Paul Celan e Ingeborg Bachmann, l'amore oscuro
di PAOLA SORGELui le riempiva la stanza di papaveri. Secondo lei, si toglievano l'aria a vicenda. In una biografia la passione inquieta e tragica di Paul e Ingeborg, due grandi poeti
Nella riunione tenuta dal prestigioso Gruppo 47 a Niendorf il 23 maggio 1952, furono invitati a leggere le loro poesie la giovane austriaca Ingeborg Bachmann, ansiosa di affermarsi in Germania, e il rumeno Paul Celan, ebreo scampato avventurosamente alla persecuzione nazista. Quel giorno successe di tutto. La sessione, presieduta da Hans Werner Richter e iniziata lietamente, divenne uno psicodramma a fosche tinte.
Il gruppo di 47 scrittori tedeschi, che si erano riuniti per la prima volta nel '47 con una gran voglia di ricominciare a scrivere, diede ai suoi componenti un successo inossidabile; nelle foto appaiono Böll, Grass, Andersch e Bachmann giovani e sorridenti; a malapena si riconoscono Enzensberger, quasi adolescente, con una corta frangetta bionda, e Handke, zazzera alla Paul McCartney. Il rituale era sempre lo stesso: l'autore invitato sedeva accanto al presidente su quella che veniva chiamata ironicamente "la sedia elettrica", leggeva il suo testo, po…
Il gruppo di 47 scrittori tedeschi, che si erano riuniti per la prima volta nel '47 con una gran voglia di ricominciare a scrivere, diede ai suoi componenti un successo inossidabile; nelle foto appaiono Böll, Grass, Andersch e Bachmann giovani e sorridenti; a malapena si riconoscono Enzensberger, quasi adolescente, con una corta frangetta bionda, e Handke, zazzera alla Paul McCartney. Il rituale era sempre lo stesso: l'autore invitato sedeva accanto al presidente su quella che veniva chiamata ironicamente "la sedia elettrica", leggeva il suo testo, po…
Nella riunione tenuta dal prestigioso Gruppo 47 a Niendorf il 23 maggio 1952, furono invitati a leggere le loro poesie la giovane austriaca Ingeborg Bachmann, ansiosa di affermarsi in Germania, e il rumeno Paul Celan, ebreo scampato avventurosamente alla persecuzione nazista. Quel giorno successe di tutto. La sessione, presieduta da Hans Werner Richter e iniziata lietamente, divenne uno psicodramma a fosche tinte.
Il gruppo di 47 scrittori tedeschi, che si erano riuniti per la prima volta nel '47 con una gran voglia di ricominciare a scrivere, diede ai suoi componenti un successo inossidabile; nelle foto appaiono Böll, Grass, Andersch e Bachmann giovani e sorridenti; a malapena si riconoscono Enzensberger, quasi adolescente, con una corta frangetta bionda, e Handke, zazzera alla Paul McCartney. Il rituale era sempre lo stesso: l'autore invitato sedeva accanto al presidente su quella che veniva chiamata ironicamente "la sedia elettrica", leggeva il suo testo, poi ascoltava in rigoroso silenzio la raffica di giudizi che lo investiva; una delle poche regole imposte da Richter era infatti il divieto di rispondere alle critiche.
Le poesie lette, o meglio sussurrate, da Bachmann quel giorno con voce resa flebile dall'emozione - tra cui Dire cose oscure - ebbero consensi unanimi. Fu un trionfo. Poi fu la volta di Paul Celan. Era stata lei a segnalare a Richter un poeta rumeno poverissimo e molto dotato; lo aveva conosciuto a Vienna quattro anni prima, quando, a ventidue anni, studiava filosofia (si laureò in seguito con una tesi su Heidegger) e scriveva poesie. Lui l'aveva incantata, le aveva riempito la stanza di papaveri, aveva passato con lei sei settimane indimenticabili; poi, di punto in bianco, se n'era andato a Parigi senza un soldo, portando con sé solo due dizionari e le opere di Jean Paul, scrittore e pedagogista tedesco visuuto fra '700 e '800; quella città, le scrisse, era il suo "Par(ad)is".
