In Slovacchia ho visto un paese con zingari felici
Raffaele Oriani , di RAFFAELE ORIANIC'è un villaggio dove i rom studiano, lavorano e vanno d’amore e d’accordo con gli abitanti “bianchi”. Miracolo? No. È bastato avere un bravo sindaco. Che siamo andati subito a conoscere
SPIŠSÝ HRHOV (Slovacchia). In Slovacchia è difficile vedere un'insegna sbrecciata, un mozzicone per terra o una ragazza che si apre la portiera da sola. Evidentemente ci tengono. Dalla regione di Spiš inizia la parte orientale del Paese, dove il boom economico arranca e la disoccupazione sale dal 6 al 10 per cento. Eppure anche qui le cittadine si dispongono con impeccabile eleganza attorno a piazze ordinate come solo nei rendering degli architetti. Al centro svettano massicce chiese gotiche che fanno pensare a Lutero: "Un'inespugnabile fortezza è il mio Signore".
Fuori dalle mura, si apre un oceano di boschi punteggiato da radure e villaggi. Quello di Roškovce ha una splendida vista sul Castello di Spiš, già santificato dall'Unesco. Ci abita una comunità rom abbarbicata tra stradine senza asfalto e catapecchie senz'acqua. Non ha vista invece il paese di Chminianske Jakubovany, dove 1700 rom affo…
Fuori dalle mura, si apre un oceano di boschi punteggiato da radure e villaggi. Quello di Roškovce ha una splendida vista sul Castello di Spiš, già santificato dall'Unesco. Ci abita una comunità rom abbarbicata tra stradine senza asfalto e catapecchie senz'acqua. Non ha vista invece il paese di Chminianske Jakubovany, dove 1700 rom affo…
SPIŠSÝ HRHOV (Slovacchia). In Slovacchia è difficile vedere un'insegna sbrecciata, un mozzicone per terra o una ragazza che si apre la portiera da sola. Evidentemente ci tengono. Dalla regione di Spiš inizia la parte orientale del Paese, dove il boom economico arranca e la disoccupazione sale dal 6 al 10 per cento. Eppure anche qui le cittadine si dispongono con impeccabile eleganza attorno a piazze ordinate come solo nei rendering degli architetti. Al centro svettano massicce chiese gotiche che fanno pensare a Lutero: "Un'inespugnabile fortezza è il mio Signore".
Fuori dalle mura, si apre un oceano di boschi punteggiato da radure e villaggi. Quello di Roškovce ha una splendida vista sul Castello di Spiš, già santificato dall'Unesco. Ci abita una comunità rom abbarbicata tra stradine senza asfalto e catapecchie senz'acqua. Non ha vista invece il paese di Chminianske Jakubovany, dove 1700 rom affondano in un intruglio di fango e miseria che sta facendo scappare uno a uno gli atterriti compaesani "bianchi".
Ufficialmente i rom slovacchi sono 105 mila, in realtà superano quota 400 mila e il 7 per cento della popolazione. Circa la metà condivide i rendering dei connazionali, gli altri sono chi ai margini, chi completamente al di fuori delle comunità della maggioranza. Gli slovacchi ci tengono. Non per nulla un sondaggio rivela che il 62 per cento considererebbe una disgrazia avere un vicino rom.
I villaggi slovacchi sono più di tremila, in almeno mille dei quali si dà questo problema di vicinato forzato. Spišský Hrhov è a tre chilometri da Roškovce e a quaranta da Chminianske Jakubovany. Non siamo lontani da Levoca, altro centro riconosciuto dall'Unesco, ma non è per questo che il paese ha ospitato il Segretario del Consiglio d'Europa accompagnato dal premier slovacco.
Nel 2015 Spišský Hrhov è stato eletto miglior villaggio della nazione, e un anno dopo è stato il sindaco Vladimír Ledecký a superare di slancio tutti i colleghi. Il fatto è che anche qui c'è una comunità rom che vale un quarto della popolazione, ma nessuno scappa, nessuno annega nella miseria e nei giorni di pioggia le strade non si riducono a una poltiglia di fango.
"Quando sono diventato sindaco vent'anni fa tra i miei compaesani rom la disoccupazione era stabile al 100 per cento" dice il cinquantenne Ledecký nel suo ufficio che accumula più targhe e coppe di una polisportiva. "Ma non era l'unico problema, perché il villaggio si stava spopolando ed eravamo rimasti in seicento, metà slovacchi e metà rom". Oggi a Spišský Hrhov vivono 1600 persone e alla sesta tornata elettorale il sindaco non ha trovato nessuno disposto a sfidarlo: "Ma il mio lavoro l'ho fatto" sospira in un raro momento di quiete. "Non mi presenterò una settima volta".
