleatorie". Come è successo quando la madre di Laura chiese un certificato di nascita: "Le dissero di rivolgersi direttamente all'anagrafe: ci sembrò strano perché i dati delle persone sotto protezione sono oscurati negli archivi della pubblica amministrazione. E infatti allo sportello non riuscirono ad accedere. Lo riferimmo al servizio di protezione ma stavolta ci risposero che era un errore seguire l'iter che loro stessi ci avevano suggerito in precedenza".
Un paio d'anni fa per Laura si profilava la fine delle scuole superiori: "Decidemmo di chiedere alla commissione l'uscita della nostra famiglia dal sistema di protezione per iscrivermi all'università e affittare una stanza col mio vero cognome. Venne dato parere negativo. Ma un anno dopo ci arrivò la comunicazione che il programma per noi si sarebbe concluso. Mi trovai il problema di farmi riconoscere gli esami e di modificare il contratto di locazione. Chiesi un aiuto. Lo sa cosa mi risposero? Che non ero tenuta a spiegare ai professori, al padrone di casa e ai miei coinquilini perché il mio cognome fosse cambiato all'improvviso. Le sembra possibile?".
Alla fine Laura ha ideato da sola uno stratagemma: "Perlomeno, crescendo in questo contesto ho imparato a relazionarmi con le istituzioni e ad aggirare i burocrati. Certo, ne avrei fatto volentieri a meno. Però ai miei genitori dico che la loro scelta è stata giusta: se mi trovassi nella stessa situazione, denuncerei anch'io. Ma pretenderei dallo Stato maggiori garanzie".
Sul Venerdì del 18 gennaio 2019