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George Clooney in Catch-22, di cui è anche produttore e regista (Antonello&Montesi/ Courtesy Sky) 

George Clooney: "In qualche modo sono un po’ in guerra anch’io"

Incontriamo l'attore americano per parlare di Catch-22, la serie Sky tratta dal bestseller antimilitarista di Joseph Heller. Ma lui, l'ultimo divo, ha soprattutto voglia di discutere di politica, di Trump, Putin e Brexit...
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LOS ANGELES. Forse un giorno George Clooney lo ricorderemo come l'ultima grande star. L'ultimo, cioè, di un'epoca in cui il cinema era ancora il cinema, Hollywood era il centro di quel mondo e dietro le icone costruite per il pubblico di massa c'erano dei personaggi veri, con uno spessore reale. A lui di certo il carattere non manca. Quando capisce che il mio mestiere abituale è scrivere di politica, economia, geopolitica e questioni globali, quando gli è chiaro che frequento la Casa Bianca o i G7 più che gli Studios, immediatamente è lui a voler parlare soprattutto di Donald Trump, Vladimir Putin e Kim Jong-un, di elezioni presidenziali nel 2020, di immigrazione, di impeachment. È la prima volta che lo incontro e non mi delude. Non ha nulla in comune con quelle celebrities che abbracciano cause umanitarie su consiglio dei loro addetti alle relazioni pubbliche. Non sente il bisogno di esibire i rituali del politically correct.
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LOS ANGELES. Forse un giorno George Clooney lo ricorderemo come l'ultima grande star. L'ultimo, cioè, di un'epoca in cui il cinema era ancora il cinema, Hollywood era il centro di quel mondo e dietro le icone costruite per il pubblico di massa c'erano dei personaggi veri, con uno spessore reale. A lui di certo il carattere non manca. Quando capisce che il mio mestiere abituale è scrivere di politica, economia, geopolitica e questioni globali, quando gli è chiaro che frequento la Casa Bianca o i G7 più che gli Studios, immediatamente è lui a voler parlare soprattutto di Donald Trump, Vladimir Putin e Kim Jong-un, di elezioni presidenziali nel 2020, di immigrazione, di impeachment. È la prima volta che lo incontro e non mi delude. Non ha nulla in comune con quelle celebrities che abbracciano cause umanitarie su consiglio dei loro addetti alle relazioni pubbliche. Non sente il bisogno di esibire i rituali del politically correct.

Per lui la politica è una passione vera; il giornalismo pure. Quest'ultimo ce l'ha nel sangue: suo padre Nick era un reporter televisivo. Forse il più bel film diretto da Clooney è Good Night, and Good Luck, sulla storia vera dell'anchorman della Cbs Edward Murrow che negli anni Cinquanta s'impegnò contro la "caccia alle streghe" condotta dal senatore Joseph McCarthy, la persecuzione di chi era sospettato di simpatie comuniste.

Negli ultimi anni Clooney si sta costruendo metodicamente una vita da anti-divo, compresa la severità con cui attacca i tabloid specializzati in gossip. Nella sua carriera professionale prende sempre più spesso il sopravvento la vocazione di regista e produttore; come attore si riserva volentieri i ruoli da non-protagonista, vuole scommettere su talenti giovani.


Lo raggiungo in un hotel di Pasadena, sobborgo di Los Angeles, per il lancio di una produzione Sky molto legata all'Italia in onda dal 21 maggio su Sky Atlantic e disponibile su Sky on demand. È la serie televisiva Catch-22, tratta dall'omonimo romanzo di Joseph Heller del 1961 che formò all'antimilitarismo la generazione subito prima di Clooney: quei ragazzi che negli anni Sessanta erano in età di servizio militare obbligatorio, durante la guerra del Vietnam.

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Il romanzo è ambientato in una base militare americana sull'isola di Pianosa, durante la Seconda guerra mondiale. I sei episodi di questa serie tv sono stati girati interamente in Italia, tra Sardegna e Lazio; con un cameo prestigioso di Giancarlo Giannini. Oltre che regista e produttore, Clooney interpreta la parte del tenente Scheisskopf (parola che in tedesco è l'equivalente di "testa di c..."), un idiota ossessionato dalle parate militari e la cui moglie va a letto con l'intero battaglione o quasi. Il "comma 22" del titolo è un cavillo, la metafora di un regolamento burocratico assurdo, che si auto-contraddice. Come la norma per cui un aviere ha il diritto di essere esonerato dalle missioni di bombardamento se è pazzo (e volare ripetutamente rischiando la vita può rendere davvero malati di mente); però se chiede di essere esonerato vuol dire che è sano di mente e quindi deve continuare le missioni.


Al pubblico italiano dobbiamo spiegare, prima di tutto, l'importanza che ebbe il romanzo di Heller dal 1961 in poi. Lei quando lo lesse per la prima volta?
"Al liceo, come molti miei coetanei. Per diverse generazioni di americani quel libro ebbe un'importanza paragonabile a Il giovane Holden di Salinger. Heller s'ispirò alle sue esperienze vissute durante la Seconda guerra mondiale, per costruire una satira feroce della burocrazia militare, della sua stupidità, della sua arroganza. Cominciò a scriverlo però anni dopo, nel 1953, quindi all'epoca della guerra di Corea. E il massimo successo arrivò durante il conflitto del Vietnam. La critica non lo capì subito; ma la risposta del pubblico fu immediata e travolgente, un milione di copie alla prima edizione. Quella di Catch-22 è una guerra senza Soldato Ryan, senza eroi. La mia serie tv riporta di attualità il messaggio di fondo sull'assurdità della guerra, la sua follia e gli interessi capitalistici che spesso la manovrano. È una storia morbosa, dove si mescolano orrore e comicità. E il pubblico italiano può capirne perfettamente l'ambiguità tragica: per gli americani la Seconda guerra mondiale ebbe una sorta di chiarezza morale; per voi no. Il personaggio interpretato da Giannini esprime il disincanto di un vecchio mondo che ha visto morire già tanti imperi, quindi dà per scontato che sia effimero anche quello americano".

