Novant'anni in giallo: da noi il crimine paga sempre
Giuliano Aluffi , di GIULIANO ALUFFINel 1929 Mondadori lancia una collana con lo slogan "Questo libro non vi farà dormire!". Il successo è immediato, e dal colore delle copertine nasce il nome di un genere tutto italico. Che arriverà fino ai giorni nostri
Chi ha ucciso il sonno degli italiani? I primi quattro indizi si materializzarono nelle librerie nel settembre 1929. Erano i romanzi La strana morte del signor Benson di S.S. Van Dine, L'uomo dai due corpi di Edgar Wallace, Il mistero delle due cugine di Anna K. Green e la raccolta di racconti Il club dei suicidi di Robert Louis Stevenson. Rilegati, avevano una copertina di cartone rigido su cui spiccavano evocative illustrazioni colorate - di Alberto Bianchi, ritrattista ufficiale dei Savoia - racchiuse in un esagono rosso. Prezzo: 5,50 lire. E come nelle migliori indagini, il dettaglio più importante non è ciò che cattura subito l'occhio, ma lo sfondo. Che su quelle copertine ha un colore che diventa presto sinonimo di mistero, di film poliziesco, di caso di cronaca nera insoluto: il giallo.
Nasce così la collana mondadoriana I Libri gialli, accompagnata dal battage "Questo libro non vi farà dormire!". In un solo mese, i primi qu…
Nasce così la collana mondadoriana I Libri gialli, accompagnata dal battage "Questo libro non vi farà dormire!". In un solo mese, i primi qu…
Chi ha ucciso il sonno degli italiani? I primi quattro indizi si materializzarono nelle librerie nel settembre 1929. Erano i romanzi La strana morte del signor Benson di S.S. Van Dine, L'uomo dai due corpi di Edgar Wallace, Il mistero delle due cugine di Anna K. Green e la raccolta di racconti Il club dei suicidi di Robert Louis Stevenson. Rilegati, avevano una copertina di cartone rigido su cui spiccavano evocative illustrazioni colorate - di Alberto Bianchi, ritrattista ufficiale dei Savoia - racchiuse in un esagono rosso. Prezzo: 5,50 lire. E come nelle migliori indagini, il dettaglio più importante non è ciò che cattura subito l'occhio, ma lo sfondo. Che su quelle copertine ha un colore che diventa presto sinonimo di mistero, di film poliziesco, di caso di cronaca nera insoluto: il giallo.
Nasce così la collana mondadoriana I Libri gialli, accompagnata dal battage "Questo libro non vi farà dormire!". In un solo mese, i primi quattro gialli vendono ben 50 mila copie. Poco dopo l'uscita, nel dicembre 1929, il critico Leonardo Sinisgalli intitola Romanzi gialli una sua recensione sui primi quattro volumi: il "giallo" è già un genere letterario, un unicum italiano perché racchiude ciò che all'estero si divide in mystery, detective story, thriller. Il successo è immediato. Dopo i primi 75 numeri, Mondadori dichiara il milione e mezzo di copie vendute.
Ma i letterati si dividono. Nel 1938 Alberto Savinio scriverà sul settimanale Omnibus che "la letteratura plebea che in principio fu detta poliziesca e poi, dal colore dei libri che la contengono, gialla, soddisfa i gusti più bassi degli uomini". È del parere opposto Massimo Bontempelli: "Il romanzo nuovo può nascere più facilmente dal romanzo giallo che da Stendhal e Dostoevskij". Bontempelli, del resto, scriverà ironicamente ad Arnoldo Mondadori, che gli aveva fatto inviare dei gialli, per giustificarsi di un increscioso ritardo nella consegna di un suo libro: "Sulla copertina è scritto "Questo libro non vi lascerà dormire". Questo sarebbe il meno. Il male è che non mi lasciano lavorare".
Umberto Saba sosteneva invece che "così come dai romanzi di cavalleria è nato il Don Chisciotte, dal materiale grezzo dei romanzi polizieschi potrà nascere un'opera popolare e di stile". Per non parlare di Jorge Luis Borges, che con Adolfo Bioy Casares firma, nel '42, i racconti gialli Sei problemi per don Isidro Parodi, e di Carlo Emilio Gadda, che già nel '28 - quindi assai prima del Pasticciaccio - scrive in una nota di voler usare il poliziesco di stampo sherlockiano per "arrivare al pubblico fino attraverso il grosso".
