Orgoglio e pregiudizio dei "gitanos" in Spagna
Marco Cicala , dal nostro inviato MARCO CICALASono la più grande comunità gitana dell'Europa occidentale. Hanno una storia antica, fatta di emarginazione, ma anche conquiste. A cominciare dall'arte
GRANADA. In spagnolo "barrio troglodita" non ha un significato dispregiativo, vuol dire quartiere dove la gente abita in grotte, pertugi, sassi tipo quelli di Matera. Ancora cinquant'anni fa nei buchi del Sacromonte, una delle alture alle quali sta aggrappata la vecchia Granada, abitavano settemila gitani. Si tramanda che i loro antenati ci si fossero infilati quattro secoli prima. Dopo la Reconquista cattolica, la collina diventò una specie di slum per reietti d'ogni credo: oltre agli "zingari" - cristiani, ma sui generis - ebrei e moriscos, i musulmani sottomessi. Già nel Seicento, ultimate le massicce espulsioni degli "infedeli", in cima al Sacromonte rimanevano soltanto gitanos, che col tempo finirono per affezionarsi alle cuevas, le spelonche, come Linus alla coperta.
Fresche d'estate, temperate - assicurano - d'inverno, erano tane gremite di fumo, mocciosi, parentame, cuccume, attrezzi da lavoro, quel po' di mobili…
Fresche d'estate, temperate - assicurano - d'inverno, erano tane gremite di fumo, mocciosi, parentame, cuccume, attrezzi da lavoro, quel po' di mobili…
GRANADA. In spagnolo "barrio troglodita" non ha un significato dispregiativo, vuol dire quartiere dove la gente abita in grotte, pertugi, sassi tipo quelli di Matera. Ancora cinquant'anni fa nei buchi del Sacromonte, una delle alture alle quali sta aggrappata la vecchia Granada, abitavano settemila gitani. Si tramanda che i loro antenati ci si fossero infilati quattro secoli prima. Dopo la Reconquista cattolica, la collina diventò una specie di slum per reietti d'ogni credo: oltre agli "zingari" - cristiani, ma sui generis - ebrei e moriscos, i musulmani sottomessi. Già nel Seicento, ultimate le massicce espulsioni degli "infedeli", in cima al Sacromonte rimanevano soltanto gitanos, che col tempo finirono per affezionarsi alle cuevas, le spelonche, come Linus alla coperta.
Fresche d'estate, temperate - assicurano - d'inverno, erano tane gremite di fumo, mocciosi, parentame, cuccume, attrezzi da lavoro, quel po' di mobilia, bestie a due o a quattro zampe... Dentro ci si stava così stretti che le frontiere tra uomini, cose, animali perdevano certezza, impastando la vita cavernicola in un guazzabuglio surreale.
Negli anni 60 del Novecento, a far sloggiare i gitani da quegli anfratti non furono pubbliche misure di risanamento, bensì il maltempo. Nel giro di poche ore, le alluvioni dell'inverno '63 trasformarono le grotte in trappole mortali di frane e fango. L'evacuazione del Sacromonte venne vissuta dalla comunità calé - l'etnia dei romaní iberici - come una deportazione. "Piangevamo tutti. Era come se strappassero un albero dalla terra per ripiantarlo da un'altra parte" non smette di ripetere Curro Albaicín, al secolo Francisco Guardia Contreras, musicista e memoria storica della collina.
In seguito, complice pure la moda hippie della vita nature, alcuni di loro sarebbero tornati. Ma non era più la stessa cosa. L'antico microcosmo rupestre era stato cancellato per sempre. Il barrio divenne un'attrazione. Nascoste in un dedalo esaltante di agavi, fichi d'India, dirupi, le cuevas sono ormai trasformate in musei o cantine dove si balla, suona e canta il flamenco - magari in una versione un po' acchiappaturisti che fa alzare il sopracciglio al purista.
