Marco Missiroli: la fedeltà ci fa male, lo so
Alberto Riva , di ALBERTO RIVATradire se stessi per essere leali nella coppia. O viceversa? L'autore di Atti osceni in luogo privato racconta il nuovo romanzo, che si chiama, appunto, Fedeltà. Ed è già in odore di Strega. "Ma io non ci penso"
MILANO. Una coppia: Carlo e Margherita. L'altro: Andrea. E l'altra: Sofia. Intorno, una città e i suoi nomi: corso Concordia, via delle Leghe, l'Università Statale, via Morgagni. E al centro di tutto una parola: fedeltà. Che evidentemente non è una parola ma un totem, da venerare, da violare, al quale girare attorno. Dichiaratamente "philiprothiano", Fedeltà (Einaudi) è il nuovo romanzo di Marco Missiroli, che esce a quattro anni di distanza da Atti osceni in luogo privato (Feltrinelli), libro che ha portato alla ribalta, benché fosse il suo quinto romanzo, questo riminese nato nel 1981. Il quale, dopo aver venduto molto ed essere stato tradotto in dieci paesi, scrisse un pezzo sul Corriere della Sera intitolato Caro editore, rifiutami. Una provocazione? "Volevo avere tempo per pensare, e mi è stato dato: volevo un libro senza trucchi, onesto, non mi piace barare, e lo volevo con i tempi di maturazione …
MILANO. Una coppia: Carlo e Margherita. L'altro: Andrea. E l'altra: Sofia. Intorno, una città e i suoi nomi: corso Concordia, via delle Leghe, l'Università Statale, via Morgagni. E al centro di tutto una parola: fedeltà. Che evidentemente non è una parola ma un totem, da venerare, da violare, al quale girare attorno. Dichiaratamente "philiprothiano", Fedeltà (Einaudi) è il nuovo romanzo di Marco Missiroli, che esce a quattro anni di distanza da Atti osceni in luogo privato (Feltrinelli), libro che ha portato alla ribalta, benché fosse il suo quinto romanzo, questo riminese nato nel 1981. Il quale, dopo aver venduto molto ed essere stato tradotto in dieci paesi, scrisse un pezzo sul Corriere della Sera intitolato Caro editore, rifiutami. Una provocazione? "Volevo avere tempo per pensare, e mi è stato dato: volevo un libro senza trucchi, onesto, non mi piace barare, e lo volevo con i tempi di maturazione giusti. E comunque tra un libro e l'altro mi prendo uno-due anni di pausa durante i quali godo: gioco a tennis, a calcio, cammino, vado al cinema".
Fedeltà è un romanzo costruito come una spirale di voci che comincia dove Atti osceni finiva. Là, all'apice di un'eroica educazione sentimentale, sorgeva una coppia. Qui una coppia esiste: l'immobiliarista Margherita e lo pseudo-professore Carlo sono giovani e devono sopravvivere alle "piccole implosioni quotidiane". Dice l'autore: "È un libro che ha dentro tutti i miei temi: i padri e i figli, la maternità, la donna come potenza superiore, l'ambiguità".
A Missiroli la parola ambiguità piace, la ripete spesso, seduto nel locale di Porta Romana dove scrive abitualmente seguendo regole ferree: una cartella al giorno tagliata 14x21, carattere Garamond 13, scarpe di cuoio inglesi ai piedi, partenza alle 7.15 del mattino: "Ho lavorato dodici anni in edicola a Rivabella di Rimini, sono diurno".
Perché un romanzo sulla fedeltà?
"Per rispondere alla domanda: siamo veramente fedeli a noi stessi? E quanto? E come facciamo a essere fedeli a noi stessi rispetto a un istinto?".
E cosa ti sei risposto?
"Che la fedeltà a se stessi molto spesso include l'infedeltà: verso gli altri, i rapporti, le formalità. Tradendo te stesso invece, molte volte riesci a mantenere un ordine generale. Con il romanzo volevo scardinare quest'ordine, raccontare la lotta quotidiana di ciascuno di noi. Per questo è un libro sull'ambiguità, bisogna guardare in faccia l'ambiguità. Di volta in volta mi chiedo cosa vale più la pena fare, perché non sempre va seguito il principio di fedeltà a se stessi: a volte si è felici ad accettare il compromesso. Sono domande che Margherita si pone, perché lei è il personaggio trainante".
E Carlo?
"Carlo è un uomo ingabbiato: nella sua educazione, nella sua famiglia, e soprattutto nel non fare pace con il suo essere borghese".
