Perché Roma è sommersa dai rifiuti
Riccardo Staglianò , di RICCARDO STAGLIANÒLe dimissioni dell'assessora all'Ambiente sono solo una puntata di un'emergenza infinita. La capitale è perennemente invasa dalla spazzatura. Capire è davvero impossibile? Inchiesta
ROMA. La pietra d'inciampo, origine dello scandalo, è un oggetto piuttosto banale. Un tondo di gomma gialla, quelle calotte che delimitano le corsie preferenziali. Giace divelta sull'angolo di casa mia, Esquilino, centro storico di Roma, da oltre un mese. Ricordo esattamente quando l'ho notato. E da allora, giorno dopo giorno, ho scommesso che qualcuno l'avrebbe raccolto. È sempre lì. Vicino a cartigli, mozziconi di sigarette, scarpe spaiate, bicchieri di plastica trasparente, lattine di Red Bull, preservativi usati. Sono trenta giorni che chi spazza evita il disco giallo. A poche decine di metri straripano i cassonetti del cartone. Un tavolo male in arnese è appoggiato al cassone del vetro. Barboni si inabissano nei contenitori sperando in chissà quale miserabile pesca.
Come è possibile che la Capitale di un Paese ancora dentro al G7 assomigli, quanto a decoro urbano, a Calcutta? Che la sindaca non riesca, dopo una serie di b…
Come è possibile che la Capitale di un Paese ancora dentro al G7 assomigli, quanto a decoro urbano, a Calcutta? Che la sindaca non riesca, dopo una serie di b…
ROMA. La pietra d'inciampo, origine dello scandalo, è un oggetto piuttosto banale. Un tondo di gomma gialla, quelle calotte che delimitano le corsie preferenziali. Giace divelta sull'angolo di casa mia, Esquilino, centro storico di Roma, da oltre un mese. Ricordo esattamente quando l'ho notato. E da allora, giorno dopo giorno, ho scommesso che qualcuno l'avrebbe raccolto. È sempre lì. Vicino a cartigli, mozziconi di sigarette, scarpe spaiate, bicchieri di plastica trasparente, lattine di Red Bull, preservativi usati. Sono trenta giorni che chi spazza evita il disco giallo. A poche decine di metri straripano i cassonetti del cartone. Un tavolo male in arnese è appoggiato al cassone del vetro. Barboni si inabissano nei contenitori sperando in chissà quale miserabile pesca.
Come è possibile che la Capitale di un Paese ancora dentro al G7 assomigli, quanto a decoro urbano, a Calcutta? Che la sindaca non riesca, dopo una serie di baldanzosi proclami, a fare niente per migliorare la situazione dei rifiuti? Che il governo (amico) non intervenga? Che i cittadini non scendano in piazza quotidianamente pretendendo di non vivere in una specie di discarica? Sono le domande che si pone il turista occasionale e che i romani, desensibilizzati da un cinismo millenario, sembrano aver imparato a farsi scivolare addosso. "Ma che sarà mai...". La Città eterna ne ha viste di peggiori. È rivestita di un Teflon su cui non attacca neppure il guano dei gabbiani.
Se anche la raccolgo, poi dove la metto?
Scrivere sui rifiuti di Roma è una missione quasi suicida. L'argomento è complesso, farcito di sigle arcane (tmb, fos, css), le responsabilità diffuse. La città produce 1,8 milioni di tonnellate all'anno. Quasi 5.000 tonnellate al giorno, di cui solo il 44 per cento viene differenziato. Restano 3.000 tonnellate di indifferenziata alle quali trovare quotidianamente una collocazione. Dove vanno a finire?
Circa 1.200 nei due impianti di trattamento meccanico biologico (tmb) di Malagrotta, che separano l'umido dal secco, gestiti dalla Colari che si scrive Consorzio Lazio Rifiuti ma si legge Manlio Cerroni, il ras nella cui discarica per cinquant'anni è finito il grosso della monnezza. Fino a cinque anni fa quando, con sprezzo del pericolo, l'allora sindaco Ignazio Marino l'ha fatta chiudere. Il novantenne avvocato non si è perso d'animo e, attraverso i suoi due tmb, tratta ancora circa un quarto dei rifiuti capitali. Altre 650 tonnellate vanno invece nel tmb Ama di Rocca Cencia e 400 andavano a quello, sempre pubblico, del Salario che un misterioso incendio ha messo fuori uso a dicembre.
Anche se Ama riuscisse a spazzare le strade (apodosi dell'irrealtà, disco giallo docet), non saprebbe dove portare i rifiuti. Che infatti per 1.000-1.500 tonnellate emigrano fuori provincia (Frosinone, Aprilia, Viterbo) quando non fuori regione (Abruzzo, Friuli-Venezia Giulia, Veneto, Lombardia) o, fino all'estate scorsa, all'estero (Austria, Germania).
Prima domanda ingenua: non converrebbe costruire qualche nuovo tmb per avvantaggiarsi della tariffa imposta dalla Regione di 104 euro a tonnellata rispetto ai 137 che pretende Cerroni o dai 139 ai 197 dei forestieri?