Per quanto positivo, questo cliché dello zingaro alla Gipsy King (band di rom francesi, però spagnoli d'origine), suscita sorrisetti cortesi ma non necessariamente benevoli tra gli attivisti della Fundación Secretariado Gitano, robusta organizzazione che da decenni si danna per l'inclusione sociale dei calé. In settanta città, ci lavorano un 700 persone, tanto rom che payos - i "gentili", i non-gitani. Aiutano la gente a formarsi, impratichirsi col computer, cercare un impiego, una casa, ottenere un assegno familiare, una borsa di studio, un'assistenza sanitaria a domicilio. Eppoi monitorano. Stanno lì a monitorare come matti le discriminazioni di genere, l'immagine del gitano sui media, gli andamenti del pregiudizio anti-rom in quei postacci chiamati social network, ormai più infami del peggior bar di Caracas.
In Spagna vivono oggi 750 mila gitani. Più che in qualsiasi altro Paese dell'Europa occidentale. Per il 40 per cento sono concentrati nel Sud andaluso. Il più antico documento che li concerne risale al 1425, quando Alfonso V d'Aragona concesse loro di attraversare i territori del regno.
Viene dall'Aragona anche Sara Giménez, classe 1977, primo avvocato donna a rappresentare la comunità nelle istituzioni europee. Le chiedo se in Spagna, dopo decenni di conquiste sociali seguite alla lunga glaciazione franchista, si possa parlare adesso di qualcosa come di una "classe media gitana". "A livello embrionale senz'altro, ma il 70 per cento della comunità vive ancora sotto la soglia di povertà". Uno su tre ha meno di 16 anni. La scolarizzazione primaria è ormai praticamente del cento per cento, nella secondaria invece il tasso di assenteismo e abbandono rimane materia da lavorarci su. Anche se le proporzioni vanno mutando, sul versante dell'occupazione il lavoro autonomo, soprattutto la vendita ambulante, è ancora di parecchio superiore a quello dipendente. Mentre in fatto di abitazioni il chabolismo, la vita in baracca, è ridottissimo, benché incrementato dall'arrivo dei rom est-europei.
"Fino agli anni 90, quello delle comunità gitane era un tema fantasma nelle politiche dell'Ue" ricorda Carolina Fernández, del Secretariado. "Quando si cominciò a fare qualcosa si prese spunto da quanto si stava facendo da noi. Nel cosiddetto "modello spagnolo" di inclusione si è preferito l'approccio pragmatico: scuola, casa, sanità, lavoro... Altrove si è invece più insistito sull'aspetto del riconoscimento istituzionale dell'identità gitana. Forse è venuto il momento di fondere queste due visioni".
Raza vagabunda. "Genìa perfida e infida, senza focolare né luogo, né tetto né legge" la definiva un osservatore dell'800. In sei secoli di storia, i rapporti tra la Spagna e i suoi gitanos sono stati singolari, ondivaghi, un alternarsi di rigetto e tolleranza non di rado cinica. Nell'Andalusia degli sterminati latifundios, lo "zingaro" fu protetto dall'aristocrazia fondiaria fino a diventarne l'uomo di mano, lo sgherro; anche in opposizione a norme e fiscalità del potere centrale. Sin dal loro favoleggiato arrivo - sbarcarono dall'Egitto? - ai gitani vengono richieste essenzialmente tre cose: diventare stanziali, adottare i costumi locali e non creare seccature.
Sotto i Re Cattolici, che pure se ne servono per ripopolare le zone da cui sono stati cacciati i "mori", il bastone (restrizioni su lavoro, prole, abbigliamento...) prevale sulla carota. Ma il cristianesimo dei gitani - paganeggiante finché vuoi - la focosa devozione alla Vergine e alla Croce, li terrà relativamente al riparo dalle furie dell'Inquisizione. Poi, nel 1749, il castigo: basta delinquenti, accattoni, parassiti. Nella notte del 30 luglio, tra 9 e 12 mila persone cadono nella Gran Redada, un maxi-rastrellamento, e finiscono in campi di lavoro. A dirigere le operazioni è il marchese di Ensenada, braccio repressivo di re Fernando VI.
