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Lo scrittore Tom Wolfe, inventore dell'espressiione radical chic (Horst P. Horst/ Conde Nast via Getty) 

Radical chic: mezzo secolo di insulti

Usi e abusi di un termine nato negli anni 70 per sfottere i miliardari che giocavano alla rivoluzione. Oggi è rivolto contro i "professoroni" e gli "snob". Ma solo quelli di sinistra...
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Ieri todos caballeros, oggi tutti radical chic. L’epiteto “infamante”, e usato con la finalità di screditare l’avversario di sinistra (o, comunque, liberalprogressista), da qualche tempo a questa parte ha finito per dilagare nella politica nazionale. Un’etichetta di larghissima circolazione, perfino più dei bitcoin. E che, nella sua diffusione massiccia, finisce per risultare così inflazionata da perdere i connotati originari e venire appiccicata a destinatari tra loro anche significativamente diversi.

I cosiddetti radical chic rappresentano oggi la bestia nera (o, per meglio dire, rossa) per eccellenza dei leader neopopulisti; e se si vuole fare infuriare il militante tipo dei partiti anti-establishment è sufficiente il solo pronunciare la fatidica paroletta, manco fosse il drappo sventolato davanti al toro durante la corrida. Sono i «comunisti col Rolex», direbbe la premiata coppia rap composta da J-Ax e Fedez (c…
Ieri todos caballeros, oggi tutti radical chic. L’epiteto “infamante”, e usato con la finalità di screditare l’avversario di sinistra (o, comunque, liberalprogressista), da qualche tempo a questa parte ha finito per dilagare nella politica nazionale. Un’etichetta di larghissima circolazione, perfino più dei bitcoin. E che, nella sua diffusione massiccia, finisce per risultare così inflazionata da perdere i connotati originari e venire appiccicata a destinatari tra loro anche significativamente diversi.

I cosiddetti radical chic rappresentano oggi la bestia nera (o, per meglio dire, rossa) per eccellenza dei leader neopopulisti; e se si vuole fare infuriare il militante tipo dei partiti anti-establishment è sufficiente il solo pronunciare la fatidica paroletta, manco fosse il drappo sventolato davanti al toro durante la corrida. Sono i «comunisti col Rolex», direbbe la premiata coppia rap composta da J-Ax e Fedez (che ha preceduto quella, premiatissima, dei Ferragnez). E si trasformano nell’oggetto di una campagna persecutoria, e di una schedatura che evoca epoche buie, nel libro – allo stesso tempo  inquietante e divertente – di Giacomo Papi Il censimento dei radical chic (Feltrinelli); dove per venire inseriti nella vituperata categoria basta avere una sciarpa di cachemire e parlare con una sintassi corretta. E se quella è una distopia letteraria, accendendo la tv in questi mesi si avrà la sventura di sentire politici che bistrattano deliberatamente l’italiano e rigettano sdegnosamente l’uso del congiuntivo per risultare in sintonia con quei settori del “popolo” che vogliono disintermediare pure la grammatica, notoriamente una “roba da snob”.

E, allora, proviamo a fare un po’ di chiarezza in questi tempi di confusione e storytelling. Nei quali le parole vengono svuotate e riempite di significato alla bisogna, e la battaglia politica è diventata soprattutto una lotta per il primato nel campo semantico e simbolico, e in quello delle percezioni dell’opinione pubblica. Se facciamo un po’ di genealogia del termine, troviamo all’origine il giornalista e scrittore Usa, piuttosto conservatore (e, a volte, decisamente reazionario), Tom Wolfe (1930-2018). Un funambolo dei neologismi e un profeta di quel New Journalism che realizzò una felice sperimentazione mettendo insieme gli stilemi della letteratura e il racconto della cronaca.

Tra i tanti vocaboli che si inventò – dalla Me decade (il decennio dell’io) alla status-sfera – uno dei più conosciuti è stato, per l’appunto, quello di radical chic, comparso per la prima volta in un articolo del New York Magazine del giugno 1970, intitolato Radical Chic: That Party at Lenny’s. Una specie di reportage da “inviato” alla festa di raccolta fondi pro-Pantere nere data qualche mese prima da Leonard Bernstein (il famoso direttore d’orchestra) e Felicia Bernstein nel loro favoloso attico su Park Avenue. Fra tartine al Roquefort e camerieri in livrea (rigorosamente bianchi, in maniera da risultare politicamente corretti nei confronti delle Black Panthers ospiti d’onore), si muoveva così perfettamente a proprio agio l’idealtipo del ricco borghese (intellettuale o esponente dello show business), che assumeva pose di sinistra radicaleggiante e si mostrava engagé in termini puramente modaioli. Ed ecco che dopo questo neologismo nulla fu più come prima nella polemica politica. Anche, e sempre più frequentemente, a sproposito, come sta avvenendo nell’Italia degli ultimissimi anni.

Per  Wolfe si trattava del rivoluzionario da salotto, che contestava il «sistema» politico-economico e il consumismo, potendo contare su uno status sociale elevato e su consumi elitari. A colpi di scivolamenti linguistici, il radical chic è stato convertito a forza (e suo malgrado) nel simbolo stesso di quel sistema che lui, invece, contestava (seppure, appunto, “a corrente alternata”). E, allora, a essere filologicamente scrupolosi si dovrebbe magari parlare di “liberal chic” – ma, si sa, questa non è esattamente la priorità degli opinionisti che imperversano dagli schermi televisivi scagliando i loro anatemi contro la suddetta categoria. E nel renderlo un insulto prêt-à-porter a disposizione dei leoni da tastiera e degli sciami digitali di haters pop-sov (populsovranisti) ci ha chiaramente messo molto del suo il web 2.0, tra fake news, camere dell’eco, e la viralità dei meme indignati e forcaioli. Così sono stati aboliti i confini, e i distinguo, tra il radical chic e il più generale “buonista”, che si mostra incline alla tolleranza e al multiculturalismo, ed è impegnato a favore dei diritti umani e civili. Il nostro viene quindi apparentato alle figure del “professorone” o del “professorino”, reincarnazioni del “culturame” stigmatizzato nel 1949 dal democristiano Mario Scelba.

Perché, gira e rigira, sempre qui si torna. Ovvero all’anti-intellettualismo, che ha attraversato invariabilmente tutti i filoni populisti della storia politica contemporanea, nei quali si è riproposta una sequenza di elementi comuni: la centralità della comunicazione, l’uso innovativo e polemico del linguaggio (che ha generato, in vari casi, forme autentiche di neo-lingua), l’apologia della gente comune contrapposta alle élites. Quella “anti-intellettuale” costituisce pertanto – insieme a quelle “antisistema”, “antistatalista” e “antipartitica” – una delle retoriche fondamentali del populismo. E, dunque, nell’età della mediocrazia, del rancore generalizzato e dell’egemonia del politicamente scorretto, va irrevocabilmente certificato il fatto che il radical chic fa comunque molto meno male del radicale libero. E che non tutto il buonismo vien per nuocere. Anzi.

Sul Venerdì del 19 aprile 2019