Un giorno alla Diciotti con chi chiede asilo
Luigi Irdi , di LUIGI IRDILa Diciotti, come la famosa nave, è la 18ª sezione del Tribunale di Roma, che si occupa di quelli che aspirano allo status di rifugiati. Per loro, e per i giudici, con il "decreto Salvini" la vita è sempre più dura
ROMA. "Lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge".
(Articolo 10, comma 3 - Costituzione della Repubblica Italiana)
- Lei soffre di qualche malattia?
"Emorroidi".
- Si sta curando?
"Devo comprare delle pomate ma non ho i soldi".
- Da dove viene?
"Senegal, regione Sud. Casamance".
- Perché non vuole tornare a casa?
"I ribelli indipendentisti mi ammazzano".
- Come viveva in Senegal?
"Commercio. Compro in Casamance, vendo a Dakar".
- Come ci andava a Dakar?
"Pullman. Dodici ore. Attraversando il Gambia" (il giudice passa su Google Maps e verifica le distanze).
- Qui in Italia che lavoro fa?
"Vendo roba. Braccialetti, orecchini, anellini".
- Ha una partita Iva? Potrebbe chiederla.
"Ehm".
- …
(Articolo 10, comma 3 - Costituzione della Repubblica Italiana)
- Lei soffre di qualche malattia?
"Emorroidi".
- Si sta curando?
"Devo comprare delle pomate ma non ho i soldi".
- Da dove viene?
"Senegal, regione Sud. Casamance".
- Perché non vuole tornare a casa?
"I ribelli indipendentisti mi ammazzano".
- Come viveva in Senegal?
"Commercio. Compro in Casamance, vendo a Dakar".
- Come ci andava a Dakar?
"Pullman. Dodici ore. Attraversando il Gambia" (il giudice passa su Google Maps e verifica le distanze).
- Qui in Italia che lavoro fa?
"Vendo roba. Braccialetti, orecchini, anellini".
- Ha una partita Iva? Potrebbe chiederla.
"Ehm".
- …
ROMA. "Lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge".
(Articolo 10, comma 3 - Costituzione della Repubblica Italiana)
- Lei soffre di qualche malattia?
"Emorroidi".
- Si sta curando?
"Devo comprare delle pomate ma non ho i soldi".
- Da dove viene?
"Senegal, regione Sud. Casamance".
- Perché non vuole tornare a casa?
"I ribelli indipendentisti mi ammazzano".
- Come viveva in Senegal?
"Commercio. Compro in Casamance, vendo a Dakar".
- Come ci andava a Dakar?
"Pullman. Dodici ore. Attraversando il Gambia" (il giudice passa su Google Maps e verifica le distanze).
- Qui in Italia che lavoro fa?
"Vendo roba. Braccialetti, orecchini, anellini".
- Ha una partita Iva? Potrebbe chiederla.
"Ehm".
- Quanto guadagna?
"10-20 euro al giorno. Mando soldi a casa".
- Ha qualche prova?
Bernard, che ha 19 anni, estrae dalle tasche una ricevuta spiegazzata della Western Union: 15 mila franchi Cfa (25 euro).
- Scuole di italiano?
"Sì". Bernard fruga nello zainetto. Sulla scrivania del giudice planano alcuni esercizi di coniugazione dei verbi ausiliari. "Io ho, tu hai, egli ha...".
- Può andare, grazie.
Siamo alla sezione 18 del Tribunale civile di Roma, da qualche mese soprannominata ovviamente "La Diciotti". C'è la fila di ragazzi senegalesi, gambiani, ghanesi, maliani, ragazze nigeriane in disparte. Rischiano l'espulsione e giocano l'ultima carta in un'aula di giustizia. Il labirinto di leggi che regolano l'accoglienza degli immigrati sembra un estenuante gioco dell'oca. Arrivare al giudizio della legge, è già un mezzo miracolo.
Prima casella del gioco: il Labirinto. Si comincia con un bivio allo sbarco. I naufraghi salvati in mare da una Ong o dalla Guardia costiera vengono informati della possibilità di presentare domanda di protezione internazionale negli uffici di polizia. Informarli è un obbligo. Chi arriva alla chetichella, via terra, magari con un visto turistico o stagionale, spesso nemmeno lo sa e nessuno glielo dice.