La cura del progetto Mondadori era stata affidata dall'ideatore, il letterato e dirigente editoriale Luigi Rusca, allo scrittore e traduttore - nonché collezionista di polizieschi - Lorenzo Montano, pseudonimo di Danilo Lebrecht. Scrivendo ad Arnoldo Mondadori nel 1931, Montano sottolinea l'importanza di sovracopertine che spicchino fortemente, per distinguere i Gialli nel "carnevale che impazza nelle vetrine delle librerie"; e magnifica l'illustratore corrente - il "quantunque costoso" Abbey (ovvero Salomon van Abbé) - lamentandosi degli italiani che in teoria avrebbero dovuto rimpiazzarlo: "Tutto non si può avere: se noi sappiamo fare i maccheroni, lasciamo agli inglesi il vanto delle copertine sensazionali".
Dal '37 queste vengono però affidate alla mano sicura del genovese Giorgio Tabet; poi nel '46 l'onere tocca a Ugo Monicelli, un antesignano involontario del concetto ultramoderno di spoiler. Come ricorda Mauro Boncompagni nella Storia del Giallo Mondadori che sta uscendo a puntate sui fascicoli mensili, "Monicelli finiva spesso per rappresentare in copertina una scena con l'assassino nell'atto di sopprimere una vittima, svelando così al lettore più particolari di quanto sarebbe stato desiderabile".
A pescare l'asso fu Alberto Tedeschi nel 1951, quando ingaggiò Carlo Jacono, dal tratto inconfondibile soprattutto nel raffigurare donne di straordinario fascino, che avrebbero ammaliato i lettori per oltre 35 anni sulle copertine del Giallo e di Segretissimo. "Quando gli rifiutarono una tavola per via di una donna che appariva sotto la doccia, Jacono le sovraimpose un vetro smerigliato e annotò a margine: "E se anche così è troppo nuda, chiamate un esorcista!"" rivela Andrea Carlo Cappi, che è stato autore e editor del Giallo e oggi scrive su Segretissimo come François Torrent.
Dopo i primi quattro numeri del '29, l'esagono diventa il cerchio rosso che ha fatto la storia della nostra narrativa di genere poliziesco: l'ispirazione risale probabilmente alle copertine inglesi di Edgar Wallace - autore tra l'altro nel 1922 di The Crimson Circle - in cui la firma dell'autore appariva sovrapposta a un cerchio rosso. Nel 1933 il giallo arriva nelle edicole con la collana I Gialli economici. La dirige Alberto Tedeschi, che continuerà fino alla morte, nel 1979, superando anche le avversità dovute al regime fascista.
Spiega Luca Crovi, giornalista, scrittore e storico del giallo: "Già a partire dal 1931 il MinCulPop (il Ministero della Cultura popolare, organo della censura fascista, ndr) obbligò gli editori a inserire almeno il 15 per cento di autori italiani nelle loro collane, e questo portò al reclutamento di decine di giallisti nostrani. Poi, nel '37, il regime stabilì che i criminali dovevano essere sempre stranieri e finire sempre assicurati alla giustizia. Giorgio Scerbanenco (che esordisce nei Supergialli nel 1940) scelse così di ambientare tutto il suo ciclo dell'archivista Jelling a Boston. Un decreto del '41 poi causò la chiusura della collana principale".
L'ottuso veto di regime ebbe lasciti involontari. "Nel 1935 Assassinio sull'Orient Express di Agatha Christie uscì col più sobrio titolo Orient Express" ricorda Cappi. "Nell'originale inglese, uno dei personaggi che cospirano per il delitto è l'italiano Antonio Foscarelli. Per sfuggire alla censura, la Mondadori lo trasformò nel brasiliano Manuel Pereira. Nel 1979, la casa editrice ripubblica il libro come numero 1 della collana Oscar Gialli, dopo averlo ripulito dalle censure fasciste. Ma per una svista rimane un riferimento a "il brasiliano" che sa di Ventennio".
Quegli improvvisati giallisti italiani, reclutati in fretta e furia più per rispettare la quota autarchica che in riconoscimento di virtù narrative, quasi mai lasciarono il segno. È il caso di Giorgio Spini, che nel '36, ventenne, pubblicò La bottega delle meraviglie: il successo come giallista non gli arrise, ma si rifece diventando un grande storico.
