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Amburgo 1935, due giovanissime rom (Magnum Photos/Contrasto) 

Rom: brutti, sporchi e cattivi a chi?

In Italia sono i più odiati e i più discriminati, tra i rom e noi c'è un muro insormontabile. Stavolta abbiamo scelto di usare il solito armamentario di pregiudizi per un faccia a faccia con una di loro, ex mendicante diventata colf
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ROMA. È partita una petizione, firmata dal rabbino Ariel Toaff e da un altro ebreo illustre, Moni Ovadia, perché il 27 gennaio, Giorno della memoria, venga dedicato anche al Porajmos, lo sterminio – anzi, il “divoramento” – di 500 mila o  anche più rom e sinti operato dai nazisti come corollario della Shoah. Nella stessa petizione si richiede la nomina a senatore a vita di Santino Spinelli, musicista e docente universitario rom, che a ottobre ha fatto erigere a Lanciano il primo monumento dedicato a questa tragedia. Rimossa perfino da Piero Terracina, sopravvissuto ad Auschwitz e instancabile testimone della Shoah che, nel raccontare la sua deportazione, a lungo ha omesso ogni riferimento allo Zigeunerlager, il recinto zigano di Auschwitz: «Me lo fece ricordare in un’intervista per la tv del Pci la giornalista Giovanna Boursier» ha riconosciuto qualche anno fa. «Da allora non c’è volta che non nomin…
ROMA. È partita una petizione, firmata dal rabbino Ariel Toaff e da un altro ebreo illustre, Moni Ovadia, perché il 27 gennaio, Giorno della memoria, venga dedicato anche al Porajmos, lo sterminio – anzi, il “divoramento” – di 500 mila o  anche più rom e sinti operato dai nazisti come corollario della Shoah. Nella stessa petizione si richiede la nomina a senatore a vita di Santino Spinelli, musicista e docente universitario rom, che a ottobre ha fatto erigere a Lanciano il primo monumento dedicato a questa tragedia. Rimossa perfino da Piero Terracina, sopravvissuto ad Auschwitz e instancabile testimone della Shoah che, nel raccontare la sua deportazione, a lungo ha omesso ogni riferimento allo Zigeunerlager, il recinto zigano di Auschwitz: «Me lo fece ricordare in un’intervista per la tv del Pci la giornalista Giovanna Boursier» ha riconosciuto qualche anno fa. «Da allora non c’è volta che non nomini quel campo, che a noi prigionieri sembrava un’isola di vita, con i bambini che giocavano tra i panni stesi».

Cristina Memet, che è rom, ha 23 anni e fa la colf da 11, è del tutto ignara di quest’orrore della storia, né ha mai sentito parlare della Shoah. Dipenderà dal fatto che ha avuto un percorso scolastico abbastanza accidentato, ma su discriminazione, persecuzione e altri guai è molto preparata. Per dirla con un personaggio di Altan, intervistando Cristina mi vengono in mente opinioni che non condivido, ma che fischiano come proiettili, di questi tempi.

A una donna giovane, energica, dignitosissima, che ha un figlio di tre anni, un marito invalido per un tumore al cervello, e un’esperienza di vita incomparabile rispetto alle coetanee gagè vestite esattamente come lei –  parka e leggins – devo fare domande screanzate sui pregiudizi contro la sua gente, chiedere dove finisce la leggenda feroce e dove si comincia a inciampare nelle verità scomode. Lei si presta con una franchezza sorprendente. Non risponde per tutti, ma solo per sé. «Come voi, anche noi non siamo tutti uguali».

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Non saranno tutti uguali i romaní, ma per un aspetto lo sono eccome: in Italia nessun altro popolo è discriminato come loro. In Francia e in Spagna se ne contano forse addirittura un milione, qui da noi dai 110 ai 170 mila, di cui quasi la metà italiani, una delle più basse presenze in Europa, ma evidentemente sgraditissima: a Bruxelles ci definiscono il Paese dei campi per la nostra propensione a segregarli in baraccopoli formali o informali ai margini delle città, invece di integrarli. Nei campi vivono ammassate 26 mila persone. In Italia i rom sono così vistosi e riconoscibili perché sono mantenuti estranei, diversi, separati. Anche Cristina, arrivata con la madre dalla Romania nel 2003, ha sperimentato e ancora sperimenta quella che burocraticamente è definita emergenza abitativa: vive in un’ex fabbrica occupata.

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Cominciamo dal più antico dei pregiudizi: non v’integrate perché non vi fermate, siete nomadi, vagabondi, figli del vento e quindi inaffidabili.
«Io vorrei tanto fermarmi e, come me, molti altri. Forse non ci fermiamo perché non ce lo permettono. Sa quante volte mi hanno sgomberata? Non lo ricordo neanche più. Quando ti sgomberano è bruttissimo: ti sei appena abituata a un posto, a una camera che per te è la tua casa, ma che per il governo italiano è una baracca, e te la buttano giù. Ti distruggono tutto, ti buttano via le cose e tu devi ricominciare da capo. Anche con la scuola: io abitavo a Roma Sud, andavo a scuola sulla Casilina, e mi hanno trasferito fuori città, a Nord, sulla Salaria, ma nella scuola nuova non mi trovavo e sono tornata a quella vecchia, la maestra era brava e mi aspettava. Ma il viaggio era troppo lungo».

