Trent’anni e ancora litighiamo per Blob
Angelo Carotenuto , di ANGELO CAROTENUTOIl 17 aprile 1989 Enrico Ghezzi e Marco Giusti mandavano in onda il programma che si ciba del peggio della tv. Non si parlano più ma qui ne parlano. Con la giusta distanza
Roma. A riguardare trent’anni dopo la prima puntata di Blob – 17 aprile 1989 – si misurano la distanza da un mondo e la freschezza di una formula. Per dichiarare all’Italia cosa stava succedendo, dopo la sigla con il famoso fluido bluastro che metteva la folla in fuga, (“...la cosa più orribile che abbia visto in vita mia...”), gli autori infilarono un’incursione di Mino Damato, conduttore di Alla ricerca dell’Arca: «La televisione va vista per piccoli brani, piccoli segmenti. Uscite fuori, all’aperto, portate fuori il cane, parlate con vostro figlio, con la vostra donna, con la nonna». Seguivano interviste in strada sulla sofferenza che dà la colite.
Era già tutto chiaro. Pochi giorni dopo cominciava la protesta di Tienanmen, poi sarebbe caduto il Muro a Berlino, poi la Bolognina del Pci: le immagini della grande storia montate alle 20 coi cartoni animati e Nicola Arigliano rendevano più evi…
Era già tutto chiaro. Pochi giorni dopo cominciava la protesta di Tienanmen, poi sarebbe caduto il Muro a Berlino, poi la Bolognina del Pci: le immagini della grande storia montate alle 20 coi cartoni animati e Nicola Arigliano rendevano più evi…
Roma. A riguardare trent’anni dopo la prima puntata di Blob – 17 aprile 1989 – si misurano la distanza da un mondo e la freschezza di una formula. Per dichiarare all’Italia cosa stava succedendo, dopo la sigla con il famoso fluido bluastro che metteva la folla in fuga, (“...la cosa più orribile che abbia visto in vita mia...”), gli autori infilarono un’incursione di Mino Damato, conduttore di Alla ricerca dell’Arca: «La televisione va vista per piccoli brani, piccoli segmenti. Uscite fuori, all’aperto, portate fuori il cane, parlate con vostro figlio, con la vostra donna, con la nonna». Seguivano interviste in strada sulla sofferenza che dà la colite.
Era già tutto chiaro. Pochi giorni dopo cominciava la protesta di Tienanmen, poi sarebbe caduto il Muro a Berlino, poi la Bolognina del Pci: le immagini della grande storia montate alle 20 coi cartoni animati e Nicola Arigliano rendevano più evidente la vertigine della tv che Blob voleva per un verso smascherare e dall’altro riprodurre. Dirigeva la rete Angelo Guglielmi, lo share passò al 10 per cento. Ha scritto in Senza rete. Il mito di Rai Tre 1987-1994 (Bompiani, 2010) che «Blob è allo stesso tempo giudice severissimo e complice colpevolissimo della tv». Nasceva dentro un’Italia che pareva non scardinabile, l’Italia del Caf (Craxi-Andreotti-Forlani). Blob era un Burp, televisione che si digeriva male. Il notista politico del Tg2 Onofrio Pirrotta querelò perché dopo di lui partì un «ma che bella faccia da cazzo» tratto da Tolgo il disturbo con Vittorio Gassman. Il ministro Pisanu fece lo stesso per un sottopancia che gli dava dell’ex piduista. La rubrica Cinico Tv di Ciprì e Maresco meritò una denuncia per vilipendio alla religione. Donatella Raffai andò in video raffreddata e si offese perché il montaggio mostrava poi Scarface con la faccia nella cocaina. Francesco Cossiga, al Quirinale, fu uno dei più tartassati: veniva doppiato da il Nano di Twin Peaks; ma non mosse un dito quando mostrarono che ce l’aveva nel naso durante un incontro con Gorbaciov.
Con voce flebile al telefono Enrico Ghezzi, uno dei papà di Blob, dice che «è stata l’idea più originale dalla fine degli anni 80 a oggi, senza che quasi nulla fosse originale. Importante è stato reggere al tentativo di farne qualcosa di più sensato e orientato. Aver conservato lo spirito di partenza: tutto era ricattabile da Blob. Hanno provato diverse volte a mettergli le briglie. I più abili venivano a proporci un appuntamento più ricco, in seconda serata, settimanale. Offrivano forme e modalità lusinghiere che prevedevano una trasformazione in qualcosa di raro. Blob avrebbe perduto la sua efficacia in favore di un’accademia migliore».
