Ranulph Fiennes: non ho perso il vizio di esplorare
Benedetta Marietti , di BENEDETTA MARIETTIA 74 anni continua a partire per missioni impossibili. Ora, in tv, ripercorre il suo viaggio in Egitto di 50 anni fa. Con il cugino Joseph. Intervista
LONDRA. «Quando pianifico una spedizione, cerco sempre di tentare qualcosa che nessuno ha mai fatto. Voglio essere il primo a stabilire un nuovo record». Parola di sir Ranulph Twisleton-Wykeham-Fiennes, “Ran” per gli amici, 74 anni portati con eleganza, baronetto, membro dell’Ordine dell’Impero Britannico, lontano cugino della regina Elisabetta, considerato dal Guinness World Records «il più grande esploratore vivente».
Nel 1967 ha iniziato a esplorare il mondo e non ha ancora smesso, andando alla conquista di zone remote in condizioni estreme e con qualsiasi mezzo (piedi, battello, barca, macchina, hovercraft, slitta, sci), ottenendo diversi primati: primo uomo, insieme a Charles Burton, a raggiungere entrambi i poli, primo, sempre con Burton, ad attraversare l’oceano Antartico e Artico; primo, ancora con Burton, a circumnavigare il mondo passando per i Poli («un’odissea di tre anni e 52.000 miglia, che ha coin…
Nel 1967 ha iniziato a esplorare il mondo e non ha ancora smesso, andando alla conquista di zone remote in condizioni estreme e con qualsiasi mezzo (piedi, battello, barca, macchina, hovercraft, slitta, sci), ottenendo diversi primati: primo uomo, insieme a Charles Burton, a raggiungere entrambi i poli, primo, sempre con Burton, ad attraversare l’oceano Antartico e Artico; primo, ancora con Burton, a circumnavigare il mondo passando per i Poli («un’odissea di tre anni e 52.000 miglia, che ha coin…
LONDRA. «Quando pianifico una spedizione, cerco sempre di tentare qualcosa che nessuno ha mai fatto. Voglio essere il primo a stabilire un nuovo record». Parola di sir Ranulph Twisleton-Wykeham-Fiennes, “Ran” per gli amici, 74 anni portati con eleganza, baronetto, membro dell’Ordine dell’Impero Britannico, lontano cugino della regina Elisabetta, considerato dal Guinness World Records «il più grande esploratore vivente».
Nel 1967 ha iniziato a esplorare il mondo e non ha ancora smesso, andando alla conquista di zone remote in condizioni estreme e con qualsiasi mezzo (piedi, battello, barca, macchina, hovercraft, slitta, sci), ottenendo diversi primati: primo uomo, insieme a Charles Burton, a raggiungere entrambi i poli, primo, sempre con Burton, ad attraversare l’oceano Antartico e Artico; primo, ancora con Burton, a circumnavigare il mondo passando per i Poli («un’odissea di tre anni e 52.000 miglia, che ha coinvolto 1.900 sponsor e una squadra di 52 persone»); primo, con Mike Stroud, a completare il giro dell’Antartico senza assistenza e primo a compiere il Passaggio a Nord Ovest a bordo di una barca a motore aperta (un Boston Whaler di 18 piedi).
Scopritore della città perduta di Ubar in Oman, nel 2003 ha corso sette maratone in sette giorni sui sette continenti (l'America vale doppio), quattro mesi dopo aver subìto un primo infarto e con un doppio bypass. Nel 2009 è stato il britannico più anziano a scalare l’Everest (ma con autentico understatement confessa di essere salito dal Nepal, «vale a dire dalla parte più facile»), pur soffrendo di vertigini, dopo averci provato due volte e dopo un secondo infarto a pochi metri dalla vetta.
Quando lo incontriamo nella sala di un albergo nel centro di Londra, mi parla con occhi vivaci e aplomb britannico della sua ultima impresa: un percorso avventuroso con il cugino attore Joseph Fiennes (The Handmaid’s Tale, Shakespeare in Love). E che di Ranulph dice: «La sua storia è più straordinaria di quella di qualsiasi personaggio da me interpretato». Quel viaggio è diventato un documentario in tre episodi dal titolo Ti porto io in Egitto, che sarà trasmesso in 172 Paesi e tradotto in 43 lingue, e in Italia andrà in onda ad aprile su National Geographic (canale 403 di Sky).
