Mahmood e i suoi fratelli: noi, italiani veri
Giuseppe Videtti , di GIUSEPPE VIDETTIOra che la canzone del vincitore di Sanremo è entrata nelle orecchie di tutti, abbiamo riunito a Milano lui e altri dodici tra rapper e trapper. Per parlare del Paese in cui sono nati o cresciuti. E poi di Salvini e Rami, Tufello e Gratosoglio, mamme e papà
MILANO. Combattivi, fragili, aggressivi, timidi, estroversi, ambiziosi, sognatori, colti: una squadra di ragazze e ragazzi, stranieri di seconda generazione, qualcuno nato in Italia, qualcuno in Marocco o in Senegal o in Spagna o in Belgio e cresciuto nelle nostre periferie, molti altri figli di matrimoni misti. Vite diversissime, lo stesso sogno: fare musica raccontando le proprie storie, a volte così dolorose e tormentate da diventare romanzi autobiografici, come Autotune (Bompiani, pp. 176, euro 15) di MaRue, trapper già conosciuto come Maruego; e come Vivo per questo (Chiarelettere, pp. 250, euro 15) di Amir, veterano della scena hip hop romana che già cinque anni fa, citato anche dal Guardian, rappava sullo ius soli (Ius music): "Gente stupida rimasta ancora al Medioevo / li sveglio di notte / sono l'incubo dell'uomo nero / e se il futuro è il nostro lo vogliamo in esclusiva / stanchi di elemosinare diritti e metterci in fila".
Rapp…
Rapp…
MILANO. Combattivi, fragili, aggressivi, timidi, estroversi, ambiziosi, sognatori, colti: una squadra di ragazze e ragazzi, stranieri di seconda generazione, qualcuno nato in Italia, qualcuno in Marocco o in Senegal o in Spagna o in Belgio e cresciuto nelle nostre periferie, molti altri figli di matrimoni misti. Vite diversissime, lo stesso sogno: fare musica raccontando le proprie storie, a volte così dolorose e tormentate da diventare romanzi autobiografici, come Autotune (Bompiani, pp. 176, euro 15) di MaRue, trapper già conosciuto come Maruego; e come Vivo per questo (Chiarelettere, pp. 250, euro 15) di Amir, veterano della scena hip hop romana che già cinque anni fa, citato anche dal Guardian, rappava sullo ius soli (Ius music): "Gente stupida rimasta ancora al Medioevo / li sveglio di notte / sono l'incubo dell'uomo nero / e se il futuro è il nostro lo vogliamo in esclusiva / stanchi di elemosinare diritti e metterci in fila".
Rapper, trapper, campioni di freestyle, cantanti soul e R&B; fedeli alla linea o abili a spaziare tra i generi. Una realtà, non più un movimento underground; anche il Festival li cerca. A Sanremo Giovani hanno partecipato Symo, Mudimbi (assente sul set che abbiamo allestito a Milano per questa copertina del Venerdì, pausa di riflessione) e Mahmood, che quest'anno ha vinto anche la 69ª edizione. Il suo trionfo e la sua croce. La canzone Soldi è da febbraio prima in classifica; lui da allora si sbatte tra quotidiani, magazine e trasmissioni tv per "certificare" lo status di italiano vero.
Non sarebbe andata così se la politica non ci avesse ficcato il naso. In altri tempi un uomo delle istituzioni si sarebbe congratulato col vincitore (come ha fatto il sindaco di Milano). Questa volta invece il ministro Salvini ha contestato il regolamento messo a punto da Baglioni e detto con chiarezza che la canzone di Mahmood non gli era piaciuta, che per lui - e per l'altro vicepremier Di Maio, che lo ha spalleggiato - il vincitore era quello indicato dal televoto, poi "annacquato" dalle giurie degli esperti radical chic (a Rancore, all'anagrafe Tarek Iurcich, il rapper romano che era ospite di Daniele Silvestri, premiato dalla sala stampa, non ha dato troppa importanza, forse perché invisibile sotto il cappuccio della felpa).
I tweet dei due vicepremier, interpretando il voto dei giornalisti e degli esperti come un messaggio politico, hanno scatenato sui social la reazione dell'Italia opportunamente sobillata con lo spauracchio dell'immigrazione. Come se Mahmood, che in realtà si chiama Alessandro Mahmoud ed è nato a Milano, fosse appena sbarcato da un gommone. "Da quel momento i commenti razzisti sui social - da "tornatene in Egitto" a "africano di merda" - si sono sprecati. Ma il mio Paese è la periferia sud di Milano, dove sono nato e vivo da ventisei anni" ci dice Mahmood con la serenità che le polemiche non hanno mai turbato; gli hater sono in minoranza; i fan gli hanno regalato un bambolotto formato Barbie vestito esattamente come lui all'Ariston.
