Laura Favaretto: tutto questo andrà in fumo
Carlo Alberto Bucci , dal nostro inviato CARLO ALBERTO BUCCISpeciale Biennale 2019: Cosa succede se tante teste si mettono a pensare? Nascono idee bollenti che sprigionano vapore. A Venezia l'artista italiana presenta un’installazione che supera i confini dei Giardini. Intervista nel suo studio
TORINO. Fumo dal Padiglione centrale ai Giardini. Una grande nuvola di vapore accoglierà dall'11 maggio i visitatori della Biennale di Venezia. L'ha pensata l'artista Lara Favaretto. E questa nebbia appare già come l'immagine-simbolo di May You Live in Interesting Times, la mostra ideata dal critico Ralph Rugoff per la rassegna internazionale d'arte contemporanea, mai come oggi con un numero così alto di artiste: 38, contro 35 uomini, 3 genderqueer, 3 collettivi.
Favaretto, 46 anni, è tra gli autori più significativi della scena internazionale. Talvolta attira il pubblico con il gigantismo e la spettacolarità delle sue installazioni, come il carrozzone gitano di I poveri sono matti, sospeso in aria al Castello di Rivoli e l'anno passato ad Art Night, a Londra. Ma lo fa per portare i visitatori a ragionare sulla caducità delle cose: che siano i volumi di coriandoli destinati inevitabilmente a sfarinarsi (Fr…
Favaretto, 46 anni, è tra gli autori più significativi della scena internazionale. Talvolta attira il pubblico con il gigantismo e la spettacolarità delle sue installazioni, come il carrozzone gitano di I poveri sono matti, sospeso in aria al Castello di Rivoli e l'anno passato ad Art Night, a Londra. Ma lo fa per portare i visitatori a ragionare sulla caducità delle cose: che siano i volumi di coriandoli destinati inevitabilmente a sfarinarsi (Fr…
TORINO. Fumo dal Padiglione centrale ai Giardini. Una grande nuvola di vapore accoglierà dall'11 maggio i visitatori della Biennale di Venezia. L'ha pensata l'artista Lara Favaretto. E questa nebbia appare già come l'immagine-simbolo di May You Live in Interesting Times, la mostra ideata dal critico Ralph Rugoff per la rassegna internazionale d'arte contemporanea, mai come oggi con un numero così alto di artiste: 38, contro 35 uomini, 3 genderqueer, 3 collettivi.
Favaretto, 46 anni, è tra gli autori più significativi della scena internazionale. Talvolta attira il pubblico con il gigantismo e la spettacolarità delle sue installazioni, come il carrozzone gitano di I poveri sono matti, sospeso in aria al Castello di Rivoli e l'anno passato ad Art Night, a Londra. Ma lo fa per portare i visitatori a ragionare sulla caducità delle cose: che siano i volumi di coriandoli destinati inevitabilmente a sfarinarsi (Franco Noero, il suo gallerista esclusivo, ha venduto un'installazione di 10 elementi alla fiera di Basilea del 2018 per 220 mila euro), o l'ammasso di 400 tonnellate di rottami metallici serviti per MomentaryMonument - The Dump e riportati in discarica dopo la conclusione di documenta a Kassel nel 2012; oppure i monoliti-salvadanaio in pietra che l'artista stessa destina al martello demolitore, una volta svuotati dal denaro raccolto che viene offerto alla città (come nel 2017 a Münster dopo la chiusura della mostra Skulptur Projekte). Abbiamo incontrato l'artista mentre nel suo studio di Torino prepara il materiale da inviare in Laguna.
Favaretto, qual è il senso del fumo alla Biennale?
"Quando ho pensato a Thinking Head (testa pensante) ho immaginato che l'istituzione Biennale dovesse diventare non solo un luogo di show, di allestimento di una sorta di artefatti, ma che potesse divenire anche uno spazio in cui molte tematiche fossero portate a galla. E che tutto il pensare, il discutere, potesse produrre una sorta di surriscaldamento della temperatura del contesto che porta, letteralmente, a far fumare il cervello".
A cosa si è ispirata?
"All'Autoritratto del 1993 in bronzo di Alighiero Boetti in cui lui fa cadere dell'acqua sulla sua testa e il contrasto con il metallo surriscaldato crea vapore. Boetti, tuttavia, lo fece per motivi diversi dai miei. A me piace che, arrivando ai Giardini, ci sia una sorta di offuscamento, di scarsa visibilità della tradizionale facciata del Padiglione della Biennale. Ossia che ci sia un modo per negarla, per rivisitarla, ipotizzando che ci possa essere una possibilità di interazione che non viene attraverso il mostrare, bensì dal confrontarsi. Proprio perché è un posto privilegiato, desidero dare spazio all'esposizione delle perplessità più che di un artefatto".
