Il conformista di Moravia, un mostro come tutti
Massimo Raffaeli , di MASSIMO RAFFAELLIUscito nel '51, il romanzo (ora ripubblicato con pagine inedite) rispondeva con una finissima analisi psicologica alla domanda: come si diventa fascisti? Ma fu stroncato. E oggi si ricorda solo il capolavoro di Bertolucci
Alberto Moravia era convinto che l'eroe borghese potesse essere soltanto l'artista, cioè un deviante dalla classe d'origine, mentre Thomas Mann, una generazione prima, aveva esteso la casistica a ogni tipo di ex lege, il malato, l'ebreo, il rivoluzionario. Ma troppo differenti, per Mann e Moravia, erano i rispettivi orizzonti d'attesa: se Mann con sottigliezza impareggiabile può scrutare nei Buddenbrook le dinamiche di una classe magnatizia già sublimata in aristocrazia del denaro come della cultura, viceversa Moravia è il testimone non tanto della borghesia, che in Italia è da sempre minoritaria o residuale, quanto di un ceto promiscuo (quello che a Roma un tempo si chiamava il "generone"), di una formazione sociale di compromesso dove sopravvive una plebe di arricchiti e pescicani, proterva e ignorante, sempre pronta a strisciare davanti all'autorità costituita, lo Stato, la Confindustria e il Vaticano. Sono…
Alberto Moravia era convinto che l'eroe borghese potesse essere soltanto l'artista, cioè un deviante dalla classe d'origine, mentre Thomas Mann, una generazione prima, aveva esteso la casistica a ogni tipo di ex lege, il malato, l'ebreo, il rivoluzionario. Ma troppo differenti, per Mann e Moravia, erano i rispettivi orizzonti d'attesa: se Mann con sottigliezza impareggiabile può scrutare nei Buddenbrook le dinamiche di una classe magnatizia già sublimata in aristocrazia del denaro come della cultura, viceversa Moravia è il testimone non tanto della borghesia, che in Italia è da sempre minoritaria o residuale, quanto di un ceto promiscuo (quello che a Roma un tempo si chiamava il "generone"), di una formazione sociale di compromesso dove sopravvive una plebe di arricchiti e pescicani, proterva e ignorante, sempre pronta a strisciare davanti all'autorità costituita, lo Stato, la Confindustria e il Vaticano. Sono esseri torpidi, grevi fino alla rigidezza meccanica, gli adepti di una religione che ammette esclusivamente i riti del denaro e del sesso, reclusi dentro un falso movimento che a ogni passaggio di fase li dispone all'opportunismo e, in sostanza, a un eterno trasformismo.
Lo aveva ben compreso il Sant'Uffizio nel 1952 mettendo all'Indice le opere del loro testimone (l'artista che ne è, appunto, lo specchio ustorio) perché res lascivas seu obscenas ex professo narrant, "narrano esplicitamente di cose lascive ovvero oscene". E di questo infatti trattano, inderogabilmente, i trenta romanzi che Moravia ha firmato in sessant'anni di lavoro tenace, implacabile, che dei classici mantiene anche la necessaria monotonia, dall'esordio fulminante di Gli indifferenti (1929) ad Agostino (1944) fino alle opere di una maturità che comprende almeno un secondo capolavoro, La noia (1960).
Dentro una bibliografia così fitta e inevitabilmente diseguale, tuttavia, non ha mai avuto particolare fortuna il romanzo cui forse Moravia teneva di più, Il conformista, che ora torna con una bella e densa prefazione di Lorenzo Pavolini (con un episodio inedito a cura di Tonino Tornitore, Bompiani, Classici contemporanei, pp. 334, euro 14).
Uscito in piena Guerra fredda, nel 1951, la sua ricezione è tanto disastrosa, unanime nelle stroncature, da indurre all'autore il sospetto di un completo fallimento: da destra a sinistra, il veterano Emilio Cecchi se la cava sul Corriere della sera con un breve riassunto e una pelosa cautela, quando Carlo Muscetta sull'Unità addirittura evoca i romanzi di padre Bresciani, bolla il protagonista come degenerato e parla di un'opera nel complesso "triviale e sommaria".
Nessuno nota invece i tratti che ne fanno, almeno a quella altezza cronologica, un caso unico nella narrativa moraviana, perché Il conformista è scritto in una terza persona che sottintende la voce della prima tradendo perciò delle evidenti tracce autobiografiche. Oltretutto è il primo romanzo italiano che risponda dall'interno alla domanda: chi è un fascista, qual è la sua sostanza psicologica? E come lo si diventa, fascisti, per quali congiunture biologiche e sociali?