LEGGI ANCHE: QUANDO I NOSTRI CANTANTI FACEVANO GLI AMERICANI
"La musica è un'arma, per questo cercano di neutralizzarne il messaggio" aggiunge Rancore, che nel brano Il mio quartiere rappava: "C'è un mondo fuori / ma è fuori che fa spavento. / Non so se prendere un autobus verso il centro. / Andarmene verso il centro / ma lì che cazzo c'entro". "Mahmood non c'entra con la politica, eppure qualcuno ha voluto spostare la discussione su discorsi superati, come quello della razza, per distogliere l'attenzione dalla musica. A Sanremo, con Silvestri, io mi sono sentito un sabotatore: lui Morpheus, io Neo di Matrix".
"Mahmood è nella Top 60 globale di Spotify, è il nostro eroe!" esclama Yuman, il giovane artista romano fulminato da Ed Sheeran sulla via dei cantautori. Mahmood e Salvini si sono poi finalmente incontrati a fine marzo al Maurizio Costanzo Show. Il cantante avrebbe parlato volentieri di ius soli, in realtà c'è stato appena il tempo per una stretta di mano. "Speriamo non sia strumentalizzata anche questa" ha commentato il vincitore di Sanremo che, in barba alle polemiche, rappresenterà l'Italia all'Eurofestival il 18 maggio a Tel Aviv.
CITTADINI DEL MONDO
Ognuno di questi artisti, che si danno il cinque e scherzano e si sfottono su questo nostro set fotografico, potrebbe trovarsi nella stessa situazione. "Che cazzata!" esclama Mosè COV, rapper di Milano che con il suo collettivo ha mosso i primi passi da una cantina delle case popolari, zona Maciachini. "Sono nato in questa città, qui ho i miei amici e la mia ragazza. Nel quartiere non mi hanno mai fatto sentire diverso. Se siamo costretti a ribadire di essere "italiani veri", vuol dire che la politica è fragile. La deriva populista ne è la conseguenza".
Cha Cha, fondatore del collettivo multietnico 35 Gang, ha dedicato alla sua Torino il rap che l'ha lanciato ("Lo sai che giro forte a Torino / Con la mia supercar a Torino / Sgaso sopra la tua bitch/ a Torino") "e sono stato ricambiato dalla città con amore. Nel nostro gruppo ci sono ragazzi rumeni, turchi e italiani. Qual è il problema?".
Amir, 40 anni, il più longevo della scena, 346 brani in repertorio, un impegno sociale nelle scuole italiane e nei college newyorchesi a favore dell'integrazione che lo occupa a tempo pieno, ha conosciuto molte stagioni dell'hip hop made in Italy: "È cambiata la politica, il Paese si è fermato, ha fatto dietrofront su tante cose. Nel 2006, quando s'incominciò a parlare di rapper di seconda generazione, dicevano di me quel che oggi scrivono di Mahmood. C'è di buono che i più giovani non devono subire certe umiliazioni; mia madre (italiana) per non farmi sentire diverso, ché ero l'unico "straniero" in classe, mi chiamava Massimo. Oggi la scuola elementare Pisacane di Torpignattara, a Roma, è un fantastico esempio di integrazione".
Chadia Rodriguez, 20 anni, esuberante, carismatica, trasgressiva, è la mascotte del gruppo, uno dei pochi punti di riferimento della scena trap al femminile: ferocia, rabbia, provocazione, c'è questo e di più nelle sue rime esplicite. "Italiana vera? Cittadina del mondo, preferisco. Voglio essere rispettata come essere umano, al di là dell'etnia e del colore della pelle". All'inizio i fan hanno fatto fatica ad accettarla, ma lei è andata avanti: "La chiave per affermare la propria femminilità non è comportarsi da maschio. Sono stata presa di mira dagli hater, mi davano della troia. Io ho metabolizzato tutto in musica e gli ho risputato in faccia il rap Bitch 2.0: Ialla maiale, quante cose che devi imparare / Se hai deciso di usare la lingua per farmi del male / c'era di meglio da fare". Ora le ragazze sono cento per cento dalla sua parte.
"Io sono nato a Bruxelles, una città che non rispecchia certo le mie origini", dice Laïoung, rapper iperattivo cresciuto a Ostuni. "Ho imparato da bambino che dovevo adattarmi. Non l'ho mai vissuto come un problema ma come una sfida. C'è sempre un posto al mondo migliore di quello in cui siamo nati. Ora sto molti mesi negli Stati Uniti, ad Atlanta, capitale mondiale dell'hip hop. L'ignoranza provinciale che ha funestato la mia adolescenza, da quando ho mollato il calcio per fare il musicista, è acqua passata. Ce l'ho fatta da solo, la mia famiglia non mi ha sostenuto né economicamente né moralmente".
