CIMITILE (Napoli). "Il nome del paese deriva da cimiterium, perché questo era il cimitero di Nola durante le persecuzioni dei cristiani. Ed essendo un cimitero, il nostro soprannome è calpestasanti". Seduto sul van dello zio Salvatore, Clemente Maccaro, 36 anni, in arte Clementino, entra nel ruolo di guida turistica e ci porta a visitare il suo paese di origine, in provincia di Napoli, accompagnandoci in un piccolo tour dei luoghi in cui ha avuto origine la sua passione per il rap.
"Qui è nato l'hip hop", dirà indicando le panchine sotto casa della nonna, quartiere Gescal, edilizia popolare con vista su palestra abbandonata e chiesa, calcinacci, vetri rotti e graffiti che ricordano una vita fa. "Fra quelli sul muro esterno della palestra ce n'è anche uno mio, per farlo mi sporsi troppo e caddi dal tetto". Di cadute ne racconterà più di una. "A 16 anni, per scherzare, ho fatto un salto sul pavimento bagnato di casa, sono scivolato e mi sono rotto i denti. È stato allora che ho iniziato a rappare".
A marzo 2018, durante un evento pubblico, ha confessato di aver seguito un percorso in una comunità di recupero a causa di una forte dipendenza da cocaina. Poi, proprio a partire da questa esperienza, ha iniziato a scrivere il nuovo album, il sesto della sua carriera, Tarantelle, in uscita il 3 maggio e anticipato da tre canzoni: Gandhi, Un Palmo dal Cielo e Hola (con Nayt).
Sulle copertine dei tre singoli compare sempre una sua foto da bambino: "Vengo dall'era della Kodak e ne avevo tantissime": eccolo mentre mostra i muscoli, sullo sfondo una cucina anni 80, mentre indossa un cappellino da baseball con un adulto fuori campo di cui vediamo solo la mano poggiata sulla sua spalla, mentre è seduto sulle scale di casa della nonna. "Il concept dell'album non è l'infanzia" spiega "ma è il periodo dei sogni, il giro del mondo fatto per diventare ciò che sognavo, tarantelle su tarantelle, cose brutte ma anche cose belle: la corrida di paese dove con mio fratello vincemmo il premio per la miglior canzone, i villaggi vacanze dove facevo l'animatore, il teatro dove ho recitato anche con Pino Quartullo in uno spettacolo tratto da un film, Che ora è? di Ettore Scola - una volta venne a vederci proprio lui, Scola. E poi ricordo le tante jam dove improvvisavo freestyle, partivo con uno zainetto, arrivavo, salivo in piedi su una sedia, c'erano 10 persone, rappavo, scendevo, mangiavo la solita pizza dietro la consolle e ripartivo, il tutto magari per 50 euro spese comprese. Da ragazzini scrivevamo 'lunedì suoniamo a Roma, martedì a Milano'. Facevamo finta di essere famosi. Allo specchio mi vedevo proprio rapper. Immaginavo di essere acclamato dal pubblico. Poi da grande, quando ho scritto O vient mi sono detto: chissà se piacerà. La prima volta che ho visto la gente cantarla a memoria sotto il palco, come si dice da noi, mi è venuto o fridd'n'quoll".
In attesa di una pizza al ristorante, Clementino registra un video per la sua pagina Instagram. Guarda l'obiettivo del telefono e dice: "Raga, un milione di streaming per Gandhi, ma stiamo scherzando? Continuate ad ascoltarlo, se non l'avete ascoltato...aspètt, ma che dico, cancello". Si scusa se durante l'incontro sarà "un poco serio", è influenzato da giorni, non ha dormito. Un attimo dopo riprende vitalità e recita l'inizio di un monologo del comico tedesco dei primi del Novecento Karl Valentin. "Suona come un rap: "Con mani piene di lacrime / prendo la penna / nelle mie mani / e ti scrivo: / perché da tanto tempo non mi hai più scritto /quando ancora l'altro giorno / mi hai scritto che / mi avresti scritto tu se ti scrivevo io?"".