Si gira per le stradine di Spišský Hrhov, si fruga nel cimitero tra lapidi tedesche e ungheresi, ci si arrampica verso la collina dei rom sempre piena di donne e bambini: "Il sindaco è magnifico" ride una mamma di cinque figli. "E loro diventeranno tutti dottori, avvocati, lei addirittura presidente". La bambina chiamata all'alta carica si ritrae: in realtà vorrebbe fare la poliziotta.
Alla periferia di Prešov, la terza città del Paese, incontro Peter Németh del Rómsky Inštitút, una delle più autorevoli associazioni della minoranza romaní. Prova a spiegarmi dove ci troviamo: "Nel ghetto di Starej Tehelni vivono 1.200 rom, c'è un tasso di disoccupazione dell'80 per cento, e su seicento ragazzi in età scolare metà sono iscritti all'istituto speciale per problemi di apprendimento, quasi nessuno andrà oltre la scuola dell'obbligo, molti non finiranno neppure quella". Un disastro: "E in città si sta comunque meglio che nelle comunità di campagna". Il centro commerciale cui è capitata la disgrazia di avere un ghetto rom per vicino si difende con palizzate e cancelli. Il messaggio comunque è forte e chiaro: "La sorte dei rom non interessa a nessuno" continua Németh. "Li si aiuta a sopravvivere, ma per il resto che continuino a vegetare tra loro".
Da qui è partito il sindaco migliore del Paese. Prima era un manager dell'industria informatica. Al cuore della sua rivoluzione c'è quindi un'azienda: "Vent'anni fa abbiamo comprato due macchinari per dare lavoro a un paio di disoccupati". Da allora l'azienda comunale è diventata una piccola holding delle costruzioni che ha i bilanci in attivo e, a seconda delle stagioni, dà lavoro a cinquanta o cento disoccupati, al 90 per cento rom: "Ormai dobbiamo reclutarli nei paesi vicini, perché i nostri disoccupati storici hanno preso la via del business privato".
Dal 100 per cento il tasso dei rom senza lavoro è crollato al 20, cambiando l'anima e il volto del paese: "Con la nostra azienda abbiamo costruito cento appartamenti sociali, e portato gas ed elettricità in tutte le abitazioni". Il sindaco corre, deve mostrarmi il nuovo museo musicale e la piscina che d'estate si riempie di tutti i ragazzi della zona: "Siamo l'unico comune del distretto ad averla, facciamo felici le famiglie e ci guadagniamo pure qualcosa". Inutile dire che i bagnini sono gli ex disoccupati della minoranza. Quando a un tassista di Prešov ho chiesto di Spišský Hrhov, ha fatto spallucce: "Gli zingari restano zingari!". Quando ne ho parlato al villaggio di Chminianske Jakubovany avevano quasi le lacrime agli occhi.
Ecco, per capire come sarebbe potuta andare a Spišský Hrhov bisogna venire qui, e io ci vengo grazie ad Alexander Mušinka, antropologo dell'università di Prešov che con i suoi studi da vent'anni illumina di intelligenza il buio pesto del pregiudizio anti-rom. A Chminianske Jakubovany la scuola speciale è grande il doppio di quella normale. Per il sistema scolastico slovacco, rom vuol dire problema, tendenzialmente irrisolvibile. Ma finita la scuola si va a casa, e noi ci arriviamo di sera attraversando un mare di fango appena rischiarato da fuochi vivi che fanno intravedere lamiere, cartoni, baracche e tanti, tantissimi bambini.
Ci viene incontro un vecchio, padre di dodici figli e nonno di una quarantina di nipoti. Abbraccia Mušinka, poi ci accoglie nella sua catapecchia, ci offre da mangiare e da bere, racconta di quant'è alta l'acqua in casa quando piove. Ride e dice che per i suoi nipoti spera tre cose: che finiscano la scuola, si facciano una famiglia e se ne vadano di qua. Accanto a lui il figlio trentenne fino a quel momento è stato zitto, ma ora sbotta: "Non mi interessa che studino o abbiano una famiglia. Per i miei figli voglio solo che vivano lontano da quest'inferno".
Il senso comune vuole che il problema dei rom siano i rom. Ma abbiamo chiesto al sindaco di Spišský Hrhov cosa lo renda più orgoglioso, dopo tanti anni alla guida del paese: "Che da noi bimbi rom e non rom vanno a scuola assieme". Se Vladimír Ledecký è il miglior sindaco della Slovacchia, Peter Strážik può concorrere al titolo di miglior preside d'Europa: da dieci anni promuove convivenza tra rom e slovacchi in una scuola primaria che l'impegno suo, dei genitori e degli insegnanti ha trasformato in un angolo di efficienza scandinava nel cuore della Mitteleuropa.
