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Martin Amis nel 2010 (Pal Hansen/ Contour by Getty Images) 

Dal nostro inviato Martin Amis

Teste coronate, poker e pornostar, ma anche la psiche di The Donald e la seconda vita di John Travolta. Un'irresistibile raccolta di articoli di un reporter molto speciale. Intervista
6 minuti di lettura
Dalla regina Elisabetta ("che l'unica volta che si è comportata male in pubblico è stato nel giorno del suo battesimo" piangendo per tutto il tempo) alla pornostar Chloe ("La targa della sua macchina è: STRNL. "Va letto Straight to anal"" e non ha bisogno di spiegazioni). Dalla "bizzarra misoginia condita di avarizia" dell'immenso Philip Larkin all'ineffabile psiche di Donald Trump, la cui dote maggiore è forse "un istinto da coccodrillo per le prede inerti, preferibilmente moribonde". Passando dalla seconda vita professionale di John Travolta ("è talmente un'icona che ti stupisci che non sia morto. Ma non è morto, non più", fino all'omaggio all'amico di sempre Christopher Hitchens, "una specie di Google umano" capace di battute definitive come la bomba all'idrogeno sganciata sul pastore Jerry Falwell ("Se prima gli facessimo un cliste…
Dalla regina Elisabetta ("che l'unica volta che si è comportata male in pubblico è stato nel giorno del suo battesimo" piangendo per tutto il tempo) alla pornostar Chloe ("La targa della sua macchina è: STRNL. "Va letto Straight to anal"" e non ha bisogno di spiegazioni). Dalla "bizzarra misoginia condita di avarizia" dell'immenso Philip Larkin all'ineffabile psiche di Donald Trump, la cui dote maggiore è forse "un istinto da coccodrillo per le prede inerti, preferibilmente moribonde". Passando dalla seconda vita professionale di John Travolta ("è talmente un'icona che ti stupisci che non sia morto. Ma non è morto, non più", fino all'omaggio all'amico di sempre Christopher Hitchens, "una specie di Google umano" capace di battute definitive come la bomba all'idrogeno sganciata sul pastore Jerry Falwell ("Se prima gli facessimo un clistere, lo potremmo seppellire in una scatola di fiammiferi").

La realtà è che si potrebbe scrivere, forse sarebbe addirittura meglio, di L'attrito del tempo (Einaudi, pp. 392, euro 22), solo tagliando e incollando frammenti da questa formidabile raccolta di reportage e saggi scritti da Martin Amis dal 1986 al 2016. Il danno collaterale sarebbe però uno spoiler su vasta scala di cui non vogliamo renderci responsabili. La conversazione è stata quasi divertente quanto il libro, a proposito della cui scrittura calza l'aggettivo nabokoviano che Amis riserva al solito Larkin: "mnemogenico", capace di creare a ripetizione passaggi memorabili.

Da otto anni ormai Amis ha lasciato Londra per trasferirsi a Brooklyn. Aveva già vissuto in America da piccolo, seguendo il padre Kingsley, celebre scrittore a sua volta, che insegnava alla Vanderbilt University in un'epoca in cui, quando chiese se ci fossero studenti di colore, "gli fu risposto con estrema serietà "Ma certo. Si chiama Moore"".

Tre pezzi diversi raccontano di altrettante campagne elettorali, tutte narrate dal punto di vista repubblicano. Perché non gli interessano altrettanto i democratici? "Beh, perché sono sani di mente e interessati a governare. Entrambe faccende piuttosto noiose. Mentre gli altri, come tutti i personaggi folli, stupidi o aggressivi sono molto più divertenti da raccontare. L'ha spiegato bene il critico francese Henry de Montherlant: 'Bontà e felicità sono come vernice bianca sulla pagina: non si vedono'. Cattiveria e disperazione invece sono neri, si leggono benissimo".

Il campione di questa tavolozza cupa è ovviamente l'attuale inquilino della Casa Bianca. "Nell'arco degli ultimi trent'anni Trump, dal punto di vista cognitivo e umano, ha subito un atroce declino" giura Amis. Lo scrittore basa la sua diagnosi sull'analisi del testo di due libri firmati, con ampio intervallo, dall'ex imprenditore. Dice: "Le frasi che Trump scrive sono diverse da quelle che pronuncia: quando parla, ogni frase contiene in genere otto o nove errori. Le frasi che scrive o che detta cercano di fare qualcosa di più sottile: molto spesso sono prive di quell'ingrediente che va sotto il nome di contenuto". Per non dire dell'uso rivelatore di parlare di sé in terza persona e altri sintomi della personalità narcisistica, l'enorme insicurezza rivelata dal desiderio di piacere a tutti e via enumerando.

