Moby Prince, la verità torna a galla
Gianluca Monastra , di GIANLUCA MONASTRAVentott'anni dopo il rogo che costò la vita a 140 persone, un'indagine parlamentare e un libro raccontano una nuova verità sulla strage. E la Procura di Livorno riapre il caso
La notte più lunga di Livorno è iniziata ventotto anni fa e non è ancora finita. Il 10 aprile 1991 la gente passeggiava sulla Terrazza Mascagni, il belvedere dei livornesi, e lì di fronte, a due miglia e mezzo dal porto, una nave bruciava con 141 persone a bordo. Alle 22.25 la Moby Prince, appena partita e diretta a Olbia, aveva speronato la petroliera Agip Abruzzo ferma all'àncora davanti alla città. Dalla nave squarciata era fuoriuscito il greggio ed era bastata una scintilla a scatenare l'incendio.
A lungo il traghetto vagò in fiamme prima che qualcuno se ne accorgesse. Come un relitto fantasma. Passeggeri e uomini dell'equipaggio morivano tra le fiamme o avvelenati dal gas del combustibile, chi aggrappato ai salvagenti, chi pregando nel salone DeLuxe, e i primi soccorsi puntavano verso l'Agip Abruzzo per evitare che la petroliera esplodesse. Ottanta minuti dopo la collisione, il mozzo del traghetto, Alessio Bertrand…
A lungo il traghetto vagò in fiamme prima che qualcuno se ne accorgesse. Come un relitto fantasma. Passeggeri e uomini dell'equipaggio morivano tra le fiamme o avvelenati dal gas del combustibile, chi aggrappato ai salvagenti, chi pregando nel salone DeLuxe, e i primi soccorsi puntavano verso l'Agip Abruzzo per evitare che la petroliera esplodesse. Ottanta minuti dopo la collisione, il mozzo del traghetto, Alessio Bertrand…
La notte più lunga di Livorno è iniziata ventotto anni fa e non è ancora finita. Il 10 aprile 1991 la gente passeggiava sulla Terrazza Mascagni, il belvedere dei livornesi, e lì di fronte, a due miglia e mezzo dal porto, una nave bruciava con 141 persone a bordo. Alle 22.25 la Moby Prince, appena partita e diretta a Olbia, aveva speronato la petroliera Agip Abruzzo ferma all'àncora davanti alla città. Dalla nave squarciata era fuoriuscito il greggio ed era bastata una scintilla a scatenare l'incendio.
A lungo il traghetto vagò in fiamme prima che qualcuno se ne accorgesse. Come un relitto fantasma. Passeggeri e uomini dell'equipaggio morivano tra le fiamme o avvelenati dal gas del combustibile, chi aggrappato ai salvagenti, chi pregando nel salone DeLuxe, e i primi soccorsi puntavano verso l'Agip Abruzzo per evitare che la petroliera esplodesse. Ottanta minuti dopo la collisione, il mozzo del traghetto, Alessio Bertrand, riuscì a salire sulla barca di due ormeggiatori dopo essersi buttato in mare e aver nuotato al buio per una trentina di metri. L'unico sopravvissuto della più grande tragedia della marineria civile italiana dal dopoguerra.
Oggi, nel 2019, alle soglie di un'altra primavera, i livornesi s'incontrano ancora sul pavimento a scacchiera della Terrazza Mascagni, sorseggiano aperitivi o corrono in tuta per tenersi in forma davanti allo stesso mare di quella notte. Non se ne accorgono, ma il fantasma del traghetto è come se continuasse ad aggirarsi davanti al porto, un relitto senza pace, simbolo di una strage dimenticata, misteriosa e inafferrabile come solo le cose irrisolte sanno essere. Nel tempo gli imputati assolti e le archiviazioni hanno alimentato dubbi senza garantire certezze. E per chi è rimasto, per chi ha perso figli o madri, sorelle o mariti, la strada percorsa ha rappresentato un supplemento di dolore.
Nell'ottobre 1997, pochi minuti dopo l'assoluzione dei quattro imputati del primo processo (un ufficiale dell'Agip Abruzzo e tre uomini della Capitaneria di porto accusati di non aver segnalato il May Day del traghetto e aver fatto partire i soccorsi in ritardo), Loris Rispoli, leader storico dei comitati dei familiari delle vittime, si prese la testa tra le mani. Guardando i giudici uscire dal tribunale disse: "Ci hanno lasciati soli, sin dall'inizio ci siamo sentiti dimenticati da tutti. Dov'è la città delle barricate, dove sono le istituzioni? Qui in aula non abbiamo visto i politici, né la gente, nessuno".