Seconda casella (la Prigione). Chi sei? Un rifugiato? Un migrante economico? Perché sei qui? E cosa vuoi? Per un mese puoi essere trattenuto per le verifiche di identità. E poi per sei mesi in un Centro per il rimpatrio. Qualcosa di simile a una detenzione preventiva, una sorta di gettone solo per giocare. Nel frattempo te ne stai buono buono e grazie se ti consentono di telefonare o scrivere a casa. Che tu sia un santo e non abbia mai nemmeno sputato nella metropolitana, non ha alcuna importanza.
Terza casella. Il Ponte, verso il futuro. La commissione territoriale del ministero dell'Interno deve esaminare la richiesta. Per un immigrato che parla solo un dialetto lontano, la buona sorte consiste nel trovare qualcuno che gli spieghi cosa succede e che l'interprete traduca bene.
Qui si apre una prima linea di frattura tra vertici del governo e funzionari sul campo. Se l'immigrato non sa che pesci prendere (oltre a quelli che spesso ha visto sott'acqua nel Canale di Sicilia), anche le stesse commissioni territoriali sono spesso in piena confusione. Nello slancio anti-immigrazione, il capo della Lega ha prodotto un esercizio di rara ambiguità legislativa. Le commissioni delle città più grandi, come Roma, Milano, Firenze, esaminano ancora le domande del 2017, ben prima che il governo cancellasse la "protezione umanitaria" (una tutela inferiore a quella che concede lo status di rifugiato).
Salvini ha chiesto che il suo decreto venisse applicato seduta stante, ma è chiaro che nessuna nuova norma si applica retroattivamente. Così, i funzionari del ministero, durante le loro sedute, si guardano l'un l'altro cercando soluzioni acrobatiche. Ora la Corte di Cassazione ha messo un punto fermo. Niente retroattività. Tutte le domande respinte sono impugnabili in tribunale.
L'abolizione della protezione umanitaria porta a casi di assoluta insensatezza. L'"umanitaria" serviva anche a garantire immigrati di particolare vulnerabilità (ragazzi, giovani donne, i soggetti più deboli) che avessero anche trovato una buona integrazione in Italia (casa, lavoro eccetera). Oggi che non c'è più, le commissioni si trovano a respingere domande di donne e uomini che, ormai inseriti con tanto di contratto di lavoro a tempo indeterminato in molte aziende, anche pubbliche, come Fincantieri a Monfalcone (è il caso di un giovane pachistano operaio metallurgico) perché, pur essendo perfettamente integrati sul territorio, con un impiego stabile, non si possono più considerare soggetti deboli. Una sorta di "Comma 22" dell'immigrato: se sei vulnerabile, ma non integrato, ti caccio. Se sei perfettamente integrato, ma non vulnerabile, ti caccio lo stesso.
Altri casi sono oltre i confini dell'assurdo. Prendiamo un bambino di 12 anni che, partito dalla Nigeria da solo perché orfano, poi finito in un campo di detenzione in Libia, che su un barcone sbarca finalmente in Sicilia. Poiché la Nigeria non è necessariamente considerata un Paese a rischio, il ragazzo non può ottenere lo status di rifugiato. Ma nemmeno la "protezione sussidiaria", perché se torna nel suo villaggio, anche se non ha più nessuno, non è detto che sia in pericolo. Poiché la protezione umanitaria non esiste più, fuori dai piedi. Che fare? Come si può rispedire a casa (se ne ha una) un ragazzino in simili condizioni? La soluzione è all'italiana. Si prende la pratica, la si mette sotto tutte le altre dimenticandola in attesa che dal ministero dell'Interno arrivino indicazioni. Oppure, metodo più sofisticato, la domanda viene respinta secca, descrivendo però per filo e per segno il paradosso umanitario in modo che in caso di ricorso giudiziario il tribunale si trovi già servita su un piatto d'argento la motivazione per ribaltare la sentenza.
Se chi arriva da Paesi come l'Afghanistan, la Siria, l'Eritrea o la Repubblica del Congo, notoriamente in guerra, ha diritto pressoché automatico allo status di rifugiato, chi ha un'altra storia da raccontare deve solo sperare che gli pongano le domande giuste.