Nel cortile di casa, a ricordargli ciò che ha raggiunto, ha due cani: Teodoro e Luna. "Mi hanno portato fortuna, la mia canzone, Luna, nell'album Mea Culpa, è disco d'oro". La strada da Cimitile l'ha portato a Napoli, poi a vivere a Roma e poi a Milano. "E infine sono tornato a casa. Quello è tutto un giro".
Attraversiamo vie in cui i fogli di giornale sollevati dal vento sono gli unici passanti, in lontananza un cane abbaia, fuori da un bar, fermo in piedi, c'è un uomo. Qualcuno lo chiama col suo soprannome, lui risponde con un cenno del volto. La prima tappa dei ricordi è in un parcheggio all'aperto, fra la sua vecchia scuola e un supermercato. "Questa era la nostra base. Ci venivamo tutti i giorni, non si capisce a fare cosa. All'epoca era abbandonato e quindi eravamo liberi di dipingere sui muri. Avevamo scritto a lettere giganti "Lyrical Drougs", ora non si legge neanche più, il tempo passa".
Passeggiando in questo enorme spiazzo dove oggi si contano tre auto e infiniti posti vuoti, dice: "Qua ho sputato un sacco di rime", come se fossero cose fisiche, ancora presenti, una sopra l'altra sull'asfalto. "Bei periodi, non c'erano problemi e i giubbotti a terra diventavano porte di calcio".
Nella piazza del paese, sotto la statua del milite della Grande guerra, dice: "Il concerto qui in piazza a Cimitile nel 2013 io lo paragono a quello che ho fatto in piazza a Roma il 1° maggio e all'esibizione a Sanremo. Il riscatto da queste parti è una cosa che ti mangia l'anima, qui oltre alla parrocchia, al campetto di calcio e alla festa dei Gigli, non c'è altro e allora dici 'Devo spaccare tutto'".
Sul tavolino del bar Chalet poggia una cartellina gialla. Dentro ci sono una serie di quadernoni su cui ha scritto idee per il nuovo disco. Indica una frase su un foglio, "Tra le quattro pareti con questi miei fratelli", è uno dei 60 testi che ha scritto, ne ha poi scelti 14. "Questa l'ho scritta in comunità, i fratelli erano gli altri ragazzi che erano come me a fare il percorso di disintossicazione e le pareti erano quelle di una sauna, la facevamo ogni giorno per purificarci".
Racconta che nella sua stanza, accanto al letto, aveva ogni mattina un foglio e una penna per appuntarsi i sogni appena fatti. Così è nato il collage di visioni del singolo Un Palmo dal Cielo. "Lì in comunità non bevi alcol, non fumi. Ti svegli presto, la sera sei stanco e lucido e sogni. I primi giorni fai incubi, poi inizi a sognare davvero". Ne elenca alcuni: "Scappavo, non ricordo da cosa e a un certo punto trovavo per terra un libro dalla copertina rossa". "Camminavo al centro di una via e ripassavo un monologo. Dicevo a me stesso, gli faccio il monologo di Cyrano o di Karl Valentin? Non mi devo far trovare impreparato dal regista". "Salvavo la mia famiglia. Saltavo un cancello e c'era mio padre gigantesco. Gli dicevo andiamo, scappiamo". Poi aggiunge: "Una volta mio padre, nel mio periodo di dipendenza, ha sognato che ero morto".
Nel van di Zio Sal, verso il ritorno a casa, riflette: "Quante cazzate ho fatto io nella mia vita, fra'. La prima già la sai, e sto ancora combattendo perché ogni tanto, tac, quando meno te l'aspetti... Cambiamo argomento. Quanti soldi ho buttato, ora potevo avere veramente qualcosa di grande. Non ho saputo trattenere la fama. Entravo in un negozio, vedevo tre paia di scarpe e le volevo tutte. Al ristorante eravamo in venti? Dicevo pago io. Per un periodo sono diventato un cafone arricchito. Ora qui sto bene, torni di nuovo umile, con i piedi per terra".
Ancora una volta, sembra stanco e "un poco serio", poi vede un gruppo di ragazzini attraversare un passaggio a livello. Camminano al centro della strada, uno di loro ha una felpa con dietro scritto "Narcos". Allora Clementino apre la portiera, come fosse un sipario, con un saltello entra in scena e va incontro ai ragazzi imitandoli. Ridendo, gli dice: "Uagliò, ci avete messo paura, mio zio ha fatto marcia indietro". Lo riconoscono, lo salutano imbarazzati, rientra nel furgone. Sipario.