Incorniciata da un prologo e un epilogo che legano il 1922 al '43, la vicenda è ambientata come di consueto tra il quartiere Parioli e il centro di Roma, fra antiche dimore in stile liberty e i nuovi ministeri edificati con i marmi stentorei di Piacentini. Protagonista è Marcello Clerici, nel cui antefatto c'è un infanzia smarrita tra la follia del padre e la fatuità della madre, dentro un labirinto domestico che impone reticenza su ogni impulso o ambiguità sessuale nonché l'assoluto silenzio sull'incontro con un pederasta, Lino, che si conclude presumibilmente con la morte di costui per un casuale colpo di pistola esploso da Marcello. Atterrito, d'ora in avanti il protagonista perseguirà con ossessione lo scopo di essere del tutto "normale" fino a rendersi conforme e persino invisibile all'ambiente: egli si impone dunque un'esistenza anonima, sposa senza amarla una insignificante piccolo-borghese, entra nell'Ovra e considera il regime fascista il più adatto per la redenzione di quel suo primo gesto di devianza.
Una estrema occasione gli è data dall'adescamento di un esule antifascista già suo docente all'università, il professor Quadri, che vive a Parigi con la moglie Lina (un nome che è già un vero e proprio contrappasso) da cui si irradiano una bellezza efebica e una potente ambivalenza sessuale. Come fosse l'automa delle sue stesse contraddizioni, Marcello non esce dallo schema della delazione e consegna le vittime ai sicari cooperando al duplice delitto con glaciale distacco prima di tornare a Roma, dove la sua vita ritrova il conforto della più arida normalità.
Nell'epilogo, la sera del 25 luglio '43, alla caduta del regime, ha modo di scoprire che Lino è ancora vivo e che perciò la sua esistenza è consistita, invece, in una paradossale e stolta sequenza di anormalità, la cui appendice è peraltro scontata: cercando scampo in Abruzzo verrà casualmente ucciso con la sua famiglia da un aereo alleato.
Marcello è un mostro da niente: oscena è semmai la sua ansia di essere normale ma di una oscenità del tutto ignota al Sant'Uffizio. Quanto a questo, Moravia non prende la parola, si attiene al suo stile vitreo, di clinica esattezza, e sembra indirettamente suggerire al lettore che il fascismo è sinonimo di atrofia morale, di subalternità gregaria o, in senso etimologico, di "viltà" come stato di torbida e costitutiva debolezza che ha bisogno, per celare o adulterare sé stessa, di armarsi e distruggere chiunque minacci di metterla a nudo.
Nell'assassinio di Quadri e di Lina ancora sanguina il ricordo della esecuzione di Carlo e Nello Rosselli, cugini primi di Moravia eliminati per mano della Cagoule e su ordine diretto del Duce nel 1937, proprio quando, scrive Pavolini nell'introduzione, "Marcello Clerici incontra i fatti della Storia nello stesso momento biologico dell'autore ed è anche l'unico protagonista di un suo romanzo ad essere accompagnato dalla primissima infanzia fino alla morte".
Nessuno sembra essersi accorto che il protagonista e lo scrittore sono coetanei, nessuno, neanche gli interpreti più acuti (da Oreste del Buono a Enzo Siciliano, da Edoardo Sanguineti a Raffaele Manica), sembra avere debitamente avvalorato un romanzo alla lettera cruciale nel suo percorso d'autore, nonostante l'omonimo e bellissimo film di Bernardo Bertolucci, girato nel '70, dove in una Parigi spoglia e lunare, quasi da acquario, a Jean-Louis Trintignant si affiancano Gastone Moschin e, al primo vertice del loro splendore, Stefania Sandrelli e Dominique Sanda.
Ma al perdurante insuccesso del romanzo lo scrittore evidentemente non si era mai rassegnato se il suo amico e biografo Renzo Paris, in Ritratto dell'artista da vecchio. Conversazioni con Alberto Moravia (minimum fax 2001), ancora riferisce questo scambio di battute: "'A me Il conformista è piaciuto molto. È molto cinematografico', dico al telefono... 'Il film di Bertolucci è bellissimo, infatti', risponde". Quel suo "infatti" è segno di una disillusione antica ma dà l'idea di un gesto propiziatorio.
Sul Venerdì del 15 marzo 2019
Lo aveva ben compreso il Sant'Uffizio nel 1952 mettendo all'Indice le opere del loro testimone (l'artista che ne è, appunto, lo specchio ustorio) perché res lascivas seu obscenas ex professo narrant, "narrano esplicitamente di cose lascive ovvero oscene". E di questo infatti trattano, inderogabilmente, i trenta romanzi che Moravia ha firmato in sessant'anni di lavoro tenace, implacabile, che dei classici mantiene anche la necessaria monotonia, dall'esordio fulminante di Gli indifferenti (1929) ad Agostino (1944) fino alle opere di una maturità che comprende almeno un secondo capolavoro, La noia (1960).
Dentro una bibliografia così fitta e inevitabilmente diseguale, tuttavia, non ha mai avuto particolare fortuna il romanzo cui forse Moravia teneva di più, Il conformista, che ora torna con una bella e densa prefazione di Lorenzo Pavolini (con un episodio inedito a cura di Tonino Tornitore, Bompiani, Classici contemporanei, pp. 334, euro 14).
