Restaura l'arte e mettila da parte
Paola Zanuttini , di PAOLA ZANUTTINIAll'Istituto superiore di Roma si impara a lavorare sui capolavori già dal primo anno. E infatti gli italiani sono i più richiesti al mondo. Con una regola aurea: restare invisibili
ROMA. Hai paura? «Adesso no, ma all’inizio sì, tanta. Ci devi fare l’abitudine». Ilaria Sinceri, allieva del terzo anno di Manufatti dipinti su supporto ligneo e tessile, rattoppa, se così si può dire, una resurrezione secentesca anonima e assai malconcia che viene dai depositi di Palazzo Pitti. La prima impressione è che urga miracolo per resuscitare la resurrezione. Poi subentra un panico empatico nei confronti di Ilaria e compagne, che però affrontano la loro missione impossibile lavorando calme su quel disastro, sotto lo sguardo ancora più calmo di Carla Zaccheo, restauratrice e docente. All’Istituto superiore per la conservazione e il restauro (da qui in poi Iscr) la prima cosa che ti insegnano è a prenderti le tue responsabilità. Con molta pazienza e con le dovute cautele e competenze, ovvio. Ma l’esperienza te la fai sporcandoti le mani. Anche sui capolavori, dal primo anno.
Nello splen…
Nello splen…
ROMA. Hai paura? «Adesso no, ma all’inizio sì, tanta. Ci devi fare l’abitudine». Ilaria Sinceri, allieva del terzo anno di Manufatti dipinti su supporto ligneo e tessile, rattoppa, se così si può dire, una resurrezione secentesca anonima e assai malconcia che viene dai depositi di Palazzo Pitti. La prima impressione è che urga miracolo per resuscitare la resurrezione. Poi subentra un panico empatico nei confronti di Ilaria e compagne, che però affrontano la loro missione impossibile lavorando calme su quel disastro, sotto lo sguardo ancora più calmo di Carla Zaccheo, restauratrice e docente. All’Istituto superiore per la conservazione e il restauro (da qui in poi Iscr) la prima cosa che ti insegnano è a prenderti le tue responsabilità. Con molta pazienza e con le dovute cautele e competenze, ovvio. Ma l’esperienza te la fai sporcandoti le mani. Anche sui capolavori, dal primo anno.
Nello splendido e immenso complesso di San Michele a Ripa Grande, che fu brefotrofio, correzionale, carcere e ospizio dei poveri, si dovrebbe provare sollievo, soddisfazione, orgoglio per almeno un’istituzione del nostro disastrato Paese che funziona. E funziona così bene che i restauratori italiani sono i più stimati e richiesti al mondo. Invece viene l’ansia, un’ansia d’identificazione con chi si trova a rimediare alle ingiurie del tempo o dell’incuria o della barbarie. Perché, quando arriva un’opera devastata, perfino i restauratori più navigati trattengono il fiato e si chiedono se ce la faranno. E poi ne sale un’altra, di angoscia: davanti a una povera madonna di paese in ceramica scampata al terremoto, restaurata e corredata di struttura interna antisismica, non puoi non pensare alle altre madonne e ai poveri cristi, e alle tele, le sculture, le ceramiche degli infiniti gioielli e gioiellini del nostro patrimonio che non saranno salvati.
Al Laboratorio ceramiche vetri e smalti, Roberta Bollati, che sta insegnando come intervenire su delle maioliche giunte dal Museo dell’Opera del Duomo di Orvieto, mi risponde che se si concentrasse su quello che non riesce a fare piuttosto che su quanto riesce a fare non starebbe qui. «Stiamo lavorando su una collezione di 500 pezzi, ne abbiamo restaurati cinquanta. Magari in futuro qualcuno ne restaurerà altri cinquanta». I numeri possono rassicurare: danno la misura dell’impresa, e del risultato. Nota a margine: qui si specifica la provenienza delle opere perché anche reperire quelle giuste per la didattica – i cosiddetti «gatti randagi» – è cosa seria. In genere le offrono musei e collezioni (sempre pubblici), ma un buon docente sceglie i pezzi più strategici per insegnare i segreti della materia e del mestiere.