MaRue, tre album all'attivo come Maruego, milioni di visualizzazioni su YouTube, il primo a fare uso massiccio dell'autotune, che oggi è uno strumento indispensabile dei trapper, non ha ancora chiesto la cittadinanza italiana. "Conservo il mio passaporto marocchino. Per pigrizia, ma anche perché alla fine sbandierare una nazionalità mi sembra anacronistico. Preferisco pensare di essere senza patria, libero di viaggiare, conoscere, scoprire". La sua storia assomiglia a quella di tanti artisti di seconda generazione: infanzia vissuta tra Casablanca e Milano, padre assente, adolescenza tormentata, integrazione difficile, gavetta snervante fra hashish, arresti e lavori occasionali, amicizia altalenante col "fratello-nemico" Ghali (che ha preferito non partecipare a questo incontro perché, a detta di chi lo rappresenta, "non è il momento per iniziative collettive"). "L'Italia non è razzista" dice MaRue "è solo un Paese poco incline ad accogliere. La gente ragiona per stereotipi: magrebini= spacciatori; europei dell'Est=rapinatori/stupratori; cinesi=ladri di lavoro; senegalesi=braccianti in nero. Trattano gli immigrati come venditori porta a porta: dicono di no ancor prima che parlino".
Sono in molti a raccontare che il Paese è diverso da come l'hanno conosciuto da bambini. "Nella mia scuola il figo della classe era cinese, il bullo era un ragazzo nero e gli alunni rom non erano assolutamente emarginati" racconta Mahmood. "Sì, ora è come se l'Italia si fosse ristretta, lo capisci da come a Roma ti guardano per strada" aggiunge Symo, voce soul e passione mediterranea (ha aperto i concerti di Antonello Venditti cantando Sora Rosa). "Da bambino, Roma era per me il mondo delle favole, classismo e razzismo sono arrivati dopo" dice Yuman. "Adesso basta un taglio di capelli strano per scatenare una reazione, un nero è sempre guardato di traverso". Laïoung è più indulgente: "Dobbiamo perdonare l'ignoranza di chi non ha avuto l'opportunità di conoscere culture diverse, quello che chiamiamo razzismo è solo paura delle diversità".
LASCIATEMI SFOGARE
"Un mulatto è come un cane, da cucciolo tutti vogliono accarezzarlo, da grande lo abbandonano sull'autostrada" ci dice Dium, controverso rapper nel Nordest, amato e odiato nella sua Portogruaro, adottato dai ragazzi di Padova, dove ormai vive in pianta stabile. "Sono stato il primo nero del paese, mi chiamavano Caffè Kimbo". Racconta (e trappa) un passato traumatizzante fatto di emarginazione, umiliazioni, rifiuti. Incomincia a delinquere ancora minorenne, poi furti, risse, spaccio; arresti domiciliari, fuga in Spagna, lunghi mesi in isolamento nella prigione di Trinitat, Barcellona, "un posto in cui entravi delinquente e uscivi criminale" (i particolari, raccapriccianti, li rivela in una storia su YouTube). E adesso? "Adesso mi devo sfogare" sbotta, "non mi vergogno del mio passato, lo traduco in trap. La musica mi fa sentire apprezzato, finalmente a qualcuno importa di me. Ho accumulato tanta di quella rabbia! Merito una ricompensa".
La rabbia è il motore delle rime, del flow (la metrica del rap) ed eventualmente anche del dissing (sfida verbale tra rapper); la sfacciata esibizione che qualcuno fa di preziosi e capi firmati - come Laïoung, il più griffato e ingioiellato di questa comitiva in gita milanese - è un derivato dello stile di vita dei gangsta rap americani della prima ora: veniamo dai ghetti dove c'è solo miseria e violenza; spacciamo per arricchirci e investiamo in musica; distruggiamo il materialismo con l'ipermaterialismo.
"No, a me interessano altre cose" protesta Rancore, "io sto dalla parte di Manu Chao, che mette in musica mille culture. Lo so che il mio nome d'arte suona come una minaccia: l'ho scelto pensando all'infanzia turbata, alle perdite, all'alienazione - il mondo mi ha fatto sentire un alieno, non il Tufello, la periferia romana in cui sono cresciuto. Tirare fuori il rancore sul palco è un modo per ucciderlo, per perdonarmi". Quanto a Laïoung, non fa mistero della sua vanità: "L'ostentazione del lusso è un segno di rivincita; chi è nato ricco non potrà mai capire da dove veniamo noi. Potranno anche sembrare cose superficiali, ma ognuno è libero di scegliere come indossare i propri trofei".