La differenziata fa guadagnare ovunque tranne che nella capitale
Recita ogni bignamino sul ciclo dei rifiuti: "La differenziata è un utile, l'indifferenziata un costo". Nel primo caso i consorzi pagano la plastica 300 euro a tonnellata, la carta 70 e il vetro 50, per citare giusto i materiali più importanti. Nel secondo è il gestore che deve pagare i tmb per separare l'organico dal resto, i tritovagliatori per sminuzzare i rifiuti prima di interrarli o bruciarli, le discariche per ospitarli o i termovalorizzatori per bruciarli. A Roma anche questa certezza vacilla. Dichiara Alessandro Filippi, ex direttore generale Ama, in un'audizione parlamentare del 26 ottobre 2016, ai tempi di Mafia Capitale: "In Ama il costo della differenziata era sempre a perdere". Lui però indice nuove gare, strappa prezzi normali e alla fine l'azienda "passa da una marginalità negativa di circa 1,5 milioni a una positiva di 2 milioni". Insomma, incassa. Come premio viene fatto fuori con Daniele Fortini, il presidente che l'aveva scelto, non appena i grillini conquistano il Campidoglio.
Dalla trascrizione si apprendono altri sapidi dettagli. Uno: il 55 per cento dei mezzi era fuori uso (Filippi riesce a portarlo al 25). Due: per rendersi autonomi dai privati, abbandonano Rocca Cencia di Cerroni (si calcola che costasse 185 mila euro al giorno) e suppliscono con un tritovagliatore mobile, un frullatore grande come un paio di container che separa i rifiuti solo un po' peggio di un tmb ("È costato 50 mila euro ma con i risparmi si è ripagato in pochi giorni"). Tre: Ama non era proprietaria neppure dei cassonetti, ma preferiva affittarli a 1.800 euro ogni cinque anni, quando il costo di possederli per sempre era di 650. La somma di queste stupefacenti inefficienze dà come risultato una Tari da 270 euro pro capite contro i 185 di Treviso.
E infatti a Treviso si differenzia
L'esempio più amato dai 5Stelle che la cita nel piano di governo. Qui Contarina è l'azienda che in due anni ha fatto sparire i cassonetti da Treviso. Per quasi un anno ha incontrato la popolazione, spiegato come fare e perché vale la pena. Oggi ogni famiglia ha bidoni piccoli (30 litri) e grandi (120 litri) che mette fuori a seconda del calendario del porta a porta. Così facendo la differenziata è passata dal 50 all'80 per cento in pochi mesi. Una famiglia trevigiana produce 58 chili di indifferenziata contro i 250 nazionali. Tra l'aneddotica spiccano le telecamere camuffate da sassi che prendono le targhe dei furbetti che buttano i sacchi nei fossi. Però parliamo di una superficie di 55 chilometri quadrati contro i 1.285 di Roma, ventitré volte tanto...
"Se è per quello il totale dei comuni che serviamo si estende per 1.300 chilometri" ribatte il direttore generale Michele Rasera, che incontro nella spartana sede di Spresiano: "Il problema non sono le dimensioni, semmai la verticalità, la presenza di grattacieli. Ma Milano ne ha molti più di Roma e lì le cose funzionano". Dunque? "La parola chiave è responsabilità. I cassonetti deresponsabilizzano, il porta a porta responsabilizza al massimo. Più rifiuti produci, più spendi. E se differenzi male ti toccano le multe". Un'inconfutabile pedagogia degli schei.
Ai colleghi della Capitale dice: costruite subito un impianto per il compostaggio perché, per quanto differenzierete, l'umido resterà. Quanto agli inceneritori, che anche loro ovviamente usano ("di gran lunga meglio delle discariche"), non è sicuro che sia indispensabile costruirne di nuovi perché "se la differenziata su base nazionale arrivasse al 65 per cento quelli del Nord diverrebbero sovrabbondanti e potrebbero bastare".
E a Brescia si brucia...
Una frase che incapsula la diversità rispetto a Brescia. Qui A2a, la più grande multiutility italiana, mi accoglie nel gigantesco termoutilizzatore a otto minuti dalla stazione. Un alto dirigente mi mostra una serie di slide il cui succo è: c'è ancora tanto da bruciare. Perché nel mondo l'80 per cento finisce ancora in discarica. In Europa bruciare sarebbe lo spartiacque tra civiltà (Germania, Danimarca, Svezia, etc) e barbarie. E in Italia il waste-to-energy è meno (19 per cento) di quel che va a finire nelle landfill (25). Quindi, se il presente è maleodorante, il futuro è luminoso. Nonostante l'ottimismo veneto, però, "se anche la differenziata arrivasse al 75 per cento bisognerebbe almeno raddoppiare gli inceneritori esistenti per smaltire i 5 milioni di tonnellate che ogni anno non si riescono a riciclare".
