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Un ritratto di Giacomo Leopardi 

Rileggiamo Leopardi, perfetto e misterioso

Ecco perché, duecento anni dopo la sua stesura, L'Infinito resta una delle poesie più amate della letteratura italiana
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Chi abbia letto per la prima volta L'infinito di Giacomo Leopardi in un'aula scolastica dove ancora si imparavano le poesie a memoria ne ricorderà senz'altro qualche verso, o almeno qualche frammento: "Sempre caro mi fu quest'ermo colle ... sedendo e mirando... Io nel pensier mi fingo". Chi invece sia arrivato dopo, cresciuto in un contesto educativo malauguratamente indifferente a quei salutari esercizi di memoria, saprà comunque che quel canto rappresenta uno dei vertici assoluti della poesia moderna. In entrambi i casi, l'invito è il medesimo: tornare al testo, leggerlo di nuovo. Più volte. Magari a voce alta. Adesso. Perché la grande poesia cambia incredibilmente pelle, di continuo. E a seconda della sua nuova muta cambia anche la prospettiva del lettore che la sta leggendo.

Ora, ad esempio, tornando alla pagina dei Canti dove compare L'infinito, la prima cosa che mi colpisce è il suo straordinario equili…
Chi abbia letto per la prima volta L'infinito di Giacomo Leopardi in un'aula scolastica dove ancora si imparavano le poesie a memoria ne ricorderà senz'altro qualche verso, o almeno qualche frammento: "Sempre caro mi fu quest'ermo colle ... sedendo e mirando... Io nel pensier mi fingo". Chi invece sia arrivato dopo, cresciuto in un contesto educativo malauguratamente indifferente a quei salutari esercizi di memoria, saprà comunque che quel canto rappresenta uno dei vertici assoluti della poesia moderna. In entrambi i casi, l'invito è il medesimo: tornare al testo, leggerlo di nuovo. Più volte. Magari a voce alta. Adesso. Perché la grande poesia cambia incredibilmente pelle, di continuo. E a seconda della sua nuova muta cambia anche la prospettiva del lettore che la sta leggendo.

Ora, ad esempio, tornando alla pagina dei Canti dove compare L'infinito, la prima cosa che mi colpisce è il suo straordinario equilibrio - la sua geometrica misura, ritmica e mentale - grazie alla quale in soli quindici versi di continua e vicendevole rincorsa tra suono e senso Leopardi offre uno sbalorditivo esempio di "pensiero poetante", per dirla con il titolo di un fortunato libro di Antonio Prete del 1980.

Quel vagheggiato desiderio di infinito alimentato dal limite imposto dalla famosa siepe, la potenza dell'illusione, l'impasse della ragione, il peso della memoria, la costitutiva vanità dell'esistenza: in uno spazio-tempo linguistico assieme concentrato e rapinoso cominciano a delinearsi alcuni dei principali temi della poesia leopardiana, in virtù di una concatenazione musicale che si spinge là dove la filosofia, da sola, non può arrivare.

Sarà l'azzardo della parola poetica, la voce che esprime quella specifica, singolare e irriducibile esperienza, a determinare un possibile scarto. A fare la differenza. A consentire di reggere l'urto di potenze infinitamente superiori a quella umana: "interminati spazi", "sovrumani silenzi", "profondissima quiete". Saranno i sensi (segnatamente l'udito e la vista) a far sì che la stagione presente risuoni ancora "viva, per quanto il cuore un poco si spauri nel compararla all'eterno e alle "morte stagioni" del passato. Sarà la creaturalità di un particolare, palpitante organismo umano, con tutto il suo carico di energia vitale, a sostenere lo scacco di un pensiero irrimediabilmente annegato nell'immensità.

Ecco perché in tale quadro che spinge verso lo smarrimento e lo sconcerto, il verso finale suona: "E il naufragar m'è dolce in questo mare". Quasi che nel progressivo turbamento vi sia comunque spazio per un riverbero di luce, di senso, di dolcezza.

E a riconferma del fatto che i migliori critici di poesia sono i poeti, sarà  proprio un poeta, Andrea Zanzotto, a cogliere perfettamente questo punto, oltretutto in riferimento all'intera opera di Leopardi. Il quale, "pur con tutte le sue esperienze negative, non cade perché la sua psiche non offre alcun appiglio alla morte, è monade che rispecchia il maleficio ma non lo accoglie mai definitivamente in sé, non lo lascia nidificare, non si offre alla disintegrazione interiore".

Qui sta il miracolo di chi, con infinito coraggio, si affaccerà sul nulla dell'esistenza, resistendo alla desolazione. Senza enfasi, senza titanismi romantici, ma offrendo una poesia tersa e puntuale come questa. Perfetta e misteriosa come un cristallo di neve.     

Sul Venerdì del 18 gennaio 2019