La terza faccia della Lady
Raimondo Bultrini , di RAIMONDO BULTRINIPrima il Nobel per la pace. Poi le accuse sul genocidio dei Rohingya. Chi è davvero Aung San Suu Kyi? Per capirlo siamo andati in Myanmar a parlare con i suoi (ex) amici
RANGOON. "Vuole sapere se sono preoccupato? In teoria mi dovrei sentire più protetto di altri perché appartengo alla stessa categoria di "ex detenuti politici" della nostra leader Aung San Suu Kyi. Ma ogni volta che esco di casa ho paura. Non so se sono il solo. So che altri attivisti dei diritti umani come me, qui in Birmania, sono stati arrestati e minacciati per aver pensato con la propria testa".
Seduto sulla poltroncina di una stanza semivuota nella sua casa di Rangoon, la più grande città del Myanmar, Khin Zaw Win, 62 anni e i capelli tinti come tutti i birmani, offre a ospiti e delegazioni il suo parere come direttore di un istituto, il Tampadipa, che si è occupato spesso di terre sottratte a nativi e contadini, ma soprattutto un po' di tutti i mali di questa transizione dell'ex Birmania, che lui ha visto nascere e ora vede degenerare. Ha mai parlato pubblicamente, gli chiediamo, delle sue paure? "Ne ho …
Seduto sulla poltroncina di una stanza semivuota nella sua casa di Rangoon, la più grande città del Myanmar, Khin Zaw Win, 62 anni e i capelli tinti come tutti i birmani, offre a ospiti e delegazioni il suo parere come direttore di un istituto, il Tampadipa, che si è occupato spesso di terre sottratte a nativi e contadini, ma soprattutto un po' di tutti i mali di questa transizione dell'ex Birmania, che lui ha visto nascere e ora vede degenerare. Ha mai parlato pubblicamente, gli chiediamo, delle sue paure? "Ne ho …
RANGOON. "Vuole sapere se sono preoccupato? In teoria mi dovrei sentire più protetto di altri perché appartengo alla stessa categoria di "ex detenuti politici" della nostra leader Aung San Suu Kyi. Ma ogni volta che esco di casa ho paura. Non so se sono il solo. So che altri attivisti dei diritti umani come me, qui in Birmania, sono stati arrestati e minacciati per aver pensato con la propria testa".
Seduto sulla poltroncina di una stanza semivuota nella sua casa di Rangoon, la più grande città del Myanmar, Khin Zaw Win, 62 anni e i capelli tinti come tutti i birmani, offre a ospiti e delegazioni il suo parere come direttore di un istituto, il Tampadipa, che si è occupato spesso di terre sottratte a nativi e contadini, ma soprattutto un po' di tutti i mali di questa transizione dell'ex Birmania, che lui ha visto nascere e ora vede degenerare. Ha mai parlato pubblicamente, gli chiediamo, delle sue paure? "Ne ho anche scritto. Mi salva il fatto di essere considerato irrimediabilmente controverso, un tipo strano, dunque poco credibile".
Anni di carcere e torture dei dittatori alle spalle, Khin è un visionario e lucido artista del dissenso, tra i primi a mettere in guardia la Birmania e il mondo dalla troppa fascinazione verso il culto della personalità della Lady di Rangoon, Aung San Suu Kyi, la storica ex dissidente oggi al potere. Previde infatti molte delle conseguenze della sua scelta di continuare a centralizzare lo Stato privilegiando l'etnia buddhista di maggioranza birmana, come hanno fatto per decenni i militari. "Recentemente in India qualcuno mi ha chiesto se posso prevedere adesso quanto durerà la transizione birmana verso la democrazia" ci racconta: "Gli ho risposto che il problema non è quanto tempo durerà, ma che tipo di cose si stanno facendo per realizzarla. Alle elezioni del 2015, nei sette territori delle divisioni bamar (birmane, ndr) la Lady ha ottenuto piu del 60 per cento, ma nei sette Stati delle minoranze etniche no. Invece di andare incontro alle loro esigenze di autonomia, ha imposto capi ministri della Lega per la democrazia (Nld) in tutti e quattordici, anche nell'Arakan in guerra, dove l'Nld ha ottenuto tre seggi e il partito regionale invece 20. Non solo. Aung continua a mantenere il silenzio sulle conseguenze dei conflitti, sugli esodi dei profughi musulmani Rohingya, sulle uccisioni di civili anche buddhisti e cristiani da parte degli stessi militari che la tennero prigioniera".