Sconfitti e ignorati, la sofferenza amplificata dal senso di abbandono. Da allora le delusioni sono diventate un rosario di occasioni perdute fino a quando, nel gennaio 2018, la Commissione parlamentare d'inchiesta sulle cause del disastro ha chiuso i lavori e consegnato la relazione finale: 161 pagine per azzerare molti punti fermi delle inchieste precedenti e allargare la prospettiva verso altri scenari. La Procura di Livorno ha letto le carte e aperto l'ennesima inchiesta che adesso riaccende la speranza a chi, in fondo, non l'ha mai perduta: i parenti delle vittime. In molti ci credono. A cominciare dagli autori di un libro, Il caso Moby Prince. La strage impunita (Chiarelettere, pp. 192, euro 16, di Gabriele Bardazza e Francesco Sanna), che ricostruisce la storia attraverso documenti e testimonianze e la proietta verso la ricerca di una verità smarrita, mai recuperata.
"Una tragedia immensa dovuta a troppi fatti maledetti" aveva detto lo stesso pm del processo, più di vent'anni fa, affidando alla casualità un ruolo risolutivo. La relazione della Commissione d'inchiesta invece racconta qualcosa di diverso. Smentisce la tesi della nebbia, pilastro delle ricostruzioni dell'epoca. Risarcisce la memoria dell'equipaggio accusato di errori o leggerezze (qualcuno disse persino che a bordo si erano distratti seguendo in tv una partita della Juventus) e invita a riconsiderare molti aspetti - a cominciare dai tempi di sopravvivenza a bordo del traghetto - decisivi per stabilire quanti avrebbero potuto essere salvati.
Troppe domande senza risposta, troppe incertezze. Le misure insufficienti per garantire l'integrità del traghetto sequestrato, le anomalie dei primi accertamenti, gli accordi assicurativi firmati appena due mesi dopo la tragedia, le strane manomissioni a bordo, le tracce di esplosivo, gli scambi di nomi nel registro degli indagati, persino la rotta della petroliera, prima del suo arrivo a Livorno, mai stabilita fino in fondo. "Hanno capito di più venti senatori in due anni che la procura di Livorno in ventisette" disse Angelo Chessa, figlio del comandante della Moby Prince, all'indomani della chiusura dei lavori della Commissione. Una considerazione amara che ricorda le parole pronunciate da un altro familiare nel 2011, quando l'inchiesta sembrava ormai sepolta: "Se vogliamo trovare la verità, forse dobbiamo allontanarci dai tribunali".
Adesso la speranza è di nuovo dentro un ufficio giudiziario. Qui, nella procura di Livorno, degli anni Novanta non è rimasto più nessuno; gli occhi che leggono le carte non sono gli stessi di allora. La cronaca è diventata storia e a complicare il tutto contribuiscono molte cose: il tempo che passa, la scomparsa di molti testimoni, le perizie difficili da replicare e - soprattutto - la prescrizione in agguato. Il fantasma però resiste, invisibile e ostinato. Vaga nello stesso mare che a Livorno si può vedere quasi da ogni finestra.
Sul Venerdì dell'8 marzo 2019
A lungo il traghetto vagò in fiamme prima che qualcuno se ne accorgesse. Come un relitto fantasma. Passeggeri e uomini dell'equipaggio morivano tra le fiamme o avvelenati dal gas del combustibile, chi aggrappato ai salvagenti, chi pregando nel salone DeLuxe, e i primi soccorsi puntavano verso l'Agip Abruzzo per evitare che la petroliera esplodesse. Ottanta minuti dopo la collisione, il mozzo del traghetto, Alessio Bertrand, riuscì a salire sulla barca di due ormeggiatori dopo essersi buttato in mare e aver nuotato al buio per una trentina di metri. L'unico sopravvissuto della più grande tragedia della marineria civile italiana dal dopoguerra.