Sul Venerdì del 12 aprile 2019
"Qui è nato l'hip hop", dirà indicando le panchine sotto casa della nonna, quartiere Gescal, edilizia popolare con vista su palestra abbandonata e chiesa, calcinacci, vetri rotti e graffiti che ricordano una vita fa. "Fra quelli sul muro esterno della palestra ce n'è anche uno mio, per farlo mi sporsi troppo e caddi dal tetto". Di cadute ne racconterà più di una. "A 16 anni, per scherzare, ho fatto un salto sul pavimento bagnato di casa, sono scivolato e mi sono rotto i denti. È stato allora che ho iniziato a rappare".
A marzo 2018, durante un evento pubblico, ha confessato di aver seguito un percorso in una comunità di recupero a causa di una forte dipendenza da cocaina. Poi, proprio a partire da questa esperienza, ha iniziato a scrivere il nuovo album, il sesto della sua carriera, Tarantelle, in uscita il 3 maggio e anticipato da tre canzoni: Gandhi, Un Palmo dal Cielo e Hola (con Nayt).
Sulle copertine dei tre singoli compare sempre una sua foto da bambino: "Vengo dall'era della Kodak e ne avevo tantissime": eccolo mentre mostra i muscoli, sullo sfondo una cucina anni 80, mentre indossa un cappellino da baseball con un adulto fuori campo di cui vediamo solo la mano poggiata sulla sua spalla, mentre è seduto sulle scale di casa della nonna. "Il concept dell'album non è l'infanzia" spiega "ma è il periodo dei sogni, il giro del mondo fatto per diventare ciò che sognavo, tarantelle su tarantelle, cose brutte ma anche cose belle: la corrida di paese dove con mio fratello vincemmo il premio per la miglior canzone, i villaggi vacanze dove facevo l'animatore, il teatro dove ho recitato anche con Pino Quartullo in uno spettacolo tratto da un film, Che ora è? di Ettore Scola - una volta venne a vederci proprio lui, Scola. E poi ricordo le tante jam dove improvvisavo freestyle, partivo con uno zainetto, arrivavo, salivo in piedi su una sedia, c'erano 10 persone, rappavo, scendevo, mangiavo la solita pizza dietro la consolle e ripartivo, il tutto magari per 50 euro spese comprese. Da ragazzini scrivevamo 'lunedì suoniamo a Roma, martedì a Milano'. Facevamo finta di essere famosi. Allo specchio mi vedevo proprio rapper. Immaginavo di essere acclamato dal pubblico. Poi da grande, quando ho scritto O vient mi sono detto: chissà se piacerà. La prima volta che ho visto la gente cantarla a memoria sotto il palco, come si dice da noi, mi è venuto o fridd'n'quoll".
In attesa di una pizza al ristorante, Clementino registra un video per la sua pagina Instagram. Guarda l'obiettivo del telefono e dice: "Raga, un milione di streaming per Gandhi, ma stiamo scherzando? Continuate ad ascoltarlo, se non l'avete ascoltato...aspètt, ma che dico, cancello". Si scusa se durante l'incontro sarà "un poco serio", è influenzato da giorni, non ha dormito. Un attimo dopo riprende vitalità e recita l'inizio di un monologo del comico tedesco dei primi del Novecento Karl Valentin. "Suona come un rap: "Con mani piene di lacrime / prendo la penna / nelle mie mani / e ti scrivo: / perché da tanto tempo non mi hai più scritto /quando ancora l'altro giorno / mi hai scritto che / mi avresti scritto tu se ti scrivevo io?"".
Nel cortile di casa, a ricordargli ciò che ha raggiunto, ha due cani: Teodoro e Luna. "Mi hanno portato fortuna, la mia canzone, Luna, nell'album Mea Culpa, è disco d'oro". La strada da Cimitile l'ha portato a Napoli, poi a vivere a Roma e poi a Milano. "E infine sono tornato a casa. Quello è tutto un giro".