Bisogna immaginare una ragazza nigeriana meno che ventenne che, davanti a una commissione, riesce a descrivere le mutilazioni genitali che ha subìto da bambina o le sofferenze in un campo di prigionia libico. La vergogna quasi sempre costringe al silenzio anche se in casi simili, per ottenere protezione, sarebbe sufficiente esibire un certificato medico. Ma come al solito, è necessario che qualcuno spieghi alla vittima di mutilazioni dove andare e cosa chiedere. Qui la palla passa alla magistratura. L'immigrato può presentare un ricorso. Un giudice scrupoloso può interrogarlo a fondo e far emergere elementi in grado di rovesciare un verdetto negativo. Il magistrato ha inoltre l'autorità di far valere le sentenze della Cassazione, le norme sovranazionali e le convenzioni firmate dallo Stato italiano (dalla Convenzione di Ginevra in giù), le pronunce della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo e, semplicemente, la Costituzione italiana.
La ricchezza di norme internazionali a tutela dei rifugiati ha indotto il governo gialloverde a seminare il cammino dei migranti di zeppe, trappole, ostacoli e tranelli. Chi va davanti alla commissione territoriale non ha diritto all'assistenza legale d'ufficio, quindi arriva completamente disarmato. Spesso le questure (anche per carenze organizzative e di personale) remano contro, traccheggiano con l'accoglimento delle domande o con le notifiche, non fissano appuntamenti con i richiedenti asilo, la tirano per le lunghe. Sono aumentati i dinieghi delle commissioni in base a domande considerate "manifestamente infondate" senza tante spiegazioni del perché. Il ministero dell'Interno non ha ancora indicato quali sono a suo giudizio i Paesi di origine dei migranti considerati "sicuri". Il terreno è scivoloso. Il Senegal è considerato sicuro, ma se sei omosessuale in un villaggio (l'omosessualità è un reato), ti pestano a morte. La Nigeria è considerata sicura, ma se vivi negli Stati del Nordest non lo è più ed è quindi necessario valutare caso per caso la storia di ciascuno.
Se sei arrivato in Italia e aspetti il tuo destino, devi stare attentissimo a dove metti i piedi. La Convenzione di Ginevra prevede alcuni reati che portano automaticamente a negare la protezione internazionale. Crimini contro l'umanità, genocidio, terrorismo internazionale, roba seria. Ogni Paese può aggiungere alla lista i reati che crede. Il che è anche ragionevole. L'Italia però, nella nota esuberanza salviniana, forse ha esagerato. Se dici "vaffanculo" (anche in dialetto centrafricano) a un pubblico ufficiale, ti sei giocato lo status di rifugiato. Se un vigile ti ferma e scappi per paura, è resistenza a pubblico ufficiale e anche qui la protezione è a serio rischio, come lo è se rubi una mela al mercato e il fruttivendolo ti denuncia. In una simile eventualità, se l'immigrato è in attesa di essere ascoltato dalla commissione territoriale, viene ricevuto all'istante e in caso di respingimento della domanda, espulso senza esitazioni.
È l'ultima casella. Il Pozzo.
Sul Venerdì del 29 marzo 2019
(Articolo 10, comma 3 - Costituzione della Repubblica Italiana)
- Lei soffre di qualche malattia?
"Emorroidi".
- Si sta curando?
"Devo comprare delle pomate ma non ho i soldi".
- Da dove viene?
"Senegal, regione Sud. Casamance".
- Perché non vuole tornare a casa?
"I ribelli indipendentisti mi ammazzano".
- Come viveva in Senegal?
"Commercio. Compro in Casamance, vendo a Dakar".
- Come ci andava a Dakar?
"Pullman. Dodici ore. Attraversando il Gambia" (il giudice passa su Google Maps e verifica le distanze).
- Qui in Italia che lavoro fa?
"Vendo roba. Braccialetti, orecchini, anellini".
- Ha una partita Iva? Potrebbe chiederla.
"Ehm".
- Quanto guadagna?
"10-20 euro al giorno. Mando soldi a casa".
- Ha qualche prova?
Bernard, che ha 19 anni, estrae dalle tasche una ricevuta spiegazzata della Western Union: 15 mila franchi Cfa (25 euro).
- Scuole di italiano?