Ne vedi tanti di borghesi recalcitranti?
"Tantissimi. Sono tremendi. L'infedeltà a se stessi si scarica sugli altri. Al contrario si produrrebbe armonia. È l'aspetto politico del romanzo, lo è sentimentalmente. Chi non è fedele a se stesso prevarica, infastidisce, toglie equilibri. Se invece riesci a vivere almeno in parte ciò che vuoi puoi trovare un'armonia. Margherita non è felice delle lotte interiori che ha, però ne fa una ricchezza. Carlo no, fa dei macelli disumani. È tipico dei maschi fragili di oggi. Carlo mi interessa come antieroe quotidiano. Come nei romanzi di Bernard Malamud, che non aveva l'ansia della dimostrazione dell'eroe".
Che sguardo hai su quelli come Carlo, che la società giudica dei falliti?
"Mi fanno incazzare. Il problema di Carlo non è il mancato successo, ma che non ha saputo ascoltarsi, almeno una volta. E quando si ascolta lo fa male: non riesce a scoparsi la studentessa e lo dice pure alla moglie".
Un disastro.
"Un atto mancato".
Gli errori però ti affascinano. Hai usato un esergo da Philip Roth: "Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando". I tuoi sbagli quali sono stati?
"Aver fatto scelte educate, essere stato il bravo figlio nella prima fase della vita. Non ero me stesso, troppo diplomatico fino ai vent'anni. La reticenza della piccola borghesia. Poi a Bologna ho scoperto la letteratura, l'inizio della mia emancipazione. Sono arrivato tardi ai libri e anche alle donne. Andando via da Rimini ho capito che potevo sbagliare e, sbagliando, che ero vivo. Ecco Roth".
La tua che famiglia è?
"Padre ferroviere in pensione, madre maestra di scuola, liberali, di sinistra. Proletari che pian piano diventano piccolo-borghesi. Sono cresciuto in un quartiere popolare dell'Ina-Casa. Non ho mai imposto loro rivoluzioni improvvise. Davanti al mio primo romanzo la reazione fu: chi te lo ha scritto? Non se lo aspettavano".
Ho letto che è stata tua mamma a darti i soldi per fare la Scuola Holden.
"Sì, lei ha sempre creduto in me, però siccome non le dissi niente restò sorpresa: oddio, lo ha fatto davvero! Io faccio tutto di nascosto, il segreto per me è fondamentale".
Perché?
"È potenza: nel segreto le cose crescono meglio. Tutte le grandi imprese sono segrete. Penso alla gravidanza: i primi tre mesi, i più belli, sono segreti".
Cosa ti ha insegnato la Scuola Holden?
"Che si può fallire, ma anche ritrovarsi. Erano tutti bravi, a partire dal mio insegnante, Riccardo Mazza, sceneggiatore. Credo nelle scuole di scrittura. Ci insegno, mi dà tantissimo".
Vai sempre a messa due volte al mese?
"No. La mia religiosità dipendeva dalla morte di mio nonno. Avevo undici anni. Era stato partigiano: mi metteva sulla canna della bicicletta e passava apposta con il semaforo rosso sulla discesa dei bastioni di Rimini. Tirava su il pugno e gridava: "Alza che passiamo!". Al funerale non sono andato, soffrivo troppo. Poi ho cercato consolazione nella Chiesa. Ora mi pare di averla un pochino persa".
C'è molto sesso nei tuoi libri.
"Uno si aggrappa a quello che ha. Se quello che hai è la carne, ti aggrappi alla carne. È una forma di spiritualità anche la carne. Bisogna avere rispetto per quello che ci fa sopravvivere bene rispetto al mondo che abbiamo".
Cosa ti fa paura come scrittore?
"Ho il terrore che il lettore si annoi. E ho un po' paura del giudizio degli altri, forse non dovrei dirlo".
E nella vita?
"Sono ossessionato dalla prevaricazione. Non dalla prepotenza, che la puoi gestire: la prevaricazione è diversa, è la dichiarazione di un atto politico, che mi indigna".
Le tue storie sono molto private. Il mondo fuori?
"La nostra fragilità e il nostro egoismo sono lo specchio del mondo fuori, dei tempi".
Sei dato tra i favoriti del prossimo Premio Strega. Che effetto ti fa?
"Non ci penso. Cerco di godermi l'uscita del libro. Non ho deciso niente, non ho affrontato l'argomento. Mi piacerebbe partecipare, ma vorrei che fosse una scelta naturale e non indotta dalle voci".