Un tempo il restauro era una faccenda artigianale, artisti di poca fortuna risistemavano quadri, affreschi e sculture dei loro colleghi più in auge e solo i maestri si scomodavano per le opere di altri maestri. Il concetto della reversibilità dell’intervento, codificato nel Novecento da Cesare Brandi, padre del restauro filologico e scientifico, si era già affacciato precedentemente, ma in rare ed eccellenti eccezioni; altrimenti si ripittava, si riempivano o sostituivano le parti mancanti, insomma: si falsificava.
Un Brandi brand è il rigatino, eseguito quando l’immagine si può ricostruire, in parti sempre molto limitate: viene riprodotta con un tratteggio all’acquarello quasi irriconoscibile che però, all’occhio esperto, dichiara l’intervento del restauratore. Sennò c’è la lacuna, ovvero il vuoto, molto più decente dei ritocchi che si continuano a spennellare nel vasto mondo, anche più civilizzato del nostro. Stringendo: s’interviene sulla materia, ma non sull’opera, rispettando ed esaltando l’originale. E non s’inventa niente. Chiaro no?
Fu Brandi a fondare l’Istituto centrale per il restauro. Con lui c’era Giulio Carlo Argan, che voleva alzare il livello dei restauratori, considerati all’epoca, era il 1939, come i ciabattini. L’aggettivo centrale era dirimente: si metteva ordine nei beni culturali, stabilendo e applicando un metodo di restauro e conservazione valido dalle Alpi a Stromboli.
Fino a una decina d’anni fa la selezione degli allievi era durissima: 2.000 candidati per 25 posti, ora la richiesta è un po’ diminuita visto che oltre all’Iscr, con la sede distaccata di Matera, e all’Opificio delle pietre dure di Firenze, ci sono più di venti altri corsi quinquennali proposti da università e accademie accreditati da Mibac e Miur. Ma l’offerta formativa del San Michele rimane la più completa e prestigiosa. Il rapporto docenti-allievi per i 107 iscritti di quest’anno – dei quali 44 a Matera – è uno a quattro e, oltre a trasferire i loro saperi, i docenti – tutti formati qui esclusi quelli delle materie scientifiche e storiche – trasmettono agli studenti un senso d’appartenenza che è un imprinting.
Quello dell’Iscr è un marchio più indelebile dell’etichetta a strappo che studenti e professori portano sulle tenute bianche. Trecento crediti formativi, trenta esami, solo agosto libero perché tra la teoria e le 425 ore annue di laboratori e cantieri esterni, anche in altre città, il quinquennio è una full immersion permanente.
«Cercavo qualcosa che fossimo in pochi a sapere e voler fare. E queste materie le insegnano solo qui» dice Cristian Pedone. L’ha trovato: rRestauro dei manufatti in materiali organici. Infatti è alle prese, per la tesi, con un oggetto misterioso, apparentemente un fossile, che risulta essere la chiglia di una nave romana del II secolo a. C. trovata a Napoli durante gli scavi per la metropolitana. Sotto la supervisione della docente Antonella Di Giovanni, ci lavora da mesi: l’immerge, la congela, la liofilizza, forse la chiama per nome e le dà la buonanotte quando spegne per andarsene.
