L'Infinito: assumere questi versi prima dei vent'anni
Eraldo Affinati , di ERALDO AFFINATIUn ragazzo che prima "si spaura", poi naufraga dolcemente nel mare dei pensieri e delle sensazioni. Come capita a quelli di oggi. Un insegnante-scrittore spiega la poesia di Leopardi riga per riga
[1] Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
Leopardi andava sul Monte Tabor sin da ragazzo a cercare momenti di pausa e riflessione. Si trattava di un luogo familiare al primogenito del conte Monaldo. Quando, a soli ventuno anni, scrisse L'Infinito, idillio in endecasillabi sciolti di valore sorprendente rispetto alle opere fino allora da lui composte, era reduce da una grande delusione: pochi mesi prima il padre, sventando un suo piano di fuga da Recanati, lo aveva mortificato come nessun educatore dovrebbe mai fare. Eppure il tumulto emotivo che potremmo supporre nel silenzio che precede questo mirabile attacco sembra scomparso. Ogni presumibile enfasi viene cancellata, una volta per tutte, dalla perentoria risoluzione stilistica.
Nel verso iniziale convivono due parole di opposta estrazione: "ermo" (solitario, lontano) e "caro". La prima è rara e scelta, la seconda dolce e affettuosa. D'improvviso il repertorio lirico e lessicale della nost…
Leopardi andava sul Monte Tabor sin da ragazzo a cercare momenti di pausa e riflessione. Si trattava di un luogo familiare al primogenito del conte Monaldo. Quando, a soli ventuno anni, scrisse L'Infinito, idillio in endecasillabi sciolti di valore sorprendente rispetto alle opere fino allora da lui composte, era reduce da una grande delusione: pochi mesi prima il padre, sventando un suo piano di fuga da Recanati, lo aveva mortificato come nessun educatore dovrebbe mai fare. Eppure il tumulto emotivo che potremmo supporre nel silenzio che precede questo mirabile attacco sembra scomparso. Ogni presumibile enfasi viene cancellata, una volta per tutte, dalla perentoria risoluzione stilistica.
Nel verso iniziale convivono due parole di opposta estrazione: "ermo" (solitario, lontano) e "caro". La prima è rara e scelta, la seconda dolce e affettuosa. D'improvviso il repertorio lirico e lessicale della nost…
[1] Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
Leopardi andava sul Monte Tabor sin da ragazzo a cercare momenti di pausa e riflessione. Si trattava di un luogo familiare al primogenito del conte Monaldo. Quando, a soli ventuno anni, scrisse L'Infinito, idillio in endecasillabi sciolti di valore sorprendente rispetto alle opere fino allora da lui composte, era reduce da una grande delusione: pochi mesi prima il padre, sventando un suo piano di fuga da Recanati, lo aveva mortificato come nessun educatore dovrebbe mai fare. Eppure il tumulto emotivo che potremmo supporre nel silenzio che precede questo mirabile attacco sembra scomparso. Ogni presumibile enfasi viene cancellata, una volta per tutte, dalla perentoria risoluzione stilistica.
Nel verso iniziale convivono due parole di opposta estrazione: "ermo" (solitario, lontano) e "caro". La prima è rara e scelta, la seconda dolce e affettuosa. D'improvviso il repertorio lirico e lessicale della nostra tradizione si ravviva come mai prima era accaduto. C'è una musica interna irripetibile in questo attacco, un'onda ritmica che certo ritornerà potente nelle Ricordanze e suprema nella Ginestra. Ma la lucidità febbrile e animata che diede vita al capolavoro dei vent'anni resterà come un luce unica della giovinezza, un nodo che non si scioglierà più.
[2] e questa siepe, che da tanta parte
sell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
La siepe impedisce allo sguardo di spaziare oltre, favorendo il raccoglimento del poeta. "Tanta parte" e "ultimo orizzonte" richiamano alla mente distanze vertiginose. "Quest'ermo" e "questa siepe" delimitano l'area: la inchiodano. È una contrapposizione folgorante che annuncia, in uno sventolio di bandiere, il tema fondamento.