«Pur essendo cugini io e Joseph non ci eravamo mai incontrati. Ma quando mi ha contattato per propormi di ripercorrere l’itinerario che avevo seguito in Egitto, lungo il Nilo, 50 anni fa, ho accettato immediatamente» dice Ranulph Fiennes. Se sullo schermo Joseph vestirà i panni inediti di un Indiana Jones contemporaneo, lui mostrerà al mondo le sue doti di attore, che quarant’anni fa lo hanno portato a un passo dal ricoprire al cinema il ruolo di James Bond.
«Nel 1970 vivevo in Scozia e sono stato chiamato a Londra a un casting per il ruolo di 007. Su 200 partecipanti siamo rimasti in sei. A quel punto sono stato convocato dal regista, Guy Hamilton, e dal produttore, Albert “Cubby” Broccoli, che dovevano prendere la decisione finale. Quando mi hanno visto sono scoppiati a ridere: 'Non sembra un agente segreto ma un contadino! Guarda che mani ruvide e callose!'. Così hanno scelto Roger Moore. Non mi sono perso d’animo, sono andato al ministero della Difesa, ho scoperto che stavano cercando qualcuno che guidasse una grande spedizione lungo lo Yukon, nella Columbia Britannica, e mi sono proposto. Posso dire che è grazie a 007 se ho ottenuto un lavoro».
Nato a Windsor, nel Berkshire, nel 1944, quattro mesi dopo la scomparsa del padre, si trasferisce con la madre in Sudafrica per poi rientrare in Inghilterra, laurearsi a Eton e arruolarsi come il padre nella British Army, dove rimane per otto anni. Ha fatto parte dello Special Air Service con cui ha partecipato a una misteriosa operazione in Oman a favore del Sultano. Una vicenda da lui raccontata nel romanzo Killer Elite (Newton Compton, 2012), diventato un film omonimo con Robert De Niro e Clive Owen. Del resto, sir Ranulph ama definirsi uno scrittore di viaggi, avendo pubblicato più di 25 libri, tra cui una rigorosa biografia in difesa dell’esploratore britannico Robert Falcon Scott («fu Gorbaciov a spingermi a scrivere un libro su Scott, che è stato anche un eroe sovietico, dopo che in America era uscito su di lui un libro pieno di falsità. Ora mi sto dedicando al racconto della vita di un altro grande esploratore polare, Ernest Shackleton, con cui sento grande affinità»).
Shackleton, Scott, Amundsen, lo stesso Fiennes hanno fatto la storia delle spedizioni polari. Ma è ancora possibile, in un mondo ormai completamente conosciuto e mappato, trovare qualcosa di nuovo da esplorare o è la fine del sogno umano di conquista? «Nel 1992, in Antartico, con Michael Straud ho scoperto l’esistenza di una montagna e trovato una nuova via. Non avevamo Gps e nemmeno satelliti in orbita sopra di noi. Negli ultimi vent’anni è cambiato tutto. Rimangono i fondali degli oceani e lo spazio. Le immagini recenti di Ultima Thule, il corpo celeste più lontano mai visto dagli uomini, ne sono un esempio».
Gli chiedo qual è stato in 50 anni di spedizioni il momento in cui si è trovato in maggior difficoltà. Il suo racconto mette i brividi: «Non amo le spedizioni in solitaria ma nel 2000 ho cercato di raggiungere il Polo Nord da solo e senza assistenza per battere il record precedente stabilito da due norvegesi. Sono partito a febbraio, con il freddo, ma in una notte di luna piena il ghiaccio è diventato più fragile e si è rotto sotto il peso della slitta. Per recuperarla ho dovuto immergere le mani in acqua e ho capito subito che la sinistra aveva perso la sensibilità. Dopo tre giorni passati a Montreal in una camera iperbarica, sono tornato in Inghilterra con un responso: amputazione delle falangi superiori delle dita. Secondo i medici inglesi avrei dovuto aspettare qualche mese a farmi operare per permettere al tessuto sottostante di guarire. Ma toccare qualsiasi cosa risultava doloroso e secondo mia moglie Ginny stavo diventando irritabile. Così ho comprato una sega elettrica e mi sono tagliato da solo le dita. Mi ci sono voluti due giorni per via delle ossa. Una volta finito il lavoro non sono riuscito a buttarle via. Le conservo ancora».