In che modo intende farlo?
"Parallelamente a questo offuscamento, una volta al mese farò in modo che persone di diverse discipline e dalle differenti competenze si incontrino in un luogo separato, segreto, nascosto, di Venezia, in modo da confrontarsi su una delle 50 parole selezionate da me per questo progetto (vocaboli che l'artista preferisce non rivelare, ndr)".
Fumo, tavole rotonde, parole. Nella sua proposta ci sono però anche oggetti.
"Sì, attraversando il vapore ed entrando nel Padiglione centrale, il pubblico si troverà in una piccola stanza che è in qualche modo la ricostruzione del cervello. Il cervello è stato suddiviso in 50 parti e ognuna corrisponde a una delle parole, delle tematiche, che intendo poi sviluppare nei talks riservati e segreti. Ogni parola, tuttavia, sarà in connessione con un gruppo di oggetti che sono stati assemblati e che continueranno a mescolarsi sia durante la Biennale, sia nel futuro, e che servirà ad arrivare alle 50 tavole rotonde".
L'artista ci accompagna in un'ala del suo studio, un'ex officina meccanica nel quartiere torinese di Barriera di Milano. E qui, tra le sculture degli anni passati, c'è una scaffalatura piena di oggetti desueti, giocattoli d'antan, diari dimenticati, monete fuori corso: tutto tirato a lucido per una seconda vita a Venezia. Dieci anni fa, sempre alla Biennale, Favaretto realizzò una "Palude" vera e propria, una delle formalizzazioni della sua fortunata e variegata serie dei MomentaryMonument, ossimoro che suona come "memento mori". Era il 2009 e l'artista fece allagare un'area dell'Arsenale lasciando che l'acquitrino si facesse (e disfacesse) nel suo farsi, inghiottendo la memoria di una ventina di personaggi scomparsi, o sottrattisi dal contesto sociale (da Ettore Majorana a Thomas Pynchon), le stesse figure raccolte nel 2015 nei cenotafi di Favaretto esposti al MAXXI di Roma.
Quest'anno cosa proporrà invece all'Arsenale?
"Cinque lavori in cemento che registrano altrettanti miei movimenti. È la prima volta che confronto tutto il mio corpo con questo materiale e con l'incapacità, e la frustrazione, di non riuscire a fare il gesto esattamente come lo vorrei".
Che tipo di movimento lascerà tracce nel blocco cementizio?
"Ai cementi ho assegnato titoli che hanno a che fare con il linguaggio informatico, ognuno con una caratteristica differente. Uno dei movimenti, ad esempio, riprende la modalità che nel pc ti permette di premere start e di vedere l'inizio di un film, o di ascoltare l'attacco di un brano musicale, mentre il computer carica il resto. Una sorta di "memoria tampone" che ti consente di non restare in attesa. Con il mio corpo io ho cercato di contrastare la difficoltà del materiale, del cemento, come se questo equivalesse alla saturazione delle informazioni che abbiamo, quasi volessi farti largo in un'area che è piena di interferenze".
E mentre lo dice Favaretto si tocca la spalla indolenzita per il corpo a corpo con il cemento che i suoi assistenti le avevano preparato. A Venezia tra pochi giorni vedremo l'impronta di questa lotta con la materia e contro il tempo.
Sul Venerdì del 26 aprile 2019
Favaretto, 46 anni, è tra gli autori più significativi della scena internazionale. Talvolta attira il pubblico con il gigantismo e la spettacolarità delle sue installazioni, come il carrozzone gitano di I poveri sono matti, sospeso in aria al Castello di Rivoli e l'anno passato ad Art Night, a Londra. Ma lo fa per portare i visitatori a ragionare sulla caducità delle cose: che siano i volumi di coriandoli destinati inevitabilmente a sfarinarsi (Franco Noero, il suo gallerista esclusivo, ha venduto un'installazione di 10 elementi alla fiera di Basilea del 2018 per 220 mila euro), o l'ammasso di 400 tonnellate di rottami metallici serviti per MomentaryMonument - The Dump e riportati in discarica dopo la conclusione di documenta a Kassel nel 2012; oppure i monoliti-salvadanaio in pietra che l'artista stessa destina al martello demolitore, una volta svuotati dal denaro raccolto che viene offerto alla città (come nel 2017 a Münster dopo la chiusura della mostra Skulptur Projekte). Abbiamo incontrato l'artista mentre nel suo studio di Torino prepara il materiale da inviare in Laguna.
