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Un uomo suona la cornamusa lungo la Royal Mile di Edimburgo (Getty Images) 

Niente Brexit, siam scozzesi

Uscire dall'Ue? A Edimburgo non ci pensano proprio. Vogliono restare come sempre: aperti, solidali, europei. Più scandinavi che inglesi. E così torna in piazza l'indipendentismo
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EDIMBURGO. "Altro che Brexit! Noi desideriamo che qui arrivino più europei, più immigrati". Il ministro scozzese mi dà appuntamento in una selva elegante di mazzi di basilico, bottiglie di Malvasia e prosciutti. Ben Macpherson punta il dito verso il bancone e spiega: "Ho scelto questo posto perché fu creato negli anni Trenta da italiani. Non importa se ti senti italiano, scozzese o italoscozzese: se vivi qui fai parte della nostra comunità. La Scozia è di chi la abita". Faccia fresca da trentenne, Macpherson rappresenta il governo su Europa, migrazione e sviluppo internazionale. La sua premier, Nicola Sturgeon, ha scritto lettere di rassicurazione agli europei e arringato la folla alla manifestazione per un nuovo referendum su Brexit. Le ha tentate tutte pur di evitare il Leave, compresa la diplomazia con Bruxelles o le mediazioni per un'uscita soft. Poi ha concluso, il 24 aprile, che "se la Gran Bretagna intende l…
EDIMBURGO. "Altro che Brexit! Noi desideriamo che qui arrivino più europei, più immigrati". Il ministro scozzese mi dà appuntamento in una selva elegante di mazzi di basilico, bottiglie di Malvasia e prosciutti. Ben Macpherson punta il dito verso il bancone e spiega: "Ho scelto questo posto perché fu creato negli anni Trenta da italiani. Non importa se ti senti italiano, scozzese o italoscozzese: se vivi qui fai parte della nostra comunità. La Scozia è di chi la abita". Faccia fresca da trentenne, Macpherson rappresenta il governo su Europa, migrazione e sviluppo internazionale. La sua premier, Nicola Sturgeon, ha scritto lettere di rassicurazione agli europei e arringato la folla alla manifestazione per un nuovo referendum su Brexit. Le ha tentate tutte pur di evitare il Leave, compresa la diplomazia con Bruxelles o le mediazioni per un'uscita soft. Poi ha concluso, il 24 aprile, che "se la Gran Bretagna intende lasciare la Ue, la Scozia terrà un nuovo referendum per l'indipendenza entro il 2021". Nonostante l'opposizione di Theresa May.

Lo Scottish National Party (Snp), il partito indipendentista scozzese, è al governo di questo Paese che ha votato al 62 per cento contro l'uscita dall'Unione e lamenta "un deficit democratico". La battaglia per l'indipendenza e la partita di Brexit si giocano oggi sullo stesso scacchiere: "Il supporto all'indipendenza è cresciuto in reazione alla vittoria del Leave" dice Macpherson, che sogna una Scozia in stile danese ("Piccola ma forte, solidale ed europea"). "Il nostro è un nazionalismo civico, europeista e accogliente: il contrario di quelli di destra che vanno di moda oggi, razzisti ed euroscettici" spiega. "Non ci faremo allontanare dall'Europa" è il guanto di sfida lanciato a Westminster, e domani gli indipendentisti sfilano a Glasgow "All Under One Banner", "tutti sotto la bandiera scozzese".

A Edimburgo magari la pronuncia british non è ortodossa come a Londra, ma se si cerca il significato, delle parole, per tradurre bene "Brexit" bisogna venire fin qui, nella appendice settentrionale dell'(ex)impero. Questa terra da cinque milioni di abitanti che guarda a Nord - perché affaccia sul Mare del Nord con il suo oro nero (petrolio) e rosa (salmoni), e perché si ispira alla Scandinavia con le sue politiche di welfare e di equità sociale - insegna che "Brexit" indica pure la "probabile uscita del Regno Unito da se stesso". Il dibattito sulla Exit ha infatti già rinfocolato sia le tensioni al confine tra le due Irlande sia le istanze indipendentiste in Scozia: non è in gioco solo la compattezza d'Europa ma del Regno, che - non più Unito - rischia ora di deflagrare.

In Scozia l'uscita dall'Ue, soprattutto se sarà hard, è un incubo collettivo. