I cioccolatai del Piemonte in crisi
Alessandro Cassinis , di ALESSANDRO CASSINISIl mondo ne va pazzo e il mercato va benissimo. Eppure in Italia alcuni marchi storici stanno chiudendo. Motivo? Un mix di errori aziendali e attacchi pirateschi. Reportage
NOVI LIGURE (Alessandria). Qui del cioccolato non c'è più neanche il profumo. In via Crispi, a Novi Ligure, l'ultima neve macchia il prato secco davanti alla palazzina crema della Pernigotti, con i tetti curvi di lamiera. Gli operai parlano a bassa voce di fronte ai cancelli chiusi e uno striscione beffardo sfotte il governo gialloverde che ha fatto passerella due volte con il vicepremier Di Maio e poi si è eclissato. "Se davvero prima gli italiani... salvateci".
La fabbrica nata nel 1860 è ferma, 92 dipendenti sono in cassa integrazione straordinaria per un anno e altri 130 lavoratori interinali sono a casa. La famiglia turca Toksoz che ha devastato l'azienda non vuole cedere il marchio e l'unica prospettiva è una svendita a pezzi. "Noi ci credevamo, là dentro siamo diventati grandi insieme" ricorda un operaio con 29 anni di anzianità. "Ora ci hanno chiesto di mettere la nostra vita in un sacco…
La fabbrica nata nel 1860 è ferma, 92 dipendenti sono in cassa integrazione straordinaria per un anno e altri 130 lavoratori interinali sono a casa. La famiglia turca Toksoz che ha devastato l'azienda non vuole cedere il marchio e l'unica prospettiva è una svendita a pezzi. "Noi ci credevamo, là dentro siamo diventati grandi insieme" ricorda un operaio con 29 anni di anzianità. "Ora ci hanno chiesto di mettere la nostra vita in un sacco…
NOVI LIGURE (Alessandria). Qui del cioccolato non c'è più neanche il profumo. In via Crispi, a Novi Ligure, l'ultima neve macchia il prato secco davanti alla palazzina crema della Pernigotti, con i tetti curvi di lamiera. Gli operai parlano a bassa voce di fronte ai cancelli chiusi e uno striscione beffardo sfotte il governo gialloverde che ha fatto passerella due volte con il vicepremier Di Maio e poi si è eclissato. "Se davvero prima gli italiani... salvateci".
La fabbrica nata nel 1860 è ferma, 92 dipendenti sono in cassa integrazione straordinaria per un anno e altri 130 lavoratori interinali sono a casa. La famiglia turca Toksoz che ha devastato l'azienda non vuole cedere il marchio e l'unica prospettiva è una svendita a pezzi. "Noi ci credevamo, là dentro siamo diventati grandi insieme" ricorda un operaio con 29 anni di anzianità. "Ora ci hanno chiesto di mettere la nostra vita in un sacco. Ci richiamano per qualche giorno, poi il buio. Capisci la nostra rabbia?".
Cioccolato amaro, troppo amaro. Chiude la Pernigotti. Fallisce per la seconda volta la Peyrano di Torino. A Pont-Saint-Martin un'altra azienda turca, la Captain Gida, lascia a casa i dipendenti della Cioccolato Valle d'Aosta dopo aver preso dalla Regione quattro milioni di mutuo per rilevare lo stabilimento ex Feletti 1882. Che succede nel pianeta dolce del Theobroma cacao, il cibo degli dei amato da Mozart e da Casanova?
"Non c'è nessuna crisi. C'è solo nella testa di chi non investe e non innova". Flavio Repetto non fa giri di parole. Il Cavaliere del lavoro che nel 1985 ha salvato dal fallimento la Novi e a 87 anni presiede il gruppo Elah Dufour Novi Baratti & Milano, oltre 200 milioni di fatturato e 235 dipendenti, non farà un altro miracolo: "Non interverrò nella Pernigotti, lo dia per certo". Ci aveva provato nel 1984, quando chiamò Stefano Pernigotti e gli chiese di cedergli il 51 per cento. "Gli avrei lasciato la presidenza a vita, avremmo creato a Novi un grande polo di marchi storici, ma lui non volle". Quattro anni prima Pernigotti aveva perso i figli di 13 e 17 anni in un incidente stradale in Uruguay. Ormai disamorato, nel 1995 cederà l'azienda di famiglia al gruppo Averna, che nel 2013 la rifilerà alla turca Sanset Food. E adesso?
Tiziano Crocco, segretario provinciale della Uila-Uil, non si fa illusioni: "Se non si arriva a una vendita complessiva con il marchio, la Pernigotti è morta. Ma la colpa non è del mercato. I turchi hanno comprato una Ferrari fiammante, l'hanno affidata a persone incompetenti senza mai investire e l'hanno distrutta scientificamente".
