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Jerome David Salinger (1919-2010) in una foto del 1952 (Antony DHulton Archive Collection/ Getty Images) 

Ecco perché siamo ancora holdeniani

Uscito nel 1951, The Catcher in the Rye non ha più smesso di essere letto e ammirato. Tra i fan, milioni di adolescenti di ogni età. E almeno un celebre assassino
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Noi "holdeniani" siamo milioni. Io ho letto l'Holden a 13 anni, come credo tutti. E poi riletto, ovviamente. Le storie che girano intorno a lui, e poi quelle della famiglia Glass, sono diventate la mia seconda famiglia. Mi ricordo che una ventina d'anni fa comprai in una libreria un po' sfiziosetta un block notes con la copertina del Catcher in the Rye in ideogrammi cinesi. Ce l'avevo in mano mentre facevo la coda in un ufficio e un'impiegata cinese sui vent'anni la riconobbe subito, mi fece un gran sorriso complice e mi fece passare avanti.

Noi holdeniani siamo una specie di setta, ma silenziosa, una specie di massoneria dell'adolescenza eterna. Ci riconosciamo in Holden, Allie e Phoebe; e questo ci basta. Un'altra volta, ero a una cena e si parlava di Holden e un ragazzo che non andava bene a scuola scoppiò a ridere: "A me piaceva Edgard Marsalla, quello che tira la scorreggia quando parla il preside". Chissà cosa av…
Noi "holdeniani" siamo milioni. Io ho letto l'Holden a 13 anni, come credo tutti. E poi riletto, ovviamente. Le storie che girano intorno a lui, e poi quelle della famiglia Glass, sono diventate la mia seconda famiglia. Mi ricordo che una ventina d'anni fa comprai in una libreria un po' sfiziosetta un block notes con la copertina del Catcher in the Rye in ideogrammi cinesi. Ce l'avevo in mano mentre facevo la coda in un ufficio e un'impiegata cinese sui vent'anni la riconobbe subito, mi fece un gran sorriso complice e mi fece passare avanti.

Noi holdeniani siamo una specie di setta, ma silenziosa, una specie di massoneria dell'adolescenza eterna. Ci riconosciamo in Holden, Allie e Phoebe; e questo ci basta. Un'altra volta, ero a una cena e si parlava di Holden e un ragazzo che non andava bene a scuola scoppiò a ridere: "A me piaceva Edgard Marsalla, quello che tira la scorreggia quando parla il preside". Chissà cosa avrà mai combinato nella vita, il vecchio Marsalla. Comunque, anche lui è uno dei nostri.

Per noi holdeniani non c'è proprio partita. The Catcher in the Rye di J.D. Salinger (che Italo Calvino, nell'edizione Einaudi del 1961, tradusse Il giovane Holden perché il titolo inglese suonava qualcosa come "il terzino nella grappa" e non l'avrebbe capito nessuno), è il libro della vita, e festeggiamo i risultati da tre generazioni. Continuiamo a vendere milioni di copie in tutto il mondo, in tutte le latitudini, ci batte solo la Bibbia.

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Di cosa parliamo? Siamo a New York nel 1949, in piena euforia e mistica del dopoguerra. Holden Caulfield è un bianco di 16 anni, figlio di genitori ricchi che abitano a Park Avenue e che lo hanno mandato in una lussuosa scuola privata. Ma Holden non si applica e viene bocciato (in tutte le materie, tranne che in inglese) proprio alla vigilia delle feste di Natale. Allora decide di tagliar la corda prima che i genitori lo vengano a sapere: passerà tre giorni a New York, la metropoli degli adulti, con un po' di soldi che gli ha mandato la nonna. All'ottuso taxista Horowitz sussurra: "Sono qui in incognito".

Capiamo subito che è uno di noi, uno sfigato; è pure vergine e forse un po' pazzo visto che parla da una clinica psichiatrica in California dove è ricoverato. Non ama il mondo perché il mondo ha permesso che il suo fratellino Allie, di appena dieci anni, morisse di leucemia. A New York, come successe al giovane principe Siddharta quando uscì dal castello, incontra la povertà, la violenza, la perversione, che gli sembrano le diverse incarnazioni dell'età adulta, tutte accomunate dalla phoniness, un misto di falso, arroganza e idiozia.