Marco Giusti, l’altro pioniere a bordo di questo vascello pirata, aggiunge che «oggi pare tutto ovvio, ma allora era roba vera. Ricci ci chiamava i due canari della Magliana, però costringemmo Striscia a darsi un taglio giornalistico. Era un programma di cosine comiche, iniziarono a copiarci l’uso dei frammenti dai tg, come gli starnuti, che per noi erano delle virgole. Noi facevamo il corpo a corpo sulla tv del giorno prima, con l’idea di spiegare bene le cose che non si sapevano e non venivano fuori».
Trent’anni dopo resta in piedi il dilemma su chi l’abbia inventato. Questione dolorosa, se le due menti che lo partorirono non si parlano più dal 1996, quando Giusti lasciò e si vide recapitare cinque lettere di Ghezzi che non erano tanto amichevoli e che pare ancora conservi. Solo l’anno prima erano stati sospesi per 10 giorni. Avevano accostato alla faccia di Berlusconi una voce fuori campo dall’Intervista di Felini: «A cencio, vedi d’annà affanculo». Erano giorni in cui Luigi Locatelli era preso dalla tentazione di non firmare il rinnovo del contratto: l’ufficio legale segnalava irregolarità amministrative. Così Ghezzi-Giusti, dopo un’intervista di Biagi a Berlusconi, montarono una vecchia pubblicità: Locatelli fa le cose per bene.
La versione di Ghezzi sulle origini: «Blob era l’evoluzione naturale di Vent’anni prima coi vecchi tg e di Schegge, programma più anarchico. Il lavoro è diventato più acuminato, una ricerca. Dissero che si trattava di televisione che funzionava solo con il cinismo, ma era come accusarci del suo massimo esito. Blob è la mancanza di differenza, la sua ripetizione. Lo chiamavamo il nostro catastrionfo». Nel suo libro, Guglielmi scrive che «in famiglia se ne parlava e fu per l’appunto un figlio che suggerì di fare il mattinale dei notiziari televisivi. Ghezzi disse: perché non di tutta la tv? E si chiuse da qualche parte per un mese con Marco Giusti, nel tentativo di escogitare una formula. Non partivano da zero perché la rete aveva già qualche esperienza circa l’arte di fare la tv con la tv».
Giusti ricorda che sì «Blob era nell’aria, faceva parte della cultura del tempo, i frammenti, le battute, gli accostamenti fra alto e basso. Ma io avrei voluto fare Blob come parte di Fluff, il programma di Andrea Barbato: mi propose uno spazio con il meglio della tv della settimana, io chiesi di fare il peggio. Avevo tenuto una rubrica simile su carta per L’Europeo. Eravamo critici militanti rispetto al cinema e citatori rispetto alla tv. Ci dava una mano Marco Melani, bravissimo, che era ai domiciliari per una storia di eroina. Guardava tutto e segnalava: prendi questo, prendi quello. Il figlio di Guglielmi l’ho visto dopo mesi. Blob è molto legato alla mia cultura di cinefilo avanguardista. Con Giovanni Buttafava dell’Espresso siamo stati i primi a sdoganare Bombolo, Tomas Milian, Alvaro Vitali. Enrico era più legato alla nouvelle vague, a cose da Fuori Orario. C’era uno scambio continuo fra me e lui, quello che rivendico è che io stavo fisso al montaggio, sei anni così, il primo tutti i giorni, poi due o tre volte a settimana. Andavamo contro il Tg1 per smontare le news. Blob è stato sin dall’inizio un programma politico, di satira, cinema, critica della tv, molto più complesso di come sembra ora. Ancora usano il mio schema di produzione, i due che montano sono gli stessi che hanno trascorso il giorno precedente a vedere la tv. Ci eravamo dati delle regole: mai usare un pezzo di due giorni prima. Regole in gran parte saltate perché Blob è diventato un’altra cosa».