Solo dieci anni fa anche a Spišský Hrhov i bimbi rom avevano una relazione privilegiata con le scuole speciali. I pochi che entravano nel circuito standard si mantenevano a distanza di sicurezza dai pargoli della maggioranza: "La segregazione era la regola" sibila Strážik. "Ma lavorando sodo siamo riusciti a creare una scuola dove le barriere etniche non contano più nulla". Mentre parla con noi, il preside riprende un ragazzo, ferma una maestra, saluta un papà. Il signore gli risponde a voce alta, un po' troppo allegro: "Vive in un insediamento a pochi chilometri da qua" spiega Strážik. "È sempre ubriaco ma i suoi tanti figli vengono a scuola da noi. Non seguiranno le sue orme".
Gli slovacchi ci tengono, e a suon di riforme hanno raggiunto un ritmo di crescita economica triplo rispetto a quello italiano. Peccato che solo il 20 per cento dei rom abbia un'occupazione regolare. Chiedo ad Alexander Mušinka come sia possibile che in vent'anni il pluripremiato esperimento di Spišský Hrhov non abbia contaminato neppure i campanili dei dintorni. Mi risponde che se in Slovacchia vuoi vincere le elezioni non puoi occuparti dei rom. Ci tengono, certo. Forse non abbastanza.
Sul Venerdì del 25 gennaio 2019
Fuori dalle mura, si apre un oceano di boschi punteggiato da radure e villaggi. Quello di Roškovce ha una splendida vista sul Castello di Spiš, già santificato dall'Unesco. Ci abita una comunità rom abbarbicata tra stradine senza asfalto e catapecchie senz'acqua. Non ha vista invece il paese di Chminianske Jakubovany, dove 1700 rom affondano in un intruglio di fango e miseria che sta facendo scappare uno a uno gli atterriti compaesani "bianchi".
Ufficialmente i rom slovacchi sono 105 mila, in realtà superano quota 400 mila e il 7 per cento della popolazione. Circa la metà condivide i rendering dei connazionali, gli altri sono chi ai margini, chi completamente al di fuori delle comunità della maggioranza. Gli slovacchi ci tengono. Non per nulla un sondaggio rivela che il 62 per cento considererebbe una disgrazia avere un vicino rom.
I villaggi slovacchi sono più di tremila, in almeno mille dei quali si dà questo problema di vicinato forzato. Spišský Hrhov è a tre chilometri da Roškovce e a quaranta da Chminianske Jakubovany. Non siamo lontani da Levoca, altro centro riconosciuto dall'Unesco, ma non è per questo che il paese ha ospitato il Segretario del Consiglio d'Europa accompagnato dal premier slovacco.
Nel 2015 Spišský Hrhov è stato eletto miglior villaggio della nazione, e un anno dopo è stato il sindaco Vladimír Ledecký a superare di slancio tutti i colleghi. Il fatto è che anche qui c'è una comunità rom che vale un quarto della popolazione, ma nessuno scappa, nessuno annega nella miseria e nei giorni di pioggia le strade non si riducono a una poltiglia di fango.
"Quando sono diventato sindaco vent'anni fa tra i miei compaesani rom la disoccupazione era stabile al 100 per cento" dice il cinquantenne Ledecký nel suo ufficio che accumula più targhe e coppe di una polisportiva. "Ma non era l'unico problema, perché il villaggio si stava spopolando ed eravamo rimasti in seicento, metà slovacchi e metà rom". Oggi a Spišský Hrhov vivono 1600 persone e alla sesta tornata elettorale il sindaco non ha trovato nessuno disposto a sfidarlo: "Ma il mio lavoro l'ho fatto" sospira in un raro momento di quiete. "Non mi presenterò una settima volta".
Si gira per le stradine di Spišský Hrhov, si fruga nel cimitero tra lapidi tedesche e ungheresi, ci si arrampica verso la collina dei rom sempre piena di donne e bambini: "Il sindaco è magnifico" ride una mamma di cinque figli. "E loro diventeranno tutti dottori, avvocati, lei addirittura presidente". La bambina chiamata all'alta carica si ritrae: in realtà vorrebbe fare la poliziotta.
Alla periferia di Prešov, la terza città del Paese, incontro Peter Németh del Rómsky Inštitút, una delle più autorevoli associazioni della minoranza romaní. Prova a spiegarmi dove ci troviamo: "Nel ghetto di Starej Tehelni vivono 1.200 rom, c'è un tasso di disoccupazione dell'80 per cento, e su seicento ragazzi in età scolare metà sono iscritti all'istituto speciale per problemi di apprendimento, quasi nessuno andrà oltre la scuola dell'obbligo, molti non finiranno neppure quella". Un disastro: "E in città si sta comunque meglio che nelle comunità di campagna". Il centro commerciale cui è capitata la disgrazia di avere un ghetto rom per vicino si difende con palizzate e cancelli. Il messaggio comunque è forte e chiaro: "La sorte dei rom non interessa a nessuno" continua Németh. "Li si aiuta a sopravvivere, ma per il resto che continuino a vegetare tra loro".