"Sì". Bernard fruga nello zainetto. Sulla scrivania del giudice planano alcuni esercizi di coniugazione dei verbi ausiliari. "Io ho, tu hai, egli ha...".
- Può andare, grazie.
Siamo alla sezione 18 del Tribunale civile di Roma, da qualche mese soprannominata ovviamente "La Diciotti". C'è la fila di ragazzi senegalesi, gambiani, ghanesi, maliani, ragazze nigeriane in disparte. Rischiano l'espulsione e giocano l'ultima carta in un'aula di giustizia. Il labirinto di leggi che regolano l'accoglienza degli immigrati sembra un estenuante gioco dell'oca. Arrivare al giudizio della legge, è già un mezzo miracolo.
Prima casella del gioco: il Labirinto. Si comincia con un bivio allo sbarco. I naufraghi salvati in mare da una Ong o dalla Guardia costiera vengono informati della possibilità di presentare domanda di protezione internazionale negli uffici di polizia. Informarli è un obbligo. Chi arriva alla chetichella, via terra, magari con un visto turistico o stagionale, spesso nemmeno lo sa e nessuno glielo dice.
Seconda casella (la Prigione). Chi sei? Un rifugiato? Un migrante economico? Perché sei qui? E cosa vuoi? Per un mese puoi essere trattenuto per le verifiche di identità. E poi per sei mesi in un Centro per il rimpatrio. Qualcosa di simile a una detenzione preventiva, una sorta di gettone solo per giocare. Nel frattempo te ne stai buono buono e grazie se ti consentono di telefonare o scrivere a casa. Che tu sia un santo e non abbia mai nemmeno sputato nella metropolitana, non ha alcuna importanza.
Terza casella. Il Ponte, verso il futuro. La commissione territoriale del ministero dell'Interno deve esaminare la richiesta. Per un immigrato che parla solo un dialetto lontano, la buona sorte consiste nel trovare qualcuno che gli spieghi cosa succede e che l'interprete traduca bene.
Qui si apre una prima linea di frattura tra vertici del governo e funzionari sul campo. Se l'immigrato non sa che pesci prendere (oltre a quelli che spesso ha visto sott'acqua nel Canale di Sicilia), anche le stesse commissioni territoriali sono spesso in piena confusione. Nello slancio anti-immigrazione, il capo della Lega ha prodotto un esercizio di rara ambiguità legislativa. Le commissioni delle città più grandi, come Roma, Milano, Firenze, esaminano ancora le domande del 2017, ben prima che il governo cancellasse la "protezione umanitaria" (una tutela inferiore a quella che concede lo status di rifugiato).
Salvini ha chiesto che il suo decreto venisse applicato seduta stante, ma è chiaro che nessuna nuova norma si applica retroattivamente. Così, i funzionari del ministero, durante le loro sedute, si guardano l'un l'altro cercando soluzioni acrobatiche. Ora la Corte di Cassazione ha messo un punto fermo. Niente retroattività. Tutte le domande respinte sono impugnabili in tribunale.
L'abolizione della protezione umanitaria porta a casi di assoluta insensatezza. L'"umanitaria" serviva anche a garantire immigrati di particolare vulnerabilità (ragazzi, giovani donne, i soggetti più deboli) che avessero anche trovato una buona integrazione in Italia (casa, lavoro eccetera). Oggi che non c'è più, le commissioni si trovano a respingere domande di donne e uomini che, ormai inseriti con tanto di contratto di lavoro a tempo indeterminato in molte aziende, anche pubbliche, come Fincantieri a Monfalcone (è il caso di un giovane pachistano operaio metallurgico) perché, pur essendo perfettamente integrati sul territorio, con un impiego stabile, non si possono più considerare soggetti deboli. Una sorta di "Comma 22" dell'immigrato: se sei vulnerabile, ma non integrato, ti caccio. Se sei perfettamente integrato, ma non vulnerabile, ti caccio lo stesso.