Però l'internamento di massa è difficile da tenere in piedi e soprattutto costa troppo. I gitani tornano fuori, alla spicciolata. Nel 1783, in piena temperie dei Lumi, un provvedimento del conte di Floridablanca, ministro eclairé, li reintegra, accordando loro pieni diritti e permettendogli di praticare qualsiasi mestiere. Seppur convivendo con lo stereotipo che li vuole scarsamente proclivi alla fatica, si daranno da fare come fabbri, lattonieri, cestai, commercianti e addestratori di cavalli... In cambio, dai calé si esige che mettano fine al nomadismo, fermandosi da qualche parte. A fine '700, novemila dei diecimila gitani di Spagna sono diventati stanziali. Nell'Andalusia che ha il meticciato nelle vene, l'integrazione avviene con più scioltezza rispetto al Nord. E nel Meridione nessuno è più in grado di dire quanto, perlomeno in ambito popolare, i gitani si siano spagnolizzati e gli spagnoli gitanizzati.
Nel secolo successivo, anche se ha smesso di vagabondare, lo "zingaro" continua a essere guardato con sospetto. A spaventare è la sua vita libera, o percepita come tale. Nella società retta dal valore di scambio, scandalizzano la sua indifferenza al culto del lavoro e agli imperativi dell'accumulazione. I gitanos hanno fama di venditori abili, ma sconfinano raramente oltre il piccolo commercio, non ammassano grandi fortune. Maneggiano il denaro come qualcosa di volatile, da bruciare prima che acquisti solidità, peso, condizionandoti l'esistenza.
L'assetto tradizionale delle famiglie - in genere molto numerose - dovrebbe rassicurare. Se non fosse però che i calé si sposano senza passare dalla Chiesa e non disdegnano le unioni consanguinee, attirandosi così accuse di promiscuità, incesto. Per quanto passionale fino all'ostentazione, nemmeno il loro cristianesimo sfugge alla diffidenza. E, siccome stravedono per il soprannaturale, ai "figli del vento" si appiccica l'etichetta di un popolo d'indovini, streghe, fattucchiere, ancora immerso in pratiche magiche passibili di scomunica.
A sconvolgere la pubblica morale - ma in una classica miscela di repulsione/fascinazione - è anche l'andazzo delle donne, che a dispetto del maschilismo clanico, possono condursi con sfrontata disinvoltura sessuale. Nelle città, le più disinibite sfoggiano tenute procaci, si lanciano in "danze lascive". Quello che più o meno lecitamente guadagnano se lo tengono stretto: non vogliono vivere a ricasco dell'uomo né che lui allunghi le zampe sui loro quattrini. Il mito di Carmen è in cottura.
"Il guaio" segnala Sara Giménez, "è che sui media certi vecchi cliché resistono. In tv ci sono ancora trasmissioni che presentano la gitana come donna frivola, seduttiva, fissata con l'esteriorità. Oppure, stereotipo complementare, come una che sogna solo un bel matrimonio e fare la mamma". Ma intanto fra i calé i tassi di natalità si vanno allineando con quelli del resto della popolazione. Che in Spagna sono notevolmente bassi.
Oggi difendere i diritti dei gitani è molto "di sinistra", però non è sempre stato così. Ottenebrati fino al rimbecillimento dalla operaiolatria, i comunisti guardavano gli zingari senza troppa condiscendenza: il fatto che si mantenessero ostinatamente ai margini della società industriale, della grande produzione, impediva che su di loro si potesse scommettere in termini di lotta di classe, rivendicazioni di fabbrica e, alla fin fine, rivoluzione. Più di quello marxista, è casomai il verbo anarchico a far presa su una comunità che, tuttavia, durante la Guerra civile si manterrà sostanzialmente apolitica.
