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Il restauro di un tratto degli 80 metri di pitture murali realizzate nel 1921 da Giacomo Balla per il Bal Tic Tac, a Roma 

Con le migliori attenzioni: la moderna arte del restauro

Per "risanare" un Raffaello le tecniche sono consolidate. Ma che fare con il cavallo di Cattelan che perde il pelo? L'arte contemporanea non è concepita per durare. Però nei musei si fa l'impossibile pur di conservarla. Ecco come
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MILANO. Ogni due settimane gonfia un palloncino nuovo e lo sostituisce a quello floscio, rimettendolo al suo posto. Sul cavalletto, sotto la teca. Ignazio Amuro, registrar (responsabile delle collezioni) del Museo del Novecento di Milano, compie questo rito periodicamente, resuscitando ogni volta il Corpo d'aria n.23 col "fiato d'artista" di Piero Manzoni, icona di una teoria rivoluzionaria: l'artista è un re Mida che trasforma in arte tutto ciò che tocca. Peccato che, a distanza di sessant'anni, il fiato non sia più suo. Ma quello del registrar.

"Poco importa" commenta Amuro (e sorride), "l'idea viene conservata; il resto è solo materia". Ma il problema è proprio come conservare la materia affinché l'idea perduri. Su questo l'arte contemporanea mette alla prova i restauratori, presentando materiali impossibili e trasformando l'intervento in una sfida.

Perdono il pelo, cadono le f…
MILANO. Ogni due settimane gonfia un palloncino nuovo e lo sostituisce a quello floscio, rimettendolo al suo posto. Sul cavalletto, sotto la teca. Ignazio Amuro, registrar (responsabile delle collezioni) del Museo del Novecento di Milano, compie questo rito periodicamente, resuscitando ogni volta il Corpo d'aria n.23 col "fiato d'artista" di Piero Manzoni, icona di una teoria rivoluzionaria: l'artista è un re Mida che trasforma in arte tutto ciò che tocca. Peccato che, a distanza di sessant'anni, il fiato non sia più suo. Ma quello del registrar.

"Poco importa" commenta Amuro (e sorride), "l'idea viene conservata; il resto è solo materia". Ma il problema è proprio come conservare la materia affinché l'idea perduri. Su questo l'arte contemporanea mette alla prova i restauratori, presentando materiali impossibili e trasformando l'intervento in una sfida.

Perdono il pelo, cadono le foglie; le plastiche si sbriciolano e le gomme si bucano. Le opere contemporanee vanno spazzolate, innaffiate, refrigerate. Ci sono motori da lubrificare e ortaggi da sostituire, come nel caso della biodegradabile lattuga di Giovanni Anselmo divorata da un blocco di marmo, scultura simbolo dell'arte povera italiana.

Per gli animali impagliati urge toelettatura. Un esempio recente arriva sempre da Milano. La Zebra con la sequenza di Fibonacci di Mario Merz è stata appena spolverata con soffici pennelli da barbiere che si prendono cura del suo manto intatto dal 1973. Meno fortunato fu uno dei primi cavalli attaccati al soffitto negli anni Novanta dall'arti-star Maurizio Cattelan; l'esemplare che pende nella sala degli Stucchi del Castello di Rivoli cominciò subito a spelacchiarsi. Era una vecchia pelle da macello che non aveva certo una destinazione estetica.

Imparata la lezione, gli ultimi stalloni di Cattelan con la testa conficcata nel muro, esposti nei musei di mezzo mondo, da Punta della Dogana alla Fondazione Beyeler di Basilea, sono stati affidati alle cure di un tassidermista che ha teso la pelle su una forma di vetroresina usando un metodo infallibile. In epoca di esodi di massa, questa potente allegoria di una fuga per la sopravvivenza scuote le coscienze. Sembra un'attuale e tragica natura morta. Il messaggio non è molto diverso dalla precarietà della vita cui allude la Canestra di frutta di Caravaggio. Ma la tecnica invece sì.

