Jerry Schatzberg, l’uomo che svelò l'anima di Bob Dylan
Valeria Rusconi
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di VALERIA RUSCONI
Negli anni Sessanta il fotografo e regista scattò alcune delle immagini più celebri al premio Nobel, ora raccolte in un libro, 'Dylan/Schatzberg'. Tra i tanti servizi, lo immortalò anche per la copertina dell'album-capolavoro 'Blonde on Blonde'. Ci ha raccontato come diventarono amici. E di quella volta che, con Claudia Cardinale...
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Jerry Schatzberg si trova nel suo studio nell'Upper West Side di Manhattan, a New York: "Ma la vista non è che sia così straordinaria", spiega con tono divertito quando proviamo a indovinare quale sia lo skyline davanti ai suoi occhi, "però da un angolo riesco a intravedere Central Park". A qualche isolato da lì, a Sherman Square, c'è un piccolissimo giardino, un ritaglio d'erba dalla forma triangolare recintato da un cancello e delimitato da tre strade. È il Needle Park, il 'parco della siringa', come lo chiamavano un tempo gli spacciatori. Quando cominciò a dedicarsi alla regia verso la fine degli anni Sessanta, subito dopo essere diventato un fotografo piuttosto ricercato nell'ambito della moda, Schatzberg ci intitolò il suo secondo film del 1971, Panico a Needle Park, il lungometraggio vincitore della Palma d'Oro al Festival di Cannes del 1973 in cui Al Pacino debuttò nel…
Jerry Schatzberg si trova nel suo studio nell'Upper West Side di Manhattan, a New York: "Ma la vista non è che sia così straordinaria", spiega con tono divertito quando proviamo a indovinare quale sia lo skyline davanti ai suoi occhi, "però da un angolo riesco a intravedere Central Park". A qualche isolato da lì, a Sherman Square, c'è un piccolissimo giardino, un ritaglio d'erba dalla forma triangolare recintato da un cancello e delimitato da tre strade. È il Needle Park, il 'parco della siringa', come lo chiamavano un tempo gli spacciatori. Quando cominciò a dedicarsi alla regia verso la fine degli anni Sessanta, subito dopo essere diventato un fotografo piuttosto ricercato nell'ambito della moda, Schatzberg ci intitolò il suo secondo film del 1971, Panico a Needle Park, il lungometraggio vincitore della Palma d'Oro al Festival di Cannes del 1973 in cui Al Pacino debuttò nel cinema con un ruolo da protagonista, quello di un eroinomane di nome Bobby.
"In ogni caso non guardo quasi mai dalla finestra", puntualizza Schatzberg, 92 anni il prossimo 26 giugno, "perché la mia attenzione è sempre concentrata sulle foto nel computer, appese ai muri, distese sulla scrivania. Anche ora, le sto osservando. È venuto il momento di sistemare il mio archivio: possiedo centinaia di servizi che avevo dimenticato e che hanno bisogno di organizzazione per essere mostrati per la prima volta in pubblico". Mentre gli chiediamo di descrivere l'ambiente in cui lavora racconta di essere circondato dai ritratti scelti, oppure scartati, per il libro monografico Dylan/Schatzberg, uscito negli Stati Uniti per Acc Art Books e, in Italia, per Skira.
Il libro raccoglie e documenta, in un unico volume, la sua collaborazione con Bob Dylan cominciata nel 1965 e durata un paio d'anni, a cavallo dei due album fondamentali della sua discografia ma non solo, Highway 61 Revisited e Blonde on Blonde. Di quest'ultimo, il primo long playing doppio della storia del rock, per una concatenazione quasi casuale di eventi Schatzberg si ritrovò, in un giorno d'inverno del 1966, a realizzare il ritratto in copertina e l'artwork interno. Dopo alcuni tentativi in studio che non lo convincevano, cercò di movimentare la situazione: chiese timidamente a Dylan se avesse voglia di andare dove i suoi lo portavano durante i fine settimana quando era piccolo, nel Meatpacking District, il quartiere della macellazione. Rimasero lì mezz'ora anche se nessuno aveva abiti adeguati per ripararsi dal gelo. Tremavano. Tra i tanti, uscì uno scatto mosso, sfocato. Sbagliato, almeno secondo i canoni della fotografia. E, proprio per questo, perfettamente in linea con quell'irrisolto mistero chiamato Robert Allen Zimmerman, che lo volle immediatamente per il disco. Chi era Bob? "Uno a cui non piaceva la stupidità".