E poi non avete voglia di lavorare.
«Tutti voi gagè ce l’avete? Fra di noi c’è chi lavora come un mulo e chi beve, fuma e gioca alle macchinette. Certo, per noi, anche per quelli che stanno in appartamento, trovare un lavoro non è tanto facile: chi si mette in casa, in negozio o in cantiere un o una rom che ti ruba tutto e magari ti ammazza? La gente la pensa così e a noi rimangono i cassonetti, la raccolta di rame e di ferro, che è un lavoro molto pesante. Mio marito per un po’ ha fatto il barista, poi il bar è fallito. Tanti si cambiano i vestiti e non dicono di essere rom, ma rumeni. Anch’io l’ho fatto per lavorare, poi dopo un po’ ho raccontato la verità e la signora ha detto che per lei non cambiava niente: mi ha dato le chiavi, il suo bancomat per prelevarle i soldi e non ci sono mai stati problemi. Se mi servivano cinque euro li chiedevo, non ho mai portato via niente».

Oppure ripiegate sull’accattonaggio, soprattutto le donne. (Poi la finiamo con queste domande da maggioranza silenziosa, perché anche in Italia ci sono rom e sinti laureati, impiegati, farmacisti, stilisti, musicisti, circensi come i Togni e gli Orfei, educatori, e a breve magari anche magistrati).
«Che altro puoi fare se devi mangiare e crescere i tuoi figli? Io pure ho chiesto l’elemosina con mia madre, e mi sono sempre vergognata. Non facevamo tanti soldi, ma riuscivamo anche a mandare qualcosa a mio padre e ai miei fratelli che poi ci hanno raggiunto. La gente mi chiedeva: perché non vai a scuola? Ma io ci andavo! Oppure: perché non vai alla Caritas? Però io ho mangiato più per strada che a casa: tante persone mi portavano il cornetto. Gli italiani, se gli chiedi un pezzo di pane, te lo danno, i rumeni no. Sotto Ceausescu, in Romania dovevano lavorare tutti, quindi anche noi rom: a Calarasi, dove vivevamo, i miei avevano un lavoro, una casa normale, eravamo abbastanza integrati, ma con la caduta del comunismo e la crisi è ritornato il razzismo verso di noi e anche il rancore, perché alcuni rom avevano fatto le spie per il governo. Siamo dovuti venire via: non si viveva più. Mia madre era spazzina, mio padre pensionato, e non mettevano insieme più di 300 euro al mese».

E infatti vi accusano di averci invaso.
«Anche i rom della ex Jugoslavia ce l’hanno con noi, quando ci incontriamo ai cassonetti ci bestemmiano contro, dicono che siamo dappertutto e che loro non trovano più niente».

Con gli slavi vi fate la guerra fra poveri, vi scaricate le responsabilità addosso, invece di riconoscerle o di difendervi tutti insieme.
 «Questo è  vero. Loro dicono che noi siamo troppi e noi che loro sono sporchi, e anche più delinquenti».

Crede veramente che siano più violenti e criminali? E più sporchi?
«Hanno certi vestiti e certi capelli... Sui giornali mica scrivono se un rom delinquente è slavo o è rumeno: se fanno i guai loro ci andiamo di mezzo anche noi, ma per quel che ne so i nostri non vanno tanto nelle case o nei magazzini a rubare. E, riguardo alla sporcizia: non è che in un campo non ti puoi lavare. Io non ho l’acqua calda, ma la scaldo sul gas, e quando c’era solo la fontanella per strada andavo con la tanica a fare la scorta. Ci sono donne che stanno sempre a pulire».

E i Casamonica, i sinti più famosi, o famigerati, d’Italia quanto nuocciono alla vostra reputazione?
«Tantissimo, è una cosa che ci dà molto fastidio, stiamo sempre a ripetere che non siamo tutti uguali».