Intanto a Brescia in due anni hanno raddoppiato la differenziata (da 35 a 72 per cento), con cassonetti che si aprono con una tessera elettronica. Su Roma, la vedono male: "I rifiuti sono aumentati del 3 per cento nel 2018. I prezzi delle discariche salgono. Tra 6 mesi sarà peggio di oggi e tra 12 peggio di domani". La soluzione? Indovinato. "A Napoli c'era l'emergenza fin quando non abbiamo aperto, tra tante proteste, l'inceneritore di Acerra. Mentre i contribuenti pagano ancora i 120 mila euro al giorno di multa che la Ue comminò alla Campania proprio per i rifiuti". Mi mostrano la sala di controllo, che non sfigurerebbe alla Nasa. E la postazione da cui due uomini in poltrona azionano via joystick colossali bracci meccanici che mettono il pattume nei forni.
Uscito da questo impianto da 500 milioni di euro (e da 700 mila tonnellate l'anno) vado dal sindaco Emilio Del Bono, raro pd vincente: come ha fatto a rassicurare i cittadini che il grande forno non deve spaventare? "Qui la razionalità regge" dice. "Ci siamo chiesti: meglio questo o la discarica? E se lo fa tutto il Nord Europa non farà male, no? Comunque la Lombardia ha imposto limiti di emissioni di 80 dove per la Ue ne bastavano di 200. E lo stabilimento, controllato 60 milioni di volte all'anno direttamente dall'Arpa, ne produce solo 50!". Cinquanta, ma stavolta milioni di euro, è anche il dividendo che A2a staccherà al Comune il quale, oltre che cliente, è anche socio di A2a alla quale detta gli indirizzi strategici. Il privato gestisce, la politica mostra la via.
L'eterno fiasco di Ama
Torniamo a Roma. Scatologicamente parlando, qui il tempo sembra un loop infinito. A dicembre scorso un incendio divampa al tmb Salario. Giusto in tempo per mettere in ginocchio la città per le feste. Era già successo nel giugno 2015. Il tmb, ospitato in un'ex fabbrica di auto vicinissima alle case, puzza e la gente non lo vuole. Ogni giunta promette di sbarazzarsene ma poi resta. Tanto più che una legge del 2013 impone di trattare i rifiuti prima di portarli in discarica. E se il tmb pubblico è fuori uso non restano che quelli privati, sorprendentemente ignifughi.
Altro ricorso storico: i mezzi scassati. In un rapporto la Cgil denuncia che metà non funzionano. Gli stessi sindacalisti pubblicano video di officine aziendali inservibili. Mentre quelle esterne, fanno notare i maligni, spesso affittano anche i mezzi sostitutivi ad Ama. A Treviso non ci credevano: "I mezzi devono funzionare tutti. Anche noi ora ne abbiamo 15 fermi: non perché sono guasti, ma perché stiamo convertendo la flotta a metano".
In fila agli impianti
Alle 8 di mattina via Principe Eugenio, alla faccia della sua alterigia sabauda, è un camposanto di robaccia. Cassonetti pieni, cestini stracolmi, strade non spazzate. Chiedo il perché a un sindacalista Ama. Mi spiega: "Alle 5.30 il primo turno parte da Rocca Cencia e verso le 6 arriva da queste parti. Raccoglie e poi va in un tmb. Ma magari trova una fila di decine di camion e quando tocca a lui lo rimandano indietro perché il tmb è colmo". E quindi? "Dirotta il camion pieno da un'altra parte. Alla peggio lo riporta in magazzino". E chiamare prima di fare tutta quella strada? "Sì, anche, ma non è sempre facile capirlo prima. E resta il problema della carenza di impianti".
Sorvola sul fatto che, di 6.000 operatori su 8.000 dipendenti, mille siano Lma (lavoratori di minimo aggravio), gente che non può fare sforzi e sul 15 per cento di assenteismo concentrato verso il fine settimana, il triplo di quello milanese. Quanto all'annuncio del nuovo ad Lorenzo Bagnacani di poter far funzionare l'azienda anche con 4.500 persone, il trucco è aver "esternalizzato le utenze commerciali, il servizio parchi e giardini e la manutenzione dei mezzi". Così facendo, però, il rischio è che ad Ama restino solo raccolta e spazzamento e non i potenzialmente redditizi trattamento e smaltimento.
Purtroppo, pur essendo pubblica e quindi tenuta a una modica quantità di trasparenza, l'azienda non ha concesso interviste al manager. Mi offre in cambio un giro con gli accertatori, le squadre che vigilano che i sacchetti finiscano dove devono. L'appuntamento è di prima mattina al gelo della periferia di Tor Vergata. C'è una fila di cassonetti, all'uscita della complanare, dove un discreto numero di abitanti dei comuni vicini, evidentemente non fan della locale differenziata, lasciano i loro scarti. Gli accertatori verificano il contenuto ed eventualmente fanno una multa da 100 euro. Una signora dei Castelli, pizzicata in flagrante, non la prende bene: "Io pago, ma voi dovete passare sul serio per la differenziata. A me un vostro autista ha detto: non fatela, tanto poi buttiamo tutto insieme!". Gettonatissimo meme metropolitano. In un paio d'ore faranno una decina di multe. Come svuotare una discarica col cucchiaio. Mi portano a fare due passi a Cinecittà. Mi fanno parlare col gestore di un negozio di frutta che si dice contento della differenziata, ma a dieci metri i bordi del marciapiedi rigurgitano ogni nequizia. Com'è possibile?