Se Khin non teme l'effetto delle sue parole, più cauto è Shwe Win, pur coraggioso cronista, autore di inchieste scomode e finito con le manette ai polsi meno di due anni fa. "Almeno prima, coi generali, sapevi che non potevi scrivere di niente" ci dice nel suo ufficio nella redazione di Myanmar Now. "Ora nella transizione non ci sono limiti e confini, le linee sono oscure, scriviamo articoli come fossimo ciechi. Ci occupiamo di fatti di cronaca spesso senza capire quale tipo di merda andremo a pestare". Due anni fa Shwe Win è stato arrestato in aeroporto a Rangoon sulla via di Bangkok dopo aver scritto un commento giudicato "diffamatorio" verso il leader religioso del movimento islamofobico Ma Ba Tha. Questo monaco tristemente celebre, di nome U Wirathu, aveva appena esaltato l'omicidio dell'avvocato musulmano Ko Ni, il legale dell'Nld che aveva tentato di modificare la rigida Costituzione voluta dai militari. Il giornalista aveva definito il monaco un "violatore dei principi compassionevoli della religione", e andando in aeroporto si era ritrovato circondato da poliziotti a pochi metri dal marciapiede dove era stato ucciso proprio Ko Ni. Al processo contro i mandanti e i killer finirono alla sbarra solo ex militari, due dei quali poi condannati a morte, e tutti legati al movimento Ma Ba Tha di Wirathu e ai generali del vecchio regime.
Khin Zaw Win non risparmia neppure l'Occidente che parla di diritti umani mentre fa affari coi militari e il governo birmano. "Grazie al nuovo corso democratico una pletora di nazioni ha investito qui anche in settori dove i militari sono ancora accusati di violenze e persecuzioni" ci dice: "La Norvegia, il Paese di quel Nobel per la pace concesso nel 1991 proprio a Aung San Suu Kyi, possiede migliaia di torri con i ripetitori della sua compagnia telefonica governativa, la Telenor, sopra terreni dove ci furono genocidi e stupri. E continua a servire le aree dove migliaia di profughi fuggono ancora dai conflitti armati, come in Arakan, Shan e Kachin. C'è un dossier all'esame dell'Onu su questo caso. Qualche giorno fa nella capitale del Kachin, ai confini con la Cina, una giovane attivista di nome Nang Pu, pluripremiata come eroina dei diritti umani, insieme a due suoi compagni è stata condannata a sei mesi per manifestazione non autorizzata e "diffamazione dell'esercito": solo perché erano andati a chiedere la fine della guerra e un rifugio per le vittime".
Diverse compagnie norvegesi che lavorano a progetti di dighe contestate e nel businness dell'estrazione del petrolio, sono finite in una lista nera di aziende con investimenti in aperta violazione dei diritti umani redatta da Burma Campaign UK. La campagna ha costretto alla marcia indietro molte delle 49 compagnie occidentali finite nel mirino. Dopo la pubblicazione, la francese Engie ha abbandonato il progetto di una grande diga sul fiume Yeywa nello Stato Shan, contestata dai locali e perfino da Lady Suu Kyi, che ha interdetto anche una compagnia norvegese dall'appalto. Ma la Engie cura un altro impianto analogo sul fiume Lemro, a Mrauk U, dove l'esercito indipendentista dell'Arakan combatte in armi quelle che considera le opere dei "colonizzatori birmani". Khin ci spiega che l'ambasciata norvegese a Rangoon, durante la crisi dei Rohingya, era "assistente speciale" delle Nazioni Unite per i diritti umani. Ma se oggi gli organismi Onu locali e internazionali sono sotto indagine per le loro sottovalutazioni, Oslo non ha battuto ciglio nemmeno quando i soldati birmani usarono proprio le torri di Telenor per sparare sugli abitanti musulmani dei villaggi dell'Arakan. "L'ambasciatrice lavora adesso ad alti livelli per la compagnia telefonica".
La scuola di pensiero critico di Khin ha raccolto nell'agorà del suo tinello di Rangoon, e via social, un gruppo di discepoli e discepole ognuno dei quali ha dovuto dimostrare a sua volta coraggio nel trattare temi delicati che possono scatenare sentimenti violenti e contrastanti tra la gente, come il culto di Suu Kyi o l'odio per gli islamici. L'ex monaco U Gambira, "eroe" della Rivoluzione di zafferano del 2007, ha dovuto lasciare il Paese per aver organizzato conferenze contro il fondamentalismo buddhista anti-musulmano.