Ginny è stata la compagna della vita: «L’ho conosciuta in Inghilterra, appena tornato dal Sudafrica: io avevo dodici anni, lei nove, ma ho dovuto aspettare che ne avesse ventuno per sposarla. È morta quindici anni fa dopo 35 anni di matrimonio. Mi ha accompagnato in molte missioni, si occupava della logistica e delle comunicazioni via radio nel campo base». Ora Ranulph vive con la seconda moglie, Louise, da cui ha avuto una figlia, ora dodicenne, nell’Exmoor, nel Sud Ovest dell’Inghilterra. Da dove continua a progettare spedizioni: «La prossima sarà l’attraversamento delle otto miglia di mare che separano Robben Island – l’isola in cui Nelson Mandela trascorse 18 anni di reclusione – dalla terraferma. È un tratto di mare pericoloso, infestato dagli squali. Si chiamerà Lungo cammino verso la libertà, come il libro autobiografico che Mandela ha scritto in carcere».
Di smettere di esplorare non se ne parla. Ranulph ha dichiarato che si dedicherà al golf e al giardinaggio solo quando sarà vecchio. E poi, prima di rinunciare alle imprese estreme, vuole raggiungere la cifra di venti milioni di sterline da donare in beneficenza. Finora ne ha versati diciotto. Gliene mancano ancora due.
Sul Venerdì del 1° febbraio 2019
Nel 1967 ha iniziato a esplorare il mondo e non ha ancora smesso, andando alla conquista di zone remote in condizioni estreme e con qualsiasi mezzo (piedi, battello, barca, macchina, hovercraft, slitta, sci), ottenendo diversi primati: primo uomo, insieme a Charles Burton, a raggiungere entrambi i poli, primo, sempre con Burton, ad attraversare l’oceano Antartico e Artico; primo, ancora con Burton, a circumnavigare il mondo passando per i Poli («un’odissea di tre anni e 52.000 miglia, che ha coinvolto 1.900 sponsor e una squadra di 52 persone»); primo, con Mike Stroud, a completare il giro dell’Antartico senza assistenza e primo a compiere il Passaggio a Nord Ovest a bordo di una barca a motore aperta (un Boston Whaler di 18 piedi).
Scopritore della città perduta di Ubar in Oman, nel 2003 ha corso sette maratone in sette giorni sui sette continenti (l'America vale doppio), quattro mesi dopo aver subìto un primo infarto e con un doppio bypass. Nel 2009 è stato il britannico più anziano a scalare l’Everest (ma con autentico understatement confessa di essere salito dal Nepal, «vale a dire dalla parte più facile»), pur soffrendo di vertigini, dopo averci provato due volte e dopo un secondo infarto a pochi metri dalla vetta.
Quando lo incontriamo nella sala di un albergo nel centro di Londra, mi parla con occhi vivaci e aplomb britannico della sua ultima impresa: un percorso avventuroso con il cugino attore Joseph Fiennes (The Handmaid’s Tale, Shakespeare in Love). E che di Ranulph dice: «La sua storia è più straordinaria di quella di qualsiasi personaggio da me interpretato». Quel viaggio è diventato un documentario in tre episodi dal titolo Ti porto io in Egitto, che sarà trasmesso in 172 Paesi e tradotto in 43 lingue, e in Italia andrà in onda ad aprile su National Geographic (canale 403 di Sky).
«Pur essendo cugini io e Joseph non ci eravamo mai incontrati. Ma quando mi ha contattato per propormi di ripercorrere l’itinerario che avevo seguito in Egitto, lungo il Nilo, 50 anni fa, ho accettato immediatamente» dice Ranulph Fiennes. Se sullo schermo Joseph vestirà i panni inediti di un Indiana Jones contemporaneo, lui mostrerà al mondo le sue doti di attore, che quarant’anni fa lo hanno portato a un passo dal ricoprire al cinema il ruolo di James Bond.
«Nel 1970 vivevo in Scozia e sono stato chiamato a Londra a un casting per il ruolo di 007. Su 200 partecipanti siamo rimasti in sei. A quel punto sono stato convocato dal regista, Guy Hamilton, e dal produttore, Albert “Cubby” Broccoli, che dovevano prendere la decisione finale. Quando mi hanno visto sono scoppiati a ridere: 'Non sembra un agente segreto ma un contadino! Guarda che mani ruvide e callose!'. Così hanno scelto Roger Moore. Non mi sono perso d’animo, sono andato al ministero della Difesa, ho scoperto che stavano cercando qualcuno che guidasse una grande spedizione lungo lo Yukon, nella Columbia Britannica, e mi sono proposto. Posso dire che è grazie a 007 se ho ottenuto un lavoro».