[3] Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo;
Il "Ma" iniziale è un colpo di gong improvviso che produce una torsione indimenticabile, da cui scaturisce tutto il resto. Mentre resta seduto e guarda, Leopardi immagina che oltre la siepe ("quella") ci siano spazi privi di confine, silenzi indicibili, una quiete smisurata. Dalla posizione angusta in cui si trova, il poeta ricava, dentro di sé, un sentimento nuovo. Anche qui c'è una concretezza realistica (stare seduti) e un'astrazione fantastica (lo scenario figurato).
[4] ove per poco
il cor non si spaura.
La mente, nel suo agitarsi inquieto, aveva fatto congetture; il sentimento che ne consegue resta turbato, quasi confuso. Là dove la ragione avanza, il cuore recalcitra, timoroso. Notare che "il cor" non ha nulla di vezzoso. Siamo di fronte a uno strapiombo dell'anima. Come facesse il giovane Giacomo a non perdere, nemmeno per un istante, il governo degli strumenti espressivi, cioè della propria ansia tesa a rappresentarsi chissà quali mondi dietro quel cespuglio, resta un mistero. L'ottavo verso è il centro pulsante della poesia perché viene spezzato dal punto fermo che imporrà la radicale mutazione di passo: una scogliera memorabile della nostra letteratura, dalla cui sommità un secolo di finti ragionatori (gli imparruccati poeti illuministi) prende congedo.
[5] E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando:
Qui comincia, quarant'anni esatti prima del languido Bacio di Francesco Hayez, il vero, grande romanticismo italiano. La voce del vento tra le fronde degli alberi è entrata nei "sovrumani silenzi" e li ha trasformati in "infinito silenzio": il passaggio dal plurale al singolare risulta cruciale perché mette a fuoco l'immagine. Il silenzio nasce nell'animo del giovane come un'accensione spirituale indeterminata, quindi vibra dentro di lui nel rapporto diretto con la natura. Quella che poteva rischiare di essere una fantasticheria, trova forza e riscontro nell'esperienza concreta.
[6] e mi sovvien l'eterno
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei.
Aver udito il suono del vento fra le piante e averlo paragonato al silenzio interiore accende il ricordo delle epoche trascorse che si ripresentano come in un fascio unico, tenendo insieme presente e passato, ancora nella successione fra plurale e singolare. "Morte stagioni": qua c'è tutto il disincanto leopardiano, la sfiducia storica per quelle che poi diventeranno le "magnifiche sorti e progressive" della Ginestra. "La presente e viva, e il suon di lei": qui invece tocchiamo con mano il vitalismo del poeta che, nel momento in cui conosce la felicità, intuisce di non poterla praticare.
[7] Così tra questa
immensità s'annega il pensier mio:
e il naufragar m'è dolce in questo mare.
Il pensiero, dopo aver immaginato territori sconfinati, non riducibili alle categorie razionali, si perde, si smarrisce, muore. Questa sconfitta conoscitiva, invece di rattristare il poeta, lo fa star bene. Il piacere scaturito dal mancato controllo ha la meglio sulla pretesa di dominare i fantasmi appena evocati. Non si tratta di un abbandono mistico. Tutto nasce da un'emozione dei sensi. Questi ultimi, al cospetto del grandioso paesaggio della mente e del cuore, si trasformano in povere lance spuntate. Ma anche le categorie logiche non ci portano oltre. Il giovane Leopardi sputa a terra la semplice raison settecentesca. D'accordo, questa potrebbe essere la sua voce: mi sono letto tutta l'Encyclopedie. Ho eseguito i compiti. Ma cosa posso farmene ora, di fronte alla consapevolezza di finitudine che m'attanaglia? Proprio grazie a tale presa in carico della mia insufficienza, apprezzo i tesori che la vita mi offre. La loro sostanza effimera accresce il valore che possono dispensarmi. Un immortale, oltre ad essere un uomo infelice, non scriverebbe.