Il trentenne Thet Swe ha vissuto una gioventù spensierata. Scattata la scintilla della passione civile, giorno e notte si è messo a studiare il caso dei Rohingya, pur sapendo che erano detestati da gran parte della popolazione, buddhista come lui. Secondo le sue deduzioni il genocidio degli islamici in Arakan è stato parte di una strategia studiata fin dal '62, all'inizio della dittatura: "Hanno atteso a lungo il momento propizio per cacciarli e usare le loro terre, ma stavolta ci sono riusciti ottenendo anche l'effetto di aver fatto perdere ad Aung San Suu Kyi l'aureola mondiale di eroe dei diritti umani, mentre a loro spetta il merito di aver aperto il Paese alla democrazia. Il mondo difatti li ha premiati con la fine di molti embarghi e investe come in realtà ha sempre fatto. Vedi l'americana Unocal, la francese Total, compagnie cinesi e di Singapore, della Thailandia, della Malesia, del Giappone". Demonizzare gli investimenti non è però la strategia dei dissidenti. La stessa Burma Campaign UK si è scusata con le "molte persone innocenti" che raccontano di aver perso il lavoro dopo il ritiro di aziende internazionali denunciate nei rapporti. D'altra parte - spiegano i ricercatori-attivisti - "i popoli etnici dicono che stanno perdendo la vita".
In un Paese diviso da guerre, tensioni razziali e religiose e una povertà diffusa che genera cinque milioni di emigrati, non dev'essere stato facile imparare a pensare con la propria testa per una giovane 28enne come l'attivista Shunlei Yi, nata in una famiglia di militari. "Quando c'era ancora il regime" ci spiega in un bar coreano del suo quartiere, "mio padre diceva sempre a tavola che Daw Suu Kyi aveva fatto una cosa scandalosa sposando uno straniero, e che bisognava diffidare anche di tutte le etnie minoritarie. Poi ho incontrato stranieri ed etnici al Centro americano e piano piano mi sono occupata dei diritti anche di chi non era bamar e buddhista come me". Molte vittime delle guerre etniche, e molti abitanti delle terre occupate dai birmani, dice, "hanno problemi mentali, soffrono di depressione, e sarà sempre peggio, perché si continua a imporre la forza invece di capire come risolvere le questioni con la logica. Tra le cose per cui mi batto adesso c'è la fine delle elezioni dei capivillaggi sotto il Dipartimento amministrazione generale (il Gad, un organo dello Stato fino a poche settimane fa in mano ai militari, ndr). Molti candidati sono stati uccisi per questo, ma è difficile parlarne apertamente".
Tabù sono anche temi come l'espropriazione legale delle terre con la nuova legge sui terreni "vacanti, vergini o incolti": "Contadini privi di certificazioni perdono un diritto ancestrale mai scritto, e non a caso succede specialmente nelle terre delle piccole e grandi minoranze in conflitto con la Birmania". Shunlei è spesso ospite di una trasmissione per giovani chiamata Under 30, trasmessa da Mizzima Tv. "Qualche giorno fa" racconta, "mi è capitato di discutere con un mio coetaneo che difendeva Daw Suu Kyi e accusava persone come me di rovinare l'immagine della Birmania nel mondo. È stato molto emotivo, perché cercavo di spiegargli come ero stata a mia volta "devota" alla Madre dei diritti civili e da ragazzina scaricavo tutte le sue foto o frasi da internet, prima di cominciare a pensare con la mia testa e vedere la direzione sbagliata che aveva preso".
Khin Zaw spiegò in tempi non sospetti come il fallimento della vera "riconciliazione" sia stato ostacolato non solo dalle leggi costituzionali e dai comportamenti dei militari, ma anche dalla centralizzazione imposta da Suu Kyi al governo civile e alla totalità del partito Nld, vincolati al segreto specialmente con la stampa.
Oggi tra la Lady e i militari, secondo Khin, è in corso un tira e molla a colpi di piccole concessioni e controconcessioni, ma il sogno del capo dell'esercito di ottenere la presidenza potrebbe infrangersi con il suo probabile rinvio a una Corte internazionale di giustizia per il genocidio dei Rohingya, trasformandolo nel Pinochet dell'Asia. Forse anche per questo Suu Kyi ha preso coraggio e lo ha sfidato per la prima volta, nominando in parlamento a febbraio un Comitato parlamentare per i cambiamenti alla Costituzione scritta dai militari nel 2008.