"Lo spazzamento è programmato ogni 15 giorni, ma poi possono intervenire urgenze e viene slittato. E comunque è difficilissimo spazzare lì, con le macchine parcheggiate". Infatti a Milano, già venticinque anni fa, c'erano i giorni in cui bisognava ricordarsi di portare l'auto altrove per consentire la pulizia ("Eh, sì, ma qui dovrebbero dirlo i vigili e poi la gente s'incazza"). In due ore di pattugliamento l'espressione più ripetuta è: "Coperta corta", come allegoria dell'impossibilità di fare bene con poche risorse (il turnover è bloccato dal 2009). Segue "utenze non collaborative", quei negozi che invece di aspettare l'arrivo della raccolta a domicilio loro dedicata, riempiono i cassonetti di cartoni. Terza: "i romani non ci aiutano", che è senz'altro vero ma sembra l'involontaria citazione della Raggi interpretata da un'irresistibile Sabina Guzzanti: "Dicevo, governeranno i romani: in due anni ch'avete fatto?". Non una parola di autocritica.
L'assessora guardava al futuro (saltando il presente)
Il Comune almeno accetta un'intervista. Con l'assessora ai rifiuti Pinuccia Montanari quando ancora non si immaginavano le sue dimissioni in polemica con la giunta, rea di non aver approvato il bilancio Ama. Mettendo l'azienda a rischio dissesto. L'ex assessora non è liquidabile con la classica macchietta dei grillini "scappati di casa". Perché dietro il volto pacioso di resdora emiliana ha due lauree ed è stata l'autrice del piano rifiuti di Reggio Emilia, sindaco Delrio, che valse alla città il primo posto tra le virtuose sopra i 150 mila abitanti. Insomma, ha contribuito a rendere una città pulitissima e dovrebbe accorgersi della differenza. Ed è qui, invece, che l'esperta sembra aver deciso di scotomizzare il cupo presente per concentrarsi sul radioso avvenire, riassunto in una serie di slide ambiziosissime, punteggiate dai concetti di "post-consumo" ed economia circolare.
Il modello, tanto per cominciare, è proprio la differenziata spinta di Treviso. Che dovrebbe, giura Montanari, portare nel 2021 la capitale a ridurre del 10 per cento il volume complessivo dei rifiuti, raggiungere quota 70 di differenziata e costruire due impianti di compostaggio e una "fabbrica dei materiali", dove trattare gli inevitabili scarti della differenziata in un processo di vetrificazione che si chiama end-of-waste. Le contesto, mostrandole foto horror dell'Esquilino, un monumentale ottimismo della volontà. Non demorde: "Abbiamo iniziato dal IX Municipio e i risultati si vedono già. Ci vuole tempo. A Parma sono serviti sei anni, a Reggio cinque: è un compito ciclopico e non ci possono chiedere miracoli".
L'ultima frase è condivisibile. Dice anche che hanno fatto una prima parziale mappatura delle utenze e ne hanno scoperte 50 mila fantasma, pari a 125 mila persone che non hanno mai pagato la Tari. Un termovalorizzatore non aiuterebbe? "No, è una tecnologia antica. E non si possono escludere rischi per la salute: A Reggio fui io a farlo chiudere". Ma in Emilia ce ne sono ancora otto funzionanti. Come a Copenaghen, Parigi, Amburgo. In Lazio tre (in Sicilia zero, e infatti Trapani è primatista di Tari, a 571 euro). D'altronde l'assessora è in linea con la fatwa di Di Maio: "Sono vintage, come le cabine telefoniche".
Epilogo
Non è vero, come ha detto più volte la sindaca, che l'emergenza sia tutta figlia dell'incendio al Salario. Purtroppo c'era già prima. Un rapporto interno pubblicato dal Messaggero mostra che nel terzo trimestre 2018 l'azienda aveva già mancato tutti gli obiettivi. Più 38,6 per cento di disservizi. Meno 7,7 per cento di rifiuti trattati in proprio contro più 30,2 portati a terzi. Differenziata a 44,3 invece che a 48,9, con relativo calo di introiti. E com'è che, nei prossimi due anni, dovrebbe arrivare al 70? Una specie di rilancio in deficit, à la mode di reddito di cittadinanza o quota 100. Ciò su cui concordo con Montanari è che il problema dei rifiuti di Roma è precedente alla gestione grillina, che però ci ha messo del suo per peggiorarlo. A dicembre 2000, Rutelli sindaco, scrivevamo del caso rifiuti a Monti. Sette anni dopo, èra Veltroni, il titolo è: "Ama, 700 milioni di deficit". Nel 2012, dopo lo scempio della parentopoli di Alemanno, si discute di "nuovi poteri per l'emergenza" del dopo-Malagrotta. Dicembre 2013 Marino promette: "Mai più indifferenziati in discarica". Almeno lui ha avuto il coraggio di chiudere Malagrotta. In un lustro nessuno ha avanzato un'alternativa.