A parte Cristian e pochi altri, è pieno di ragazze il San Michele. E la direttrice della Scuola di alta formazione Francesca Capanna se ne chiede il motivo, anche perché non vede per niente di buon occhio la segregazione sessuale. «A un open day una volta è intervenuta la madre di un’aspirante allieva sostenendo che questo lavoro consente di conciliare doveri professionali e familiari. A me non sembra proprio: dalla formazione in poi, quest’attività assorbe moltissimo, senza contare i cantieri fuori sede. Anche all’estero, perché noi collaboriamo con moltissimi Paesi». E quindi con diverse culture: Capanna affronta in un saggio la percezione del tempo nell’universo cristiano e in quello buddista. Essendo il tempo, cioè la durata, il nocciolo duro della conservazione, ha cercato una mediazione fra la concezione lineare dell’Occidente e il qui e adesso del Buddha.
Come porsi rispetto al lavorio e alle ingiurie del tempo sull’arte del 900, realizzata in materiali eterodossi che magari contemplano intenzionalmente il degrado e l’autodistruzione? Bel problema. Paola Iazurlo, responsabile del laboratorio Arte contemporanea, dice che un elemento per decidere se intervenire o lasciare che la degradazione si compia è quello dell’investimento della comunità: «Se un museo ha acquistato un’opera siamo tenuti a preservarla, stabilizzando la degradazione al momento in cui è stata creata, o acquisita. In altri casi, come per la street art, in cui l’interazione con lo smog o il vandalismo fanno parte del processo artistico, il dibattito è aperto».
Detto questo, mettere le mani sulle idee e i materiali sintetici, evanescenti, capricciosi e quant’altro del contemporaneo, è una sfida per ardimentosi. Che però devono rispettare il primo comandamento della professione, ricordato da Iazurlo: «Il restauratore deve sempre restare invisibile».
LEGGI ANCHE: COME SI RESTAURA L'ARTE CONTEMPORANEA
Beh, mica sempre. Cantiere esterno, all’Accademia di San Luca: nel restauro di un festone in stucco del loggiato, opera del Borromini, Carla Giovannone, direttore operativo dell’intervento, ha scoperto che nei precedenti lavori del 1934 si è andati pesanti di malta e gesso, distorcendo il rapporto tra architettura e stucchi. Un ragazzo della cooperativa che sta ultimando il cantiere, ex allievo di Giovannone, mi mostra un calcinaccio di quattro centimetri di spessore. Alla faccia dell’invisibilità. Per inciso: visto che a un anno dalla laurea all’Iscr un contratto anche breve è quasi certo, chiedo ai ragazzi della coop se ci si campa, coi contratti. Sorridono, timidi. Interviene la prof: « Mica tanto. La concorrenza è forte e i fondi scarsi. E i Beni culturali sono la cenerentola dei ministeri».
Di nuovo l’ansia. Qualcuno mi ha detto che ad Auschwitz ora restaurano anche i cucchiaini, ma quanto passato va perso ogni giorno? E quanto senso ha sfidare l’eternità per conservarlo? Luigi Ficacci, direttore dell’Istituto, sa che questi sono assilli comuni per chi è del mestiere. «All’apertura dell’anno accademico ho detto agli studenti che sono dei pensatori di cantiere. Non credano di risolvere tutto e di salvare il mondo, ma proseguano nella certezza della sconfitta. Sappiano anche, però, che senza di noi le cose non saranno mai quello che sarebbero state».
Sul Venerdì del 29 marzo 2019
Nello splendido e immenso complesso di San Michele a Ripa Grande, che fu brefotrofio, correzionale, carcere e ospizio dei poveri, si dovrebbe provare sollievo, soddisfazione, orgoglio per almeno un’istituzione del nostro disastrato Paese che funziona. E funziona così bene che i restauratori italiani sono i più stimati e richiesti al mondo. Invece viene l’ansia, un’ansia d’identificazione con chi si trova a rimediare alle ingiurie del tempo o dell’incuria o della barbarie. Perché, quando arriva un’opera devastata, perfino i restauratori più navigati trattengono il fiato e si chiedono se ce la faranno. E poi ne sale un’altra, di angoscia: davanti a una povera madonna di paese in ceramica scampata al terremoto, restaurata e corredata di struttura interna antisismica, non puoi non pensare alle altre madonne e ai poveri cristi, e alle tele, le sculture, le ceramiche degli infiniti gioielli e gioiellini del nostro patrimonio che non saranno salvati.