"Siamo a poco più di un anno dalle prossime elezioni politiche" spiega Khin, "e l'Nld vuole solo far vedere che intende sfidare concretamente l'esercito per non perdere credibilità. Ma se in ogni Paese ci sono costituzioni soggette a emandamenti, qui è scritta su pietra, e serve il 75 per cento dei deputati più uno per cambiarla. Infatti esercito e partiti collegati hanno reagito facendo scudo all'ipotesi di grosse modifiche". Non crede, gli chiediamo, che Lady Suu Kyi voglia mettere mano seriamente alle riforme che tra l'altro le impediscono di diventare presidente? "Avrebbe potuto nominare il comitato appena insediata o poco dopo. Ha aspettato la vigilia del voto per avviare uno studio e una trattativa che richiederanno anni. Se me lo chiedessero ancora, direi che la transizione non ha fretta, ma che potrebbe anche interrompersi, qualora i militari si sentissero minacciati dalla loro partner governativa. Per questo non giudichiamola troppo severamente. Se non si è liberata delle paure avrà capito che qui non è la sola".
Sul Venerdì del 5 aprile 2019
Seduto sulla poltroncina di una stanza semivuota nella sua casa di Rangoon, la più grande città del Myanmar, Khin Zaw Win, 62 anni e i capelli tinti come tutti i birmani, offre a ospiti e delegazioni il suo parere come direttore di un istituto, il Tampadipa, che si è occupato spesso di terre sottratte a nativi e contadini, ma soprattutto un po' di tutti i mali di questa transizione dell'ex Birmania, che lui ha visto nascere e ora vede degenerare. Ha mai parlato pubblicamente, gli chiediamo, delle sue paure? "Ne ho anche scritto. Mi salva il fatto di essere considerato irrimediabilmente controverso, un tipo strano, dunque poco credibile".
Anni di carcere e torture dei dittatori alle spalle, Khin è un visionario e lucido artista del dissenso, tra i primi a mettere in guardia la Birmania e il mondo dalla troppa fascinazione verso il culto della personalità della Lady di Rangoon, Aung San Suu Kyi, la storica ex dissidente oggi al potere. Previde infatti molte delle conseguenze della sua scelta di continuare a centralizzare lo Stato privilegiando l'etnia buddhista di maggioranza birmana, come hanno fatto per decenni i militari. "Recentemente in India qualcuno mi ha chiesto se posso prevedere adesso quanto durerà la transizione birmana verso la democrazia" ci racconta: "Gli ho risposto che il problema non è quanto tempo durerà, ma che tipo di cose si stanno facendo per realizzarla. Alle elezioni del 2015, nei sette territori delle divisioni bamar (birmane, ndr) la Lady ha ottenuto piu del 60 per cento, ma nei sette Stati delle minoranze etniche no. Invece di andare incontro alle loro esigenze di autonomia, ha imposto capi ministri della Lega per la democrazia (Nld) in tutti e quattordici, anche nell'Arakan in guerra, dove l'Nld ha ottenuto tre seggi e il partito regionale invece 20. Non solo. Aung continua a mantenere il silenzio sulle conseguenze dei conflitti, sugli esodi dei profughi musulmani Rohingya, sulle uccisioni di civili anche buddhisti e cristiani da parte degli stessi militari che la tennero prigioniera".
Se Khin non teme l'effetto delle sue parole, più cauto è Shwe Win, pur coraggioso cronista, autore di inchieste scomode e finito con le manette ai polsi meno di due anni fa. "Almeno prima, coi generali, sapevi che non potevi scrivere di niente" ci dice nel suo ufficio nella redazione di Myanmar Now. "Ora nella transizione non ci sono limiti e confini, le linee sono oscure, scriviamo articoli come fossimo ciechi. Ci occupiamo di fatti di cronaca spesso senza capire quale tipo di merda andremo a pestare". Due anni fa Shwe Win è stato arrestato in aeroporto a Rangoon sulla via di Bangkok dopo aver scritto un commento giudicato "diffamatorio" verso il leader religioso del movimento islamofobico Ma Ba Tha. Questo monaco tristemente celebre, di nome U Wirathu, aveva appena esaltato l'omicidio dell'avvocato musulmano Ko Ni, il legale dell'Nld che aveva tentato di modificare la rigida Costituzione voluta dai militari. Il giornalista aveva definito il monaco un "violatore dei principi compassionevoli della religione", e andando in aeroporto si era ritrovato circondato da poliziotti a pochi metri dal marciapiede dove era stato ucciso proprio Ko Ni. Al processo contro i mandanti e i killer finirono alla sbarra solo ex militari, due dei quali poi condannati a morte, e tutti legati al movimento Ma Ba Tha di Wirathu e ai generali del vecchio regime.