Tra i gitani che alla disfatta repubblicana si sommano al mezzo milione di profughi riparati in Francia, alcuni finiranno inghiottiti dall'Europa nazificata, cancellati dal Porajmos. Sotto Francisco Franco, i calé ridiventano vigilati speciali. Con il boom degli anni 60, invece, il regime sfrutterà la gitanidad come folklore e attrattiva turistica. Cinema, tv, rotocalchi propalano l'immagine spumeggiante del gitano-artista; musico, danzatore, torero. Una forzatura. Se non fosse che flamenco e tauromachia hanno reso visibile meglio di altri linguaggi il genio calé. Ché proprio di genio si tratta. Mutatis mutandis, flamenco e tauromachia hanno svolto per quel popolo un po' la stessa funzione del jazz e della boxe tra gli afroamericani. Sono entrambe arti possentemente corporee dell'esaltazione, del dolore, della catarsi che non salva ma può consolare.
Sul piano culturale non ha il minimo senso interrogarsi sui temi dell'integrazione. Perché il gitano appartiene alla hispanidad quanto Don Chisciotte, Velázquez, Goya, le poesie di Lorca o i film di Buñuel. In epoca romantica, anche per contrastare le "infette" idee illuministiche filtrate dalla Francia, la "gitanofilia" divenne addirittira à la page. Incluso nella moda. L'orecchino, la basetta lunga, la fusciacca intorno ai fianchi facevano fico. Il gitano, lo straniero, "l'impuro", era la quintessenza del castizo, dell'autentico, del verace. Era lo spagnolo in purezza. Pensate un po'.
Sul Venerdì del 25 gennaio 2019
Fresche d'estate, temperate - assicurano - d'inverno, erano tane gremite di fumo, mocciosi, parentame, cuccume, attrezzi da lavoro, quel po' di mobilia, bestie a due o a quattro zampe... Dentro ci si stava così stretti che le frontiere tra uomini, cose, animali perdevano certezza, impastando la vita cavernicola in un guazzabuglio surreale.
Negli anni 60 del Novecento, a far sloggiare i gitani da quegli anfratti non furono pubbliche misure di risanamento, bensì il maltempo. Nel giro di poche ore, le alluvioni dell'inverno '63 trasformarono le grotte in trappole mortali di frane e fango. L'evacuazione del Sacromonte venne vissuta dalla comunità calé - l'etnia dei romaní iberici - come una deportazione. "Piangevamo tutti. Era come se strappassero un albero dalla terra per ripiantarlo da un'altra parte" non smette di ripetere Curro Albaicín, al secolo Francisco Guardia Contreras, musicista e memoria storica della collina.
In seguito, complice pure la moda hippie della vita nature, alcuni di loro sarebbero tornati. Ma non era più la stessa cosa. L'antico microcosmo rupestre era stato cancellato per sempre. Il barrio divenne un'attrazione. Nascoste in un dedalo esaltante di agavi, fichi d'India, dirupi, le cuevas sono ormai trasformate in musei o cantine dove si balla, suona e canta il flamenco - magari in una versione un po' acchiappaturisti che fa alzare il sopracciglio al purista.
Per quanto positivo, questo cliché dello zingaro alla Gipsy King (band di rom francesi, però spagnoli d'origine), suscita sorrisetti cortesi ma non necessariamente benevoli tra gli attivisti della Fundación Secretariado Gitano, robusta organizzazione che da decenni si danna per l'inclusione sociale dei calé. In settanta città, ci lavorano un 700 persone, tanto rom che payos - i "gentili", i non-gitani. Aiutano la gente a formarsi, impratichirsi col computer, cercare un impiego, una casa, ottenere un assegno familiare, una borsa di studio, un'assistenza sanitaria a domicilio. Eppoi monitorano. Stanno lì a monitorare come matti le discriminazioni di genere, l'immagine del gitano sui media, gli andamenti del pregiudizio anti-rom in quei postacci chiamati social network, ormai più infami del peggior bar di Caracas.
In Spagna vivono oggi 750 mila gitani. Più che in qualsiasi altro Paese dell'Europa occidentale. Per il 40 per cento sono concentrati nel Sud andaluso. Il più antico documento che li concerne risale al 1425, quando Alfonso V d'Aragona concesse loro di attraversare i territori del regno.