Al Laboratorio ceramiche vetri e smalti, Roberta Bollati, che sta insegnando come intervenire su delle maioliche giunte dal Museo dell’Opera del Duomo di Orvieto, mi risponde che se si concentrasse su quello che non riesce a fare piuttosto che su quanto riesce a fare non starebbe qui. «Stiamo lavorando su una collezione di 500 pezzi, ne abbiamo restaurati cinquanta. Magari in futuro qualcuno ne restaurerà altri cinquanta». I numeri possono rassicurare: danno la misura dell’impresa, e del risultato. Nota a margine: qui si specifica la provenienza delle opere perché anche reperire quelle giuste per la didattica – i cosiddetti «gatti randagi» – è cosa seria. In genere le offrono musei e collezioni (sempre pubblici), ma un buon docente sceglie i pezzi più strategici per insegnare i segreti della materia e del mestiere.
Un tempo il restauro era una faccenda artigianale, artisti di poca fortuna risistemavano quadri, affreschi e sculture dei loro colleghi più in auge e solo i maestri si scomodavano per le opere di altri maestri. Il concetto della reversibilità dell’intervento, codificato nel Novecento da Cesare Brandi, padre del restauro filologico e scientifico, si era già affacciato precedentemente, ma in rare ed eccellenti eccezioni; altrimenti si ripittava, si riempivano o sostituivano le parti mancanti, insomma: si falsificava.
Un Brandi brand è il rigatino, eseguito quando l’immagine si può ricostruire, in parti sempre molto limitate: viene riprodotta con un tratteggio all’acquarello quasi irriconoscibile che però, all’occhio esperto, dichiara l’intervento del restauratore. Sennò c’è la lacuna, ovvero il vuoto, molto più decente dei ritocchi che si continuano a spennellare nel vasto mondo, anche più civilizzato del nostro. Stringendo: s’interviene sulla materia, ma non sull’opera, rispettando ed esaltando l’originale. E non s’inventa niente. Chiaro no?
Fu Brandi a fondare l’Istituto centrale per il restauro. Con lui c’era Giulio Carlo Argan, che voleva alzare il livello dei restauratori, considerati all’epoca, era il 1939, come i ciabattini. L’aggettivo centrale era dirimente: si metteva ordine nei beni culturali, stabilendo e applicando un metodo di restauro e conservazione valido dalle Alpi a Stromboli.
Fino a una decina d’anni fa la selezione degli allievi era durissima: 2.000 candidati per 25 posti, ora la richiesta è un po’ diminuita visto che oltre all’Iscr, con la sede distaccata di Matera, e all’Opificio delle pietre dure di Firenze, ci sono più di venti altri corsi quinquennali proposti da università e accademie accreditati da Mibac e Miur. Ma l’offerta formativa del San Michele rimane la più completa e prestigiosa. Il rapporto docenti-allievi per i 107 iscritti di quest’anno – dei quali 44 a Matera – è uno a quattro e, oltre a trasferire i loro saperi, i docenti – tutti formati qui esclusi quelli delle materie scientifiche e storiche – trasmettono agli studenti un senso d’appartenenza che è un imprinting.
Quello dell’Iscr è un marchio più indelebile dell’etichetta a strappo che studenti e professori portano sulle tenute bianche. Trecento crediti formativi, trenta esami, solo agosto libero perché tra la teoria e le 425 ore annue di laboratori e cantieri esterni, anche in altre città, il quinquennio è una full immersion permanente.