Khin Zaw Win non risparmia neppure l'Occidente che parla di diritti umani mentre fa affari coi militari e il governo birmano. "Grazie al nuovo corso democratico una pletora di nazioni ha investito qui anche in settori dove i militari sono ancora accusati di violenze e persecuzioni" ci dice: "La Norvegia, il Paese di quel Nobel per la pace concesso nel 1991 proprio a Aung San Suu Kyi, possiede migliaia di torri con i ripetitori della sua compagnia telefonica governativa, la Telenor, sopra terreni dove ci furono genocidi e stupri. E continua a servire le aree dove migliaia di profughi fuggono ancora dai conflitti armati, come in Arakan, Shan e Kachin. C'è un dossier all'esame dell'Onu su questo caso. Qualche giorno fa nella capitale del Kachin, ai confini con la Cina, una giovane attivista di nome Nang Pu, pluripremiata come eroina dei diritti umani, insieme a due suoi compagni è stata condannata a sei mesi per manifestazione non autorizzata e "diffamazione dell'esercito": solo perché erano andati a chiedere la fine della guerra e un rifugio per le vittime".
Diverse compagnie norvegesi che lavorano a progetti di dighe contestate e nel businness dell'estrazione del petrolio, sono finite in una lista nera di aziende con investimenti in aperta violazione dei diritti umani redatta da Burma Campaign UK. La campagna ha costretto alla marcia indietro molte delle 49 compagnie occidentali finite nel mirino. Dopo la pubblicazione, la francese Engie ha abbandonato il progetto di una grande diga sul fiume Yeywa nello Stato Shan, contestata dai locali e perfino da Lady Suu Kyi, che ha interdetto anche una compagnia norvegese dall'appalto. Ma la Engie cura un altro impianto analogo sul fiume Lemro, a Mrauk U, dove l'esercito indipendentista dell'Arakan combatte in armi quelle che considera le opere dei "colonizzatori birmani". Khin ci spiega che l'ambasciata norvegese a Rangoon, durante la crisi dei Rohingya, era "assistente speciale" delle Nazioni Unite per i diritti umani. Ma se oggi gli organismi Onu locali e internazionali sono sotto indagine per le loro sottovalutazioni, Oslo non ha battuto ciglio nemmeno quando i soldati birmani usarono proprio le torri di Telenor per sparare sugli abitanti musulmani dei villaggi dell'Arakan. "L'ambasciatrice lavora adesso ad alti livelli per la compagnia telefonica".
La scuola di pensiero critico di Khin ha raccolto nell'agorà del suo tinello di Rangoon, e via social, un gruppo di discepoli e discepole ognuno dei quali ha dovuto dimostrare a sua volta coraggio nel trattare temi delicati che possono scatenare sentimenti violenti e contrastanti tra la gente, come il culto di Suu Kyi o l'odio per gli islamici. L'ex monaco U Gambira, "eroe" della Rivoluzione di zafferano del 2007, ha dovuto lasciare il Paese per aver organizzato conferenze contro il fondamentalismo buddhista anti-musulmano.
Il trentenne Thet Swe ha vissuto una gioventù spensierata. Scattata la scintilla della passione civile, giorno e notte si è messo a studiare il caso dei Rohingya, pur sapendo che erano detestati da gran parte della popolazione, buddhista come lui. Secondo le sue deduzioni il genocidio degli islamici in Arakan è stato parte di una strategia studiata fin dal '62, all'inizio della dittatura: "Hanno atteso a lungo il momento propizio per cacciarli e usare le loro terre, ma stavolta ci sono riusciti ottenendo anche l'effetto di aver fatto perdere ad Aung San Suu Kyi l'aureola mondiale di eroe dei diritti umani, mentre a loro spetta il merito di aver aperto il Paese alla democrazia. Il mondo difatti li ha premiati con la fine di molti embarghi e investe come in realtà ha sempre fatto. Vedi l'americana Unocal, la francese Total, compagnie cinesi e di Singapore, della Thailandia, della Malesia, del Giappone". Demonizzare gli investimenti non è però la strategia dei dissidenti. La stessa Burma Campaign UK si è scusata con le "molte persone innocenti" che raccontano di aver perso il lavoro dopo il ritiro di aziende internazionali denunciate nei rapporti. D'altra parte - spiegano i ricercatori-attivisti - "i popoli etnici dicono che stanno perdendo la vita".