Con l'ambiente letterario in che rapporti sei?
"Ho molti amici, ma non li vedo come un salotto. Ogni giovedì vado a mangiare il sushi con Giorgio Fontana: è stato lui a regalarmi Conversations with Myself, il disco di Bill Evans che ha ispirato la struttura del romanzo. Ho fatto 17 stesure: rileggendo a voce alta mi accorgo se la nota è sbagliata. Alla fine ho sempre mal di gola".
Ti piace intervistare gli scrittori: Carrère, Annie Ernaux, Houellebecq...
"Con Houellebecq andò male. Si addormentò, aveva mal di denti. Eravamo in un hotel, su un divano, e a un certo punto dormiva. Una cosa molto houellebecquiana".
Anche troppo.
"Sì, ma capii che era tutto coerente. Sono grandi veramente. L'ho visto anche quando ho intervistato Julian Barnes".
Perché uno è grande?
"La consapevolezza, la coscienza della realtà".
Come capisci che sta per nascere un libro?
"Comincio a essere molto nervoso. Dalla testa l'argomento deve scendermi nel cuore: la chiamo struttura sentimentale. La tengo lì per vedere se resiste: il libro nasce se le sono fedele".
Sul Venerdì del 15 febbraio 2019
Fedeltà è un romanzo costruito come una spirale di voci che comincia dove Atti osceni finiva. Là, all'apice di un'eroica educazione sentimentale, sorgeva una coppia. Qui una coppia esiste: l'immobiliarista Margherita e lo pseudo-professore Carlo sono giovani e devono sopravvivere alle "piccole implosioni quotidiane". Dice l'autore: "È un libro che ha dentro tutti i miei temi: i padri e i figli, la maternità, la donna come potenza superiore, l'ambiguità".
A Missiroli la parola ambiguità piace, la ripete spesso, seduto nel locale di Porta Romana dove scrive abitualmente seguendo regole ferree: una cartella al giorno tagliata 14x21, carattere Garamond 13, scarpe di cuoio inglesi ai piedi, partenza alle 7.15 del mattino: "Ho lavorato dodici anni in edicola a Rivabella di Rimini, sono diurno".
Perché un romanzo sulla fedeltà?
"Per rispondere alla domanda: siamo veramente fedeli a noi stessi? E quanto? E come facciamo a essere fedeli a noi stessi rispetto a un istinto?".
E cosa ti sei risposto?
"Che la fedeltà a se stessi molto spesso include l'infedeltà: verso gli altri, i rapporti, le formalità. Tradendo te stesso invece, molte volte riesci a mantenere un ordine generale. Con il romanzo volevo scardinare quest'ordine, raccontare la lotta quotidiana di ciascuno di noi. Per questo è un libro sull'ambiguità, bisogna guardare in faccia l'ambiguità. Di volta in volta mi chiedo cosa vale più la pena fare, perché non sempre va seguito il principio di fedeltà a se stessi: a volte si è felici ad accettare il compromesso. Sono domande che Margherita si pone, perché lei è il personaggio trainante".
E Carlo?
"Carlo è un uomo ingabbiato: nella sua educazione, nella sua famiglia, e soprattutto nel non fare pace con il suo essere borghese".
Ne vedi tanti di borghesi recalcitranti?
"Tantissimi. Sono tremendi. L'infedeltà a se stessi si scarica sugli altri. Al contrario si produrrebbe armonia. È l'aspetto politico del romanzo, lo è sentimentalmente. Chi non è fedele a se stesso prevarica, infastidisce, toglie equilibri. Se invece riesci a vivere almeno in parte ciò che vuoi puoi trovare un'armonia. Margherita non è felice delle lotte interiori che ha, però ne fa una ricchezza. Carlo no, fa dei macelli disumani. È tipico dei maschi fragili di oggi. Carlo mi interessa come antieroe quotidiano. Come nei romanzi di Bernard Malamud, che non aveva l'ansia della dimostrazione dell'eroe".
Che sguardo hai su quelli come Carlo, che la società giudica dei falliti?
"Mi fanno incazzare. Il problema di Carlo non è il mancato successo, ma che non ha saputo ascoltarsi, almeno una volta. E quando si ascolta lo fa male: non riesce a scoparsi la studentessa e lo dice pure alla moglie".
Un disastro.
"Un atto mancato".
Gli errori però ti affascinano. Hai usato un esergo da Philip Roth: "Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando". I tuoi sbagli quali sono stati?