Nato a Windsor, nel Berkshire, nel 1944, quattro mesi dopo la scomparsa del padre, si trasferisce con la madre in Sudafrica per poi rientrare in Inghilterra, laurearsi a Eton e arruolarsi come il padre nella British Army, dove rimane per otto anni. Ha fatto parte dello Special Air Service con cui ha partecipato a una misteriosa operazione in Oman a favore del Sultano. Una vicenda da lui raccontata nel romanzo Killer Elite (Newton Compton, 2012), diventato un film omonimo con Robert De Niro e Clive Owen. Del resto, sir Ranulph ama definirsi uno scrittore di viaggi, avendo pubblicato più di 25 libri, tra cui una rigorosa biografia in difesa dell’esploratore britannico Robert Falcon Scott («fu Gorbaciov a spingermi a scrivere un libro su Scott, che è stato anche un eroe sovietico, dopo che in America era uscito su di lui un libro pieno di falsità. Ora mi sto dedicando al racconto della vita di un altro grande esploratore polare, Ernest Shackleton, con cui sento grande affinità»).
Shackleton, Scott, Amundsen, lo stesso Fiennes hanno fatto la storia delle spedizioni polari. Ma è ancora possibile, in un mondo ormai completamente conosciuto e mappato, trovare qualcosa di nuovo da esplorare o è la fine del sogno umano di conquista? «Nel 1992, in Antartico, con Michael Straud ho scoperto l’esistenza di una montagna e trovato una nuova via. Non avevamo Gps e nemmeno satelliti in orbita sopra di noi. Negli ultimi vent’anni è cambiato tutto. Rimangono i fondali degli oceani e lo spazio. Le immagini recenti di Ultima Thule, il corpo celeste più lontano mai visto dagli uomini, ne sono un esempio».
Gli chiedo qual è stato in 50 anni di spedizioni il momento in cui si è trovato in maggior difficoltà. Il suo racconto mette i brividi: «Non amo le spedizioni in solitaria ma nel 2000 ho cercato di raggiungere il Polo Nord da solo e senza assistenza per battere il record precedente stabilito da due norvegesi. Sono partito a febbraio, con il freddo, ma in una notte di luna piena il ghiaccio è diventato più fragile e si è rotto sotto il peso della slitta. Per recuperarla ho dovuto immergere le mani in acqua e ho capito subito che la sinistra aveva perso la sensibilità. Dopo tre giorni passati a Montreal in una camera iperbarica, sono tornato in Inghilterra con un responso: amputazione delle falangi superiori delle dita. Secondo i medici inglesi avrei dovuto aspettare qualche mese a farmi operare per permettere al tessuto sottostante di guarire. Ma toccare qualsiasi cosa risultava doloroso e secondo mia moglie Ginny stavo diventando irritabile. Così ho comprato una sega elettrica e mi sono tagliato da solo le dita. Mi ci sono voluti due giorni per via delle ossa. Una volta finito il lavoro non sono riuscito a buttarle via. Le conservo ancora».
Ginny è stata la compagna della vita: «L’ho conosciuta in Inghilterra, appena tornato dal Sudafrica: io avevo dodici anni, lei nove, ma ho dovuto aspettare che ne avesse ventuno per sposarla. È morta quindici anni fa dopo 35 anni di matrimonio. Mi ha accompagnato in molte missioni, si occupava della logistica e delle comunicazioni via radio nel campo base». Ora Ranulph vive con la seconda moglie, Louise, da cui ha avuto una figlia, ora dodicenne, nell’Exmoor, nel Sud Ovest dell’Inghilterra. Da dove continua a progettare spedizioni: «La prossima sarà l’attraversamento delle otto miglia di mare che separano Robben Island – l’isola in cui Nelson Mandela trascorse 18 anni di reclusione – dalla terraferma. È un tratto di mare pericoloso, infestato dagli squali. Si chiamerà Lungo cammino verso la libertà, come il libro autobiografico che Mandela ha scritto in carcere».
Di smettere di esplorare non se ne parla. Ranulph ha dichiarato che si dedicherà al golf e al giardinaggio solo quando sarà vecchio. E poi, prima di rinunciare alle imprese estreme, vuole raggiungere la cifra di venti milioni di sterline da donare in beneficenza. Finora ne ha versati diciotto. Gliene mancano ancora due.
Sul Venerdì del 1° febbraio 2019