Almeno due italiani, però, si fecero un nome saldo nel giallo. Il primo è Alessandro Varaldo, che nel 1933 firma la prima uscita italiana nei Libri gialli: Il sette bello, "un romanzo costruito attraverso la narrazione di diari incrociati che raccontano ognuno un pezzetto di verità" spiega Crovi. "Varaldo si serviva soprattutto del linguaggio del teatro e dell'avanspettacolo: i suoi protagonisti - il commissario Ascanio Bonichi (detto il Sor Ascanio) e il successivo investigatore privato Gino Arrighi - si muovono a proprio agio, con ironia, nella Roma degli anni Trenta". Il sette bello esce corredato da un curriculum letterario che attesta le qualità artistiche dell'autore. "Del resto, già dalle prime uscite in cui compariva Stevenson era chiaro che i Gialli ambivano ad andare oltre il genere" sottolinea Francesco Anzelmo, direttore editoriale Mondadori. "E spingersi verso il confine con la letteratura".
L'altro giallista italiano di rilievo in quella stagione pionieristica è Augusto De Angelis. "Il suo commissario De Vincenzi è un poeta dell'anima, capace di comprendere le ragioni di vittime e colpevoli" ricorda ancora Crovi: "per questo ho voluto rimetterlo in scena nella sua Milano del 1928 nel mio romanzo L'ombra del campione (Rizzoli 2018)". De Angelis fu anche il primo italiano a dichiarare con convinzione: "Io faccio per mestiere lo scrittore di romanzi polizieschi" nel suo saggio Il romanzo "giallo". Confessioni e meditazioni (1939).
Nel 1943 il colpo finale del regime: alcuni giovinastri milanesi, catturati dopo una rapina, dichiarano di essersi ispirati a un giallo, e approfittando dell'onda emotiva il MinCulPop comanda il sequestro di "tutti i romanzi gialli in qualunque tempo stampati". Anche quelli dei giallisti più fedeli alla linea, come Romualdo Natoli, che nel 1940 per le edizioni Ausonia fa esordire il detective ariano (e antisemita) Welf Schurke, che sproloquia di Nietzsche e Cicerone durante le sue indagini.
Nel dopoguerra Natoli tornerà a pubblicare gialli - mai per Mondadori - sotto vari pseudonimi, anche sfrontati come "Wallace" e "Queen", più per non usare il suo nome ormai compromesso col fascismo che per soddisfare, come invece facevano gli altri italiani, l'esterofilia dei lettori (caposcuola in questo vezzo fu Franco Enna, che in cinquanta titoli usò venti pseudonimi, tutti americaneggianti). Ma, come fa notare Maurizio Pistelli nel saggio Un secolo in giallo (Donzelli), Natoli in realtà riciclava i suoi vecchi gialli fascisti con minimi ritocchi cosmetici, raccontando, ad esempio, di "Wolf Churk, ispettore di Scotland Yard", che nel nome, nell'aspetto fisico e nello stile d'indagine - e perfino nel nome della fidanzata, Ursula - era il clone del nazista Schurke.
Quando nel 1946 il Giallo riprende le pubblicazioni, è ancora più anglofilo di prima: fino al '55 viene pubblicato un solo romanzo italiano (contro i 39 dell'anteguerra). C'è vento di internazionalità, in Mondadori: tutti i direttori della collana gialla, da Tedeschi ai suoi successori - Oreste del Buono e Laura Grimaldi per citarne due - vantavano infatti preziose reti di rapporti personali con i maggiori autori esteri. "Gian Franco Orsi fu perfino testimone di nozze di Ed McBain, il creatore delle storie dell'87° distretto" spiega Cappi. "È anche in questo modo che si riescono a scoprire in anticipo autori stranieri adatti alla collana e a ottenerne i diritti".
Ed è così che il giallo è arrivato al traguardo dei 90 anni tra novità e amarcord. "Le donne sono sempre più protagoniste" dice Franco Forte, l'attuale direttore della collana. "Tra le autrici più vendute ci sono Rhys Bowen, Anne Perry, Tessa Harris, Maureen Jennings, popolari soprattutto tra il pubblico femminile. E l'ultima edizione del Premio Alberto Tedeschi per il miglior nuovo giallo italiano, per la prima volta, ha visto più donne che uomini tra i partecipanti".