Da Treviso e Brescia, scuole di pensiero diverse, su un punto concordano: "Servono impianti". Lo dice anche il professor Alessandro Marangoni, ad di Althesys, che fa consulenza ambientale: "C'è un tema di efficienza ma il vero problema è che Ama non sa dove mettere i rifiuti". Lo conferma l'amministratore delegato di una virtuosa utility toscana cui ho chiesto un parere: "Tutti vogliamo differenziare di più, ma nessuno si illude di arrivare al cento per cento". Neppure i guru dell'economia circolare. Montanari ne recitava come un mantra i cinque stadi: "Prevenzione (pensare imballaggi meno inquinanti); preparazione per il riuso (aggiustare invece di buttare); riciclare; altri recuperi; eliminazione".
La discarica, che in quella piramide rovesciata sta nei dintorni del Cocito nell'Inferno dantesco, è il peggio del peggio. Bisogna dunque, prima di tutto, evitare quella. Rischio di ogni rivoluzione è condannare a un oggi fetente chi ha creduto alla promessa di un domani fragrante. Nell'attesa di quella "verde" cui legittimamente anelano, sgombrare le strade dal disco giallo e da cartigli, mozziconi di sigarette, scarpe spaiate, bicchieri di plastica trasparente, lattine di Red Bull, preservativi usati sarebbe un decisivo passo avanti. Verso il minimo sindacale della decenza.
Sul Venerdì del 15 febbraio 2019
Come è possibile che la Capitale di un Paese ancora dentro al G7 assomigli, quanto a decoro urbano, a Calcutta? Che la sindaca non riesca, dopo una serie di baldanzosi proclami, a fare niente per migliorare la situazione dei rifiuti? Che il governo (amico) non intervenga? Che i cittadini non scendano in piazza quotidianamente pretendendo di non vivere in una specie di discarica? Sono le domande che si pone il turista occasionale e che i romani, desensibilizzati da un cinismo millenario, sembrano aver imparato a farsi scivolare addosso. "Ma che sarà mai...". La Città eterna ne ha viste di peggiori. È rivestita di un Teflon su cui non attacca neppure il guano dei gabbiani.
Se anche la raccolgo, poi dove la metto?
Scrivere sui rifiuti di Roma è una missione quasi suicida. L'argomento è complesso, farcito di sigle arcane (tmb, fos, css), le responsabilità diffuse. La città produce 1,8 milioni di tonnellate all'anno. Quasi 5.000 tonnellate al giorno, di cui solo il 44 per cento viene differenziato. Restano 3.000 tonnellate di indifferenziata alle quali trovare quotidianamente una collocazione. Dove vanno a finire?
Circa 1.200 nei due impianti di trattamento meccanico biologico (tmb) di Malagrotta, che separano l'umido dal secco, gestiti dalla Colari che si scrive Consorzio Lazio Rifiuti ma si legge Manlio Cerroni, il ras nella cui discarica per cinquant'anni è finito il grosso della monnezza. Fino a cinque anni fa quando, con sprezzo del pericolo, l'allora sindaco Ignazio Marino l'ha fatta chiudere. Il novantenne avvocato non si è perso d'animo e, attraverso i suoi due tmb, tratta ancora circa un quarto dei rifiuti capitali. Altre 650 tonnellate vanno invece nel tmb Ama di Rocca Cencia e 400 andavano a quello, sempre pubblico, del Salario che un misterioso incendio ha messo fuori uso a dicembre.
Anche se Ama riuscisse a spazzare le strade (apodosi dell'irrealtà, disco giallo docet), non saprebbe dove portare i rifiuti. Che infatti per 1.000-1.500 tonnellate emigrano fuori provincia (Frosinone, Aprilia, Viterbo) quando non fuori regione (Abruzzo, Friuli-Venezia Giulia, Veneto, Lombardia) o, fino all'estate scorsa, all'estero (Austria, Germania).
Prima domanda ingenua: non converrebbe costruire qualche nuovo tmb per avvantaggiarsi della tariffa imposta dalla Regione di 104 euro a tonnellata rispetto ai 137 che pretende Cerroni o dai 139 ai 197 dei forestieri?
La differenziata fa guadagnare ovunque tranne che nella capitale
Recita ogni bignamino sul ciclo dei rifiuti: "La differenziata è un utile, l'indifferenziata un costo". Nel primo caso i consorzi pagano la plastica 300 euro a tonnellata, la carta 70 e il vetro 50, per citare giusto i materiali più importanti. Nel secondo è il gestore che deve pagare i tmb per separare l'organico dal resto, i tritovagliatori per sminuzzare i rifiuti prima di interrarli o bruciarli, le discariche per ospitarli o i termovalorizzatori per bruciarli. A Roma anche questa certezza vacilla. Dichiara Alessandro Filippi, ex direttore generale Ama, in un'audizione parlamentare del 26 ottobre 2016, ai tempi di Mafia Capitale: "In Ama il costo della differenziata era sempre a perdere". Lui però indice nuove gare, strappa prezzi normali e alla fine l'azienda "passa da una marginalità negativa di circa 1,5 milioni a una positiva di 2 milioni". Insomma, incassa. Come premio viene fatto fuori con Daniele Fortini, il presidente che l'aveva scelto, non appena i grillini conquistano il Campidoglio.