Tommy Kuti è allegro, positivo, erudito, poliglotta, laureato a Cambridge in Scienze della comunicazione. La famiglia, emigrata dalla Nigeria, si sistemò nel quartiere Cinque Continenti di Castiglione delle Stiviere, "un posto abitato solo da immigrati, vivere lì era come avere un marchio. Per reazione, diventai irrequieto, ribelle, fino a quando non ebbi la fortuna di avere un'insegnante che cominciò a interessare la classe alla cultura del mio Paese. E oggi? Sto pagando le conseguenze della politica, esattamente come tutti gli altri italiani; i nostri leader sono in perenne campagna elettorale e la propaganda sortisce i suoi frutti. Il messaggio è: cacciamo gli stranieri e diventeremo ricchi come la Germania".
"Anch'io a scuola ero tutt'altro che docile" incalza Abe Kayn. "Gli insegnanti erano del tutto impreparati, per loro ero solo un rompicoglioni. Di questo parla il mio rap, di rivalsa: voglio sentirmi apprezzato e rispettato. La musica mi ha dato la possibilità di elaborare la rabbia in grinta". MaRue la scuola non l'ha mai finita, ha lavorato per anni in macelleria prima del successo. "Volevo che la gente sapesse che esistevo anch'io. È l'unico modo per far soldi, mi dicevo, ed è andata così, sono riuscito a cambiare il mio stile di vita, dal kebabbaro al ristorante stellato, i gioielli, le ragazze... Ma alla fine l'importante è vivere di quello che fai, e crederci. L'ho capito dopo, è la mia terapia". "La musica mi ha salvato dal precariato, era quello il mio problema, non il colore della pelle" aggiunge Tommy Kuti.
#R.E.S.P.E.C.T.
"È il riscatto, la salvezza" gli fa eco Abe Kayn, "un introverso come me non riuscirebbe diversamente a raccontare amarezze e sofferenze". "È la cura, non c'è modo più efficace di comunicare le proprie esperienze. Lo scambio di emozioni con il pubblico è esaltante" concorda Laïoung. E ci fa ascoltare un trascinante brano ancora inedito; niente rap, è un rock arrabbiato, si chiama 5€ per morire ("Lascia a me il tuo passaporto / non ti serve se sei morto, / lascia dignità e rispetto / per entrare in questo ghetto. / Nel furgone mezzo rotto / viaggi con altri diciotto, / a raccoglier pomodoro nel tuo lager di lavoro"): "È dedicata a tutti i ragazzi sfruttati dai caporali. L'ho vissuto sulla mia pelle, dalle parti di Nardò, nel 2010. Lavoratori senza identità e senza documenti, una forma di schiavitù che va combattuta".
È ricordando i tempi della scuola che tutti pensano a Rami, il ragazzino che con una telefonata ha salvato i compagni dello scuolabus, esibito come un trofeo dall'Arma dei carabinieri, prima blandito poi sfottuto dal ministro Salvini per aver parlato di ius soli, invitato in troppi talk show insieme al compagno Adam. "È il segno dell'ipocrisia dilagante, la cittadinanza esibita come un premio che si dà e si toglie" protesta Tommy Kuti. "Aveva ragione mio padre: ricordati che noi per avere rispetto e dignità dobbiamo impegnarci tre volte più degli "italiani veri"".
"Con o senza cittadinanza, Rami è un italiano" afferma Abe Kayn, "come anche il conducente; un italiano che ha compiuto un atto terroristico. Se i media e i politici continuano a chiamarlo "il senegalese" vuol dire che c'è un problema, anzi più di uno". Attacca MaRue: "Qual è il sottotesto? Tutti i senegalesi sono potenziali terroristi. Come a dire, se una mamma italiana uccide il suo piccolo, tutte le mamme italiane sono potenziali assassine. C'è un attentato a Parigi e siamo tutti Charlie Hebdo. Giusto. Muoiono migliaia di persone in Siria, le milizie curde tengono sotto scacco l'Isis: lei ha mai letto #sonosiriano o #sonocurdo?". Mahmood conclude: "Il problema è che senza ius soli siamo un popolo diviso".
CHE CORAGGIO QUESTE MADRI
"La mia storia è tipica" racconta Dium, "in molte coppie miste o di immigrati, il padre è sempre in fuga". Ghali ne ha fatto un elemento ricorrente nella sua poetica, ma è quel che raccontano anche MaRue e Amir nelle loro biografie. A Mahmood quel padre assente ha ispirato il successo sanremese: "Ci ha lasciati, si è sposato altre quattro volte dopo il divorzio; non aveva idee chiare neanche sulla religione, con mia madre si sposò col rito cattolico, in Egitto pregava in moschea". La mamma Anna, sarda tenace e instancabile, e la sua grande famiglia di dodici tra fratelli e sorelle, sono state la sua unica certezza. "Per non farmi mancare niente ha sgobbato e non si è rifatta una vita, e questo mi fa sentire un po' colpevole. Ora è il momento di ripagarla". Una leonessa - ce ne sono tante in queste narrazioni.