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"Oggi" prosegue Forte "le 12 uscite annuali dei Gialli vendono complessivamente oltre 150 mila copie. L'80 per cento si vende in edicola, dove prevalgono i lettori over 35; il restante 20 per cento è in e-book, formato prediletto dai più giovani, che si cibano di grandi nomi come Agatha Christie, Ellery Queen e Rex Stout". Ecco, c'è più di un trait d'union tra presente e passato glorioso: "Nel 2017 il nostro giallo più venduto è stato Il banchiere assassinato, scritto nel 1935 da Augusto De Angelis".
LEGGI ANCHE: LA CRIMINOLOGA DELLA PORTA (A PORTA) ACCANTO
Mondadori si prepara a celebrare i 90 anni con una serie speciale, che uscirà solo in libreria, come nel 1929, alternando i migliori classici a nuovi titoli scritti per l'occasione da autori italiani contemporanei. Annuncia Forte: "Si parte martedì 26 marzo con Km 123 di Andrea Camilleri; seguiranno Caringella, Ben Pastor, Colaprico, De Cataldo, Carofiglio, Simoni e Varesi".
Chi ha ucciso, quindi, il sonno degli italiani? L'ultimo indizio sono le luci che vediamo occhieggiare nelle notti di città dalle finestre dei nostri palazzoni: sono tutte, a farci caso, luci gialle.
Sul Venerdì del 22 marzo 2019
Nasce così la collana mondadoriana I Libri gialli, accompagnata dal battage "Questo libro non vi farà dormire!". In un solo mese, i primi quattro gialli vendono ben 50 mila copie. Poco dopo l'uscita, nel dicembre 1929, il critico Leonardo Sinisgalli intitola Romanzi gialli una sua recensione sui primi quattro volumi: il "giallo" è già un genere letterario, un unicum italiano perché racchiude ciò che all'estero si divide in mystery, detective story, thriller. Il successo è immediato. Dopo i primi 75 numeri, Mondadori dichiara il milione e mezzo di copie vendute.
Ma i letterati si dividono. Nel 1938 Alberto Savinio scriverà sul settimanale Omnibus che "la letteratura plebea che in principio fu detta poliziesca e poi, dal colore dei libri che la contengono, gialla, soddisfa i gusti più bassi degli uomini". È del parere opposto Massimo Bontempelli: "Il romanzo nuovo può nascere più facilmente dal romanzo giallo che da Stendhal e Dostoevskij". Bontempelli, del resto, scriverà ironicamente ad Arnoldo Mondadori, che gli aveva fatto inviare dei gialli, per giustificarsi di un increscioso ritardo nella consegna di un suo libro: "Sulla copertina è scritto "Questo libro non vi lascerà dormire". Questo sarebbe il meno. Il male è che non mi lasciano lavorare".
Umberto Saba sosteneva invece che "così come dai romanzi di cavalleria è nato il Don Chisciotte, dal materiale grezzo dei romanzi polizieschi potrà nascere un'opera popolare e di stile". Per non parlare di Jorge Luis Borges, che con Adolfo Bioy Casares firma, nel '42, i racconti gialli Sei problemi per don Isidro Parodi, e di Carlo Emilio Gadda, che già nel '28 - quindi assai prima del Pasticciaccio - scrive in una nota di voler usare il poliziesco di stampo sherlockiano per "arrivare al pubblico fino attraverso il grosso".
La cura del progetto Mondadori era stata affidata dall'ideatore, il letterato e dirigente editoriale Luigi Rusca, allo scrittore e traduttore - nonché collezionista di polizieschi - Lorenzo Montano, pseudonimo di Danilo Lebrecht. Scrivendo ad Arnoldo Mondadori nel 1931, Montano sottolinea l'importanza di sovracopertine che spicchino fortemente, per distinguere i Gialli nel "carnevale che impazza nelle vetrine delle librerie"; e magnifica l'illustratore corrente - il "quantunque costoso" Abbey (ovvero Salomon van Abbé) - lamentandosi degli italiani che in teoria avrebbero dovuto rimpiazzarlo: "Tutto non si può avere: se noi sappiamo fare i maccheroni, lasciamo agli inglesi il vanto delle copertine sensazionali".
Dal '37 queste vengono però affidate alla mano sicura del genovese Giorgio Tabet; poi nel '46 l'onere tocca a Ugo Monicelli, un antesignano involontario del concetto ultramoderno di spoiler. Come ricorda Mauro Boncompagni nella Storia del Giallo Mondadori che sta uscendo a puntate sui fascicoli mensili, "Monicelli finiva spesso per rappresentare in copertina una scena con l'assassino nell'atto di sopprimere una vittima, svelando così al lettore più particolari di quanto sarebbe stato desiderabile".