In un Paese diviso da guerre, tensioni razziali e religiose e una povertà diffusa che genera cinque milioni di emigrati, non dev'essere stato facile imparare a pensare con la propria testa per una giovane 28enne come l'attivista Shunlei Yi, nata in una famiglia di militari. "Quando c'era ancora il regime" ci spiega in un bar coreano del suo quartiere, "mio padre diceva sempre a tavola che Daw Suu Kyi aveva fatto una cosa scandalosa sposando uno straniero, e che bisognava diffidare anche di tutte le etnie minoritarie. Poi ho incontrato stranieri ed etnici al Centro americano e piano piano mi sono occupata dei diritti anche di chi non era bamar e buddhista come me". Molte vittime delle guerre etniche, e molti abitanti delle terre occupate dai birmani, dice, "hanno problemi mentali, soffrono di depressione, e sarà sempre peggio, perché si continua a imporre la forza invece di capire come risolvere le questioni con la logica. Tra le cose per cui mi batto adesso c'è la fine delle elezioni dei capivillaggi sotto il Dipartimento amministrazione generale (il Gad, un organo dello Stato fino a poche settimane fa in mano ai militari, ndr). Molti candidati sono stati uccisi per questo, ma è difficile parlarne apertamente".
Tabù sono anche temi come l'espropriazione legale delle terre con la nuova legge sui terreni "vacanti, vergini o incolti": "Contadini privi di certificazioni perdono un diritto ancestrale mai scritto, e non a caso succede specialmente nelle terre delle piccole e grandi minoranze in conflitto con la Birmania". Shunlei è spesso ospite di una trasmissione per giovani chiamata Under 30, trasmessa da Mizzima Tv. "Qualche giorno fa" racconta, "mi è capitato di discutere con un mio coetaneo che difendeva Daw Suu Kyi e accusava persone come me di rovinare l'immagine della Birmania nel mondo. È stato molto emotivo, perché cercavo di spiegargli come ero stata a mia volta "devota" alla Madre dei diritti civili e da ragazzina scaricavo tutte le sue foto o frasi da internet, prima di cominciare a pensare con la mia testa e vedere la direzione sbagliata che aveva preso".
Khin Zaw spiegò in tempi non sospetti come il fallimento della vera "riconciliazione" sia stato ostacolato non solo dalle leggi costituzionali e dai comportamenti dei militari, ma anche dalla centralizzazione imposta da Suu Kyi al governo civile e alla totalità del partito Nld, vincolati al segreto specialmente con la stampa.
Oggi tra la Lady e i militari, secondo Khin, è in corso un tira e molla a colpi di piccole concessioni e controconcessioni, ma il sogno del capo dell'esercito di ottenere la presidenza potrebbe infrangersi con il suo probabile rinvio a una Corte internazionale di giustizia per il genocidio dei Rohingya, trasformandolo nel Pinochet dell'Asia. Forse anche per questo Suu Kyi ha preso coraggio e lo ha sfidato per la prima volta, nominando in parlamento a febbraio un Comitato parlamentare per i cambiamenti alla Costituzione scritta dai militari nel 2008.
"Siamo a poco più di un anno dalle prossime elezioni politiche" spiega Khin, "e l'Nld vuole solo far vedere che intende sfidare concretamente l'esercito per non perdere credibilità. Ma se in ogni Paese ci sono costituzioni soggette a emandamenti, qui è scritta su pietra, e serve il 75 per cento dei deputati più uno per cambiarla. Infatti esercito e partiti collegati hanno reagito facendo scudo all'ipotesi di grosse modifiche". Non crede, gli chiediamo, che Lady Suu Kyi voglia mettere mano seriamente alle riforme che tra l'altro le impediscono di diventare presidente? "Avrebbe potuto nominare il comitato appena insediata o poco dopo. Ha aspettato la vigilia del voto per avviare uno studio e una trattativa che richiederanno anni. Se me lo chiedessero ancora, direi che la transizione non ha fretta, ma che potrebbe anche interrompersi, qualora i militari si sentissero minacciati dalla loro partner governativa. Per questo non giudichiamola troppo severamente. Se non si è liberata delle paure avrà capito che qui non è la sola".
Sul Venerdì del 5 aprile 2019