Uscito in piena Guerra fredda, nel 1951, la sua ricezione è tanto disastrosa, unanime nelle stroncature, da indurre all'autore il sospetto di un completo fallimento: da destra a sinistra, il veterano Emilio Cecchi se la cava sul Corriere della sera con un breve riassunto e una pelosa cautela, quando Carlo Muscetta sull'Unità addirittura evoca i romanzi di padre Bresciani, bolla il protagonista come degenerato e parla di un'opera nel complesso "triviale e sommaria".
Nessuno nota invece i tratti che ne fanno, almeno a quella altezza cronologica, un caso unico nella narrativa moraviana, perché Il conformista è scritto in una terza persona che sottintende la voce della prima tradendo perciò delle evidenti tracce autobiografiche. Oltretutto è il primo romanzo italiano che risponda dall'interno alla domanda: chi è un fascista, qual è la sua sostanza psicologica? E come lo si diventa, fascisti, per quali congiunture biologiche e sociali?
Incorniciata da un prologo e un epilogo che legano il 1922 al '43, la vicenda è ambientata come di consueto tra il quartiere Parioli e il centro di Roma, fra antiche dimore in stile liberty e i nuovi ministeri edificati con i marmi stentorei di Piacentini. Protagonista è Marcello Clerici, nel cui antefatto c'è un infanzia smarrita tra la follia del padre e la fatuità della madre, dentro un labirinto domestico che impone reticenza su ogni impulso o ambiguità sessuale nonché l'assoluto silenzio sull'incontro con un pederasta, Lino, che si conclude presumibilmente con la morte di costui per un casuale colpo di pistola esploso da Marcello. Atterrito, d'ora in avanti il protagonista perseguirà con ossessione lo scopo di essere del tutto "normale" fino a rendersi conforme e persino invisibile all'ambiente: egli si impone dunque un'esistenza anonima, sposa senza amarla una insignificante piccolo-borghese, entra nell'Ovra e considera il regime fascista il più adatto per la redenzione di quel suo primo gesto di devianza.
Una estrema occasione gli è data dall'adescamento di un esule antifascista già suo docente all'università, il professor Quadri, che vive a Parigi con la moglie Lina (un nome che è già un vero e proprio contrappasso) da cui si irradiano una bellezza efebica e una potente ambivalenza sessuale. Come fosse l'automa delle sue stesse contraddizioni, Marcello non esce dallo schema della delazione e consegna le vittime ai sicari cooperando al duplice delitto con glaciale distacco prima di tornare a Roma, dove la sua vita ritrova il conforto della più arida normalità.
Nell'epilogo, la sera del 25 luglio '43, alla caduta del regime, ha modo di scoprire che Lino è ancora vivo e che perciò la sua esistenza è consistita, invece, in una paradossale e stolta sequenza di anormalità, la cui appendice è peraltro scontata: cercando scampo in Abruzzo verrà casualmente ucciso con la sua famiglia da un aereo alleato.
Marcello è un mostro da niente: oscena è semmai la sua ansia di essere normale ma di una oscenità del tutto ignota al Sant'Uffizio. Quanto a questo, Moravia non prende la parola, si attiene al suo stile vitreo, di clinica esattezza, e sembra indirettamente suggerire al lettore che il fascismo è sinonimo di atrofia morale, di subalternità gregaria o, in senso etimologico, di "viltà" come stato di torbida e costitutiva debolezza che ha bisogno, per celare o adulterare sé stessa, di armarsi e distruggere chiunque minacci di metterla a nudo.
Nell'assassinio di Quadri e di Lina ancora sanguina il ricordo della esecuzione di Carlo e Nello Rosselli, cugini primi di Moravia eliminati per mano della Cagoule e su ordine diretto del Duce nel 1937, proprio quando, scrive Pavolini nell'introduzione, "Marcello Clerici incontra i fatti della Storia nello stesso momento biologico dell'autore ed è anche l'unico protagonista di un suo romanzo ad essere accompagnato dalla primissima infanzia fino alla morte".
Nessuno sembra essersi accorto che il protagonista e lo scrittore sono coetanei, nessuno, neanche gli interpreti più acuti (da Oreste del Buono a Enzo Siciliano, da Edoardo Sanguineti a Raffaele Manica), sembra avere debitamente avvalorato un romanzo alla lettera cruciale nel suo percorso d'autore, nonostante l'omonimo e bellissimo film di Bernardo Bertolucci, girato nel '70, dove in una Parigi spoglia e lunare, quasi da acquario, a Jean-Louis Trintignant si affiancano Gastone Moschin e, al primo vertice del loro splendore, Stefania Sandrelli e Dominique Sanda.
Ma al perdurante insuccesso del romanzo lo scrittore evidentemente non si era mai rassegnato se il suo amico e biografo Renzo Paris, in Ritratto dell'artista da vecchio. Conversazioni con Alberto Moravia (minimum fax 2001), ancora riferisce questo scambio di battute: "'A me Il conformista è piaciuto molto. È molto cinematografico', dico al telefono... 'Il film di Bertolucci è bellissimo, infatti', risponde". Quel suo "infatti" è segno di una disillusione antica ma dà l'idea di un gesto propiziatorio.
Sul Venerdì del 15 marzo 2019