«Cercavo qualcosa che fossimo in pochi a sapere e voler fare. E queste materie le insegnano solo qui» dice Cristian Pedone. L’ha trovato: rRestauro dei manufatti in materiali organici. Infatti è alle prese, per la tesi, con un oggetto misterioso, apparentemente un fossile, che risulta essere la chiglia di una nave romana del II secolo a. C. trovata a Napoli durante gli scavi per la metropolitana. Sotto la supervisione della docente Antonella Di Giovanni, ci lavora da mesi: l’immerge, la congela, la liofilizza, forse la chiama per nome e le dà la buonanotte quando spegne per andarsene.
A parte Cristian e pochi altri, è pieno di ragazze il San Michele. E la direttrice della Scuola di alta formazione Francesca Capanna se ne chiede il motivo, anche perché non vede per niente di buon occhio la segregazione sessuale. «A un open day una volta è intervenuta la madre di un’aspirante allieva sostenendo che questo lavoro consente di conciliare doveri professionali e familiari. A me non sembra proprio: dalla formazione in poi, quest’attività assorbe moltissimo, senza contare i cantieri fuori sede. Anche all’estero, perché noi collaboriamo con moltissimi Paesi». E quindi con diverse culture: Capanna affronta in un saggio la percezione del tempo nell’universo cristiano e in quello buddista. Essendo il tempo, cioè la durata, il nocciolo duro della conservazione, ha cercato una mediazione fra la concezione lineare dell’Occidente e il qui e adesso del Buddha.
Come porsi rispetto al lavorio e alle ingiurie del tempo sull’arte del 900, realizzata in materiali eterodossi che magari contemplano intenzionalmente il degrado e l’autodistruzione? Bel problema. Paola Iazurlo, responsabile del laboratorio Arte contemporanea, dice che un elemento per decidere se intervenire o lasciare che la degradazione si compia è quello dell’investimento della comunità: «Se un museo ha acquistato un’opera siamo tenuti a preservarla, stabilizzando la degradazione al momento in cui è stata creata, o acquisita. In altri casi, come per la street art, in cui l’interazione con lo smog o il vandalismo fanno parte del processo artistico, il dibattito è aperto».
Detto questo, mettere le mani sulle idee e i materiali sintetici, evanescenti, capricciosi e quant’altro del contemporaneo, è una sfida per ardimentosi. Che però devono rispettare il primo comandamento della professione, ricordato da Iazurlo: «Il restauratore deve sempre restare invisibile».
LEGGI ANCHE: COME SI RESTAURA L'ARTE CONTEMPORANEA
Beh, mica sempre. Cantiere esterno, all’Accademia di San Luca: nel restauro di un festone in stucco del loggiato, opera del Borromini, Carla Giovannone, direttore operativo dell’intervento, ha scoperto che nei precedenti lavori del 1934 si è andati pesanti di malta e gesso, distorcendo il rapporto tra architettura e stucchi. Un ragazzo della cooperativa che sta ultimando il cantiere, ex allievo di Giovannone, mi mostra un calcinaccio di quattro centimetri di spessore. Alla faccia dell’invisibilità. Per inciso: visto che a un anno dalla laurea all’Iscr un contratto anche breve è quasi certo, chiedo ai ragazzi della coop se ci si campa, coi contratti. Sorridono, timidi. Interviene la prof: « Mica tanto. La concorrenza è forte e i fondi scarsi. E i Beni culturali sono la cenerentola dei ministeri».
Di nuovo l’ansia. Qualcuno mi ha detto che ad Auschwitz ora restaurano anche i cucchiaini, ma quanto passato va perso ogni giorno? E quanto senso ha sfidare l’eternità per conservarlo? Luigi Ficacci, direttore dell’Istituto, sa che questi sono assilli comuni per chi è del mestiere. «All’apertura dell’anno accademico ho detto agli studenti che sono dei pensatori di cantiere. Non credano di risolvere tutto e di salvare il mondo, ma proseguano nella certezza della sconfitta. Sappiano anche, però, che senza di noi le cose non saranno mai quello che sarebbero state».
Sul Venerdì del 29 marzo 2019