Iniziò così una storia d'amore inquieta e inquietante, al di là di ogni legame, difficilmente classificabile. Difficile comprendere il loro modo di amarsi fatto di attrazione e repulsione - "ci toglievamo l'aria a vicenda", scrive la pur innamoratissima Inge dopo essere stata nel 1950 a Parigi con Paul per un mese - quel loro continuo lasciarsi, riprendersi, diventare infine solo amici; quel generoso scambio reciproco di idee e di immagini poetiche a cui si alternava una latente rivalità.
Le loro biografie incrociate sono oggetto di un libro, pubblicato ora da Neri Pozza con il titolo Ci diciamo l'oscuro, che rivela, avvalendosi del loro carteggio pubblicato solo nel 2008, tutta la complessità del rapporto tra Paul e Inge e del loro dialogo poetico. Per entrambi lo scrivere non è al centro della loro vita, è la loro vita; giocano con la realtà, con la finzione, con i silenzi che nascondono segreti, con la morte da entrambi corteggiata.
Il titolo del volume è un verso tratto da una poesia di Celan, Corona. È il codice segreto del loro amore. Oscure sono tante cose: il senso di colpa che tormentò in eterno il poeta per essere sopravvissuto all'Olocausto, per non essere stato presente quando i suoi genitori, nel '42, furono deportati e poi uccisi; il trauma provato da Bachmann quando nel '38, ragazzina, vide Klagenfurt, la città dov'era nata e cresciuta, invasa dalle truppe di Hitler. Oscura è la lingua - "L'ondeggiante parola/ la possiede/ il buio" scrive Celan. Ma dalle tenebre nascono miracolosamente, dalla penna di entrambi i poeti, le immagini folgoranti da mozzare il fiato, i versi melodiosi, carichi di sensualità dell'uno e quelli dolenti, carichi di umanità e d'impegno, dell'altra. Di entrambi sono state pubblicate postume un mare di poesie inedite.
Ma torniamo alla riunione del Gruppo 47. Celan lesse Fuga di morte, traduzione in parole della condizione degli ebrei nei campi di sterminio che in seguito entrò nelle antologie scolastiche e divenne celebre in tutto il mondo. Ma quel giorno il pubblico rimase indifferente. Per colpa del suo recitare "meditativo", teatrale, con pause a effetto, il pubblico ebbe l'impressione di un "falso pathos", che i critici e i componenti del gruppo, amanti di uno stile asciutto, essenziale, aborrivano. Insomma fu un fiasco.
Per giunta, durante il pranzo che seguì alle letture, Richter disse incautamente che la voce di Celan gli ricordava quella di Goebbels. Non poteva dire di peggio. I suoi genitori erano stati deportati dalle SS e uccisi nei campi di sterminio, gli urlò in faccia Paul; gli diede dell'ex nazista, pretese subito delle scuse; nel frattempo Bachmann e Ilse Aichinger, vincitrice del premio del gruppo, scoppiarono a piangere. Ne avevano di che: Ingeborg era ossessionata dal ricordo del padre che era stato membro del partito nazista, Ilse era ebrea.
Dopo la giornata che vide il trionfo di Bachmann e il proprio fiasco come poeta, Celan per cinque anni non si fece mai vivo con lei, ma nel '53 le dedicò la sua raccolta di poesie Papavero e memoria. In breve tempo divenne l'enigmatico principe della poesia tedesca del dopoguerra, che faceva dei suoi versi un'arma per combattere l'oblio, la rimozione del passato nazista. Per i critici tedeschi era un virtuoso nell'arte di nascondersi, come attesta del resto il suo stesso nom de plume, anagramma di quello vero, rumeno: Ancel. In effetti quasi nulla si sa del periodo in cui fu internato in un campo di lavoro nazista, di come riuscì a fuggirne, dei suoi anni a Bucarest, dove si avvicinò ai surrealisti e da dove, nel '47, se ne andò a piedi a Vienna, schifato dall'antisemitismo in veste bolscevica che vi regnava.
Eterno emigrante in cerca di una patria, si nascondeva dietro le sue vistose contraddizioni: era allegro e tetro, paziente e insofferente, ciarliero e taciturno, sognante e arrogante. L'ingiusta accusa di plagio mossagli negli anni Sessanta dalla vedova del poeta Yvan Goll, di cui Celan aveva tradotto dal russo varie poesie, distrusse il suo precario equilibrio; nonostante le amorevoli cure della moglie Gisèle de Lestrange, le sue crisi di follia divennero sempre più gravi. Nell'aprile del 1970 si gettò nella Senna.
