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Bill Keller (Todd Heisler / The New York Times) 

Bill Keller, dalla direzione del "New York Times" a Sing Sing

Un quarto della popolazione carceraria mondiale è negli Usa. Com'è potuto accadere? Lo abbiamo chiesto a chi ha fondato una ong per "creare un senso di urgenza nazionale sullo stato del sistema di giustizia criminale"
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Nella classifica dei tanti possibili sinonimi di "inferno in terra", l'A.D.X. Florence si piazza discretamente bene. La specialità del penitenziario di massima sicurezza del Colorado è l'isolamento fino a 24 ore al giorno contro le sole 23 degli altri supermax. Ma se questo trattamento è riservato all'élite criminale, anche gli altri carcerati americani non se la passano troppo meglio. Per cominciare sono tantissimi: 2,2 milioni nel 2016, poco meno dell'1 per cento della popolazione, a cui vanno sommati quasi altri cinque in vari regimi di libertà vigilata. Così, con solo il 4 per cento della popolazione mondiale, gli Stati Uniti conquistano il triste record di averne un quarto di quella al gabbio. Com'è stato possibile? Ne abbiamo parlato con Bill Keller che, dopo la direzione del New York Times, ha fondato e dirige (ancora per poco) il Marshall Project, una ong la cui missione è "creare un sen…
Nella classifica dei tanti possibili sinonimi di "inferno in terra", l'A.D.X. Florence si piazza discretamente bene. La specialità del penitenziario di massima sicurezza del Colorado è l'isolamento fino a 24 ore al giorno contro le sole 23 degli altri supermax. Ma se questo trattamento è riservato all'élite criminale, anche gli altri carcerati americani non se la passano troppo meglio. Per cominciare sono tantissimi: 2,2 milioni nel 2016, poco meno dell'1 per cento della popolazione, a cui vanno sommati quasi altri cinque in vari regimi di libertà vigilata. Così, con solo il 4 per cento della popolazione mondiale, gli Stati Uniti conquistano il triste record di averne un quarto di quella al gabbio. Com'è stato possibile? Ne abbiamo parlato con Bill Keller che, dopo la direzione del New York Times, ha fondato e dirige (ancora per poco) il Marshall Project, una ong la cui missione è "creare un senso di urgenza nazionale sullo stato del sistema di giustizia criminale". Vasto programma.

È raro leggere di carcerati sui giornali. Come le è venuto in mente di occuparsi di loro?
"È vero, i pubblicitari stanno alla larga dai carcerati e quindi anche i giornali. Quindi la gente non presta loro attenzione. Noi abbiamo provato  a contrastare questo stato di cose e devo dire che qualcosa è successo se, nella pletora di candidati presidenziali democratici, sia Kamala Harris che Amy Klobuchar che Cary Booker si vantano tutti dei loro risultati nel settore della giustizia criminale. Non sarebbe mai successo prima. Non è tutto merito nostro, ovviamente, ma abbiamo dato una mano".

Come si convince un lettore a interessarsi a come vengono trattati omicidi e stupratori?
"Mettendo una faccia sugli enormi numeri che citava. È l'unico modo per innescare l'empatia. La via più facile è trovare un innocente che magari si è fatto 10-15 anni dentro. Per i colpevoli, la stragrande maggioranza, è più difficile, ma pensi cosa può fare un bravo scrittore nel descrivere l'isolamento in una cella 3 metri per 2. Una rubrica molto popolare sul nostro sito è Life inside, ovvero la vita raccontata da prigionieri, secondini, familiari. E poi hanno creato dibattito alcuni nostri servizi sulle prigioni tedesche e norvegesi che, in confronto alle nostre, sembrano dormitori universitari. Costano meno e funzionano molto meglio".

La popolazione carceraria è quadrupla rispetto a quella dei primi anni 80. Cosa ha determinato il big bang?
"L'inizio lo anticiperei alla war on drugs inaugurata da Nixon nel '71. Prendersela soprattutto con i consumatori di crack voleva dire mirare ai neri e agli ispanici, cosa che è valsa importanti dividendi elettorali. In The New Jim Crow Michelle Alexander sostiene che il sistema carcerario è una nuova forma di schiavismo".  

Ma l'aberrante regola dei three strikes you're out, per cui bastava compiere tre reati perché buttassero la chiave, è del '94, epoca Clinton, e ha raddoppiato il numero degli ergastolani.
"È senz'altro vero. Per molti osservatori, Clinton è il principale colpevole in questa storia".

E Donald Trump come si comporta?
"Da una parte ha passato il First Step Act, che apporta alcuni miglioramenti nelle condizioni dei condannati. Dall'altra, ha creato un sistema detentivo parallelo, quello dei migranti arrestati, che è agghiacciante e peggiora il sovraffollamento che già lamentavamo".

Tra l'altro, come il vostro sistema sanitario, ha il doppio svantaggio di essere carissimo e con risultati pessimi.
"Il bilancio ufficiale è di 80 miliardi di dollari all'anno. Ma i costi sociali complessivi, compresi i sussidi a chi esce e non trova lavoro o gli istituti per i figli dei detenuti, sono stati quantificati in un trilione di dollari".

Se diventasse segretario alla giustizia, che farebbe?
"Partirei dai procuratori. Il pallottoliere del loro valore è il numero di condanne e la loro durata. Unità di misura sbagliate. Cambierei le leggi sul mandatory minimum sentencing che obbligano i giudici a infliggere pene troppo alte. Bisognerebbe riscrivere la giustizia minorile e rivedere le pene sulla droga".

Sta per lasciare il Marshall Project: che farà?
"Credo che scriverò un libro. Terrò un corso a Princeton. E dovrei insegnare nel carcere di Sing Sing: sono stati cinque anni appassionanti e non intendo chiudere con le prigioni. Lascio una redazione di quaranta persone, giovani e altamente motivate. Addirittura in espansione: cercano quattro giornalisti".

Sul Venerdì del 12 aprile 2019