Quando Bill Viola incontra Michelangelo
Antonella Barina , di ANTONELLA BARINACos'hanno in comune il maestro della videoarte e quello del Rinascimento? Lo spiega al Venerdì Kira Petrov, moglie e alter ego dell'artista. E lo fa vedere una mostra alla Royal Academy di Londra
LONDRA. "Un giorno andammo a visitare la Cattedrale di Durham, in Inghilterra, perché avevano commissionato a Bill un'opera da esporre tra le navate. Ne fummo sopraffatti: ci sembrava impossibile accostare qualsiasi cosa a quelle architetture grandiose e, ancor più, alla memoria di tante generazioni di fedeli in preghiera, ciascuno con i propri affanni. Nei mesi successivi Bill riempì pagine e pagine di disegni e appunti... Ma non funzionavano".
Kira Perov, moglie e collaboratrice di Bill Viola da oltre quarant'anni, racconta come nascono le idee del campione della videoarte. Lui è malato da tempo e conduce un'esistenza molto ritirata, così a parlare è lei, l'alter ego di tutta una vita: la musa, la consigliera, la direttrice dello Studio Viola, la fotografa di scena, la curatrice delle sue tante mostre e dei suoi libri ("sono quella che tiene la contabilità", minimizza lei con un sorriso). "La …
Kira Perov, moglie e collaboratrice di Bill Viola da oltre quarant'anni, racconta come nascono le idee del campione della videoarte. Lui è malato da tempo e conduce un'esistenza molto ritirata, così a parlare è lei, l'alter ego di tutta una vita: la musa, la consigliera, la direttrice dello Studio Viola, la fotografa di scena, la curatrice delle sue tante mostre e dei suoi libri ("sono quella che tiene la contabilità", minimizza lei con un sorriso). "La …
LONDRA. "Un giorno andammo a visitare la Cattedrale di Durham, in Inghilterra, perché avevano commissionato a Bill un'opera da esporre tra le navate. Ne fummo sopraffatti: ci sembrava impossibile accostare qualsiasi cosa a quelle architetture grandiose e, ancor più, alla memoria di tante generazioni di fedeli in preghiera, ciascuno con i propri affanni. Nei mesi successivi Bill riempì pagine e pagine di disegni e appunti... Ma non funzionavano".
Kira Perov, moglie e collaboratrice di Bill Viola da oltre quarant'anni, racconta come nascono le idee del campione della videoarte. Lui è malato da tempo e conduce un'esistenza molto ritirata, così a parlare è lei, l'alter ego di tutta una vita: la musa, la consigliera, la direttrice dello Studio Viola, la fotografa di scena, la curatrice delle sue tante mostre e dei suoi libri ("sono quella che tiene la contabilità", minimizza lei con un sorriso). "La folgorazione gli venne un anno più tardi, così, all'improvviso, durante un volo da Chicago a Lione, dopo avere a lungo osservato il viavai transitorio e fugace dell'aeroporto. E nacque The Messenger, "Il messaggero", riflessione sul ciclo ineluttabile della vita e della morte: il video di un uomo che affiora lentamente dalla profondità dell'acqua e, giunto in superficie, esplode in un respiro a lungo trattenuto, spalancando gli occhi, per poi riprendere fiato e tornare a inabissarsi. Così via senza sosta".
Ora The Messenger è esposto alla Royal Academy di Londra, accanto a un bassorilievo di Michelangelo, che quella condizione umana di caducità e resurrezione la raffigura attraverso un episodio della vita di Cristo: la Vergine con il Bambino e il Battista infante (più noto come Tondo Taddei), dove Gesù si ritrae da un cardellino che è in mano al piccolo San Giovanni, simbolo premonitore del suo futuro sacrificio sulla Croce. Perché la straordinaria mostra Bill Viola/Michelangelo. Life Death Rebirth ("Vita morte rinascita") esplora le affinità tra i due artisti nell'affrontare i temi eterni della transitorietà della vita e della ricerca di un senso al di là della morte. Curata da Martin Clayton, responsabile delle stampe e dei disegni della collezione reale al Castello di Windsor, e da Kira Petrov, la mostra accosta 12 importanti installazioni video, realizzate da Viola tra il 1977 e il 2013, al Tondo Taddei e a 14 raffinatissimi disegni di Michelangelo, eseguiti nell'ultima fase della sua vita: come meditazione privata sulla propria mortalità o come doni per gli amici più cari. Un'opportunità unica (fino al 31 marzo) per cogliere inaspettate analogie tra i due maestri, pur vissuti a mezzo millennio di distanza. Anche se mezzi espressivi così diversi - enormi videoproiezioni e capolavori intimi su piccola scala - a tratti faticano a coesistere in armonia, quasi fossero state affiancate mostre distinte.