"La mamma si è tolta il pane di bocca per me, per far crescere questo ragazzone di 2,06 metri" mormora Dium. "Mio padre era un mandingo, lo sa che quelli della sua razza furono i primi a essere prelevati dai mercanti di schiavi?". Racconta Amir: "Mio padre entrava e usciva dal carcere; lui e i suoi amici tagliavano l'eroina in casa. Quella vita lì era una merda, i rapper che la esaltano sui social lo fanno solo per crearsi un personaggio".
"Non ho idoli, a parte mia madre" dice Mosè COV. Si chiama Righat, è arrivata dall'Eritrea che aveva quattordici anni e ha cresciuto tre figli da sola. Una donna eccezionale, un'attivista. Si adopera come può per fornire aiuti, anche economici, alle connazionali in difficoltà. "All'inizio mi diceva: fai quello che ti fa star bene ma parati il culo. Era preoccupata per me, si è commossa quando mi ha visto in tv. Siamo legatissimi, sappiamo entrambi di essere figli di due culture e che all'Africa non rinunceremo mai. Ricordo quando si raccomandava, non star lì a far niente, la noia rende le persone cattive. Ecco, credo che l'Italia si stia annoiando".
Sul Venerdì del 5 aprile 2019
Rapper, trapper, campioni di freestyle, cantanti soul e R&B; fedeli alla linea o abili a spaziare tra i generi. Una realtà, non più un movimento underground; anche il Festival li cerca. A Sanremo Giovani hanno partecipato Symo, Mudimbi (assente sul set che abbiamo allestito a Milano per questa copertina del Venerdì, pausa di riflessione) e Mahmood, che quest'anno ha vinto anche la 69ª edizione. Il suo trionfo e la sua croce. La canzone Soldi è da febbraio prima in classifica; lui da allora si sbatte tra quotidiani, magazine e trasmissioni tv per "certificare" lo status di italiano vero.
Non sarebbe andata così se la politica non ci avesse ficcato il naso. In altri tempi un uomo delle istituzioni si sarebbe congratulato col vincitore (come ha fatto il sindaco di Milano). Questa volta invece il ministro Salvini ha contestato il regolamento messo a punto da Baglioni e detto con chiarezza che la canzone di Mahmood non gli era piaciuta, che per lui - e per l'altro vicepremier Di Maio, che lo ha spalleggiato - il vincitore era quello indicato dal televoto, poi "annacquato" dalle giurie degli esperti radical chic (a Rancore, all'anagrafe Tarek Iurcich, il rapper romano che era ospite di Daniele Silvestri, premiato dalla sala stampa, non ha dato troppa importanza, forse perché invisibile sotto il cappuccio della felpa).
I tweet dei due vicepremier, interpretando il voto dei giornalisti e degli esperti come un messaggio politico, hanno scatenato sui social la reazione dell'Italia opportunamente sobillata con lo spauracchio dell'immigrazione. Come se Mahmood, che in realtà si chiama Alessandro Mahmoud ed è nato a Milano, fosse appena sbarcato da un gommone. "Da quel momento i commenti razzisti sui social - da "tornatene in Egitto" a "africano di merda" - si sono sprecati. Ma il mio Paese è la periferia sud di Milano, dove sono nato e vivo da ventisei anni" ci dice Mahmood con la serenità che le polemiche non hanno mai turbato; gli hater sono in minoranza; i fan gli hanno regalato un bambolotto formato Barbie vestito esattamente come lui all'Ariston.
LEGGI ANCHE: QUANDO I NOSTRI CANTANTI FACEVANO GLI AMERICANI
"La musica è un'arma, per questo cercano di neutralizzarne il messaggio" aggiunge Rancore, che nel brano Il mio quartiere rappava: "C'è un mondo fuori / ma è fuori che fa spavento. / Non so se prendere un autobus verso il centro. / Andarmene verso il centro / ma lì che cazzo c'entro". "Mahmood non c'entra con la politica, eppure qualcuno ha voluto spostare la discussione su discorsi superati, come quello della razza, per distogliere l'attenzione dalla musica. A Sanremo, con Silvestri, io mi sono sentito un sabotatore: lui Morpheus, io Neo di Matrix".
"Mahmood è nella Top 60 globale di Spotify, è il nostro eroe!" esclama Yuman, il giovane artista romano fulminato da Ed Sheeran sulla via dei cantautori. Mahmood e Salvini si sono poi finalmente incontrati a fine marzo al Maurizio Costanzo Show. Il cantante avrebbe parlato volentieri di ius soli, in realtà c'è stato appena il tempo per una stretta di mano. "Speriamo non sia strumentalizzata anche questa" ha commentato il vincitore di Sanremo che, in barba alle polemiche, rappresenterà l'Italia all'Eurofestival il 18 maggio a Tel Aviv.