Alla fine di un'accelerata educazione sentimentale e al rifiuto di diventare come gli altri, Holden avrà una crisi psichiatrica: se guarirà, dovrà accettare i compromessi necessari per diventare adulti. Cosa rimarrà dell'adolescenza? Un'enorme nostalgia, anche per Sunny la puttana sua coetanea, Maurice il ruffiano che lo picchia, Stradlater che si è "stantuffato" (copyright l'ottima traduttrice Adriana Motti), la sua amica Jane nel sedile posteriore della Buick... Dite la verità: vi è venuta voglia di rileggerlo, o vi dispiace di non averlo mai letto?

The Catcher in the Rye uscì negli Usa e in Canada nel luglio 1951 e fu un inaspettato bestseller. Lo leggevano i ragazzi. Piaceva la storia minima, e il linguaggio sboccato dei liceali di New York del dopoguerra, dove goddamn era il fucking di oggi; Salinger era stato il primo ad usarlo. Dei grandi autori americani, William Faulkner fu l'unico che immediatamente lo definì "capolavoro"; gli altri furono invidiosi. I critici furono burocratici: nessuno volle candidare l'outsider a "grande romanzo americano", ma tutti rimasero esterrefatti dalle vendite.

Si venne a sapere che l'autore, il semisconosciuto 32enne Jerome David Salinger, appena sette anni prima era sbarcato in Normandia nel D-Day, aveva visto i suoi amici morire nella spaventosa battaglia delle Ardenne, era sfilato a Parigi sotto l'Arco di Trionfo e poi aveva interrogato le guardie dei campi di sterminio nazisti... Eppure, nel libro non ne parlava. Ma i lettori l'avevano capito: quell'assenza era la grande protagonista del libro, l'oscenità di una gioventù mandata alla guerra e rimandata a casa sopravvissuta.

Salinger si ritirò dalla vita pubblica proprio per non rispondere all'angoscia che lo aveva spinto a scrivere. Salinger odiava il successo, lo trovava phony, fasullo. "A Holden non piacerebbe" fu la risposta che diede a Elia Kazan, a Billy Wilder, a Steven Spielberg, che naturalmente volevano fare il film (e chissà che bei film sarebbero stati!). Impose che il libro uscisse senza fotografia dell'autore in copertina; ma non riuscì ad impedire che nel nome di Holden in Italia venisse fondata una scuola per insegnare ai giovani scrittori come si fa ad ottenere il successo.

Dal punto di vista delle categorie editoriali, Catcher è oggi considerato il massimo romanzo del Novecento "sull'adolescenza e i suoi turbamenti" e la critica letteraria, anche se a fatica, comincia a riconoscere che dietro alle vendite c'è anche una perfezione stilistica: la trama condensata nel tempo (tre giorni), una città simbolica come quinta, la presenza vittoriosa dei bambini (come in Dickens), il messaggio in occidente della filosofia zen. In Italia alla critica marxista non piacque affatto quel ragazzo ciondolone, privilegiato e intimista. Neanche a Fernanda Pivano, che teneva invece per i Beat, che Salinger lo odiavano. Alla destra piacque men che meno, perché Holden era pur sempre un ribelle, del genere peggiore: non virile.

I libri cambiano il mondo? Holden indubbiamente lo cambiò, anche perché nel 1980 una guardia giurata di nome Mark Chapman, nato nel 1955, partì dalle Hawaii per New York, con in tasca il libro tutto sottolineato. In città passò tre giorni, visitò i luoghi del romanzo, avvicinò una prostituta che aveva un vestito verde come quello di Sunny e poi si mise sui gradini del Dakota, il lussuoso residence dove viveva John Lennon, e lo aspettò. Gli sparò cinque colpi di pistola, poi si rimise sui gradini a leggere il Catcher e così lo trovò la polizia. Disse che temeva che John, suo idolo, diventasse un phony. Aveva voluto preservarlo da quella sorte. Chapman è ancora in galera.

Noi holdeniani non pensiamo che sia stato il libro a mettergli in testa quelle brutte idee. Non è colpa nostra. Al contrario, pensiamo che abbia fatto del gran bene a tutti i suoi lettori.

Sul Venerdì del 26 aprile 2019