"Aver fatto scelte educate, essere stato il bravo figlio nella prima fase della vita. Non ero me stesso, troppo diplomatico fino ai vent'anni. La reticenza della piccola borghesia. Poi a Bologna ho scoperto la letteratura, l'inizio della mia emancipazione. Sono arrivato tardi ai libri e anche alle donne. Andando via da Rimini ho capito che potevo sbagliare e, sbagliando, che ero vivo. Ecco Roth".
La tua che famiglia è?
"Padre ferroviere in pensione, madre maestra di scuola, liberali, di sinistra. Proletari che pian piano diventano piccolo-borghesi. Sono cresciuto in un quartiere popolare dell'Ina-Casa. Non ho mai imposto loro rivoluzioni improvvise. Davanti al mio primo romanzo la reazione fu: chi te lo ha scritto? Non se lo aspettavano".
Ho letto che è stata tua mamma a darti i soldi per fare la Scuola Holden.
"Sì, lei ha sempre creduto in me, però siccome non le dissi niente restò sorpresa: oddio, lo ha fatto davvero! Io faccio tutto di nascosto, il segreto per me è fondamentale".
Perché?
"È potenza: nel segreto le cose crescono meglio. Tutte le grandi imprese sono segrete. Penso alla gravidanza: i primi tre mesi, i più belli, sono segreti".
Cosa ti ha insegnato la Scuola Holden?
"Che si può fallire, ma anche ritrovarsi. Erano tutti bravi, a partire dal mio insegnante, Riccardo Mazza, sceneggiatore. Credo nelle scuole di scrittura. Ci insegno, mi dà tantissimo".
Vai sempre a messa due volte al mese?
"No. La mia religiosità dipendeva dalla morte di mio nonno. Avevo undici anni. Era stato partigiano: mi metteva sulla canna della bicicletta e passava apposta con il semaforo rosso sulla discesa dei bastioni di Rimini. Tirava su il pugno e gridava: "Alza che passiamo!". Al funerale non sono andato, soffrivo troppo. Poi ho cercato consolazione nella Chiesa. Ora mi pare di averla un pochino persa".
C'è molto sesso nei tuoi libri.
"Uno si aggrappa a quello che ha. Se quello che hai è la carne, ti aggrappi alla carne. È una forma di spiritualità anche la carne. Bisogna avere rispetto per quello che ci fa sopravvivere bene rispetto al mondo che abbiamo".
Cosa ti fa paura come scrittore?
"Ho il terrore che il lettore si annoi. E ho un po' paura del giudizio degli altri, forse non dovrei dirlo".
E nella vita?
"Sono ossessionato dalla prevaricazione. Non dalla prepotenza, che la puoi gestire: la prevaricazione è diversa, è la dichiarazione di un atto politico, che mi indigna".
Le tue storie sono molto private. Il mondo fuori?
"La nostra fragilità e il nostro egoismo sono lo specchio del mondo fuori, dei tempi".
Sei dato tra i favoriti del prossimo Premio Strega. Che effetto ti fa?
"Non ci penso. Cerco di godermi l'uscita del libro. Non ho deciso niente, non ho affrontato l'argomento. Mi piacerebbe partecipare, ma vorrei che fosse una scelta naturale e non indotta dalle voci".
Con l'ambiente letterario in che rapporti sei?
"Ho molti amici, ma non li vedo come un salotto. Ogni giovedì vado a mangiare il sushi con Giorgio Fontana: è stato lui a regalarmi Conversations with Myself, il disco di Bill Evans che ha ispirato la struttura del romanzo. Ho fatto 17 stesure: rileggendo a voce alta mi accorgo se la nota è sbagliata. Alla fine ho sempre mal di gola".
Ti piace intervistare gli scrittori: Carrère, Annie Ernaux, Houellebecq...
"Con Houellebecq andò male. Si addormentò, aveva mal di denti. Eravamo in un hotel, su un divano, e a un certo punto dormiva. Una cosa molto houellebecquiana".
Anche troppo.
"Sì, ma capii che era tutto coerente. Sono grandi veramente. L'ho visto anche quando ho intervistato Julian Barnes".
Perché uno è grande?
"La consapevolezza, la coscienza della realtà".
Come capisci che sta per nascere un libro?
"Comincio a essere molto nervoso. Dalla testa l'argomento deve scendermi nel cuore: la chiamo struttura sentimentale. La tengo lì per vedere se resiste: il libro nasce se le sono fedele".
Sul Venerdì del 15 febbraio 2019