Cambiano i gusti e le diete, ma il cioccolato continua a fare gola. Nel 2016 si sono spesi nel mondo quasi 123 miliardi di dollari in cacao e derivati con una crescita del 12 per cento tra 2012 e 2016. Fioriscono nuovi mercati, la Cina negli ultimi dieci anni ha più che raddoppiato gli acquisti soprattutto dall'Italia, Ferrero in testa: entro il 2020 sarà il secondo consumatore al mondo dopo gli Usa. Gli Emirati Arabi adorano il cioccolato. Il Giappone ne va matto. Ogni italiano ne mangia 4 chili l'anno contro gli otto degli inglesi e i nove degli svizzeri. Dipende dal clima, ma anche dal palato.
Cristoforo Colombo assaggia il cacao nel 1502 nell'isola di Guanaja, al largo dell'Honduras, lo trova troppo amaro e non ne fa nulla. Ventisei anni dopo, Hernán Cortés porta in Spagna i primi semi di cacao dalle Americhe e li dona all'imperatore Carlo V, che a sua volta fa avere alcune fave a Emanuele Filiberto di Savoia. Non è un caso che la capitale italiana del cioccolato sarà a lungo Torino, dove già nel 1678 l'oro bruno si mangia anche solido, come ricorda una targa in corso Moncalieri davanti a un negozio con la sobria insegna rossa: "Cioccolataio".
È la sede della Peyrano, la leggendaria bottega nata nel 1915 che confezionava con orgoglio i cioccolatini del re. Ma le saracinesche sono abbassate, l'azienda è stata dichiarata fallita, il curatore ha avviato il licenziamento delle due lavoratrici rimaste all'interno dopo le dimissioni di altri sette addetti. Bussiamo e ci aprono Bruna Peyrano, 76 anni, e suo marito Giorgio, 80, pronipote del fondatore Antonio. Insieme, con grande coraggio, avevano ricomprato all'asta l'azienda già fallita una prima volta nel 2010 dopo la disastrosa gestione del gruppo Maione di Napoli. Hanno puntato sulla qualità e sul mondo del lusso: le praline per le sfilate, le confezioni firmate da Ettore Sottsass, Alessandro Mendini, David Palterer, Riccardo Dalisi e Lino Sabatini. Ma i debiti salgono a cinque milioni, gli stipendi non vengono pagati. Bruna non si arrende: "Noi continueremo a produrre cioccolato. Non siamo ancora morti. Il negozio è solo momentaneamente chiuso".
Monsiù Peyrano ricorda che nel 1946 a Torino c'erano 147 aziende cioccolatiere iscritte all'Unione industriali. Oggi sono una dozzina. Mostra con orgoglio una vecchia foto di famiglia, come se la saga dei Peyrano potesse continuare con un nuovo partner. Ma il sindacato non ci crede. "Un investitore dovrebbe farsi carico dei debiti, il marchio è ipotecato" dice Letizia Capparelli della Flai-Cgil. "I lavoratori andavano avanti con acconti di 100 euro".
Il cioccolato può essere dolcissimo quando si azzecca il marketing e si hanno le spalle abbastanza forti. Ne sa qualcosa Venchi, che da Castelletto Stura, in provincia di Cuneo, ha creato un impero con 100 negozi monomarca ed è sbarcato a Londra, New York, Singapore, Pechino. E lo racconta bene la favola di Domori, nata nel 1997 a None, alle porte di Torino, da un'intuizione del bolognese Gianluca Franzoni, esploratore e gourmet del cacao. La sua azienda fatturava un milione e mezzo di euro quando entrò nel gruppo Illy nel 2006. L'anno scorso i ricavi sono saliti a 18,3 milioni con una crescita del 10 per cento sull'anno precedente, i dipendenti sono 80.
"Il segreto è un'attenzione maniacale alla qualità della materia prima, che per noi è il criollo" risponde l'amministratore delegato Andrea Macchione. La raccolta mondiale di criollo - la varietà di cacao più pregiata - è di 60 tonnellate, lo 0,001 per cento del cacao coltivato nel mondo. Domori, con la sua azienda di 100 ettari in Venezuela, ne produce 35 tonnellate. "Se vogliamo distinguerci in un mercato molto complesso non possiamo competere sul prezzo ma sulla qualità, sull'innovazione, sulle nuove ricette".
Quest'anno Domori lancerà in edizione limitata su prenotazione diecimila tavolette di cioccolato ricavato dal cacao criollo nelle varietà chuao, guasare e porcelana. Le quotazioni possono arrivare a 300 euro al chilo. La crisi di Pernigotti e Peyrano? "Casi isolati". La ricetta? "Bisogna essere ortodossi". Il pericolo turco? "Hanno il mercato più importante per la produzione di nocciole, circa 850 mila tonnellate l'anno contro le 110 mila tonnellate italiane. Imparano il mestiere e si portano via i nostri marchi. Ma non sarà facile per loro replicare una storia come Pernigotti o Peyrano".