Poi cosa successe?
"Un mio zio lavorava per una società che vendeva pannolini. Se li compravi, in omaggio ti mettevano a disposizione un fotografo per ritrarre il tuo bimbo. Lui si occupava proprio di quello. Gli chiesi chi faceva quei servizi ma mi rispose solo che non c'erano molti soldi a disposizione. 'Be', quanti?', replicai. Scoprii quindi che mi avrebbero dato comunque una paga migliore rispetto al precedente colloquio e dissi che avrei voluto tentare. Mi hanno insegnato come montare un fondale e posizionare il neonato, facendo in modo che non si muovesse. Se lo tieni con una mano sotto l'addome piegandogli le braccia non riesce a spostarsi. Non ne ha la forza: ecco perché la maggior parte dei bambini, in foto, è in quella posa".
Sarebbe potuto rimanere lì. Sembrava divertente.
"Non proprio: nella prima abitazione in cui sono dovuto andare non mi hanno fatto entrare perché il bimbo stava dormendo; nella seconda, il neonato era malato. Così me ne andai e provai a scattare ritratti di bambini in proprio ma mi accorsi che la cosa non funzionava. Cercai anche di venderle, quelle foto, e fu tremendo. L'ho fatto per circa un anno ma fui costretto a tornare dallo stesso agente di collocamento che avevo contattato all'inizio. Si ricordò di me, stranamente, e mi rimise alla prova. Mi mandò fuori e stavolta riuscii a ottenere un lavoro come assistente per un artista eccezionale, Bill Helburn, un bravo commerciante e fotografo di moda, e fu lì che tutto iniziò per me. Rimasi al suo fianco per due anni e mezzo ritraendo quasi ogni aspirante modella che arrivava a New York: da lui imparai come si realizzava un servizio per la moda".
Quell'ambiente la soddisfaceva?
"Sì, ma al tempo stesso cercavo altro. Uscivo con la mia macchina e in quel modo, da solo, ho potuto esplorare la tecnica fotografica. Però l'ho fatto tardi: non ho cominciato fino ai 27 anni circa".
E la musica? Le interessava quel mondo?
"Fin da piccolissimo. Mia madre non credeva alle sue orecchie: conoscevo cose del rhythm and blues e più in generale della musica che nessun mio amico sapeva. La 'sentivo', avevo quella sensibilità".
A Bob Dylan ci arrivò però tardi, musicalmente parlando. Un po' come con la fotografia.
"Quando lavoravo sentivo sempre della musica. Uno di quelli che mettevo sul piatto era lui ma non ho mai prestato molta attenzione alle parole. C'erano due amici che continuavano a ripetermi: 'Devi ascoltare Bob Dylan'. Alla fine, un giorno, mentre ero a Parigi con la mia amica Nico dei Velvet Underground, lei mi fa: 'Hai già ascoltato Bob Dylan?'. Le risposi: 'Lo farò' e così è stato e ne sono subito diventato dipendente. Appena cominciai a sentirlo nel mio studio, e purtroppo non ricordo con chi stavo lavorando anche se era un musicista, con me c'era anche un giornalista musicale, Al Aronowitz. Lui si occupava di rock & roll ed era intento a parlare con un dj. Erano stati in compagnia di Dylan proprio il giorno prima e, origliando, mi venne spontaneo urlare: 'La prossima volta che lo vedete ditegli che mi piacerebbe fotografarlo!'. Loro mi risposero 'sì, okay, okay'. Il giorno dopo mi chiamò sua moglie".
Sara Lownds.
"Sì, Sara. Lo ha sposato, ha avuto dei figli e ha divorziato da lui. Ed è stata lei a farmelo incontrare e a spingermi ad ascoltarlo seriamente".
La prima volta che lo ha conosciuto era in studio, stava registrando uno dei suoi album fondamentali, Highway 61 Revisited. Cosa vi siete detti?