CITTADINI DEL MONDO
Ognuno di questi artisti, che si danno il cinque e scherzano e si sfottono su questo nostro set fotografico, potrebbe trovarsi nella stessa situazione. "Che cazzata!" esclama Mosè COV, rapper di Milano che con il suo collettivo ha mosso i primi passi da una cantina delle case popolari, zona Maciachini. "Sono nato in questa città, qui ho i miei amici e la mia ragazza. Nel quartiere non mi hanno mai fatto sentire diverso. Se siamo costretti a ribadire di essere "italiani veri", vuol dire che la politica è fragile. La deriva populista ne è la conseguenza".
Cha Cha, fondatore del collettivo multietnico 35 Gang, ha dedicato alla sua Torino il rap che l'ha lanciato ("Lo sai che giro forte a Torino / Con la mia supercar a Torino / Sgaso sopra la tua bitch/ a Torino") "e sono stato ricambiato dalla città con amore. Nel nostro gruppo ci sono ragazzi rumeni, turchi e italiani. Qual è il problema?".
Amir, 40 anni, il più longevo della scena, 346 brani in repertorio, un impegno sociale nelle scuole italiane e nei college newyorchesi a favore dell'integrazione che lo occupa a tempo pieno, ha conosciuto molte stagioni dell'hip hop made in Italy: "È cambiata la politica, il Paese si è fermato, ha fatto dietrofront su tante cose. Nel 2006, quando s'incominciò a parlare di rapper di seconda generazione, dicevano di me quel che oggi scrivono di Mahmood. C'è di buono che i più giovani non devono subire certe umiliazioni; mia madre (italiana) per non farmi sentire diverso, ché ero l'unico "straniero" in classe, mi chiamava Massimo. Oggi la scuola elementare Pisacane di Torpignattara, a Roma, è un fantastico esempio di integrazione".
Chadia Rodriguez, 20 anni, esuberante, carismatica, trasgressiva, è la mascotte del gruppo, uno dei pochi punti di riferimento della scena trap al femminile: ferocia, rabbia, provocazione, c'è questo e di più nelle sue rime esplicite. "Italiana vera? Cittadina del mondo, preferisco. Voglio essere rispettata come essere umano, al di là dell'etnia e del colore della pelle". All'inizio i fan hanno fatto fatica ad accettarla, ma lei è andata avanti: "La chiave per affermare la propria femminilità non è comportarsi da maschio. Sono stata presa di mira dagli hater, mi davano della troia. Io ho metabolizzato tutto in musica e gli ho risputato in faccia il rap Bitch 2.0: Ialla maiale, quante cose che devi imparare / Se hai deciso di usare la lingua per farmi del male / c'era di meglio da fare". Ora le ragazze sono cento per cento dalla sua parte.
"Io sono nato a Bruxelles, una città che non rispecchia certo le mie origini", dice Laïoung, rapper iperattivo cresciuto a Ostuni. "Ho imparato da bambino che dovevo adattarmi. Non l'ho mai vissuto come un problema ma come una sfida. C'è sempre un posto al mondo migliore di quello in cui siamo nati. Ora sto molti mesi negli Stati Uniti, ad Atlanta, capitale mondiale dell'hip hop. L'ignoranza provinciale che ha funestato la mia adolescenza, da quando ho mollato il calcio per fare il musicista, è acqua passata. Ce l'ho fatta da solo, la mia famiglia non mi ha sostenuto né economicamente né moralmente".
MaRue, tre album all'attivo come Maruego, milioni di visualizzazioni su YouTube, il primo a fare uso massiccio dell'autotune, che oggi è uno strumento indispensabile dei trapper, non ha ancora chiesto la cittadinanza italiana. "Conservo il mio passaporto marocchino. Per pigrizia, ma anche perché alla fine sbandierare una nazionalità mi sembra anacronistico. Preferisco pensare di essere senza patria, libero di viaggiare, conoscere, scoprire". La sua storia assomiglia a quella di tanti artisti di seconda generazione: infanzia vissuta tra Casablanca e Milano, padre assente, adolescenza tormentata, integrazione difficile, gavetta snervante fra hashish, arresti e lavori occasionali, amicizia altalenante col "fratello-nemico" Ghali (che ha preferito non partecipare a questo incontro perché, a detta di chi lo rappresenta, "non è il momento per iniziative collettive"). "L'Italia non è razzista" dice MaRue "è solo un Paese poco incline ad accogliere. La gente ragiona per stereotipi: magrebini= spacciatori; europei dell'Est=rapinatori/stupratori; cinesi=ladri di lavoro; senegalesi=braccianti in nero. Trattano gli immigrati come venditori porta a porta: dicono di no ancor prima che parlino".