Dalla trascrizione si apprendono altri sapidi dettagli. Uno: il 55 per cento dei mezzi era fuori uso (Filippi riesce a portarlo al 25). Due: per rendersi autonomi dai privati, abbandonano Rocca Cencia di Cerroni (si calcola che costasse 185 mila euro al giorno) e suppliscono con un tritovagliatore mobile, un frullatore grande come un paio di container che separa i rifiuti solo un po' peggio di un tmb ("È costato 50 mila euro ma con i risparmi si è ripagato in pochi giorni"). Tre: Ama non era proprietaria neppure dei cassonetti, ma preferiva affittarli a 1.800 euro ogni cinque anni, quando il costo di possederli per sempre era di 650. La somma di queste stupefacenti inefficienze dà come risultato una Tari da 270 euro pro capite contro i 185 di Treviso.
E infatti a Treviso si differenzia
L'esempio più amato dai 5Stelle che la cita nel piano di governo. Qui Contarina è l'azienda che in due anni ha fatto sparire i cassonetti da Treviso. Per quasi un anno ha incontrato la popolazione, spiegato come fare e perché vale la pena. Oggi ogni famiglia ha bidoni piccoli (30 litri) e grandi (120 litri) che mette fuori a seconda del calendario del porta a porta. Così facendo la differenziata è passata dal 50 all'80 per cento in pochi mesi. Una famiglia trevigiana produce 58 chili di indifferenziata contro i 250 nazionali. Tra l'aneddotica spiccano le telecamere camuffate da sassi che prendono le targhe dei furbetti che buttano i sacchi nei fossi. Però parliamo di una superficie di 55 chilometri quadrati contro i 1.285 di Roma, ventitré volte tanto...
"Se è per quello il totale dei comuni che serviamo si estende per 1.300 chilometri" ribatte il direttore generale Michele Rasera, che incontro nella spartana sede di Spresiano: "Il problema non sono le dimensioni, semmai la verticalità, la presenza di grattacieli. Ma Milano ne ha molti più di Roma e lì le cose funzionano". Dunque? "La parola chiave è responsabilità. I cassonetti deresponsabilizzano, il porta a porta responsabilizza al massimo. Più rifiuti produci, più spendi. E se differenzi male ti toccano le multe". Un'inconfutabile pedagogia degli schei.
Ai colleghi della Capitale dice: costruite subito un impianto per il compostaggio perché, per quanto differenzierete, l'umido resterà. Quanto agli inceneritori, che anche loro ovviamente usano ("di gran lunga meglio delle discariche"), non è sicuro che sia indispensabile costruirne di nuovi perché "se la differenziata su base nazionale arrivasse al 65 per cento quelli del Nord diverrebbero sovrabbondanti e potrebbero bastare".
E a Brescia si brucia...
Una frase che incapsula la diversità rispetto a Brescia. Qui A2a, la più grande multiutility italiana, mi accoglie nel gigantesco termoutilizzatore a otto minuti dalla stazione. Un alto dirigente mi mostra una serie di slide il cui succo è: c'è ancora tanto da bruciare. Perché nel mondo l'80 per cento finisce ancora in discarica. In Europa bruciare sarebbe lo spartiacque tra civiltà (Germania, Danimarca, Svezia, etc) e barbarie. E in Italia il waste-to-energy è meno (19 per cento) di quel che va a finire nelle landfill (25). Quindi, se il presente è maleodorante, il futuro è luminoso. Nonostante l'ottimismo veneto, però, "se anche la differenziata arrivasse al 75 per cento bisognerebbe almeno raddoppiare gli inceneritori esistenti per smaltire i 5 milioni di tonnellate che ogni anno non si riescono a riciclare".
Intanto a Brescia in due anni hanno raddoppiato la differenziata (da 35 a 72 per cento), con cassonetti che si aprono con una tessera elettronica. Su Roma, la vedono male: "I rifiuti sono aumentati del 3 per cento nel 2018. I prezzi delle discariche salgono. Tra 6 mesi sarà peggio di oggi e tra 12 peggio di domani". La soluzione? Indovinato. "A Napoli c'era l'emergenza fin quando non abbiamo aperto, tra tante proteste, l'inceneritore di Acerra. Mentre i contribuenti pagano ancora i 120 mila euro al giorno di multa che la Ue comminò alla Campania proprio per i rifiuti". Mi mostrano la sala di controllo, che non sfigurerebbe alla Nasa. E la postazione da cui due uomini in poltrona azionano via joystick colossali bracci meccanici che mettono il pattume nei forni.
Uscito da questo impianto da 500 milioni di euro (e da 700 mila tonnellate l'anno) vado dal sindaco Emilio Del Bono, raro pd vincente: come ha fatto a rassicurare i cittadini che il grande forno non deve spaventare? "Qui la razionalità regge" dice. "Ci siamo chiesti: meglio questo o la discarica? E se lo fa tutto il Nord Europa non farà male, no? Comunque la Lombardia ha imposto limiti di emissioni di 80 dove per la Ue ne bastavano di 200. E lo stabilimento, controllato 60 milioni di volte all'anno direttamente dall'Arpa, ne produce solo 50!". Cinquanta, ma stavolta milioni di euro, è anche il dividendo che A2a staccherà al Comune il quale, oltre che cliente, è anche socio di A2a alla quale detta gli indirizzi strategici. Il privato gestisce, la politica mostra la via.