L'infinito rappresenta un punto di non ritorno. Dovremo aspettare ancora qualche anno per avere le risposte che qui non ci sono. Verranno annunciate nelle Operette morali e mirabilmente sentenziate nella Ginestra. Dobbiamo continuare a vivere per amore degli amici (Dialogo di Plotino e Porfirio) e andare avanti nella notte stellata, anche se non sappiamo dov'è l'America (Dialogo di Cristoforo Colombo e di Pietro Guitierrez). Al tempo del suo primo grande idillio Leopardi non le aveva ancora elaborate. Era da solo sul colle come paradossalmente continuano ad essere oggi, due secoli dopo, tanti adolescenti di fronte allo schermo del computer, che quegli stessi spazi chiamati in causa dal geniale giovinetto s'illudono, senza la siepe, di poter esplorare. Per questo l'età in cui leggere, se non capire, con maggior profitto L'infinito, resta la fascia che va dai quindici ai vent'anni, non superiore a quella in cui venne scritto.
Sul Venerdì del 18 gennaio 2019
Leopardi andava sul Monte Tabor sin da ragazzo a cercare momenti di pausa e riflessione. Si trattava di un luogo familiare al primogenito del conte Monaldo. Quando, a soli ventuno anni, scrisse L'Infinito, idillio in endecasillabi sciolti di valore sorprendente rispetto alle opere fino allora da lui composte, era reduce da una grande delusione: pochi mesi prima il padre, sventando un suo piano di fuga da Recanati, lo aveva mortificato come nessun educatore dovrebbe mai fare. Eppure il tumulto emotivo che potremmo supporre nel silenzio che precede questo mirabile attacco sembra scomparso. Ogni presumibile enfasi viene cancellata, una volta per tutte, dalla perentoria risoluzione stilistica.
Nel verso iniziale convivono due parole di opposta estrazione: "ermo" (solitario, lontano) e "caro". La prima è rara e scelta, la seconda dolce e affettuosa. D'improvviso il repertorio lirico e lessicale della nostra tradizione si ravviva come mai prima era accaduto. C'è una musica interna irripetibile in questo attacco, un'onda ritmica che certo ritornerà potente nelle Ricordanze e suprema nella Ginestra. Ma la lucidità febbrile e animata che diede vita al capolavoro dei vent'anni resterà come un luce unica della giovinezza, un nodo che non si scioglierà più.
[2] e questa siepe, che da tanta parte
sell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
La siepe impedisce allo sguardo di spaziare oltre, favorendo il raccoglimento del poeta. "Tanta parte" e "ultimo orizzonte" richiamano alla mente distanze vertiginose. "Quest'ermo" e "questa siepe" delimitano l'area: la inchiodano. È una contrapposizione folgorante che annuncia, in uno sventolio di bandiere, il tema fondamento.
[3] Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo;
Il "Ma" iniziale è un colpo di gong improvviso che produce una torsione indimenticabile, da cui scaturisce tutto il resto. Mentre resta seduto e guarda, Leopardi immagina che oltre la siepe ("quella") ci siano spazi privi di confine, silenzi indicibili, una quiete smisurata. Dalla posizione angusta in cui si trova, il poeta ricava, dentro di sé, un sentimento nuovo. Anche qui c'è una concretezza realistica (stare seduti) e un'astrazione fantastica (lo scenario figurato).
[4] ove per poco
il cor non si spaura.
La mente, nel suo agitarsi inquieto, aveva fatto congetture; il sentimento che ne consegue resta turbato, quasi confuso. Là dove la ragione avanza, il cuore recalcitra, timoroso. Notare che "il cor" non ha nulla di vezzoso. Siamo di fronte a uno strapiombo dell'anima. Come facesse il giovane Giacomo a non perdere, nemmeno per un istante, il governo degli strumenti espressivi, cioè della propria ansia tesa a rappresentarsi chissà quali mondi dietro quel cespuglio, resta un mistero. L'ottavo verso è il centro pulsante della poesia perché viene spezzato dal punto fermo che imporrà la radicale mutazione di passo: una scogliera memorabile della nostra letteratura, dalla cui sommità un secolo di finti ragionatori (gli imparruccati poeti illuministi) prende congedo.
