✕

L'Antropocene è iniziato nel 1610

Due scienziati fissano all'inizio del XVII secolo l'era caratterizzata dal (pericoloso) dominio della nostra specie sulla Terra. Qui (e nel saggio Il pianeta umano) spiegano perché
4 minuti di lettura
Se si condensassero in un solo giorno i 4,5 miliardi di storia della Terra, l'Homo sapiens comparirebbe solo a meno di quattro secondi dalla mezzanotte. Eppure in così breve tempo abbiamo già trasformato il pianeta a nostra immagine, inaugurando una nuova era, l'Antropocene. Il termine è stato coniato nel 2000 da Paul Crutzen, Nobel per la chimica nel 1995 per le sue ricerche sul buco dell'ozono. Ma ora, tra scienziati, si discute sulla data esatta dell'inizio della nostra era. Anche per gli impatti, diciamo così politici, della scelta.Perché, per esempio, far iniziare l'Antropocene con l'invenzione dell'agricoltura potrebbe deresponsabilizzare gli inquinatori di oggi, presentando l'impatto globale dell'uomo come qualcosa di connaturato alla nostra specie, e quindi inevitabile. Scegliere invece una data come il 1964 - anno che, per il fallout radioattivo dei test nucleari (banditi nel 1963), corrisponde alla massim…
Se si condensassero in un solo giorno i 4,5 miliardi di storia della Terra, l'Homo sapiens comparirebbe solo a meno di quattro secondi dalla mezzanotte. Eppure in così breve tempo abbiamo già trasformato il pianeta a nostra immagine, inaugurando una nuova era, l'Antropocene. Il termine è stato coniato nel 2000 da Paul Crutzen, Nobel per la chimica nel 1995 per le sue ricerche sul buco dell'ozono. Ma ora, tra scienziati, si discute sulla data esatta dell'inizio della nostra era. Anche per gli impatti, diciamo così politici, della scelta.Perché, per esempio, far iniziare l'Antropocene con l'invenzione dell'agricoltura potrebbe deresponsabilizzare gli inquinatori di oggi, presentando l'impatto globale dell'uomo come qualcosa di connaturato alla nostra specie, e quindi inevitabile. Scegliere invece una data come il 1964 - anno che, per il fallout radioattivo dei test nucleari (banditi nel 1963), corrisponde alla massima concentrazione di carbonio 14 nelle carote di ghiaccio dell'Antartide - ci farebbe trascurare troppo della storia precedente.

Ad affrontare la questione sono, nel saggio Il pianeta umano. Come abbiamo creato l'Antropocene (Einaudi), due docenti dello University College London: Simon Lewis, che insegna scienza del cambiamento globale, e Mark Maslin, professore di scienze ambientali. Non c'è dubbio che Homo sapiens abbia trasformato la Terra: "Prima della Rivoluzione industriale avevamo 290 parti per milione di CO2 nell'atmosfera, oggi ne abbiamo 407. Il tasso di estinzione delle specie animali è tra cento e mille volte più alto rispetto al periodo precedente la comparsa dell'uomo. E già 50 mila anni fa, con la diffusione dei nostri antenati nel mondo, si ebbe un'estinzione di massa delle specie più cacciate, quelle della megafauna, ovvero gli animali sopra i 40 chili" spiega Lewis. "Il dato che più esprime la nostra forza plasmatrice sul Pianeta è però un altro: se oggi pesassimo tutti i mammiferi viventi sulla terraferma, troveremmo che per il 30 per cento si tratta di esseri umani, per il 67 di animali allevati e solo per il 3 di mammiferi selvatici".

Visto che la domesticazione degli animali coincide con la comparsa dell'agricoltura, forse non è sbagliato considerare proprio la sua invenzione l'inizio dell'Antropocene. "Però manca un marcatore geologico globale o, come si dice in gergo, un "chiodo d'oro": un cambiamento negli strati sedimentari della Terra che indichi l'inizio di un nuovo stato del Pianeta, correlato a cambiamenti simili altrove" spiega Maslin. "L'agricoltura è stata inventata in 10-14 aree geografiche in tempi diversi, che vanno dagli 11 mila anni fa della Mezzaluna fertile del Medio Oriente ai 4.000 anni fa, in Africa, India e Nord America. E non c'è un unico marker geologico che ne mostri l'impatto globale, anche se abbiamo prove degli effetti a lungo termine: alla fine dell'ultima era glaciale si è avuto un picco nella concentrazione atmosferica di CO2, dopo il quale avrebbe dovuto iniziare una lenta e progressiva discesa, fino alla prossima era glaciale. Ma 6.000 anni fa, per la deforestazione legata alle attività agricole, la CO2 ha ripreso a salire". Ma l'impossibilità di individuare un secolo preciso valido in tutto il mondo per l'inizio dell'agricoltura fa sì che questo non possa essere il "chiodo d'oro" cercato da Lewis e Maslin. Né, secondo loro, si può considerare tale la Rivoluzione industriale.