Fabio Masi è fra gli autori del programma nella sua veste attuale. «Un Blob di 30 anni fa è come quello di ieri sera per contenuti, la tv è sempre uguale. In quei momenti esagitati e coloriti, il tempo si annulla. Sono da 15 anni nel programma, Blob nasce quasi da solo. È nella scelta del taglio successivo a Trump-Kim che si vedono un gusto, una scelta, l’impronta autoriale. Resta un programma cannibale. Si nutre di altri programmi, non sempre li digerisce, li rigurgita. A chi lo fa, Blob concede quella piccola dose di cinismo che permette di sopravvivere, come capita ai chirurghi che hanno un distacco dal paziente da operare. La differenza macroscopica è il web. Lì troviamo un 40-50 per cento del blob quotidiano. Sulle pagine social degli amici recuperi frammenti persi: Mauro Corona con il suo amico alpino che fa i versi del fringuello e dell’allodola l’ho visto su Facebook. Facebook live ha scardinato la ritualità della tv. Una rivoluzione in corso che la politica ha capito. Instagram è un altro blob ancora».
Ghezzi ora guarda Blob senz’audio, «come fosse una partita dell’Ajax». Per Giusti «oggi Blob te lo puoi fare con YouTube da casa. Siamo tutti vecchi. Che cosa stiamo a raccontà?».
Sul Venerdì del 12 aprile 2019
Era già tutto chiaro. Pochi giorni dopo cominciava la protesta di Tienanmen, poi sarebbe caduto il Muro a Berlino, poi la Bolognina del Pci: le immagini della grande storia montate alle 20 coi cartoni animati e Nicola Arigliano rendevano più evidente la vertigine della tv che Blob voleva per un verso smascherare e dall’altro riprodurre. Dirigeva la rete Angelo Guglielmi, lo share passò al 10 per cento. Ha scritto in Senza rete. Il mito di Rai Tre 1987-1994 (Bompiani, 2010) che «Blob è allo stesso tempo giudice severissimo e complice colpevolissimo della tv». Nasceva dentro un’Italia che pareva non scardinabile, l’Italia del Caf (Craxi-Andreotti-Forlani). Blob era un Burp, televisione che si digeriva male. Il notista politico del Tg2 Onofrio Pirrotta querelò perché dopo di lui partì un «ma che bella faccia da cazzo» tratto da Tolgo il disturbo con Vittorio Gassman. Il ministro Pisanu fece lo stesso per un sottopancia che gli dava dell’ex piduista. La rubrica Cinico Tv di Ciprì e Maresco meritò una denuncia per vilipendio alla religione. Donatella Raffai andò in video raffreddata e si offese perché il montaggio mostrava poi Scarface con la faccia nella cocaina. Francesco Cossiga, al Quirinale, fu uno dei più tartassati: veniva doppiato da il Nano di Twin Peaks; ma non mosse un dito quando mostrarono che ce l’aveva nel naso durante un incontro con Gorbaciov.
Con voce flebile al telefono Enrico Ghezzi, uno dei papà di Blob, dice che «è stata l’idea più originale dalla fine degli anni 80 a oggi, senza che quasi nulla fosse originale. Importante è stato reggere al tentativo di farne qualcosa di più sensato e orientato. Aver conservato lo spirito di partenza: tutto era ricattabile da Blob. Hanno provato diverse volte a mettergli le briglie. I più abili venivano a proporci un appuntamento più ricco, in seconda serata, settimanale. Offrivano forme e modalità lusinghiere che prevedevano una trasformazione in qualcosa di raro. Blob avrebbe perduto la sua efficacia in favore di un’accademia migliore».
Marco Giusti, l’altro pioniere a bordo di questo vascello pirata, aggiunge che «oggi pare tutto ovvio, ma allora era roba vera. Ricci ci chiamava i due canari della Magliana, però costringemmo Striscia a darsi un taglio giornalistico. Era un programma di cosine comiche, iniziarono a copiarci l’uso dei frammenti dai tg, come gli starnuti, che per noi erano delle virgole. Noi facevamo il corpo a corpo sulla tv del giorno prima, con l’idea di spiegare bene le cose che non si sapevano e non venivano fuori».