Il primo incontro di Viola con il Rinascimento italiano risale al 1974, quando l'allora ventitreenne videoartista newyorkese (d'origine lombarda) andò a lavorare per diciotto mesi a Firenze come direttore tecnico di Art/Tapes/22, centro sperimentale intorno a cui ruotavano i pionieri italiani e stranieri dell'arte del video allora agli esordi: da Kounellis a De Dominicis, da Vito Acconci a Nam June Paik... "Fu allora che Bill scelse di pronunciare il proprio cognome all'italiana, Viola, anziché all'americana "Vaiola", che - gli dissero - ricordava troppo l'atrocità del "vaiolo"", ride la moglie Kira. "Firenze fu per lui un'esperienza impareggiabile: città all'avanguardia nello sviluppo artistico dell'epoca, come già lo era stata nel Rinascimento. E occasione per scoprire quanto l'arte quattro-cinquecentesca fosse ancora contemporanea, se continuava a sopravvivere negli spazi - frequentatissimi - per cui era stata realizzata. Bill, che allora sperimentava anche musica elettronica, passava ore nelle chiese fiorentine a registrare i rumori di sottofondo, il brusio di chi pregava, sussurrava, si inginocchiava. Suoni d'ambiente che tuttora accompagnano i suoi video". Le sue immagini in movimento così rallentate da condurti in una diversa dimensione del tempo, quasi che il tempo venga scolpito. Il linguaggio nuovo con cui Viola continua a dialogare con i giganti del passato. E non solo: lui è anche un profondo conoscitore del pensiero orientale.
Appena Bill conobbe Kira, nel '77 - quando lei lo invitò a esporre in una mostra a Melbourne: "Di lui non sapevo nulla, se non che era un giovane artista con un padre alla Pan Am, quindi con biglietti aerei gratis" - fu il colpo di fulmine. E l'avvio di lunghi viaggi insieme. Nelle isole del Pacifico per esplorare, videocamera alla mano, la maestria di chi cammina sui carboni ardenti o si trafigge con spilloni senza sanguinare. Nel Sahara tunisino, per filmare i miraggi ("Siamo affascinati dalla soglia tra illusione e realtà. E dal deserto: in quello dei nativi americani, nel Sud degli States, abbiamo vissuto in tenda cinque mesi facendo riprese notturne"). Quindi in Giappone: un anno e mezzo a studiare il buddhismo zen, mentre Bill lavorava nei laboratori di ricerca Sony.
Tuffi nelle più svariate culture, che portano Viola a fondere elementi di tradizioni spirituali diverse: dal pensiero buddhista alla mistica cristiana al sufismo islamico. Così come i valori del cattolicesimo si fondono in Michelangelo con quelli della filosofia neoplatonica, che torna in auge a fine Quattrocento. Due artisti accomunati da una profonda spiritualità (soprattutto nella seconda fase della loro vita), che integrano tradizioni culturali distanti.
"Penso ci sia una corrente sotterranea che unisce il pensiero spirituale d'ogni latitudine ed epoca storica", commenta Kira. "Perché qualsiasi credo o dottrina insegna a conoscere se stessi. E a ritenersi responsabili di quel che si fa". Ecco allora, in Michelangelo, la Caduta di Fetonte, figlio del Sole, che pretende di levarsi in cielo guidando il carro paterno e inevitabilmente precipita. Ecco le installazioni di Viola che mostrano scelte morali assediate dalla paura, come Il sonno della ragione, in cui un uomo addormentato ha incubi improvvisi e violenti, che investono a intermittenza le pareti della sala.
Nell'81 Bill e Kira si trasferiscono a Long Beach, in California, dove vivono tuttora. Fanno due figli. Studiano e filmano di tutto, perfino il livello di coscienza degli animali nello zoo di San Diego. Ogni giorno Bill legge, ascolta musica, sogna le immagini più adatte a esprimere le proprie emozioni, e si confronta con Kira, che incoraggia, raddrizza, sconsiglia, facendo poi tutto il necessario perché quelle idee si concretizzino in opere d'arte. L'intento, quasi l'ossessione, è cogliere l'essenza delle emozioni, per indurre nello spettatore una reazione empatica. Ciò che l'arte occidentale ha fatto per secoli. "È nell'intensità delle emozioni suscitate dal loro lavoro il principale punto di contatto tra Viola e Michelangelo", commenta Kira. "Vent'anni fa abbiamo trascorso mesi nell'Istituto di ricerca Getty, a Los Angeles: era appena morto il padre di Bill e, nel tentativo di conciliarsi col proprio dolore, lui scoprì come l'arte degli antichi maestri sia d'enorme aiuto per riconoscere le emozioni e affrontarle". Ed ecco l'esuberanza gloriosa del Cristo Risorto di Michelangelo, giovane insolitamente imberbe, muscoloso, virile. Ecco il fuoco della passione in Fire Woman di Viola, che davanti a un muro in fiamme finisce per precipitare nel proprio riflesso.