A pescare l'asso fu Alberto Tedeschi nel 1951, quando ingaggiò Carlo Jacono, dal tratto inconfondibile soprattutto nel raffigurare donne di straordinario fascino, che avrebbero ammaliato i lettori per oltre 35 anni sulle copertine del Giallo e di Segretissimo. "Quando gli rifiutarono una tavola per via di una donna che appariva sotto la doccia, Jacono le sovraimpose un vetro smerigliato e annotò a margine: "E se anche così è troppo nuda, chiamate un esorcista!"" rivela Andrea Carlo Cappi, che è stato autore e editor del Giallo e oggi scrive su Segretissimo come François Torrent.
Dopo i primi quattro numeri del '29, l'esagono diventa il cerchio rosso che ha fatto la storia della nostra narrativa di genere poliziesco: l'ispirazione risale probabilmente alle copertine inglesi di Edgar Wallace - autore tra l'altro nel 1922 di The Crimson Circle - in cui la firma dell'autore appariva sovrapposta a un cerchio rosso. Nel 1933 il giallo arriva nelle edicole con la collana I Gialli economici. La dirige Alberto Tedeschi, che continuerà fino alla morte, nel 1979, superando anche le avversità dovute al regime fascista.
Spiega Luca Crovi, giornalista, scrittore e storico del giallo: "Già a partire dal 1931 il MinCulPop (il Ministero della Cultura popolare, organo della censura fascista, ndr) obbligò gli editori a inserire almeno il 15 per cento di autori italiani nelle loro collane, e questo portò al reclutamento di decine di giallisti nostrani. Poi, nel '37, il regime stabilì che i criminali dovevano essere sempre stranieri e finire sempre assicurati alla giustizia. Giorgio Scerbanenco (che esordisce nei Supergialli nel 1940) scelse così di ambientare tutto il suo ciclo dell'archivista Jelling a Boston. Un decreto del '41 poi causò la chiusura della collana principale".
L'ottuso veto di regime ebbe lasciti involontari. "Nel 1935 Assassinio sull'Orient Express di Agatha Christie uscì col più sobrio titolo Orient Express" ricorda Cappi. "Nell'originale inglese, uno dei personaggi che cospirano per il delitto è l'italiano Antonio Foscarelli. Per sfuggire alla censura, la Mondadori lo trasformò nel brasiliano Manuel Pereira. Nel 1979, la casa editrice ripubblica il libro come numero 1 della collana Oscar Gialli, dopo averlo ripulito dalle censure fasciste. Ma per una svista rimane un riferimento a "il brasiliano" che sa di Ventennio".
Quegli improvvisati giallisti italiani, reclutati in fretta e furia più per rispettare la quota autarchica che in riconoscimento di virtù narrative, quasi mai lasciarono il segno. È il caso di Giorgio Spini, che nel '36, ventenne, pubblicò La bottega delle meraviglie: il successo come giallista non gli arrise, ma si rifece diventando un grande storico.
Almeno due italiani, però, si fecero un nome saldo nel giallo. Il primo è Alessandro Varaldo, che nel 1933 firma la prima uscita italiana nei Libri gialli: Il sette bello, "un romanzo costruito attraverso la narrazione di diari incrociati che raccontano ognuno un pezzetto di verità" spiega Crovi. "Varaldo si serviva soprattutto del linguaggio del teatro e dell'avanspettacolo: i suoi protagonisti - il commissario Ascanio Bonichi (detto il Sor Ascanio) e il successivo investigatore privato Gino Arrighi - si muovono a proprio agio, con ironia, nella Roma degli anni Trenta". Il sette bello esce corredato da un curriculum letterario che attesta le qualità artistiche dell'autore. "Del resto, già dalle prime uscite in cui compariva Stevenson era chiaro che i Gialli ambivano ad andare oltre il genere" sottolinea Francesco Anzelmo, direttore editoriale Mondadori. "E spingersi verso il confine con la letteratura".