"Era impegnato nella lavorazione del disco. Gli piaceva che la gente ascoltasse ciò che stava registrando, così se uno dei suoi amici spuntava in studio sospendeva ciò che stava facendo e metteva su il nastro appena inciso perché voleva un parere. Fece lo stesso con me, anche se non ero ancora un suo amico... stavo iniziando a essere un suo fan. Mi guardò e disse: 'Hey, tu, devi sentire questo' e così feci. Ascoltai alcuni nuovi pezzi. Era molto aperto e ci siamo subito presi piuttosto bene, probabilmente perché gli erano arrivate delle buone raccomandazioni da bella gente, inclusa quelle di sua moglie Sara".
Lì lei ha scattato foto casuali, non aveva avuto modo di preparare un set fotografico vero e proprio. Successivamente lo invitò nel suo studio per un servizio posato.
"Sì. Volevo avere più padronanza della situazione. Nel suo studio di registrazione era lui ad avere il totale controllo, era tutto nelle sue mani. Io, semplicemente, lo seguivo in giro. Inizialmente tentai di prendere degli oggetti che mi piacevano per creare un'ambientazione più incisiva ma poi ho pensato che, se gli fossero piaciute quelle immagini random, avrei potuto invitarlo da me. E così è stato".
Quando vi siete trovati faccia a faccia c'è stato qualche aspetto di lui, anche estetico, che l'ha colpita?
"No, ero solo impegnato a tenere a bada la mia preoccupazione. Temevo di incontrarlo perché quello che si diceva in giro sul suo conto era che non fosse un tipo facile. Se qualcosa va male, però, non è detto che la colpa sia di chi ti sta davanti. A tutti noi capita di essere di cattivo umore. La seconda volta che incontri qualcuno tutto può apparire completamente diverso, le cose mutano e arriva un momento in cui ti accorgi, all'improvviso, di aver creato un vero legame".
Cosa facevate? Vi scrivevate lettere come quella che ha messo nel libro?
"Ci sentivamo al telefono. Nel giro di due anni l'ho fotografato dieci, dodici volte, per cui ci siamo visti parecchio".
Com'era l'atmosfera durante uno shooting? A parte la musica che mettevate, c'era caos o silenzio?
"C'era solo la musica. Appena cominci a scattare tutto diventa più semplice, ci si rilassa. Ai miei assistenti andava bene così. Una volta che hai convinto Dylan che non hai intenzione di renderlo ridicolo o fargli fare qualcosa di stupido, allora si fida di te e puoi davvero spuntarla su tutto: è in quel momento che comincia a interagire con te".
Lei è stato definito come l'unico fotografo con il quale Dylan si sentisse a proprio agio. È un'affermazione esagerata?
"Certamente mi ha fatto piacere. Non lo so se io lo faccia di proposito, ma qualunque sia la risposta vado naturalmente d'accordo con le persone e quindi, di conseguenza, riesco a fotografarle".
Come descriverebbe lo scambio che si crea tra fotografo e soggetto quando le cose vanno bene?
"Tutto comincia a monte dell'atto formale dello scattare. Personalmente uso la prima seduta per conoscere il soggetto, vedere come reagisce alle diverse situazioni che gli propongo. Non so se oggi funzioni allo stesso modo, ma Dylan era molto legato ai suoi musicisti, che lo circondavano costantemente. Penso alla Band: erano sempre insieme e volevano divertirsi. Le uniche volte in cui non l'ho visto rilassato è stato quando si trovava con la stampa, perché spesso gli facevano domande sciocche. Mi ricordo che un giornalista una volta gli disse: 'Ciucci gli occhiali quando metti la stanghetta in bocca?'. Lui si guardò intorno e sbottò: 'No, tu succhi i miei occhiali!'. Non gli piaceva la stupidità e non assecondava giochi idioti".
Credo abbia sempre avuto una grande consapevolezza di chi era e di chi voleva essere.
"Non ne sono sicuro. Forse agli inizi era insicuro come chiunque altro".
Nulla?
"Ero contentissimo di avere avuto l'opportunità di scattargli delle foto. A dire il vero al suo management piacevano i miei lavori e questo è il motivo per cui sono arrivato a realizzare quel servizio per Blonde on Blonde. Jeff Rosen, il suo manager, le suggerisce sempre come prima scelta a tutti anche oggi. Le immagini comunque sono di mia proprietà e posso utilizzarle quanto voglio e chi le usa mi paga. Non ho mai fatto pagare Dylan: mi bastava essere stato con lui. Ero al settimo cielo per quella seduta fotografica".