Non le chiedo se o perché rubate i bambini: è una domanda troppo cretina e in malafede perché non c’è una sentenza che lo affermi. Ma che alcuni minori vengano mandati a rubare e a mendicare è un fatto.
«Che senso avrebbe rapirli, se ne abbiamo già tanti? Da piccola mi dicevano di stare attenta ai gagè perché erano loro a portare via i bambini: forse le assistenti sociali. A me quella vergogna quando chiedevo l’elemosina è servita per la dignità: più che i soldi chiedevo un lavoro. A una signora che per strada era sempre gentile con me chiedevo ogni giorno di farmi lavorare e lei rispondeva che non poteva, che le avrei creato problemi con la legge perché ero una bambina. Ma io insistevo: ti porto fuori il cane, ti butto la spazzatura. Allora ha cominciato a farmi portare il cane a spasso. Poi una volta abbiamo pulito insieme il terrazzo e, visto che avevo levato bene tutte le foglie, siamo passate alle pulizie di casa. Io e mia madre elemosinavamo in posti differenti e quando non mi trovava davanti al solito supermercato si insospettiva, pensava che andassi a fare la mignotta, diceva che le rovinavo la reputazione. Ma io andavo a lavorare, poi ho trovato qualche ora di servizi anche a lei. Comunque è molto brutto che i genitori mandino i bambini a rubare perché col fatto che sono minorenni rischiano poco. Ci sono madri fanatiche che considerano il figlio un re e poi sono le prime a mandarlo a elemosinare, a rubare, o col carrello tra i cassonetti. Io il mio lo manderò solo a scuola: se saremo nei guai ci tornerò io a mendicare, ma lui no. E se mancherà qualcosa ne faremo a meno».

La cultura rom come considera il furto?
«Se rubi ai gagè non ti dicono niente, ti giustificano perché l’hai fatto per guadagnare qualcosa. Ma se rubi a un altro rom... In ogni caso, a me hanno fregato tre volte il portafogli in autobus».

È certa che i ladri fossero rom? Non potevano essere italiani?
«Non so, me ne sono accorta solo alla cassa del supermercato, quando dovevo pagare la spesa: la borsa era tagliata e il portafogli sparito».

Capitolo tormentatissimo: i matrimoni combinati e precoci. Dopo le prime mestruazioni alle bambine si combina già il matrimonio e si tolgono da scuola per evitare pericolose promiscuità. Come può integrarsi una comunità che discrimina così la sua parte femminile?
«Questa è la nostra cultura, che considera una cosa ancora importante la verginità, proibisce i fidanzamenti e dà al marito il ruolo più forte, anche se magari si ubriaca e non combina niente mentre la moglie si spacca la schiena. Ma non tutti i matrimoni sono così: mogli e mariti possono essere bravi o cattivi come da voi. A casa mia decidiamo tutto insieme».

Lei condivide questa cultura?
«Io rimpiango tantissimo di non aver preso la terza media, anche se ci sono quasi arrivata. Magari con il diploma potrei fare la cassiera invece di pulire i gabinetti. E, anche se vorrei che la moglie di mio figlio perdesse la verginità con lui, non obbligherei un figlio o una figlia a sposare qualcuno scelto da me. Io ero innamorata da quando avevo 12 anni di Nicolas, che adesso è mio marito, ma mia madre non voleva che lo sposassi perché era già malato. Mi ha combinato il matrimonio con un certo Roberto, un ragazzo di Napoli, e per farmi andare a casa della sua famiglia senza insospettirmi mi ha raccontato che era un nostro cugino. Ormai tutti sapevano che ero innamorata di Nicolas, e Roberto, che era quasi mio marito, mi ha costretto a fare l’amore per controllare se ero vergine: ogni notte erano botte. Lui diceva che dovevo farlo perché aveva pagato mia madre, io gli rispondevo che non me ne fregava niente, che se voleva poteva andare a letto con mia madre».

Le madri che riproducono tradizione e oppressione contro le loro figlie.
«Proprio così: quando sono tornata da Napoli mia madre non mi voleva, sono andata da Nicolas, che mi ha preso anche se non ero più vergine, perché ha visto i lividi. Ma sua madre e tanti altri hanno cominciato con le cattiverie. E la mia, di madre, mi ha denunciata: sono finita in casa famiglia, dove non si stava male per niente. Solo che i primi giorni non mangiavo né bevevo, perché da piccoli ci avevano avvisati che i poliziotti, quando ti portano via, ti danno delle medicine per farti dimenticare la tua famiglia. Dopo quattro giorni di digiuno sono svenuta e mi hanno portato in ospedale. Mia suocera credeva che fossi incinta del napoletano».

Ossi duri, queste mamme rom.
«Un’altra signora gentile che vedevo per strada, e che mi ha regalato la prima bambola della mia vita, una volta che piangevo mi consolò: l’abbracciai e le dissi che per me era come una vera mamma, mentre la mia mi trattava male. Ma feci un casino perché mi chiese se volevo andare con lei a denunciarla, io dissi di no, e allora ci andò da sola. Venne la polizia, dovetti smentire tutto. Da noi le mamme quando ti lamenti per la loro durezza ti rispondono che non sai cosa hanno dovuto passare loro».

Ci sarebbe un’altra domanda, di qualche rilievo visto che, nelle interpretazioni più severe della legge, rovistare nella spazzatura ora è diventato reato: perché molti rom che setacciano i cassonetti non rimettono dentro la mercanzia priva di interesse, invece di lasciarla per terra e alimentare l’italico astio? La domanda avrà pure un certo rilievo, ma non me la sento di farla a Cristina, che da quando ha 12 anni pulisce e mette in ordine le case di noi gagè.

Sul Venerdì del 25 gennaio 2019