Viene dall'Aragona anche Sara Giménez, classe 1977, primo avvocato donna a rappresentare la comunità nelle istituzioni europee. Le chiedo se in Spagna, dopo decenni di conquiste sociali seguite alla lunga glaciazione franchista, si possa parlare adesso di qualcosa come di una "classe media gitana". "A livello embrionale senz'altro, ma il 70 per cento della comunità vive ancora sotto la soglia di povertà". Uno su tre ha meno di 16 anni. La scolarizzazione primaria è ormai praticamente del cento per cento, nella secondaria invece il tasso di assenteismo e abbandono rimane materia da lavorarci su. Anche se le proporzioni vanno mutando, sul versante dell'occupazione il lavoro autonomo, soprattutto la vendita ambulante, è ancora di parecchio superiore a quello dipendente. Mentre in fatto di abitazioni il chabolismo, la vita in baracca, è ridottissimo, benché incrementato dall'arrivo dei rom est-europei.
"Fino agli anni 90, quello delle comunità gitane era un tema fantasma nelle politiche dell'Ue" ricorda Carolina Fernández, del Secretariado. "Quando si cominciò a fare qualcosa si prese spunto da quanto si stava facendo da noi. Nel cosiddetto "modello spagnolo" di inclusione si è preferito l'approccio pragmatico: scuola, casa, sanità, lavoro... Altrove si è invece più insistito sull'aspetto del riconoscimento istituzionale dell'identità gitana. Forse è venuto il momento di fondere queste due visioni".
Raza vagabunda. "Genìa perfida e infida, senza focolare né luogo, né tetto né legge" la definiva un osservatore dell'800. In sei secoli di storia, i rapporti tra la Spagna e i suoi gitanos sono stati singolari, ondivaghi, un alternarsi di rigetto e tolleranza non di rado cinica. Nell'Andalusia degli sterminati latifundios, lo "zingaro" fu protetto dall'aristocrazia fondiaria fino a diventarne l'uomo di mano, lo sgherro; anche in opposizione a norme e fiscalità del potere centrale. Sin dal loro favoleggiato arrivo - sbarcarono dall'Egitto? - ai gitani vengono richieste essenzialmente tre cose: diventare stanziali, adottare i costumi locali e non creare seccature.
Sotto i Re Cattolici, che pure se ne servono per ripopolare le zone da cui sono stati cacciati i "mori", il bastone (restrizioni su lavoro, prole, abbigliamento...) prevale sulla carota. Ma il cristianesimo dei gitani - paganeggiante finché vuoi - la focosa devozione alla Vergine e alla Croce, li terrà relativamente al riparo dalle furie dell'Inquisizione. Poi, nel 1749, il castigo: basta delinquenti, accattoni, parassiti. Nella notte del 30 luglio, tra 9 e 12 mila persone cadono nella Gran Redada, un maxi-rastrellamento, e finiscono in campi di lavoro. A dirigere le operazioni è il marchese di Ensenada, braccio repressivo di re Fernando VI.
Però l'internamento di massa è difficile da tenere in piedi e soprattutto costa troppo. I gitani tornano fuori, alla spicciolata. Nel 1783, in piena temperie dei Lumi, un provvedimento del conte di Floridablanca, ministro eclairé, li reintegra, accordando loro pieni diritti e permettendogli di praticare qualsiasi mestiere. Seppur convivendo con lo stereotipo che li vuole scarsamente proclivi alla fatica, si daranno da fare come fabbri, lattonieri, cestai, commercianti e addestratori di cavalli... In cambio, dai calé si esige che mettano fine al nomadismo, fermandosi da qualche parte. A fine '700, novemila dei diecimila gitani di Spagna sono diventati stanziali. Nell'Andalusia che ha il meticciato nelle vene, l'integrazione avviene con più scioltezza rispetto al Nord. E nel Meridione nessuno è più in grado di dire quanto, perlomeno in ambito popolare, i gitani si siano spagnolizzati e gli spagnoli gitanizzati.
Nel secolo successivo, anche se ha smesso di vagabondare, lo "zingaro" continua a essere guardato con sospetto. A spaventare è la sua vita libera, o percepita come tale. Nella società retta dal valore di scambio, scandalizzano la sua indifferenza al culto del lavoro e agli imperativi dell'accumulazione. I gitanos hanno fama di venditori abili, ma sconfinano raramente oltre il piccolo commercio, non ammassano grandi fortune. Maneggiano il denaro come qualcosa di volatile, da bruciare prima che acquisti solidità, peso, condizionandoti l'esistenza.