La notizia della sua morte investì Ingeborg come un ciclone. La sua era una vita intensissima, di successo: era stata giornalista attenta e vivace di Radio Brema a Roma, autrice di libretti d'opera in collaborazione con il compositore Hans Werner Henze, di racconti e di un romanzo, Malina, che divenne un bestseller, aveva stuoli di fan adoranti. Eppure era sempre alla ricerca di sé e di un nuovo linguaggio salvifico; era più che mai sola, l'amore per lei era sempre "uno scuro continente". Aveva avuto altre storie, tutte difficili, tra cui quella con Max Frisch, che dopo quattro anni l'aveva lasciata per una ragazza molto più giovane.
Negli ultimi tempi fumava cento Gitanes senza filtro al giorno, prendeva potenti sonniferi da cui divenne dipendente. Morì a Roma in un incendio, tre anni dopo il suicidio di Paul. La luce della parola poetica non bastò a illuminare le loro strade, non evitò a entrambi una morte atroce.
Sul Venerdì del 22 marzo 2019
Il gruppo di 47 scrittori tedeschi, che si erano riuniti per la prima volta nel '47 con una gran voglia di ricominciare a scrivere, diede ai suoi componenti un successo inossidabile; nelle foto appaiono Böll, Grass, Andersch e Bachmann giovani e sorridenti; a malapena si riconoscono Enzensberger, quasi adolescente, con una corta frangetta bionda, e Handke, zazzera alla Paul McCartney. Il rituale era sempre lo stesso: l'autore invitato sedeva accanto al presidente su quella che veniva chiamata ironicamente "la sedia elettrica", leggeva il suo testo, poi ascoltava in rigoroso silenzio la raffica di giudizi che lo investiva; una delle poche regole imposte da Richter era infatti il divieto di rispondere alle critiche.
Le poesie lette, o meglio sussurrate, da Bachmann quel giorno con voce resa flebile dall'emozione - tra cui Dire cose oscure - ebbero consensi unanimi. Fu un trionfo. Poi fu la volta di Paul Celan. Era stata lei a segnalare a Richter un poeta rumeno poverissimo e molto dotato; lo aveva conosciuto a Vienna quattro anni prima, quando, a ventidue anni, studiava filosofia (si laureò in seguito con una tesi su Heidegger) e scriveva poesie. Lui l'aveva incantata, le aveva riempito la stanza di papaveri, aveva passato con lei sei settimane indimenticabili; poi, di punto in bianco, se n'era andato a Parigi senza un soldo, portando con sé solo due dizionari e le opere di Jean Paul, scrittore e pedagogista tedesco visuuto fra '700 e '800; quella città, le scrisse, era il suo "Par(ad)is".
Iniziò così una storia d'amore inquieta e inquietante, al di là di ogni legame, difficilmente classificabile. Difficile comprendere il loro modo di amarsi fatto di attrazione e repulsione - "ci toglievamo l'aria a vicenda", scrive la pur innamoratissima Inge dopo essere stata nel 1950 a Parigi con Paul per un mese - quel loro continuo lasciarsi, riprendersi, diventare infine solo amici; quel generoso scambio reciproco di idee e di immagini poetiche a cui si alternava una latente rivalità.
Le loro biografie incrociate sono oggetto di un libro, pubblicato ora da Neri Pozza con il titolo Ci diciamo l'oscuro, che rivela, avvalendosi del loro carteggio pubblicato solo nel 2008, tutta la complessità del rapporto tra Paul e Inge e del loro dialogo poetico. Per entrambi lo scrivere non è al centro della loro vita, è la loro vita; giocano con la realtà, con la finzione, con i silenzi che nascondono segreti, con la morte da entrambi corteggiata.