Favaretto, qual è il senso del fumo alla Biennale?
"Quando ho pensato a Thinking Head (testa pensante) ho immaginato che l'istituzione Biennale dovesse diventare non solo un luogo di show, di allestimento di una sorta di artefatti, ma che potesse divenire anche uno spazio in cui molte tematiche fossero portate a galla. E che tutto il pensare, il discutere, potesse produrre una sorta di surriscaldamento della temperatura del contesto che porta, letteralmente, a far fumare il cervello".
A cosa si è ispirata?
"All'Autoritratto del 1993 in bronzo di Alighiero Boetti in cui lui fa cadere dell'acqua sulla sua testa e il contrasto con il metallo surriscaldato crea vapore. Boetti, tuttavia, lo fece per motivi diversi dai miei. A me piace che, arrivando ai Giardini, ci sia una sorta di offuscamento, di scarsa visibilità della tradizionale facciata del Padiglione della Biennale. Ossia che ci sia un modo per negarla, per rivisitarla, ipotizzando che ci possa essere una possibilità di interazione che non viene attraverso il mostrare, bensì dal confrontarsi. Proprio perché è un posto privilegiato, desidero dare spazio all'esposizione delle perplessità più che di un artefatto".
In che modo intende farlo?
"Parallelamente a questo offuscamento, una volta al mese farò in modo che persone di diverse discipline e dalle differenti competenze si incontrino in un luogo separato, segreto, nascosto, di Venezia, in modo da confrontarsi su una delle 50 parole selezionate da me per questo progetto (vocaboli che l'artista preferisce non rivelare, ndr)".
Fumo, tavole rotonde, parole. Nella sua proposta ci sono però anche oggetti.
"Sì, attraversando il vapore ed entrando nel Padiglione centrale, il pubblico si troverà in una piccola stanza che è in qualche modo la ricostruzione del cervello. Il cervello è stato suddiviso in 50 parti e ognuna corrisponde a una delle parole, delle tematiche, che intendo poi sviluppare nei talks riservati e segreti. Ogni parola, tuttavia, sarà in connessione con un gruppo di oggetti che sono stati assemblati e che continueranno a mescolarsi sia durante la Biennale, sia nel futuro, e che servirà ad arrivare alle 50 tavole rotonde".
L'artista ci accompagna in un'ala del suo studio, un'ex officina meccanica nel quartiere torinese di Barriera di Milano. E qui, tra le sculture degli anni passati, c'è una scaffalatura piena di oggetti desueti, giocattoli d'antan, diari dimenticati, monete fuori corso: tutto tirato a lucido per una seconda vita a Venezia. Dieci anni fa, sempre alla Biennale, Favaretto realizzò una "Palude" vera e propria, una delle formalizzazioni della sua fortunata e variegata serie dei MomentaryMonument, ossimoro che suona come "memento mori". Era il 2009 e l'artista fece allagare un'area dell'Arsenale lasciando che l'acquitrino si facesse (e disfacesse) nel suo farsi, inghiottendo la memoria di una ventina di personaggi scomparsi, o sottrattisi dal contesto sociale (da Ettore Majorana a Thomas Pynchon), le stesse figure raccolte nel 2015 nei cenotafi di Favaretto esposti al MAXXI di Roma.
Quest'anno cosa proporrà invece all'Arsenale?
"Cinque lavori in cemento che registrano altrettanti miei movimenti. È la prima volta che confronto tutto il mio corpo con questo materiale e con l'incapacità, e la frustrazione, di non riuscire a fare il gesto esattamente come lo vorrei".
Che tipo di movimento lascerà tracce nel blocco cementizio?
"Ai cementi ho assegnato titoli che hanno a che fare con il linguaggio informatico, ognuno con una caratteristica differente. Uno dei movimenti, ad esempio, riprende la modalità che nel pc ti permette di premere start e di vedere l'inizio di un film, o di ascoltare l'attacco di un brano musicale, mentre il computer carica il resto. Una sorta di "memoria tampone" che ti consente di non restare in attesa. Con il mio corpo io ho cercato di contrastare la difficoltà del materiale, del cemento, come se questo equivalesse alla saturazione delle informazioni che abbiamo, quasi volessi farti largo in un'area che è piena di interferenze".
E mentre lo dice Favaretto si tocca la spalla indolenzita per il corpo a corpo con il cemento che i suoi assistenti le avevano preparato. A Venezia tra pochi giorni vedremo l'impronta di questa lotta con la materia e contro il tempo.
Sul Venerdì del 26 aprile 2019