Se i restauratori oggi non nutrono troppi dubbi su come muoversi davanti al supporto tradizionale di una tela dipinta a olio, qualche perplessità emerge di fronte a sostanze eccentriche o prodotti industriali dalle reazioni impreviste. Le scatolette di Merda d'artista di Manzoni, a causa dei resti organici contenuti ("conservata al naturale" recita l'etichetta), fermentano e scoppiano. Le felci e i semi distribuiti da Anselm Kiefer sulla superficie dei suoi meravigliosi quadri vengono aggrediti dagli insetti. Compito degli specialisti è agire con soluzioni creative.

Questa ampiezza di vedute richiesta dal restauro del contemporaneo pare abbia giovato anche alle cure dell'antico. Le complicazioni derivate da materiali improbabili stanno cambiando il modo di intervenire sulle opere del passato, con procedimenti più elastici, meno standardizzati. Oltre, ovviamente, alle nuove possibilità diagnostiche.

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Un team di chimici, biologi e fisici alle prese con il famoso cartone preparatorio della Scuola di Atene di Raffaello, riallestito in questi giorni (dopo quattro anni di lavoro) alla Pinacoteca Ambrosiana, ha dovuto affidarsi a sistemi d'analisi avanzate. E non solo. Per srotolare sul tavolo clinico 24 metri quadri di carta fragilissima è servito un mix di fantasia e tecnologia.

C'era in ballo il cartone più prezioso del mondo, uno dei pochi superstiti, poiché la norma prevedeva che fossero distrutti alla fine dell'affresco. Requisito da Napoleone e incamerato dal Louvre fino alla sconfitta di Waterloo, fu sottoposto dai francesi a integrazioni di varia natura. Togliere o lasciare? Ardua sentenza. Chiara Palandri, esperta di materiali cartacei che insegna a Brera e lavora alla Biblioteca Nazionale di Oslo, difende l'importanza di preservare ciò che il tempo ha aggiunto per non snaturare la storia. "Sulle opere restano tracce che ci parlano di spostamenti e collezioni". È il valore delle stratificazioni. Aiutano a leggere lo scorrere degli eventi.

L'esempio più fresco di queste sedimentazioni viene da Roma, dov'è avvenuta la straordinaria scoperta di 80 metri quadri di pittura murale dipanata al piano terra dell'edificio che ospitò il cabaret futurista Bal Tic Tac, effervescente locale per balli notturni, inaugurato da Filippo Tommaso Marinetti e decorato da Giacomo Balla nel 1921. Considerata perduta da decenni, questa scatola magica rappresenta il più importante ritrovamento moderno degli ultimi anni. Un ambiente spaziale ante litteram accoglieva il pubblico nel suo ingresso "fantasmagorico di fiamme infernali" come lo descrisse la figlia Elica Balla.

La sfida dei restauratori, che hanno smontato le vecchie boiserie e liberato le pareti da livelli di carte e di rasature, sarà quella di ridare un sapore armonico all'ambiente e al suo vortice di saette futuriste. Il soprintendente Francesco Prosperetti parla di "un vero scavo stratigrafico. Roma, città dell'archeologia, ha usato tecniche archeologiche per la modernità".

I restauratori Giorgio Mori e Lucia Morganti, rimuovendo chirurgicamente strati su strati, hanno identificato tutti i momenti registrati sul muro e spiegano quanto sia importante entrare nell'anima dell'opera: "L'empatia con la materia consente ogni volta di testare i passi successivi. Bisogna avere la mente aperta a varie possibilità". Che non significa sperimentare arditamente, ma arrivare a conoscere la tecnica esecutiva a tal punto da immaginare già come sarà il finale.

Dimenticato per un secolo, documentato nei testi ma dato ormai per distrutto, il murale ha visto modificare progressivamente intorno a sé la struttura del palazzo, con innesti di tramezzi, pannellature, tracce elettriche. Un massacro. "La grande scommessa è di studiare ora il modo corretto per restituirla agli occhi del pubblico nel suo insieme, lasciandoci guidare da Balla stesso e dal suo modo di lavorare per campi di colore".