L'altro giallista italiano di rilievo in quella stagione pionieristica è Augusto De Angelis. "Il suo commissario De Vincenzi è un poeta dell'anima, capace di comprendere le ragioni di vittime e colpevoli" ricorda ancora Crovi: "per questo ho voluto rimetterlo in scena nella sua Milano del 1928 nel mio romanzo L'ombra del campione (Rizzoli 2018)". De Angelis fu anche il primo italiano a dichiarare con convinzione: "Io faccio per mestiere lo scrittore di romanzi polizieschi" nel suo saggio Il romanzo "giallo". Confessioni e meditazioni (1939).
Nel 1943 il colpo finale del regime: alcuni giovinastri milanesi, catturati dopo una rapina, dichiarano di essersi ispirati a un giallo, e approfittando dell'onda emotiva il MinCulPop comanda il sequestro di "tutti i romanzi gialli in qualunque tempo stampati". Anche quelli dei giallisti più fedeli alla linea, come Romualdo Natoli, che nel 1940 per le edizioni Ausonia fa esordire il detective ariano (e antisemita) Welf Schurke, che sproloquia di Nietzsche e Cicerone durante le sue indagini.
Nel dopoguerra Natoli tornerà a pubblicare gialli - mai per Mondadori - sotto vari pseudonimi, anche sfrontati come "Wallace" e "Queen", più per non usare il suo nome ormai compromesso col fascismo che per soddisfare, come invece facevano gli altri italiani, l'esterofilia dei lettori (caposcuola in questo vezzo fu Franco Enna, che in cinquanta titoli usò venti pseudonimi, tutti americaneggianti). Ma, come fa notare Maurizio Pistelli nel saggio Un secolo in giallo (Donzelli), Natoli in realtà riciclava i suoi vecchi gialli fascisti con minimi ritocchi cosmetici, raccontando, ad esempio, di "Wolf Churk, ispettore di Scotland Yard", che nel nome, nell'aspetto fisico e nello stile d'indagine - e perfino nel nome della fidanzata, Ursula - era il clone del nazista Schurke.
Quando nel 1946 il Giallo riprende le pubblicazioni, è ancora più anglofilo di prima: fino al '55 viene pubblicato un solo romanzo italiano (contro i 39 dell'anteguerra). C'è vento di internazionalità, in Mondadori: tutti i direttori della collana gialla, da Tedeschi ai suoi successori - Oreste del Buono e Laura Grimaldi per citarne due - vantavano infatti preziose reti di rapporti personali con i maggiori autori esteri. "Gian Franco Orsi fu perfino testimone di nozze di Ed McBain, il creatore delle storie dell'87° distretto" spiega Cappi. "È anche in questo modo che si riescono a scoprire in anticipo autori stranieri adatti alla collana e a ottenerne i diritti".
Ed è così che il giallo è arrivato al traguardo dei 90 anni tra novità e amarcord. "Le donne sono sempre più protagoniste" dice Franco Forte, l'attuale direttore della collana. "Tra le autrici più vendute ci sono Rhys Bowen, Anne Perry, Tessa Harris, Maureen Jennings, popolari soprattutto tra il pubblico femminile. E l'ultima edizione del Premio Alberto Tedeschi per il miglior nuovo giallo italiano, per la prima volta, ha visto più donne che uomini tra i partecipanti".
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"Oggi" prosegue Forte "le 12 uscite annuali dei Gialli vendono complessivamente oltre 150 mila copie. L'80 per cento si vende in edicola, dove prevalgono i lettori over 35; il restante 20 per cento è in e-book, formato prediletto dai più giovani, che si cibano di grandi nomi come Agatha Christie, Ellery Queen e Rex Stout". Ecco, c'è più di un trait d'union tra presente e passato glorioso: "Nel 2017 il nostro giallo più venduto è stato Il banchiere assassinato, scritto nel 1935 da Augusto De Angelis".
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Mondadori si prepara a celebrare i 90 anni con una serie speciale, che uscirà solo in libreria, come nel 1929, alternando i migliori classici a nuovi titoli scritti per l'occasione da autori italiani contemporanei. Annuncia Forte: "Si parte martedì 26 marzo con Km 123 di Andrea Camilleri; seguiranno Caringella, Ben Pastor, Colaprico, De Cataldo, Carofiglio, Simoni e Varesi".
Chi ha ucciso, quindi, il sonno degli italiani? L'ultimo indizio sono le luci che vediamo occhieggiare nelle notti di città dalle finestre dei nostri palazzoni: sono tutte, a farci caso, luci gialle.
Sul Venerdì del 22 marzo 2019