Oggi, nel 2019, alle soglie di un'altra primavera, i livornesi s'incontrano ancora sul pavimento a scacchiera della Terrazza Mascagni, sorseggiano aperitivi o corrono in tuta per tenersi in forma davanti allo stesso mare di quella notte. Non se ne accorgono, ma il fantasma del traghetto è come se continuasse ad aggirarsi davanti al porto, un relitto senza pace, simbolo di una strage dimenticata, misteriosa e inafferrabile come solo le cose irrisolte sanno essere. Nel tempo gli imputati assolti e le archiviazioni hanno alimentato dubbi senza garantire certezze. E per chi è rimasto, per chi ha perso figli o madri, sorelle o mariti, la strada percorsa ha rappresentato un supplemento di dolore.
Nell'ottobre 1997, pochi minuti dopo l'assoluzione dei quattro imputati del primo processo (un ufficiale dell'Agip Abruzzo e tre uomini della Capitaneria di porto accusati di non aver segnalato il May Day del traghetto e aver fatto partire i soccorsi in ritardo), Loris Rispoli, leader storico dei comitati dei familiari delle vittime, si prese la testa tra le mani. Guardando i giudici uscire dal tribunale disse: "Ci hanno lasciati soli, sin dall'inizio ci siamo sentiti dimenticati da tutti. Dov'è la città delle barricate, dove sono le istituzioni? Qui in aula non abbiamo visto i politici, né la gente, nessuno".
Sconfitti e ignorati, la sofferenza amplificata dal senso di abbandono. Da allora le delusioni sono diventate un rosario di occasioni perdute fino a quando, nel gennaio 2018, la Commissione parlamentare d'inchiesta sulle cause del disastro ha chiuso i lavori e consegnato la relazione finale: 161 pagine per azzerare molti punti fermi delle inchieste precedenti e allargare la prospettiva verso altri scenari. La Procura di Livorno ha letto le carte e aperto l'ennesima inchiesta che adesso riaccende la speranza a chi, in fondo, non l'ha mai perduta: i parenti delle vittime. In molti ci credono. A cominciare dagli autori di un libro, Il caso Moby Prince. La strage impunita (Chiarelettere, pp. 192, euro 16, di Gabriele Bardazza e Francesco Sanna), che ricostruisce la storia attraverso documenti e testimonianze e la proietta verso la ricerca di una verità smarrita, mai recuperata.
"Una tragedia immensa dovuta a troppi fatti maledetti" aveva detto lo stesso pm del processo, più di vent'anni fa, affidando alla casualità un ruolo risolutivo. La relazione della Commissione d'inchiesta invece racconta qualcosa di diverso. Smentisce la tesi della nebbia, pilastro delle ricostruzioni dell'epoca. Risarcisce la memoria dell'equipaggio accusato di errori o leggerezze (qualcuno disse persino che a bordo si erano distratti seguendo in tv una partita della Juventus) e invita a riconsiderare molti aspetti - a cominciare dai tempi di sopravvivenza a bordo del traghetto - decisivi per stabilire quanti avrebbero potuto essere salvati.
Troppe domande senza risposta, troppe incertezze. Le misure insufficienti per garantire l'integrità del traghetto sequestrato, le anomalie dei primi accertamenti, gli accordi assicurativi firmati appena due mesi dopo la tragedia, le strane manomissioni a bordo, le tracce di esplosivo, gli scambi di nomi nel registro degli indagati, persino la rotta della petroliera, prima del suo arrivo a Livorno, mai stabilita fino in fondo. "Hanno capito di più venti senatori in due anni che la procura di Livorno in ventisette" disse Angelo Chessa, figlio del comandante della Moby Prince, all'indomani della chiusura dei lavori della Commissione. Una considerazione amara che ricorda le parole pronunciate da un altro familiare nel 2011, quando l'inchiesta sembrava ormai sepolta: "Se vogliamo trovare la verità, forse dobbiamo allontanarci dai tribunali".
Adesso la speranza è di nuovo dentro un ufficio giudiziario. Qui, nella procura di Livorno, degli anni Novanta non è rimasto più nessuno; gli occhi che leggono le carte non sono gli stessi di allora. La cronaca è diventata storia e a complicare il tutto contribuiscono molte cose: il tempo che passa, la scomparsa di molti testimoni, le perizie difficili da replicare e - soprattutto - la prescrizione in agguato. Il fantasma però resiste, invisibile e ostinato. Vaga nello stesso mare che a Livorno si può vedere quasi da ogni finestra.
Sul Venerdì dell'8 marzo 2019