Trent’anni dopo resta in piedi il dilemma su chi l’abbia inventato. Questione dolorosa, se le due menti che lo partorirono non si parlano più dal 1996, quando Giusti lasciò e si vide recapitare cinque lettere di Ghezzi che non erano tanto amichevoli e che pare ancora conservi. Solo l’anno prima erano stati sospesi per 10 giorni. Avevano accostato alla faccia di Berlusconi una voce fuori campo dall’Intervista di Felini: «A cencio, vedi d’annà affanculo». Erano giorni in cui Luigi Locatelli era preso dalla tentazione di non firmare il rinnovo del contratto: l’ufficio legale segnalava irregolarità amministrative. Così Ghezzi-Giusti, dopo un’intervista di Biagi a Berlusconi, montarono una vecchia pubblicità: Locatelli fa le cose per bene.
La versione di Ghezzi sulle origini: «Blob era l’evoluzione naturale di Vent’anni prima coi vecchi tg e di Schegge, programma più anarchico. Il lavoro è diventato più acuminato, una ricerca. Dissero che si trattava di televisione che funzionava solo con il cinismo, ma era come accusarci del suo massimo esito. Blob è la mancanza di differenza, la sua ripetizione. Lo chiamavamo il nostro catastrionfo». Nel suo libro, Guglielmi scrive che «in famiglia se ne parlava e fu per l’appunto un figlio che suggerì di fare il mattinale dei notiziari televisivi. Ghezzi disse: perché non di tutta la tv? E si chiuse da qualche parte per un mese con Marco Giusti, nel tentativo di escogitare una formula. Non partivano da zero perché la rete aveva già qualche esperienza circa l’arte di fare la tv con la tv».
Giusti ricorda che sì «Blob era nell’aria, faceva parte della cultura del tempo, i frammenti, le battute, gli accostamenti fra alto e basso. Ma io avrei voluto fare Blob come parte di Fluff, il programma di Andrea Barbato: mi propose uno spazio con il meglio della tv della settimana, io chiesi di fare il peggio. Avevo tenuto una rubrica simile su carta per L’Europeo. Eravamo critici militanti rispetto al cinema e citatori rispetto alla tv. Ci dava una mano Marco Melani, bravissimo, che era ai domiciliari per una storia di eroina. Guardava tutto e segnalava: prendi questo, prendi quello. Il figlio di Guglielmi l’ho visto dopo mesi. Blob è molto legato alla mia cultura di cinefilo avanguardista. Con Giovanni Buttafava dell’Espresso siamo stati i primi a sdoganare Bombolo, Tomas Milian, Alvaro Vitali. Enrico era più legato alla nouvelle vague, a cose da Fuori Orario. C’era uno scambio continuo fra me e lui, quello che rivendico è che io stavo fisso al montaggio, sei anni così, il primo tutti i giorni, poi due o tre volte a settimana. Andavamo contro il Tg1 per smontare le news. Blob è stato sin dall’inizio un programma politico, di satira, cinema, critica della tv, molto più complesso di come sembra ora. Ancora usano il mio schema di produzione, i due che montano sono gli stessi che hanno trascorso il giorno precedente a vedere la tv. Ci eravamo dati delle regole: mai usare un pezzo di due giorni prima. Regole in gran parte saltate perché Blob è diventato un’altra cosa».
Fabio Masi è fra gli autori del programma nella sua veste attuale. «Un Blob di 30 anni fa è come quello di ieri sera per contenuti, la tv è sempre uguale. In quei momenti esagitati e coloriti, il tempo si annulla. Sono da 15 anni nel programma, Blob nasce quasi da solo. È nella scelta del taglio successivo a Trump-Kim che si vedono un gusto, una scelta, l’impronta autoriale. Resta un programma cannibale. Si nutre di altri programmi, non sempre li digerisce, li rigurgita. A chi lo fa, Blob concede quella piccola dose di cinismo che permette di sopravvivere, come capita ai chirurghi che hanno un distacco dal paziente da operare. La differenza macroscopica è il web. Lì troviamo un 40-50 per cento del blob quotidiano. Sulle pagine social degli amici recuperi frammenti persi: Mauro Corona con il suo amico alpino che fa i versi del fringuello e dell’allodola l’ho visto su Facebook. Facebook live ha scardinato la ritualità della tv. Una rivoluzione in corso che la politica ha capito. Instagram è un altro blob ancora».
Ghezzi ora guarda Blob senz’audio, «come fosse una partita dell’Ajax». Per Giusti «oggi Blob te lo puoi fare con YouTube da casa. Siamo tutti vecchi. Che cosa stiamo a raccontà?».
Sul Venerdì del 12 aprile 2019