Sono in molti a raccontare che il Paese è diverso da come l'hanno conosciuto da bambini. "Nella mia scuola il figo della classe era cinese, il bullo era un ragazzo nero e gli alunni rom non erano assolutamente emarginati" racconta Mahmood. "Sì, ora è come se l'Italia si fosse ristretta, lo capisci da come a Roma ti guardano per strada" aggiunge Symo, voce soul e passione mediterranea (ha aperto i concerti di Antonello Venditti cantando Sora Rosa). "Da bambino, Roma era per me il mondo delle favole, classismo e razzismo sono arrivati dopo" dice Yuman. "Adesso basta un taglio di capelli strano per scatenare una reazione, un nero è sempre guardato di traverso". Laïoung è più indulgente: "Dobbiamo perdonare l'ignoranza di chi non ha avuto l'opportunità di conoscere culture diverse, quello che chiamiamo razzismo è solo paura delle diversità".
LASCIATEMI SFOGARE
"Un mulatto è come un cane, da cucciolo tutti vogliono accarezzarlo, da grande lo abbandonano sull'autostrada" ci dice Dium, controverso rapper nel Nordest, amato e odiato nella sua Portogruaro, adottato dai ragazzi di Padova, dove ormai vive in pianta stabile. "Sono stato il primo nero del paese, mi chiamavano Caffè Kimbo". Racconta (e trappa) un passato traumatizzante fatto di emarginazione, umiliazioni, rifiuti. Incomincia a delinquere ancora minorenne, poi furti, risse, spaccio; arresti domiciliari, fuga in Spagna, lunghi mesi in isolamento nella prigione di Trinitat, Barcellona, "un posto in cui entravi delinquente e uscivi criminale" (i particolari, raccapriccianti, li rivela in una storia su YouTube). E adesso? "Adesso mi devo sfogare" sbotta, "non mi vergogno del mio passato, lo traduco in trap. La musica mi fa sentire apprezzato, finalmente a qualcuno importa di me. Ho accumulato tanta di quella rabbia! Merito una ricompensa".
La rabbia è il motore delle rime, del flow (la metrica del rap) ed eventualmente anche del dissing (sfida verbale tra rapper); la sfacciata esibizione che qualcuno fa di preziosi e capi firmati - come Laïoung, il più griffato e ingioiellato di questa comitiva in gita milanese - è un derivato dello stile di vita dei gangsta rap americani della prima ora: veniamo dai ghetti dove c'è solo miseria e violenza; spacciamo per arricchirci e investiamo in musica; distruggiamo il materialismo con l'ipermaterialismo.
"No, a me interessano altre cose" protesta Rancore, "io sto dalla parte di Manu Chao, che mette in musica mille culture. Lo so che il mio nome d'arte suona come una minaccia: l'ho scelto pensando all'infanzia turbata, alle perdite, all'alienazione - il mondo mi ha fatto sentire un alieno, non il Tufello, la periferia romana in cui sono cresciuto. Tirare fuori il rancore sul palco è un modo per ucciderlo, per perdonarmi". Quanto a Laïoung, non fa mistero della sua vanità: "L'ostentazione del lusso è un segno di rivincita; chi è nato ricco non potrà mai capire da dove veniamo noi. Potranno anche sembrare cose superficiali, ma ognuno è libero di scegliere come indossare i propri trofei".
Tommy Kuti è allegro, positivo, erudito, poliglotta, laureato a Cambridge in Scienze della comunicazione. La famiglia, emigrata dalla Nigeria, si sistemò nel quartiere Cinque Continenti di Castiglione delle Stiviere, "un posto abitato solo da immigrati, vivere lì era come avere un marchio. Per reazione, diventai irrequieto, ribelle, fino a quando non ebbi la fortuna di avere un'insegnante che cominciò a interessare la classe alla cultura del mio Paese. E oggi? Sto pagando le conseguenze della politica, esattamente come tutti gli altri italiani; i nostri leader sono in perenne campagna elettorale e la propaganda sortisce i suoi frutti. Il messaggio è: cacciamo gli stranieri e diventeremo ricchi come la Germania".
"Anch'io a scuola ero tutt'altro che docile" incalza Abe Kayn. "Gli insegnanti erano del tutto impreparati, per loro ero solo un rompicoglioni. Di questo parla il mio rap, di rivalsa: voglio sentirmi apprezzato e rispettato. La musica mi ha dato la possibilità di elaborare la rabbia in grinta". MaRue la scuola non l'ha mai finita, ha lavorato per anni in macelleria prima del successo. "Volevo che la gente sapesse che esistevo anch'io. È l'unico modo per far soldi, mi dicevo, ed è andata così, sono riuscito a cambiare il mio stile di vita, dal kebabbaro al ristorante stellato, i gioielli, le ragazze... Ma alla fine l'importante è vivere di quello che fai, e crederci. L'ho capito dopo, è la mia terapia". "La musica mi ha salvato dal precariato, era quello il mio problema, non il colore della pelle" aggiunge Tommy Kuti.