L'assetto tradizionale delle famiglie - in genere molto numerose - dovrebbe rassicurare. Se non fosse però che i calé si sposano senza passare dalla Chiesa e non disdegnano le unioni consanguinee, attirandosi così accuse di promiscuità, incesto. Per quanto passionale fino all'ostentazione, nemmeno il loro cristianesimo sfugge alla diffidenza. E, siccome stravedono per il soprannaturale, ai "figli del vento" si appiccica l'etichetta di un popolo d'indovini, streghe, fattucchiere, ancora immerso in pratiche magiche passibili di scomunica.
A sconvolgere la pubblica morale - ma in una classica miscela di repulsione/fascinazione - è anche l'andazzo delle donne, che a dispetto del maschilismo clanico, possono condursi con sfrontata disinvoltura sessuale. Nelle città, le più disinibite sfoggiano tenute procaci, si lanciano in "danze lascive". Quello che più o meno lecitamente guadagnano se lo tengono stretto: non vogliono vivere a ricasco dell'uomo né che lui allunghi le zampe sui loro quattrini. Il mito di Carmen è in cottura.
"Il guaio" segnala Sara Giménez, "è che sui media certi vecchi cliché resistono. In tv ci sono ancora trasmissioni che presentano la gitana come donna frivola, seduttiva, fissata con l'esteriorità. Oppure, stereotipo complementare, come una che sogna solo un bel matrimonio e fare la mamma". Ma intanto fra i calé i tassi di natalità si vanno allineando con quelli del resto della popolazione. Che in Spagna sono notevolmente bassi.
Oggi difendere i diritti dei gitani è molto "di sinistra", però non è sempre stato così. Ottenebrati fino al rimbecillimento dalla operaiolatria, i comunisti guardavano gli zingari senza troppa condiscendenza: il fatto che si mantenessero ostinatamente ai margini della società industriale, della grande produzione, impediva che su di loro si potesse scommettere in termini di lotta di classe, rivendicazioni di fabbrica e, alla fin fine, rivoluzione. Più di quello marxista, è casomai il verbo anarchico a far presa su una comunità che, tuttavia, durante la Guerra civile si manterrà sostanzialmente apolitica.
Tra i gitani che alla disfatta repubblicana si sommano al mezzo milione di profughi riparati in Francia, alcuni finiranno inghiottiti dall'Europa nazificata, cancellati dal Porajmos. Sotto Francisco Franco, i calé ridiventano vigilati speciali. Con il boom degli anni 60, invece, il regime sfrutterà la gitanidad come folklore e attrattiva turistica. Cinema, tv, rotocalchi propalano l'immagine spumeggiante del gitano-artista; musico, danzatore, torero. Una forzatura. Se non fosse che flamenco e tauromachia hanno reso visibile meglio di altri linguaggi il genio calé. Ché proprio di genio si tratta. Mutatis mutandis, flamenco e tauromachia hanno svolto per quel popolo un po' la stessa funzione del jazz e della boxe tra gli afroamericani. Sono entrambe arti possentemente corporee dell'esaltazione, del dolore, della catarsi che non salva ma può consolare.
Sul piano culturale non ha il minimo senso interrogarsi sui temi dell'integrazione. Perché il gitano appartiene alla hispanidad quanto Don Chisciotte, Velázquez, Goya, le poesie di Lorca o i film di Buñuel. In epoca romantica, anche per contrastare le "infette" idee illuministiche filtrate dalla Francia, la "gitanofilia" divenne addirittira à la page. Incluso nella moda. L'orecchino, la basetta lunga, la fusciacca intorno ai fianchi facevano fico. Il gitano, lo straniero, "l'impuro", era la quintessenza del castizo, dell'autentico, del verace. Era lo spagnolo in purezza. Pensate un po'.
Sul Venerdì del 25 gennaio 2019