Nel parlare, Kira usa quasi sempre il plurale: "Abbiamo fatto, pensato, realizzato...". Dietro alla firma "Bill Viola" ci sono due persone complementari, indispensabili l'una all'altra. Mai pensato di firmare insieme? "Forse sarebbe dovuto accadere, ma non è stato così. Anche se ho sempre avuto un ruolo fondamentale nella realizzazione di qualsiasi video, le idee sono state per anni e anni di Bill. Solo ultimamente Bill accetta anche le mie. Ma ormai è troppo tardi per rimettere in discussione l'equilibrio".
Sul Venerdì del 1° marzo 2019
Kira Perov, moglie e collaboratrice di Bill Viola da oltre quarant'anni, racconta come nascono le idee del campione della videoarte. Lui è malato da tempo e conduce un'esistenza molto ritirata, così a parlare è lei, l'alter ego di tutta una vita: la musa, la consigliera, la direttrice dello Studio Viola, la fotografa di scena, la curatrice delle sue tante mostre e dei suoi libri ("sono quella che tiene la contabilità", minimizza lei con un sorriso). "La folgorazione gli venne un anno più tardi, così, all'improvviso, durante un volo da Chicago a Lione, dopo avere a lungo osservato il viavai transitorio e fugace dell'aeroporto. E nacque The Messenger, "Il messaggero", riflessione sul ciclo ineluttabile della vita e della morte: il video di un uomo che affiora lentamente dalla profondità dell'acqua e, giunto in superficie, esplode in un respiro a lungo trattenuto, spalancando gli occhi, per poi riprendere fiato e tornare a inabissarsi. Così via senza sosta".
Ora The Messenger è esposto alla Royal Academy di Londra, accanto a un bassorilievo di Michelangelo, che quella condizione umana di caducità e resurrezione la raffigura attraverso un episodio della vita di Cristo: la Vergine con il Bambino e il Battista infante (più noto come Tondo Taddei), dove Gesù si ritrae da un cardellino che è in mano al piccolo San Giovanni, simbolo premonitore del suo futuro sacrificio sulla Croce. Perché la straordinaria mostra Bill Viola/Michelangelo. Life Death Rebirth ("Vita morte rinascita") esplora le affinità tra i due artisti nell'affrontare i temi eterni della transitorietà della vita e della ricerca di un senso al di là della morte. Curata da Martin Clayton, responsabile delle stampe e dei disegni della collezione reale al Castello di Windsor, e da Kira Petrov, la mostra accosta 12 importanti installazioni video, realizzate da Viola tra il 1977 e il 2013, al Tondo Taddei e a 14 raffinatissimi disegni di Michelangelo, eseguiti nell'ultima fase della sua vita: come meditazione privata sulla propria mortalità o come doni per gli amici più cari. Un'opportunità unica (fino al 31 marzo) per cogliere inaspettate analogie tra i due maestri, pur vissuti a mezzo millennio di distanza. Anche se mezzi espressivi così diversi - enormi videoproiezioni e capolavori intimi su piccola scala - a tratti faticano a coesistere in armonia, quasi fossero state affiancate mostre distinte.
Il primo incontro di Viola con il Rinascimento italiano risale al 1974, quando l'allora ventitreenne videoartista newyorkese (d'origine lombarda) andò a lavorare per diciotto mesi a Firenze come direttore tecnico di Art/Tapes/22, centro sperimentale intorno a cui ruotavano i pionieri italiani e stranieri dell'arte del video allora agli esordi: da Kounellis a De Dominicis, da Vito Acconci a Nam June Paik... "Fu allora che Bill scelse di pronunciare il proprio cognome all'italiana, Viola, anziché all'americana "Vaiola", che - gli dissero - ricordava troppo l'atrocità del "vaiolo"", ride la moglie Kira. "Firenze fu per lui un'esperienza impareggiabile: città all'avanguardia nello sviluppo artistico dell'epoca, come già lo era stata nel Rinascimento. E occasione per scoprire quanto l'arte quattro-cinquecentesca fosse ancora contemporanea, se continuava a sopravvivere negli spazi - frequentatissimi - per cui era stata realizzata. Bill, che allora sperimentava anche musica elettronica, passava ore nelle chiese fiorentine a registrare i rumori di sottofondo, il brusio di chi pregava, sussurrava, si inginocchiava. Suoni d'ambiente che tuttora accompagnano i suoi video". Le sue immagini in movimento così rallentate da condurti in una diversa dimensione del tempo, quasi che il tempo venga scolpito. Il linguaggio nuovo con cui Viola continua a dialogare con i giganti del passato. E non solo: lui è anche un profondo conoscitore del pensiero orientale.