Altri casi sono oltre i confini dell'assurdo. Prendiamo un bambino di 12 anni che, partito dalla Nigeria da solo perché orfano, poi finito in un campo di detenzione in Libia, che su un barcone sbarca finalmente in Sicilia. Poiché la Nigeria non è necessariamente considerata un Paese a rischio, il ragazzo non può ottenere lo status di rifugiato. Ma nemmeno la "protezione sussidiaria", perché se torna nel suo villaggio, anche se non ha più nessuno, non è detto che sia in pericolo. Poiché la protezione umanitaria non esiste più, fuori dai piedi. Che fare? Come si può rispedire a casa (se ne ha una) un ragazzino in simili condizioni? La soluzione è all'italiana. Si prende la pratica, la si mette sotto tutte le altre dimenticandola in attesa che dal ministero dell'Interno arrivino indicazioni. Oppure, metodo più sofisticato, la domanda viene respinta secca, descrivendo però per filo e per segno il paradosso umanitario in modo che in caso di ricorso giudiziario il tribunale si trovi già servita su un piatto d'argento la motivazione per ribaltare la sentenza.
Se chi arriva da Paesi come l'Afghanistan, la Siria, l'Eritrea o la Repubblica del Congo, notoriamente in guerra, ha diritto pressoché automatico allo status di rifugiato, chi ha un'altra storia da raccontare deve solo sperare che gli pongano le domande giuste.
Bisogna immaginare una ragazza nigeriana meno che ventenne che, davanti a una commissione, riesce a descrivere le mutilazioni genitali che ha subìto da bambina o le sofferenze in un campo di prigionia libico. La vergogna quasi sempre costringe al silenzio anche se in casi simili, per ottenere protezione, sarebbe sufficiente esibire un certificato medico. Ma come al solito, è necessario che qualcuno spieghi alla vittima di mutilazioni dove andare e cosa chiedere. Qui la palla passa alla magistratura. L'immigrato può presentare un ricorso. Un giudice scrupoloso può interrogarlo a fondo e far emergere elementi in grado di rovesciare un verdetto negativo. Il magistrato ha inoltre l'autorità di far valere le sentenze della Cassazione, le norme sovranazionali e le convenzioni firmate dallo Stato italiano (dalla Convenzione di Ginevra in giù), le pronunce della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo e, semplicemente, la Costituzione italiana.
La ricchezza di norme internazionali a tutela dei rifugiati ha indotto il governo gialloverde a seminare il cammino dei migranti di zeppe, trappole, ostacoli e tranelli. Chi va davanti alla commissione territoriale non ha diritto all'assistenza legale d'ufficio, quindi arriva completamente disarmato. Spesso le questure (anche per carenze organizzative e di personale) remano contro, traccheggiano con l'accoglimento delle domande o con le notifiche, non fissano appuntamenti con i richiedenti asilo, la tirano per le lunghe. Sono aumentati i dinieghi delle commissioni in base a domande considerate "manifestamente infondate" senza tante spiegazioni del perché. Il ministero dell'Interno non ha ancora indicato quali sono a suo giudizio i Paesi di origine dei migranti considerati "sicuri". Il terreno è scivoloso. Il Senegal è considerato sicuro, ma se sei omosessuale in un villaggio (l'omosessualità è un reato), ti pestano a morte. La Nigeria è considerata sicura, ma se vivi negli Stati del Nordest non lo è più ed è quindi necessario valutare caso per caso la storia di ciascuno.
Se sei arrivato in Italia e aspetti il tuo destino, devi stare attentissimo a dove metti i piedi. La Convenzione di Ginevra prevede alcuni reati che portano automaticamente a negare la protezione internazionale. Crimini contro l'umanità, genocidio, terrorismo internazionale, roba seria. Ogni Paese può aggiungere alla lista i reati che crede. Il che è anche ragionevole. L'Italia però, nella nota esuberanza salviniana, forse ha esagerato. Se dici "vaffanculo" (anche in dialetto centrafricano) a un pubblico ufficiale, ti sei giocato lo status di rifugiato. Se un vigile ti ferma e scappi per paura, è resistenza a pubblico ufficiale e anche qui la protezione è a serio rischio, come lo è se rubi una mela al mercato e il fruttivendolo ti denuncia. In una simile eventualità, se l'immigrato è in attesa di essere ascoltato dalla commissione territoriale, viene ricevuto all'istante e in caso di respingimento della domanda, espulso senza esitazioni.
È l'ultima casella. Il Pozzo.
Sul Venerdì del 29 marzo 2019