Proprietà della Banca d'Italia, la stanza ritrovata accoglierà un nuovo spazio museale. "Lo dedicheremo"  dice Massimo Omiccioli, direttore del prossimo Museo dell'educazione finanziaria, "alle raccolte numismatiche dell'istituto e anche alle opere di Balla che la Banca custodisce nelle sue collezioni".

Stupisce che, sebbene si tratti di un dipinto a tempera, tecnica tradizionale e arcinota, sia comunque necessaria tanta cautela nell'affrontare gli imprevisti. Ogni restauro è diverso e impone alcune scelte di campo. Non certo per riportare le immagini al famoso "splendore originario", espressione che fa arricciare il naso ai restauratori perché - dicono - il passato non si può recuperare. Però possiamo consegnare al futuro ciò che resta con le migliori attenzioni possibili.

Ecco allora una questione delicata: qual è il ruolo del tempo? Se gli artisti classici si preoccupavano della sopravvivenza delle loro opere per trasmetterne il messaggio e la bellezza ai posteri, per gli autori contemporanei la durata è un aspetto secondario. Sono altri soggetti a preoccuparsene seriamente: i musei, i collezionisti, il mercato, terrorizzati dalla possibilità che un valore evapori.

Con il boom delle avanguardie, la "sacralità" sfatata dell'opera, l'invenzione del ready-made (la cosa trovata) dadaista e con il primato del pensiero e del progetto sulla sua realizzazione effettiva, il rischio della perdita dilaga fra capolavori effimeri. Metterci mano, rifacendo, rigonfiando, sostituendo pezzi rotti - come fece Damien Hirst con il suo squalo in formaldeide che aveva cominciato a marcire e lui ne pescò uno nuovo - apre il dibattito sul limite fra conservazione e mistificazione.

Per la mostra degli igloo di Merz appena chiusa all'Hangar Bicocca i restauratori hanno dovuto gestire le grosse fascine di legna che, negli anni, reduci da decine di mostre e trasporti, hanno smarrito rami e rametti. "Si è cercato di ridistribuirli in modo sensato, per coprire tutta la superficie, cotonandola come una testa con pochi capelli" scherza Davide Riggiardi, esperto di restauro antico prestato (per la sua oculatezza) al mondo del contemporaneo. Detto fra noi, aggiungere qualche legnetto non sarebbe un insulto alla filologia. "Lo spettatore non dovrebbe essere distratto dalle mancanze. Le lacune possono creare disturbo alla lettura dell'opera".

Integrare o non integrare? Altro dubbio in discussione. E mentre molti specialisti si arrovellano su questi problemi metodologici, altri si confrontano su tecniche che non appartengono neppure lontanamente al mondo del restauro.
"La formaldeide di Hirst" spiega Luisa Mensi, nota restauratrice del contemporaneo, "viene dal mondo dell'anatomia patologica. Il cervello di Cesare Lombroso è conservato così nel suo museo a Torino".

Poi ci sono la tassidermia che, uscita dalle collezioni di storia naturale, sta vivendo una seconda giovinezza nel sistema dell'arte; e la botanica per opere di land art, come la Cattedrale vegetale di Giuliano Mauri abbattuta a Lodi dal forte vento di ottobre. "Una volta esistevano professioni come lo scalpellino o il marmista, oggi ci sono neonisti, elettricisti, revisori di motori per le opere cinetiche". Chiamati a confrontarsi attorno al tavolo operatorio, uniscono le loro competenze. "Il tutto per consentire alle opere di durare ancora un po'" suggerisce Riggiardi alludendo al tema eterno della nostra memoria.

Si dice che Alberto Giacometti sognasse di seppellire una sua scultura affinché fosse ritrovata a distanza di secoli senza aver perso il suo fascino assoluto. Nel caso del palloncino di Manzoni sarà dura. Ma tutela e rispetto, se non potranno affidarlo integro alla storia degli oggetti, certamente lo consegneranno a quella delle idee.

Sul Venerdì del 29 marzo 2019