Come si racconta la guerra, oggi? Come la si rende reale agli occhi di una generazione di americani che la vede solo sugli schermi, che non ha più il servizio di leva, che forse s'illude sia tutta tecnologia ed "effetti speciali"?
"Che le guerre di oggi siano combattute solo con la tecnologia avanzata è appunto un'illusione. E, a differenza degli anni del Vietnam, al fronte ci vanno ragazze e ragazzi poveri, che hanno bisogno di soldi. L'invasione dell'Iraq nel 2003 non sarebbe avvenuta se ci fosse stato il servizio di leva e quindi il rischio di mandare i figli dei ricchi al fronte. Non abbiamo più una guerra di massa, ma noi americani continuiamo ad essere coinvolti in troppi conflitti in giro per il mondo".

Donald Trump vi sta ponendo fine, no? Ha annunciato il ritiro veloce e quasi totale delle truppe dalla Siria. Vuole fare la stessa cosa in Afghanistan. Se fosse stato Obama a riportare a casa quei soldati, non lo avremmo applaudito come un pacifista?
"A dire il vero Obama cominciò il ridimensionamento delle truppe su vari fronti. E Obama si era dissociato, da giovane senatore, quando Bush volle l'invasione dell'Iraq. Ecco un esempio di guerra assurda, l'Iraq: fondata su una montagna di bugie riguardo alle armi di distruzione di massa di Saddam; poi di fatto generò l'Isis. Riguardo a Trump: sì, può anche accadere che in nome del principio isolazionista di "America First" lui faccia delle cose positive, sia pure in modo fortuito. In generale non mi sembra che stia andando così: questo è un presidente che ama Vladimir Putin e il saudita Mohammad bin Salman, responsabili per gli omicidi di giornalisti. Trump simpatizza pure con Kim Jong-un, un dittatore crudele, che usa la tortura".

Lei segue anche la politica italiana?
"Non è un mistero che io ami l'Italia e che ci passi un bel po' del mio tempo: una delle cose belle del produrre Catch-22 è stato trascorrere sette mesi di fila in Italia! Sulla politica: certo che la seguo. Non mi è sfuggito il fatto che il prototipo di Trump lo abbiate inventato voi: 'l'originale' in un certo senso è Silvio Berlusconi, populista e spudoratamente ricco. Oggi non solo in Italia ma in tutta l'Europa vedo le stesse tendenze del mio Paese. La Brexit nel Regno Unito, una delle decisioni più stupide nella storia contemporanea. Poi l'Ungheria, l'Austria, la Polonia: vedo all'opera una sorta di crisi isterica delle masse. Per ritrovare una via maestra verso la sanità mentale, sarebbe bene che l'America desse l'esempio. Abbiamo bisogno di un presidente che rappresenti il meglio dei nostri valori morali. E la smetta di trattare gli immigrati come terroristi".

Si è mai chiesto se lei appartiene a una specie in via di estinzione? "L'ultima star di Hollywood"? Il mestiere di attore, nell'era dei film e delle serie guardate sullo schermo degli smartphone, cambia in modo irreversibile?
"A 57 anni ormai io faccio il caratterista, e mi sta bene così. Vedo tanti giovani attori interessanti in giro. Non credo di appartenere a una categoria che scompare, ci sostituiranno altri simili a noi. Emma Stone è un esempio di giovane star in tutti i sensi. Ho sentito troppe volte la profezia sulla fine del cinema, non ci casco. Viviamo un'età dell'oro della televisione, ma al tempo stesso Netflix ha finanziato un classico film d'autore, e di grande qualità, come Roma di Cuarón. Ecco, se prendo questo esempio sono per forza ottimista. Un tempo per finanziare un film come quello dovevi fare le acrobazie, ti dovevi limitare al mondo dei produttori indipendenti e puntare ai cinema d'essai".

Netflix, Amazon... I "padroni della Rete" hanno pulsioni monopolistiche e comportamenti predatori. Dov'è finita l'America di Teddy Roosevelt, o degli anni Sessanta, quando insegnava al mondo intero l'importanza di una legislazione antitrust severa?
"Siamo in un capitalismo che accentua le diseguaglianze, è vero. I ricchi diventano sempre più ricchi. La storia della crisi del 2008 non è stata ancora superata veramente, né digerita: nessuno dei grandi responsabili di quel crac finanziario ha pagato per le sue colpe. Non sono certo un esperto di Silicon Valley, ma mi preoccupa il loro saccheggio della nostra privacy, la vendita sistematica di dati su di noi, l'intrusione nelle nostre conversazioni tra amici".

Dopo Catch-22 c'è ancora una produzione politicamente impegnata nel suo futuro. Lei sta lavorando sullo scandalo del Watergate che portò alle dimissioni del presidente Richard Nixon, giusto?
"Sì. E sa che cosa mi colpisce di più, studiando in modo approfondito quella vicenda? Richard Nixon si era circondato di collaboratori intelligenti, brillanti, gente preparata. Eppure molti di loro finirono in galera. Io osservo "tutti gli uomini di Trump" e non mi sembrano tanto capaci. Ma non so ancora quale sarà il percorso, la via d'uscita, per venire a capo di tutti gli errori che abbiamo commesso. L'unica previsione che posso farle è questa: vivremo un periodo molto affascinante nel prossimo anno e mezzo, da qui all'elezione presidenziale del novembre 2020".

Sul Venerdì del 15 marzo 2019