Il titolo del volume è un verso tratto da una poesia di Celan, Corona. È il codice segreto del loro amore. Oscure sono tante cose: il senso di colpa che tormentò in eterno il poeta per essere sopravvissuto all'Olocausto, per non essere stato presente quando i suoi genitori, nel '42, furono deportati e poi uccisi; il trauma provato da Bachmann quando nel '38, ragazzina, vide Klagenfurt, la città dov'era nata e cresciuta, invasa dalle truppe di Hitler. Oscura è la lingua - "L'ondeggiante parola/ la possiede/ il buio" scrive Celan. Ma dalle tenebre nascono miracolosamente, dalla penna di entrambi i poeti, le immagini folgoranti da mozzare il fiato, i versi melodiosi, carichi di sensualità dell'uno e quelli dolenti, carichi di umanità e d'impegno, dell'altra. Di entrambi sono state pubblicate postume un mare di poesie inedite.
Ma torniamo alla riunione del Gruppo 47. Celan lesse Fuga di morte, traduzione in parole della condizione degli ebrei nei campi di sterminio che in seguito entrò nelle antologie scolastiche e divenne celebre in tutto il mondo. Ma quel giorno il pubblico rimase indifferente. Per colpa del suo recitare "meditativo", teatrale, con pause a effetto, il pubblico ebbe l'impressione di un "falso pathos", che i critici e i componenti del gruppo, amanti di uno stile asciutto, essenziale, aborrivano. Insomma fu un fiasco.
Per giunta, durante il pranzo che seguì alle letture, Richter disse incautamente che la voce di Celan gli ricordava quella di Goebbels. Non poteva dire di peggio. I suoi genitori erano stati deportati dalle SS e uccisi nei campi di sterminio, gli urlò in faccia Paul; gli diede dell'ex nazista, pretese subito delle scuse; nel frattempo Bachmann e Ilse Aichinger, vincitrice del premio del gruppo, scoppiarono a piangere. Ne avevano di che: Ingeborg era ossessionata dal ricordo del padre che era stato membro del partito nazista, Ilse era ebrea.
Dopo la giornata che vide il trionfo di Bachmann e il proprio fiasco come poeta, Celan per cinque anni non si fece mai vivo con lei, ma nel '53 le dedicò la sua raccolta di poesie Papavero e memoria. In breve tempo divenne l'enigmatico principe della poesia tedesca del dopoguerra, che faceva dei suoi versi un'arma per combattere l'oblio, la rimozione del passato nazista. Per i critici tedeschi era un virtuoso nell'arte di nascondersi, come attesta del resto il suo stesso nom de plume, anagramma di quello vero, rumeno: Ancel. In effetti quasi nulla si sa del periodo in cui fu internato in un campo di lavoro nazista, di come riuscì a fuggirne, dei suoi anni a Bucarest, dove si avvicinò ai surrealisti e da dove, nel '47, se ne andò a piedi a Vienna, schifato dall'antisemitismo in veste bolscevica che vi regnava.
Eterno emigrante in cerca di una patria, si nascondeva dietro le sue vistose contraddizioni: era allegro e tetro, paziente e insofferente, ciarliero e taciturno, sognante e arrogante. L'ingiusta accusa di plagio mossagli negli anni Sessanta dalla vedova del poeta Yvan Goll, di cui Celan aveva tradotto dal russo varie poesie, distrusse il suo precario equilibrio; nonostante le amorevoli cure della moglie Gisèle de Lestrange, le sue crisi di follia divennero sempre più gravi. Nell'aprile del 1970 si gettò nella Senna.
La notizia della sua morte investì Ingeborg come un ciclone. La sua era una vita intensissima, di successo: era stata giornalista attenta e vivace di Radio Brema a Roma, autrice di libretti d'opera in collaborazione con il compositore Hans Werner Henze, di racconti e di un romanzo, Malina, che divenne un bestseller, aveva stuoli di fan adoranti. Eppure era sempre alla ricerca di sé e di un nuovo linguaggio salvifico; era più che mai sola, l'amore per lei era sempre "uno scuro continente". Aveva avuto altre storie, tutte difficili, tra cui quella con Max Frisch, che dopo quattro anni l'aveva lasciata per una ragazza molto più giovane.
Negli ultimi tempi fumava cento Gitanes senza filtro al giorno, prendeva potenti sonniferi da cui divenne dipendente. Morì a Roma in un incendio, tre anni dopo il suicidio di Paul. La luce della parola poetica non bastò a illuminare le loro strade, non evitò a entrambi una morte atroce.
Sul Venerdì del 22 marzo 2019