È davvero convinto che l'uomo più potente del mondo non ci sia più tanto con la testa? "Le prove continuano ad accumularsi. Ha visto il video della sua dichiarazione sull'esito dell'investigazione Mueller? Gongolando per il risultato ha detto che adesso i giornalisti dovrebbero occuparsi delle arance (oranges) del caso, mentre voleva dire origins. Non l'ha detto una volta, l'ha ripetuto due. E poi ha trovato una parafrasi ("come è iniziata") ma, dopo un po' ha provato a dirlo una terza volta e ha ripetuto "arance". E a quel punto un'espressione di panico si è impadronita del suo volto. È stata l'unica volta, e non credevo sarebbe mai successo, che mi è dispiaciuto per lui. Capitava una settimana fa. Spunto ghiottissimo per i late night show ma pochi giornali l'hanno preso con la dovuta serietà. Eppure l'uomo occupa una posizione da cui può fare cose terribili. Tipo iniziare una nuova guerra. Per non dire delle migliaia di persone che sono già morte per effetto delle sue politiche".

Gli angoli d'attacco che sceglie per penetrare le difese di un Paese al tempo stesso magnifico e terrificante seguono di frequente, per il fine laureato di Oxford, una prospettiva pop. Da pokerista non disprezzabile osserva costernato Las Vegas, il cui visitatore tipo spesso assomiglia a una fan che incontra e che "a furia di mangiare è finita su una sedia a rotelle: braccia grosse come gambe, gambe grosse come busti e il busto una sorta di orgia sfinita".
Poi va su un set porno nella San Fernando Valley dove il regista di culto John Stagliano gli spiega, con la solennità di una rivelazione biblica, la differenza tra sesso vaginale e anale ("Nel secondo 'viene fuori la vera personalità dell'attrice!'. E infatti è proprio la personalità dell'attrice che gli spettatori del porno vogliono vedere"). Visitare l'industria dell'hard, come aveva già notato mirabilmente David Foster Wallace in un reportage analogo, significa "entrare in una zona de-ironizzata". Amis condivide: "Basterebbe una risata per far venir giù tutto. Tantopiù nei feature, quei film in cui i registi provano rocambolescamente a rimpannucciare una storia intorno alle scene esplicite. Come insegnava Clive James, senso dell'umorismo e buonsenso sono la stessa cosa, solo che si muovono a velocità differenti. Per questo non ci si dovrebbe affatto fidare delle persone che non hanno senso dell'umorismo. E come se fossero dislessici, una parte del loro cervello non legge l'ironia. Ciò è terribilmente evidente nel porno. Se avessero senso dell'umorismo non farebbero quello che fanno".

Infine destinazione Hollywood, prendendo l'uscita Travolta. Nella classifica personale del vostro cronista è il pezzo più spumeggiante. Supera, se possibile, l'altro gran classico del new journalism che risponde al titolo di Frank Sinatra ha il raffreddore, del titano Gay Talese. Quando lo incontra, a casa sua, Amis nota per prima cosa che "le palpebre degli attori si muovono solo se l'attore dice loro di farlo, e le palpebre di Travolta rimangono ferme". Ma perché ha voluto scrivere proprio di lui? "Era stato la stella più splendente del firmamento cinamatografico, ma aveva avuto vita breve: da gigante blu a buco nero. E stava, che ci crediate o meno, per girare un film su dei cani parlanti quando Tarantino lo convocò per resuscitarlo. Però, dopo un incontro di 12 ore, l'attore non era ancora sicuro al 100 per cento se fosse il caso di accettare l'offerta o piuttosto restare coi cani. Questa mancanza di discernimento era molto affascinante, prima di conoscerlo. Poi ho scoperto altre cose. Le star che avevo conosciuto erano folli. Dopo un po', a forza di guardarsi in uno schermo largo 15 metri anche il loro ego raggiungeva quelle dimensioni. Non Travolta. È estremamente per bene, gentile e ha dimostrato una generosità rara col suo tempo, al punto che ho cenato con lui tre volte. Per non dire che è un attore straordinario. Ciò ha molto a che fare con la capacità di concentrazione. Come lui ce l'ha Daniel Day-Lewis. Se invece mettete accanto, in due versioni di Dracula, Keanu Reeves, la cui voce scivola e sbanda da tutte le parti nel tentare invano di riprodurre un accento britannico, e Gary Oldman, beh vi rendete conto di ciò di cui sto parlando".