Con la sobrietà che è il marchio di fabbrica dal 1780, Pietro Romanengo resiste a Genova in un mercato sempre più difficile. Confettiere di tradizione, ha una conca in granito da 180 chili che impiega anche tre giorni per produrre dolci gioielli da spedire fino in Giappone. Niente lecitina di soia, niente additivi, solo frutta fresca per i canditi. Ha pagato la crisi del 2008, la stretta sui regali aziendali, e ora tiene duro con un fatturato di 1,2 milioni. "Difendo un'identità di supernicchia. In questo mondo serve un imprenditore che ama quel che fa". Mai pensato di vendere? "No, sarebbe troppo triste".
C'era una volta a Genova (ma i piemontesi preferiscono a Torino) un ricco cioccolatiere che arrivò a teatro con una carrozza così lussuosa da far sfigurare il re. Da allora si usa l'espressione "fare la figura da cioccolataio", ma ci si dimentica che era un complimento.
Sul Venerdì del 15 marzo 2019
La fabbrica nata nel 1860 è ferma, 92 dipendenti sono in cassa integrazione straordinaria per un anno e altri 130 lavoratori interinali sono a casa. La famiglia turca Toksoz che ha devastato l'azienda non vuole cedere il marchio e l'unica prospettiva è una svendita a pezzi. "Noi ci credevamo, là dentro siamo diventati grandi insieme" ricorda un operaio con 29 anni di anzianità. "Ora ci hanno chiesto di mettere la nostra vita in un sacco. Ci richiamano per qualche giorno, poi il buio. Capisci la nostra rabbia?".
Cioccolato amaro, troppo amaro. Chiude la Pernigotti. Fallisce per la seconda volta la Peyrano di Torino. A Pont-Saint-Martin un'altra azienda turca, la Captain Gida, lascia a casa i dipendenti della Cioccolato Valle d'Aosta dopo aver preso dalla Regione quattro milioni di mutuo per rilevare lo stabilimento ex Feletti 1882. Che succede nel pianeta dolce del Theobroma cacao, il cibo degli dei amato da Mozart e da Casanova?
"Non c'è nessuna crisi. C'è solo nella testa di chi non investe e non innova". Flavio Repetto non fa giri di parole. Il Cavaliere del lavoro che nel 1985 ha salvato dal fallimento la Novi e a 87 anni presiede il gruppo Elah Dufour Novi Baratti & Milano, oltre 200 milioni di fatturato e 235 dipendenti, non farà un altro miracolo: "Non interverrò nella Pernigotti, lo dia per certo". Ci aveva provato nel 1984, quando chiamò Stefano Pernigotti e gli chiese di cedergli il 51 per cento. "Gli avrei lasciato la presidenza a vita, avremmo creato a Novi un grande polo di marchi storici, ma lui non volle". Quattro anni prima Pernigotti aveva perso i figli di 13 e 17 anni in un incidente stradale in Uruguay. Ormai disamorato, nel 1995 cederà l'azienda di famiglia al gruppo Averna, che nel 2013 la rifilerà alla turca Sanset Food. E adesso?
Tiziano Crocco, segretario provinciale della Uila-Uil, non si fa illusioni: "Se non si arriva a una vendita complessiva con il marchio, la Pernigotti è morta. Ma la colpa non è del mercato. I turchi hanno comprato una Ferrari fiammante, l'hanno affidata a persone incompetenti senza mai investire e l'hanno distrutta scientificamente".
Cambiano i gusti e le diete, ma il cioccolato continua a fare gola. Nel 2016 si sono spesi nel mondo quasi 123 miliardi di dollari in cacao e derivati con una crescita del 12 per cento tra 2012 e 2016. Fioriscono nuovi mercati, la Cina negli ultimi dieci anni ha più che raddoppiato gli acquisti soprattutto dall'Italia, Ferrero in testa: entro il 2020 sarà il secondo consumatore al mondo dopo gli Usa. Gli Emirati Arabi adorano il cioccolato. Il Giappone ne va matto. Ogni italiano ne mangia 4 chili l'anno contro gli otto degli inglesi e i nove degli svizzeri. Dipende dal clima, ma anche dal palato.
Cristoforo Colombo assaggia il cacao nel 1502 nell'isola di Guanaja, al largo dell'Honduras, lo trova troppo amaro e non ne fa nulla. Ventisei anni dopo, Hernán Cortés porta in Spagna i primi semi di cacao dalle Americhe e li dona all'imperatore Carlo V, che a sua volta fa avere alcune fave a Emanuele Filiberto di Savoia. Non è un caso che la capitale italiana del cioccolato sarà a lungo Torino, dove già nel 1678 l'oro bruno si mangia anche solido, come ricorda una targa in corso Moncalieri davanti a un negozio con la sobria insegna rossa: "Cioccolataio".