Appena Bill conobbe Kira, nel '77 - quando lei lo invitò a esporre in una mostra a Melbourne: "Di lui non sapevo nulla, se non che era un giovane artista con un padre alla Pan Am, quindi con biglietti aerei gratis" - fu il colpo di fulmine. E l'avvio di lunghi viaggi insieme. Nelle isole del Pacifico per esplorare, videocamera alla mano, la maestria di chi cammina sui carboni ardenti o si trafigge con spilloni senza sanguinare. Nel Sahara tunisino, per filmare i miraggi ("Siamo affascinati dalla soglia tra illusione e realtà. E dal deserto: in quello dei nativi americani, nel Sud degli States, abbiamo vissuto in tenda cinque mesi facendo riprese notturne"). Quindi in Giappone: un anno e mezzo a studiare il buddhismo zen, mentre Bill lavorava nei laboratori di ricerca Sony.
Tuffi nelle più svariate culture, che portano Viola a fondere elementi di tradizioni spirituali diverse: dal pensiero buddhista alla mistica cristiana al sufismo islamico. Così come i valori del cattolicesimo si fondono in Michelangelo con quelli della filosofia neoplatonica, che torna in auge a fine Quattrocento. Due artisti accomunati da una profonda spiritualità (soprattutto nella seconda fase della loro vita), che integrano tradizioni culturali distanti.
"Penso ci sia una corrente sotterranea che unisce il pensiero spirituale d'ogni latitudine ed epoca storica", commenta Kira. "Perché qualsiasi credo o dottrina insegna a conoscere se stessi. E a ritenersi responsabili di quel che si fa". Ecco allora, in Michelangelo, la Caduta di Fetonte, figlio del Sole, che pretende di levarsi in cielo guidando il carro paterno e inevitabilmente precipita. Ecco le installazioni di Viola che mostrano scelte morali assediate dalla paura, come Il sonno della ragione, in cui un uomo addormentato ha incubi improvvisi e violenti, che investono a intermittenza le pareti della sala.
Nell'81 Bill e Kira si trasferiscono a Long Beach, in California, dove vivono tuttora. Fanno due figli. Studiano e filmano di tutto, perfino il livello di coscienza degli animali nello zoo di San Diego. Ogni giorno Bill legge, ascolta musica, sogna le immagini più adatte a esprimere le proprie emozioni, e si confronta con Kira, che incoraggia, raddrizza, sconsiglia, facendo poi tutto il necessario perché quelle idee si concretizzino in opere d'arte. L'intento, quasi l'ossessione, è cogliere l'essenza delle emozioni, per indurre nello spettatore una reazione empatica. Ciò che l'arte occidentale ha fatto per secoli. "È nell'intensità delle emozioni suscitate dal loro lavoro il principale punto di contatto tra Viola e Michelangelo", commenta Kira. "Vent'anni fa abbiamo trascorso mesi nell'Istituto di ricerca Getty, a Los Angeles: era appena morto il padre di Bill e, nel tentativo di conciliarsi col proprio dolore, lui scoprì come l'arte degli antichi maestri sia d'enorme aiuto per riconoscere le emozioni e affrontarle". Ed ecco l'esuberanza gloriosa del Cristo Risorto di Michelangelo, giovane insolitamente imberbe, muscoloso, virile. Ecco il fuoco della passione in Fire Woman di Viola, che davanti a un muro in fiamme finisce per precipitare nel proprio riflesso.
Nel parlare, Kira usa quasi sempre il plurale: "Abbiamo fatto, pensato, realizzato...". Dietro alla firma "Bill Viola" ci sono due persone complementari, indispensabili l'una all'altra. Mai pensato di firmare insieme? "Forse sarebbe dovuto accadere, ma non è stato così. Anche se ho sempre avuto un ruolo fondamentale nella realizzazione di qualsiasi video, le idee sono state per anni e anni di Bill. Solo ultimamente Bill accetta anche le mie. Ma ormai è troppo tardi per rimettere in discussione l'equilibrio".
Sul Venerdì del 1° marzo 2019