L'eterno fiasco di Ama
Torniamo a Roma. Scatologicamente parlando, qui il tempo sembra un loop infinito. A dicembre scorso un incendio divampa al tmb Salario. Giusto in tempo per mettere in ginocchio la città per le feste. Era già successo nel giugno 2015. Il tmb, ospitato in un'ex fabbrica di auto vicinissima alle case, puzza e la gente non lo vuole. Ogni giunta promette di sbarazzarsene ma poi resta. Tanto più che una legge del 2013 impone di trattare i rifiuti prima di portarli in discarica. E se il tmb pubblico è fuori uso non restano che quelli privati, sorprendentemente ignifughi.
Altro ricorso storico: i mezzi scassati. In un rapporto la Cgil denuncia che metà non funzionano. Gli stessi sindacalisti pubblicano video di officine aziendali inservibili. Mentre quelle esterne, fanno notare i maligni, spesso affittano anche i mezzi sostitutivi ad Ama. A Treviso non ci credevano: "I mezzi devono funzionare tutti. Anche noi ora ne abbiamo 15 fermi: non perché sono guasti, ma perché stiamo convertendo la flotta a metano".
In fila agli impianti
Alle 8 di mattina via Principe Eugenio, alla faccia della sua alterigia sabauda, è un camposanto di robaccia. Cassonetti pieni, cestini stracolmi, strade non spazzate. Chiedo il perché a un sindacalista Ama. Mi spiega: "Alle 5.30 il primo turno parte da Rocca Cencia e verso le 6 arriva da queste parti. Raccoglie e poi va in un tmb. Ma magari trova una fila di decine di camion e quando tocca a lui lo rimandano indietro perché il tmb è colmo". E quindi? "Dirotta il camion pieno da un'altra parte. Alla peggio lo riporta in magazzino". E chiamare prima di fare tutta quella strada? "Sì, anche, ma non è sempre facile capirlo prima. E resta il problema della carenza di impianti".
Sorvola sul fatto che, di 6.000 operatori su 8.000 dipendenti, mille siano Lma (lavoratori di minimo aggravio), gente che non può fare sforzi e sul 15 per cento di assenteismo concentrato verso il fine settimana, il triplo di quello milanese. Quanto all'annuncio del nuovo ad Lorenzo Bagnacani di poter far funzionare l'azienda anche con 4.500 persone, il trucco è aver "esternalizzato le utenze commerciali, il servizio parchi e giardini e la manutenzione dei mezzi". Così facendo, però, il rischio è che ad Ama restino solo raccolta e spazzamento e non i potenzialmente redditizi trattamento e smaltimento.
Purtroppo, pur essendo pubblica e quindi tenuta a una modica quantità di trasparenza, l'azienda non ha concesso interviste al manager. Mi offre in cambio un giro con gli accertatori, le squadre che vigilano che i sacchetti finiscano dove devono. L'appuntamento è di prima mattina al gelo della periferia di Tor Vergata. C'è una fila di cassonetti, all'uscita della complanare, dove un discreto numero di abitanti dei comuni vicini, evidentemente non fan della locale differenziata, lasciano i loro scarti. Gli accertatori verificano il contenuto ed eventualmente fanno una multa da 100 euro. Una signora dei Castelli, pizzicata in flagrante, non la prende bene: "Io pago, ma voi dovete passare sul serio per la differenziata. A me un vostro autista ha detto: non fatela, tanto poi buttiamo tutto insieme!". Gettonatissimo meme metropolitano. In un paio d'ore faranno una decina di multe. Come svuotare una discarica col cucchiaio. Mi portano a fare due passi a Cinecittà. Mi fanno parlare col gestore di un negozio di frutta che si dice contento della differenziata, ma a dieci metri i bordi del marciapiedi rigurgitano ogni nequizia. Com'è possibile?
"Lo spazzamento è programmato ogni 15 giorni, ma poi possono intervenire urgenze e viene slittato. E comunque è difficilissimo spazzare lì, con le macchine parcheggiate". Infatti a Milano, già venticinque anni fa, c'erano i giorni in cui bisognava ricordarsi di portare l'auto altrove per consentire la pulizia ("Eh, sì, ma qui dovrebbero dirlo i vigili e poi la gente s'incazza"). In due ore di pattugliamento l'espressione più ripetuta è: "Coperta corta", come allegoria dell'impossibilità di fare bene con poche risorse (il turnover è bloccato dal 2009). Segue "utenze non collaborative", quei negozi che invece di aspettare l'arrivo della raccolta a domicilio loro dedicata, riempiono i cassonetti di cartoni. Terza: "i romani non ci aiutano", che è senz'altro vero ma sembra l'involontaria citazione della Raggi interpretata da un'irresistibile Sabina Guzzanti: "Dicevo, governeranno i romani: in due anni ch'avete fatto?". Non una parola di autocritica.