Il management della Cardinale, però, vi intimò di rimuoverla.
"Sono certo che non sapessero quello che stavano facendo. Si lamentarono solo del fatto che nessuno li avesse avvertiti della cosa e, certo, avevano ragione. Però… Ho incontrato Claudia Cardinale diverse volte in Francia, eravamo a cena nello stesso tavolo ma non parlava molto bene l'inglese. Ho cercato di spiegarle l'accaduto: non sapeva neppure di essere finita in Blonde on Blonde! Così, nella stampa successiva, siamo stati costretti a togliere il ritratto".
Probabilmente, ne sarebbe stata onorata. Quale donna non vorrebbe far parte di un disco così con una foto d'autore?
"Lo credo anch'io. Voglio dire, lei era fantastica. L'avevo fotografata per un'altra commissione, non specificatamente per l'album".
Allora i fotografi erano più liberi con un artista di quanto non lo siano oggi?
"Sì, e aggiungo che adesso c'è molta più competizione. Quando lavoravo per Vogue c'erano otto, dieci fotografi al massimo. Oggi, per un magazine, ce ne sono almeno venti che cercano di entrare. Quel business è cambiato, come è cambiato quello dei film e come cambierà ancora".
John Lennon era un tipo ostico, aveva un'ironia tagliente. Molto British.
"Nel mio caso furono, in verità, gentili, era a tutti quelli che gli giravano attorno che creavano reali difficoltà. Forse mi sarei dovuto portare un completo come i loro e una macchina molto grande per attirare meglio l'attenzione!".
Bob Dylan, la rivoluzione elettrica del Newport Folk Festival
A proposito di momenti difficili, Dylan le ha mai parlato del 'processo' che gli fecero al Newport Folk Festival il 25 luglio 1965, quando usò la chitarra elettrica al posto di quella acustica? Successivamente, dal pubblico gli gridarono 'Giuda!'. Era turbato dall'accaduto?
"Oh, no, aveva un atteggiamento molto combattivo riguardo alla questione. L'ho fotografato poco dopo, a Forest Hills, il suo concerto successivo (il 28 agosto, al Tennis Stadium di Forest Hills, Dylan debuttò dal vivo, con un set interamente elettrico. Cantò per la prima volta Desolation Row, From a Buick 6, Just Like Tom Thumb's Blues e Ballad of a Thin Man, ndr) e dal pubblico lo fischiarono. Ci ritrovammo tutti nel backstage, i musicisti, il manager; ci radunammo e tornammo nell'appartamento del manager Albert Grossman a Gramercy Park. Dylan era incazzato con il pubblico per i fischi. Urlò: 'Non me ne frega niente. Che vadano affanculo. Questo è quello che faccio ed è quello che farò… che gli piaccia o meno, dobbiamo proseguire in questo modo'. Aveva ragione, sa? Era diventato 'elettrico' e sapeva ciò che stava facendo".
Bob Dylan: "Giuda!", e attaccò la chitarra elettrica
L'ultima volta che ha lavorato con lui è stato poco prima del famoso incidente in motocicletta, nel luglio del 1966.
"Il suo incidente coincise con il momento in cui mi stavo preparando a girare il film di debutto, poi lui si ritirò forzatamente dalle scene per curarsi e quando lo rividi avevo già fatto tre lungometraggi. Passarono due anni ed ero ormai impegnato seriamente con la regia, non mi stavo più occupando di fotografia. Era però evidente che avrebbe voluto fare del cinema, era incuriosito: ne parlammo a lungo. Ci rivedemmo al matrimonio di un amico comune, nel 1973, e continuava a domandarmi: 'Come fai a capire come posizionare la cinepresa?'. Gli spiegai che la fotografia non era poi tanto diversa dalla cinematografia, che si può imparare. Allora avevo anche girato una decina di spot, cosa che non mi piaceva fare, e glielo raccontai. E lui replicò: 'Be', pensi che io debba fare delle pubblicità?'. E io: 'No, Bobby, penso proprio che non dovresti farle!'. In effetti, sarebbe stato bello concludere così la nostra collaborazione. Circa un anno fa ho parlato con il suo manager perché avevo visto parecchie sue foto che non mi avevano impressionato. Mi sono detto: 'Forse potrei provarci ora'. E lui: 'Glielo suggerirò, vediamo se è interessato'. Non so se ne abbia davvero parlato con Dylan ma non si sono fatti vivi. Forse è stato meglio così".