#R.E.S.P.E.C.T.
"È il riscatto, la salvezza" gli fa eco Abe Kayn, "un introverso come me non riuscirebbe diversamente a raccontare amarezze e sofferenze". "È la cura, non c'è modo più efficace di comunicare le proprie esperienze. Lo scambio di emozioni con il pubblico è esaltante" concorda Laïoung. E ci fa ascoltare un trascinante brano ancora inedito; niente rap, è un rock arrabbiato, si chiama 5€ per morire ("Lascia a me il tuo passaporto / non ti serve se sei morto, / lascia dignità e rispetto / per entrare in questo ghetto. / Nel furgone mezzo rotto / viaggi con altri diciotto, / a raccoglier pomodoro nel tuo lager di lavoro"): "È dedicata a tutti i ragazzi sfruttati dai caporali. L'ho vissuto sulla mia pelle, dalle parti di Nardò, nel 2010. Lavoratori senza identità e senza documenti, una forma di schiavitù che va combattuta".
È ricordando i tempi della scuola che tutti pensano a Rami, il ragazzino che con una telefonata ha salvato i compagni dello scuolabus, esibito come un trofeo dall'Arma dei carabinieri, prima blandito poi sfottuto dal ministro Salvini per aver parlato di ius soli, invitato in troppi talk show insieme al compagno Adam. "È il segno dell'ipocrisia dilagante, la cittadinanza esibita come un premio che si dà e si toglie" protesta Tommy Kuti. "Aveva ragione mio padre: ricordati che noi per avere rispetto e dignità dobbiamo impegnarci tre volte più degli "italiani veri"".
"Con o senza cittadinanza, Rami è un italiano" afferma Abe Kayn, "come anche il conducente; un italiano che ha compiuto un atto terroristico. Se i media e i politici continuano a chiamarlo "il senegalese" vuol dire che c'è un problema, anzi più di uno". Attacca MaRue: "Qual è il sottotesto? Tutti i senegalesi sono potenziali terroristi. Come a dire, se una mamma italiana uccide il suo piccolo, tutte le mamme italiane sono potenziali assassine. C'è un attentato a Parigi e siamo tutti Charlie Hebdo. Giusto. Muoiono migliaia di persone in Siria, le milizie curde tengono sotto scacco l'Isis: lei ha mai letto #sonosiriano o #sonocurdo?". Mahmood conclude: "Il problema è che senza ius soli siamo un popolo diviso".
CHE CORAGGIO QUESTE MADRI
"La mia storia è tipica" racconta Dium, "in molte coppie miste o di immigrati, il padre è sempre in fuga". Ghali ne ha fatto un elemento ricorrente nella sua poetica, ma è quel che raccontano anche MaRue e Amir nelle loro biografie. A Mahmood quel padre assente ha ispirato il successo sanremese: "Ci ha lasciati, si è sposato altre quattro volte dopo il divorzio; non aveva idee chiare neanche sulla religione, con mia madre si sposò col rito cattolico, in Egitto pregava in moschea". La mamma Anna, sarda tenace e instancabile, e la sua grande famiglia di dodici tra fratelli e sorelle, sono state la sua unica certezza. "Per non farmi mancare niente ha sgobbato e non si è rifatta una vita, e questo mi fa sentire un po' colpevole. Ora è il momento di ripagarla". Una leonessa - ce ne sono tante in queste narrazioni.
"La mamma si è tolta il pane di bocca per me, per far crescere questo ragazzone di 2,06 metri" mormora Dium. "Mio padre era un mandingo, lo sa che quelli della sua razza furono i primi a essere prelevati dai mercanti di schiavi?". Racconta Amir: "Mio padre entrava e usciva dal carcere; lui e i suoi amici tagliavano l'eroina in casa. Quella vita lì era una merda, i rapper che la esaltano sui social lo fanno solo per crearsi un personaggio".
"Non ho idoli, a parte mia madre" dice Mosè COV. Si chiama Righat, è arrivata dall'Eritrea che aveva quattordici anni e ha cresciuto tre figli da sola. Una donna eccezionale, un'attivista. Si adopera come può per fornire aiuti, anche economici, alle connazionali in difficoltà. "All'inizio mi diceva: fai quello che ti fa star bene ma parati il culo. Era preoccupata per me, si è commossa quando mi ha visto in tv. Siamo legatissimi, sappiamo entrambi di essere figli di due culture e che all'Africa non rinunceremo mai. Ricordo quando si raccomandava, non star lì a far niente, la noia rende le persone cattive. Ecco, credo che l'Italia si stia annoiando".
Sul Venerdì del 5 aprile 2019