L'assessora guardava al futuro (saltando il presente)
Il Comune almeno accetta un'intervista. Con l'assessora ai rifiuti Pinuccia Montanari quando ancora non si immaginavano le sue dimissioni in polemica con la giunta, rea di non aver approvato il bilancio Ama. Mettendo l'azienda a rischio dissesto. L'ex assessora non è liquidabile con la classica macchietta dei grillini "scappati di casa". Perché dietro il volto pacioso di resdora emiliana ha due lauree ed è stata l'autrice del piano rifiuti di Reggio Emilia, sindaco Delrio, che valse alla città il primo posto tra le virtuose sopra i 150 mila abitanti. Insomma, ha contribuito a rendere una città pulitissima e dovrebbe accorgersi della differenza. Ed è qui, invece, che l'esperta sembra aver deciso di scotomizzare il cupo presente per concentrarsi sul radioso avvenire, riassunto in una serie di slide ambiziosissime, punteggiate dai concetti di "post-consumo" ed economia circolare.
Il modello, tanto per cominciare, è proprio la differenziata spinta di Treviso. Che dovrebbe, giura Montanari, portare nel 2021 la capitale a ridurre del 10 per cento il volume complessivo dei rifiuti, raggiungere quota 70 di differenziata e costruire due impianti di compostaggio e una "fabbrica dei materiali", dove trattare gli inevitabili scarti della differenziata in un processo di vetrificazione che si chiama end-of-waste. Le contesto, mostrandole foto horror dell'Esquilino, un monumentale ottimismo della volontà. Non demorde: "Abbiamo iniziato dal IX Municipio e i risultati si vedono già. Ci vuole tempo. A Parma sono serviti sei anni, a Reggio cinque: è un compito ciclopico e non ci possono chiedere miracoli".
L'ultima frase è condivisibile. Dice anche che hanno fatto una prima parziale mappatura delle utenze e ne hanno scoperte 50 mila fantasma, pari a 125 mila persone che non hanno mai pagato la Tari. Un termovalorizzatore non aiuterebbe? "No, è una tecnologia antica. E non si possono escludere rischi per la salute: A Reggio fui io a farlo chiudere". Ma in Emilia ce ne sono ancora otto funzionanti. Come a Copenaghen, Parigi, Amburgo. In Lazio tre (in Sicilia zero, e infatti Trapani è primatista di Tari, a 571 euro). D'altronde l'assessora è in linea con la fatwa di Di Maio: "Sono vintage, come le cabine telefoniche".
Epilogo
Non è vero, come ha detto più volte la sindaca, che l'emergenza sia tutta figlia dell'incendio al Salario. Purtroppo c'era già prima. Un rapporto interno pubblicato dal Messaggero mostra che nel terzo trimestre 2018 l'azienda aveva già mancato tutti gli obiettivi. Più 38,6 per cento di disservizi. Meno 7,7 per cento di rifiuti trattati in proprio contro più 30,2 portati a terzi. Differenziata a 44,3 invece che a 48,9, con relativo calo di introiti. E com'è che, nei prossimi due anni, dovrebbe arrivare al 70? Una specie di rilancio in deficit, à la mode di reddito di cittadinanza o quota 100. Ciò su cui concordo con Montanari è che il problema dei rifiuti di Roma è precedente alla gestione grillina, che però ci ha messo del suo per peggiorarlo. A dicembre 2000, Rutelli sindaco, scrivevamo del caso rifiuti a Monti. Sette anni dopo, èra Veltroni, il titolo è: "Ama, 700 milioni di deficit". Nel 2012, dopo lo scempio della parentopoli di Alemanno, si discute di "nuovi poteri per l'emergenza" del dopo-Malagrotta. Dicembre 2013 Marino promette: "Mai più indifferenziati in discarica". Almeno lui ha avuto il coraggio di chiudere Malagrotta. In un lustro nessuno ha avanzato un'alternativa.
Da Treviso e Brescia, scuole di pensiero diverse, su un punto concordano: "Servono impianti". Lo dice anche il professor Alessandro Marangoni, ad di Althesys, che fa consulenza ambientale: "C'è un tema di efficienza ma il vero problema è che Ama non sa dove mettere i rifiuti". Lo conferma l'amministratore delegato di una virtuosa utility toscana cui ho chiesto un parere: "Tutti vogliamo differenziare di più, ma nessuno si illude di arrivare al cento per cento". Neppure i guru dell'economia circolare. Montanari ne recitava come un mantra i cinque stadi: "Prevenzione (pensare imballaggi meno inquinanti); preparazione per il riuso (aggiustare invece di buttare); riciclare; altri recuperi; eliminazione".
La discarica, che in quella piramide rovesciata sta nei dintorni del Cocito nell'Inferno dantesco, è il peggio del peggio. Bisogna dunque, prima di tutto, evitare quella. Rischio di ogni rivoluzione è condannare a un oggi fetente chi ha creduto alla promessa di un domani fragrante. Nell'attesa di quella "verde" cui legittimamente anelano, sgombrare le strade dal disco giallo e da cartigli, mozziconi di sigarette, scarpe spaiate, bicchieri di plastica trasparente, lattine di Red Bull, preservativi usati sarebbe un decisivo passo avanti. Verso il minimo sindacale della decenza.
Sul Venerdì del 15 febbraio 2019