Attraversiamo vie in cui i fogli di giornale sollevati dal vento sono gli unici passanti, in lontananza un cane abbaia, fuori da un bar, fermo in piedi, c'è un uomo. Qualcuno lo chiama col suo soprannome, lui risponde con un cenno del volto. La prima tappa dei ricordi è in un parcheggio all'aperto, fra la sua vecchia scuola e un supermercato. "Questa era la nostra base. Ci venivamo tutti i giorni, non si capisce a fare cosa. All'epoca era abbandonato e quindi eravamo liberi di dipingere sui muri. Avevamo scritto a lettere giganti "Lyrical Drougs", ora non si legge neanche più, il tempo passa".
Passeggiando in questo enorme spiazzo dove oggi si contano tre auto e infiniti posti vuoti, dice: "Qua ho sputato un sacco di rime", come se fossero cose fisiche, ancora presenti, una sopra l'altra sull'asfalto. "Bei periodi, non c'erano problemi e i giubbotti a terra diventavano porte di calcio".
Nella piazza del paese, sotto la statua del milite della Grande guerra, dice: "Il concerto qui in piazza a Cimitile nel 2013 io lo paragono a quello che ho fatto in piazza a Roma il 1° maggio e all'esibizione a Sanremo. Il riscatto da queste parti è una cosa che ti mangia l'anima, qui oltre alla parrocchia, al campetto di calcio e alla festa dei Gigli, non c'è altro e allora dici 'Devo spaccare tutto'".
Sul tavolino del bar Chalet poggia una cartellina gialla. Dentro ci sono una serie di quadernoni su cui ha scritto idee per il nuovo disco. Indica una frase su un foglio, "Tra le quattro pareti con questi miei fratelli", è uno dei 60 testi che ha scritto, ne ha poi scelti 14. "Questa l'ho scritta in comunità, i fratelli erano gli altri ragazzi che erano come me a fare il percorso di disintossicazione e le pareti erano quelle di una sauna, la facevamo ogni giorno per purificarci".
Racconta che nella sua stanza, accanto al letto, aveva ogni mattina un foglio e una penna per appuntarsi i sogni appena fatti. Così è nato il collage di visioni del singolo Un Palmo dal Cielo. "Lì in comunità non bevi alcol, non fumi. Ti svegli presto, la sera sei stanco e lucido e sogni. I primi giorni fai incubi, poi inizi a sognare davvero". Ne elenca alcuni: "Scappavo, non ricordo da cosa e a un certo punto trovavo per terra un libro dalla copertina rossa". "Camminavo al centro di una via e ripassavo un monologo. Dicevo a me stesso, gli faccio il monologo di Cyrano o di Karl Valentin? Non mi devo far trovare impreparato dal regista". "Salvavo la mia famiglia. Saltavo un cancello e c'era mio padre gigantesco. Gli dicevo andiamo, scappiamo". Poi aggiunge: "Una volta mio padre, nel mio periodo di dipendenza, ha sognato che ero morto".
Nel van di Zio Sal, verso il ritorno a casa, riflette: "Quante cazzate ho fatto io nella mia vita, fra'. La prima già la sai, e sto ancora combattendo perché ogni tanto, tac, quando meno te l'aspetti... Cambiamo argomento. Quanti soldi ho buttato, ora potevo avere veramente qualcosa di grande. Non ho saputo trattenere la fama. Entravo in un negozio, vedevo tre paia di scarpe e le volevo tutte. Al ristorante eravamo in venti? Dicevo pago io. Per un periodo sono diventato un cafone arricchito. Ora qui sto bene, torni di nuovo umile, con i piedi per terra".
Ancora una volta, sembra stanco e "un poco serio", poi vede un gruppo di ragazzini attraversare un passaggio a livello. Camminano al centro della strada, uno di loro ha una felpa con dietro scritto "Narcos". Allora Clementino apre la portiera, come fosse un sipario, con un saltello entra in scena e va incontro ai ragazzi imitandoli. Ridendo, gli dice: "Uagliò, ci avete messo paura, mio zio ha fatto marcia indietro". Lo riconoscono, lo salutano imbarazzati, rientra nel furgone. Sipario.
Sul Venerdì del 12 aprile 2019