"Osservando il grafico della crescente concentrazione di CO2 degli scorsi millenni, ricavato dalla quantità di isotopi di carbonio trovati nelle carote di ghiaccio antartico, non si hanno, intorno al 1800, grandi cambiamenti rispetto ai decenni precedenti e successivi. Perché l'avvio della Rivoluzione industriale, localizzato in Inghilterra, non ha causato subito effetti globali: la loro diffusione sul Pianeta è stata graduale" sottolinea Lewis. "La Rivoluzione industriale ha avuto enorme influenza economica, sociale e ambientale, ma non ci dà i marcatori geologici necessari a segnare l'inizio dell'Antropocene". Proprio osservando il grafico dell'anidride carbonica Lewis e Maslin hanno però trovato la data precisa.

"Intorno al 1610 si vede un improvviso calo di CO2" spiega Lewis.  "Abbiamo capito che a produrlo è stata la riforestazione spontanea avvenuta nel Nuovo Mondo dopo la morte di oltre 50 milioni di nativi, ovvero il 90 per cento della popolazione, uccisi dalle malattie arrivate con gli Europei. I nativi erano soprattutto agricoltori, e le terre rimaste incolte si sono riconvertite in foreste, che hanno assorbito tanta CO2 da abbassarne globalmente il livello di circa 10 parti per milione, riducendo leggermente la temperatura del Pianeta. Ecco i marcatori dell'inizio dell'Antropocene e del mondo moderno". Anche perché fu allora, grazie alle navi che congiungevano i continenti, che iniziò il rimescolamento planetario delle specie animali e vegetali.

"Oggi in Sudamerica ci sono moltissimi animali e piante originari dell'Europa. E così anche in Africa: nel bacino del Congo, per esempio, puoi essere morso da formiche originarie dell'Amazzonia. Abbiamo omogeneizzato e mischiato le specie in un modo che non ha precedenti sulla Terra" dice Maslin.  "Questo rimescolamento è un altro chiaro marker dell'Antropocene, anche perché è il solo cambiamento davvero irreversibile". "Con la conquista del Nuovo Mondo è come se, da un punto di vista biologico, avessimo riunificato i continenti in una nuova Pangea, l'antico supercontinente. Da quando, 200 milioni di anni fa, si era frantumata, e le masse continentali si erano separate, le specie dei vari continenti si erano infatti evolute in modo indipendente" spiega Lewis.

Ma far iniziare l'Antropocene nel 1610, secondo Maslin,  è anche un modo di riconoscere l'impatto di un nuovo modo di vivere basato sul profitto. "Con la conquista delle Americhe si affermarono il mercantilismo capitalista, il colonialismo, l'industria finanziaria che sosteneva le missioni navali. E la grande disponibilità di materie prime e merci che arrivarono dall'altra sponda dell'Atlantico creò le condizioni adatte per la Rivoluzione industriale". È stata l'ulteriore spinta globalizzatrice post-Seconda guerra mondiale a portarci al mondo assediato dai gas serra di oggi.

"Da un lato comprendo gli esperti che collocano l'inizio dell'Antropocene in corrispondenza della "grande accelerazione" che segue il 1950: in effetti da allora il nostro impatto sul Pianeta è aumentato di molto, abbiamo raddoppiato la popolazione terrestre, con altri 3,5 miliardi di persone. Abbiamo cambiato il sistema industriale e scatenato il consumismo. Facendo impennare i gas serra" insiste Lewis. "Ma se piantassimo negli anni 50-60 il "chiodo d'oro" dell'Antropocene, evidenzieremmo soltanto il cambiamento climatico, tralasciando il modo in cui abbiamo messo sottosopra la natura già nel XVI-XVII secolo".

Definire bene l'Antropocene può aiutarci: "Ci ricorda che siamo una superpotenza geologica, ma diversa da un asteroide o un vulcano, perché possiamo limitare il nostro impatto" spiega Maslin. In che modo? "Magari con la riforestazione: ad esempio con la Trillion Tree Campaign, che prevede di piantare mille miliardi di alberi entro il 2050. O con le tecnologie, alimentate da rinnovabili, che risucchiano CO2 dall'atmosfera. E con un reddito universale garantito che ci affranchi dalla corsa - inquinante - verso l'iperproduttività".

Sul Venerdì del 25 gennaio 2019