Due ultimi dettagli. Il primo è quando sul set compare una macchina con autista per accompagnarli, immagina Amis, alla roulotte di Travolta ("per farci risparmiare una passeggiata di tre minuti. Scopro che invece la nostra destinazione è l'ascensore, che si trova a centocinquanta metri a piedi da dove siamo"). Il secondo riguarda Jett, il figliolino della star con "ciglia lunghe tre centimetri" ritratto, come un bizzoso regnante a Versailles, nel "suo personale Paese delle Meraviglie, dove la servitù gli porta piatti di tempura di gamberi".

Cosa accomuna questi pezzi apparentemente idiosincratici? Il denaro, il vero mastice che rende gli Stati uniti una singola nazione. E Money è anche il titolo di uno dei primi acclamati romanzi di Amis. Dice, sapendo di parafrasare l'ovvio: "Tutto è dettato dal denaro. Fanno ogni cosa per interpretare e seguire il mercato, fermandosi giusto un attimo prima dell'illegalità".

L'incontro più ravvicinato con Mammona per lui avviene in ospedale: "Sono un tardo-sessantenne (70 l'anno prossimo) e ci sono stato un paio di volte. È un'esperienza assolutamente intimidente, spaventevole, deprimente. E sono sicuro che sia uno dei motivi per cui l'aspettativa di vita degli americani è molto più bassa della nostra europea. Un sistema sanitario che è al trentaseiesimo posto quanto a efficienza e primo quanto a costi. Il disastroso risultato di un'attitudine superstiziosa nei confronti del ruolo del governo. Un sospetto condiviso anche da grandi come John Updike che una volta mi spiegò che un sistema pubblico, che non permetteva di scegliere da chi farsi curare, era profondamente non-americano. Ci vorrà molto tempo prima che si rendano conto di quanto incasinato e disumano sia. E comunque è la prova finale, assieme all'istruzione, di come qui il profitto regni in tutti i posti sbagliati, quelli da cui dovrebbe proprio stare alla larga".

Né la raccolta né la nostra conversazione è rimasta rinchiusa nel perimetro geografico americano. Non comprerebbe un'auto usata dal laburista inglese Jeremy Corbyn ("Non credo che abbia avuto un pensiero nuovo da quando era ragazzo, che è un difetto piuttosto schiacciante"). Quanto alle tante polemiche in cui, negli anni, si è trovato al centro (misoginia, islamofobia che lui rettifica in "islamistofobia", eutanasia per tutti), le liquida con una metaforica alzata di spalle tirando in ballo il perdurante confronto che la stampa britannica farebbe con il mito del padre: "Abbiamo all'attivo lo stesso numero di libri. Il primo io l'ho scritto quando avevo dodici anni meno di lui. Non credo esista, in tutte le lingue, un caso di padre-figlio romanzieri che sono sostanzialmente pari" (Dove il punto stupefacente è che un uomo tanto luminosamente intelligente e di successo sia ancora impigliato in questa contabilità).

Qualche anno fa, all'indomani della morte dell'adorato Saul Bellow, aveva descritto il podio dei suoi colleghi preferiti viventi: Updike, Roth e DeLillo. Gli chiedo di aggiornarlo, alla luce delle ultime scomparse: "DeLillo c'è ancora, purtroppo Wallace è mancato. Non so, soprattutto per i racconti amo Richard Ford, Alice Munro e Lorrie Moore, ma ormai leggo prevalentemente scrittori morti. Quelli sopravvissuti al passare degli anni". Ah, allude a questo il titolo della raccolta. Ma, oltre che sugli scritti, anche all'attrito che il tempo esercita sullo scrittore: "Beh, prima scrivevo 6 ore al giorno, ora 3-4. E il vocabolario, è dimostrato, si rimpicciolisce. Updike era diventato sordo e il suo ultimo libro non suonava bene come gli altri. Roth è tra i pochi che ha avuto la dignità di ritirarsi a ottant'anni. Forse avrebbe dovuto farlo un po' prima. Non lo dico per cattiveria, ma la sua efficacia di scrittore era già sfumata".

Amis ha appena terminato un'autofiction. Il genere non gli piace perché pensare alle persone reali che potrai dispiacere riduce la libertà. E allora perché l'ha fatto? "Perché siamo attratti dalle missioni impossibili. Più volte mi sono detto: non ce la posso fare. E poi ce l'ho fatta". Eh già.

Sul Venerdì del 19 aprile 2019