Da qui è partito il sindaco migliore del Paese. Prima era un manager dell'industria informatica. Al cuore della sua rivoluzione c'è quindi un'azienda: "Vent'anni fa abbiamo comprato due macchinari per dare lavoro a un paio di disoccupati". Da allora l'azienda comunale è diventata una piccola holding delle costruzioni che ha i bilanci in attivo e, a seconda delle stagioni, dà lavoro a cinquanta o cento disoccupati, al 90 per cento rom: "Ormai dobbiamo reclutarli nei paesi vicini, perché i nostri disoccupati storici hanno preso la via del business privato".
Dal 100 per cento il tasso dei rom senza lavoro è crollato al 20, cambiando l'anima e il volto del paese: "Con la nostra azienda abbiamo costruito cento appartamenti sociali, e portato gas ed elettricità in tutte le abitazioni". Il sindaco corre, deve mostrarmi il nuovo museo musicale e la piscina che d'estate si riempie di tutti i ragazzi della zona: "Siamo l'unico comune del distretto ad averla, facciamo felici le famiglie e ci guadagniamo pure qualcosa". Inutile dire che i bagnini sono gli ex disoccupati della minoranza. Quando a un tassista di Prešov ho chiesto di Spišský Hrhov, ha fatto spallucce: "Gli zingari restano zingari!". Quando ne ho parlato al villaggio di Chminianske Jakubovany avevano quasi le lacrime agli occhi.
Ecco, per capire come sarebbe potuta andare a Spišský Hrhov bisogna venire qui, e io ci vengo grazie ad Alexander Mušinka, antropologo dell'università di Prešov che con i suoi studi da vent'anni illumina di intelligenza il buio pesto del pregiudizio anti-rom. A Chminianske Jakubovany la scuola speciale è grande il doppio di quella normale. Per il sistema scolastico slovacco, rom vuol dire problema, tendenzialmente irrisolvibile. Ma finita la scuola si va a casa, e noi ci arriviamo di sera attraversando un mare di fango appena rischiarato da fuochi vivi che fanno intravedere lamiere, cartoni, baracche e tanti, tantissimi bambini.
Ci viene incontro un vecchio, padre di dodici figli e nonno di una quarantina di nipoti. Abbraccia Mušinka, poi ci accoglie nella sua catapecchia, ci offre da mangiare e da bere, racconta di quant'è alta l'acqua in casa quando piove. Ride e dice che per i suoi nipoti spera tre cose: che finiscano la scuola, si facciano una famiglia e se ne vadano di qua. Accanto a lui il figlio trentenne fino a quel momento è stato zitto, ma ora sbotta: "Non mi interessa che studino o abbiano una famiglia. Per i miei figli voglio solo che vivano lontano da quest'inferno".
Il senso comune vuole che il problema dei rom siano i rom. Ma abbiamo chiesto al sindaco di Spišský Hrhov cosa lo renda più orgoglioso, dopo tanti anni alla guida del paese: "Che da noi bimbi rom e non rom vanno a scuola assieme". Se Vladimír Ledecký è il miglior sindaco della Slovacchia, Peter Strážik può concorrere al titolo di miglior preside d'Europa: da dieci anni promuove convivenza tra rom e slovacchi in una scuola primaria che l'impegno suo, dei genitori e degli insegnanti ha trasformato in un angolo di efficienza scandinava nel cuore della Mitteleuropa.
Solo dieci anni fa anche a Spišský Hrhov i bimbi rom avevano una relazione privilegiata con le scuole speciali. I pochi che entravano nel circuito standard si mantenevano a distanza di sicurezza dai pargoli della maggioranza: "La segregazione era la regola" sibila Strážik. "Ma lavorando sodo siamo riusciti a creare una scuola dove le barriere etniche non contano più nulla". Mentre parla con noi, il preside riprende un ragazzo, ferma una maestra, saluta un papà. Il signore gli risponde a voce alta, un po' troppo allegro: "Vive in un insediamento a pochi chilometri da qua" spiega Strážik. "È sempre ubriaco ma i suoi tanti figli vengono a scuola da noi. Non seguiranno le sue orme".
Gli slovacchi ci tengono, e a suon di riforme hanno raggiunto un ritmo di crescita economica triplo rispetto a quello italiano. Peccato che solo il 20 per cento dei rom abbia un'occupazione regolare. Chiedo ad Alexander Mušinka come sia possibile che in vent'anni il pluripremiato esperimento di Spišský Hrhov non abbia contaminato neppure i campanili dei dintorni. Mi risponde che se in Slovacchia vuoi vincere le elezioni non puoi occuparti dei rom. Ci tengono, certo. Forse non abbastanza.
Sul Venerdì del 25 gennaio 2019