[5] E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando:
Qui comincia, quarant'anni esatti prima del languido Bacio di Francesco Hayez, il vero, grande romanticismo italiano. La voce del vento tra le fronde degli alberi è entrata nei "sovrumani silenzi" e li ha trasformati in "infinito silenzio": il passaggio dal plurale al singolare risulta cruciale perché mette a fuoco l'immagine. Il silenzio nasce nell'animo del giovane come un'accensione spirituale indeterminata, quindi vibra dentro di lui nel rapporto diretto con la natura. Quella che poteva rischiare di essere una fantasticheria, trova forza e riscontro nell'esperienza concreta.
[6] e mi sovvien l'eterno
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei.
Aver udito il suono del vento fra le piante e averlo paragonato al silenzio interiore accende il ricordo delle epoche trascorse che si ripresentano come in un fascio unico, tenendo insieme presente e passato, ancora nella successione fra plurale e singolare. "Morte stagioni": qua c'è tutto il disincanto leopardiano, la sfiducia storica per quelle che poi diventeranno le "magnifiche sorti e progressive" della Ginestra. "La presente e viva, e il suon di lei": qui invece tocchiamo con mano il vitalismo del poeta che, nel momento in cui conosce la felicità, intuisce di non poterla praticare.
[7] Così tra questa
immensità s'annega il pensier mio:
e il naufragar m'è dolce in questo mare.
Il pensiero, dopo aver immaginato territori sconfinati, non riducibili alle categorie razionali, si perde, si smarrisce, muore. Questa sconfitta conoscitiva, invece di rattristare il poeta, lo fa star bene. Il piacere scaturito dal mancato controllo ha la meglio sulla pretesa di dominare i fantasmi appena evocati. Non si tratta di un abbandono mistico. Tutto nasce da un'emozione dei sensi. Questi ultimi, al cospetto del grandioso paesaggio della mente e del cuore, si trasformano in povere lance spuntate. Ma anche le categorie logiche non ci portano oltre. Il giovane Leopardi sputa a terra la semplice raison settecentesca. D'accordo, questa potrebbe essere la sua voce: mi sono letto tutta l'Encyclopedie. Ho eseguito i compiti. Ma cosa posso farmene ora, di fronte alla consapevolezza di finitudine che m'attanaglia? Proprio grazie a tale presa in carico della mia insufficienza, apprezzo i tesori che la vita mi offre. La loro sostanza effimera accresce il valore che possono dispensarmi. Un immortale, oltre ad essere un uomo infelice, non scriverebbe.
L'infinito rappresenta un punto di non ritorno. Dovremo aspettare ancora qualche anno per avere le risposte che qui non ci sono. Verranno annunciate nelle Operette morali e mirabilmente sentenziate nella Ginestra. Dobbiamo continuare a vivere per amore degli amici (Dialogo di Plotino e Porfirio) e andare avanti nella notte stellata, anche se non sappiamo dov'è l'America (Dialogo di Cristoforo Colombo e di Pietro Guitierrez). Al tempo del suo primo grande idillio Leopardi non le aveva ancora elaborate. Era da solo sul colle come paradossalmente continuano ad essere oggi, due secoli dopo, tanti adolescenti di fronte allo schermo del computer, che quegli stessi spazi chiamati in causa dal geniale giovinetto s'illudono, senza la siepe, di poter esplorare. Per questo l'età in cui leggere, se non capire, con maggior profitto L'infinito, resta la fascia che va dai quindici ai vent'anni, non superiore a quella in cui venne scritto.
Sul Venerdì del 18 gennaio 2019