È la sede della Peyrano, la leggendaria bottega nata nel 1915 che confezionava con orgoglio i cioccolatini del re. Ma le saracinesche sono abbassate, l'azienda è stata dichiarata fallita, il curatore ha avviato il licenziamento delle due lavoratrici rimaste all'interno dopo le dimissioni di altri sette addetti. Bussiamo e ci aprono Bruna Peyrano, 76 anni, e suo marito Giorgio, 80, pronipote del fondatore Antonio. Insieme, con grande coraggio, avevano ricomprato all'asta l'azienda già fallita una prima volta nel 2010 dopo la disastrosa gestione del gruppo Maione di Napoli. Hanno puntato sulla qualità e sul mondo del lusso: le praline per le sfilate, le confezioni firmate da Ettore Sottsass, Alessandro Mendini, David Palterer, Riccardo Dalisi e Lino Sabatini. Ma i debiti salgono a cinque milioni, gli stipendi non vengono pagati. Bruna non si arrende: "Noi continueremo a produrre cioccolato. Non siamo ancora morti. Il negozio è solo momentaneamente chiuso".
Monsiù Peyrano ricorda che nel 1946 a Torino c'erano 147 aziende cioccolatiere iscritte all'Unione industriali. Oggi sono una dozzina. Mostra con orgoglio una vecchia foto di famiglia, come se la saga dei Peyrano potesse continuare con un nuovo partner. Ma il sindacato non ci crede. "Un investitore dovrebbe farsi carico dei debiti, il marchio è ipotecato" dice Letizia Capparelli della Flai-Cgil. "I lavoratori andavano avanti con acconti di 100 euro".
Il cioccolato può essere dolcissimo quando si azzecca il marketing e si hanno le spalle abbastanza forti. Ne sa qualcosa Venchi, che da Castelletto Stura, in provincia di Cuneo, ha creato un impero con 100 negozi monomarca ed è sbarcato a Londra, New York, Singapore, Pechino. E lo racconta bene la favola di Domori, nata nel 1997 a None, alle porte di Torino, da un'intuizione del bolognese Gianluca Franzoni, esploratore e gourmet del cacao. La sua azienda fatturava un milione e mezzo di euro quando entrò nel gruppo Illy nel 2006. L'anno scorso i ricavi sono saliti a 18,3 milioni con una crescita del 10 per cento sull'anno precedente, i dipendenti sono 80.
"Il segreto è un'attenzione maniacale alla qualità della materia prima, che per noi è il criollo" risponde l'amministratore delegato Andrea Macchione. La raccolta mondiale di criollo - la varietà di cacao più pregiata - è di 60 tonnellate, lo 0,001 per cento del cacao coltivato nel mondo. Domori, con la sua azienda di 100 ettari in Venezuela, ne produce 35 tonnellate. "Se vogliamo distinguerci in un mercato molto complesso non possiamo competere sul prezzo ma sulla qualità, sull'innovazione, sulle nuove ricette".
Quest'anno Domori lancerà in edizione limitata su prenotazione diecimila tavolette di cioccolato ricavato dal cacao criollo nelle varietà chuao, guasare e porcelana. Le quotazioni possono arrivare a 300 euro al chilo. La crisi di Pernigotti e Peyrano? "Casi isolati". La ricetta? "Bisogna essere ortodossi". Il pericolo turco? "Hanno il mercato più importante per la produzione di nocciole, circa 850 mila tonnellate l'anno contro le 110 mila tonnellate italiane. Imparano il mestiere e si portano via i nostri marchi. Ma non sarà facile per loro replicare una storia come Pernigotti o Peyrano".
Con la sobrietà che è il marchio di fabbrica dal 1780, Pietro Romanengo resiste a Genova in un mercato sempre più difficile. Confettiere di tradizione, ha una conca in granito da 180 chili che impiega anche tre giorni per produrre dolci gioielli da spedire fino in Giappone. Niente lecitina di soia, niente additivi, solo frutta fresca per i canditi. Ha pagato la crisi del 2008, la stretta sui regali aziendali, e ora tiene duro con un fatturato di 1,2 milioni. "Difendo un'identità di supernicchia. In questo mondo serve un imprenditore che ama quel che fa". Mai pensato di vendere? "No, sarebbe troppo triste".
C'era una volta a Genova (ma i piemontesi preferiscono a Torino) un ricco cioccolatiere che arrivò a teatro con una carrozza così lussuosa da far sfigurare il re. Da allora si usa l'espressione "fare la figura da cioccolataio", ma ci si dimentica che era un complimento.
Sul Venerdì del 15 marzo 2019