Avrà sentito che il nuovo docufilm di Martin Scorsese, dopo No Direction Home, sarà incentrato sul Rolling Thunder Revue tour e arriverà su Netflix il 12 giugno. Ci sono diversi lungometraggi su Dylan, come I'm Not There. Li ha visti?
"Sì. Ma sono stati possibili perché si basano su ore e ore di interviste. Al tempo Dylan non conosceva personalmente Scorsese, è stato il suo manager, che con Martin aveva un ottimo rapporto, a organizzare tutto quanto. Ed è quella la spina dorsale del documentario: gli sono state fornite delle buone interviste che sono poi state assemblate ottimamente".
Forse potrebbe filmare Dylan ora.
"Il tempo scorre e non ne sono sicuro… Voglio dire, se avessi un'idea davvero buona, potrei anche. Una cosa è certa: non lo farei tanto per fare".
Il testo di una canzone è sufficiente per vincere un'onorificenza così importante?
"Perché no? Sì, lo è. Io non lo considero solo un testo musicale. Nel suo caso, penso scriva poesie".
Saprebbe darmi una definizione di lui?
"Credo sia brillante. Per mia esperienza, so quanto sia difficile creare qualcosa di un poco diverso, lo so perché ci sono passato. A volte cammino per le strade per ore cercando di pensare a idee nuove. A volte ci riesco. Altre, no. E altre ancora, come con le fotografie fatte ai Beatles, ho successo ma non me ne rendo conto subito. Passi attraverso tante insicurezze. Quando finii il secondo shooting con Dylan, che fu il più duro, mi sentii molto sicuro di me stesso. Durante il primo, nello studio di registrazione, avevo solo quel set a disposizione e un tempo limitato: non c'erano altre possibilità".
Qual è la foto che gli ha scattato che pensa lo rappresenti meglio?
"Proprio quella che ho di fronte in questo momento: non guarda esattamente l'obiettivo. Sembra immerso in un pensiero profondo. Nella mano sinistra ha una sigaretta e gli occhiali da sole, in quella destra l'armonica. Questa immagine arriva davvero alla sua anima. È molto bella e credo sia proprio lui. Gli piace ridere e gli piace lo humour. Non lo mostra spesso ma quando lo fa, è chiarissimo. Non lo vedi neppure sorridere molto. Ho un paio di scatti dove in primo piano c'è il suo manager, Grossman, di schiena, e lui, sullo sfondo, ride. L'ho catturato in un momento in cui non si aspettava di essere fotografato ed è incredibile. Certo, alla fine però torniamo sempre al punto. È come dire: 'Quale dei tuoi figli ami di più?'".
Il ritratto di copertina del doppio lp Blonde on Blonde, uscito negli Stati Uniti il 20 giugno 1966 per Columbia Records Esattamente come succede con i dischi. Ascolti e riascolti un album e ogni volta scopri qualcosa di nuovo…
"…Trovi un particolare inedito che è stato messo lì dall'autore che ti era sgattaiolato via da sotto gli occhi, ma tu ci ritorni e capisci che sapeva esattamente ciò che stava facendo".
È una bella sensazione sapere che lei è circondato dalla bellezza.
"Sì. Sono stato fortunato".
La metterei così: ha avuto fortuna perché ha talento.
"Be', quella aiuta, sa (ride, ndr)? Chiunque ha bisogno che la fortuna accompagni il proprio talento o capacità artistica".
La ringrazio per il suo tempo e soprattutto per le sue fotografie, Mr. Schatzberg.
"Mi ha fatto piacere parlarle. Se passa da New York, mi chiami: prendiamo un caffè".
Lo farò. Per me un espresso, grazie!
"Oh, certo… ce l'ho! (ride, ndr)".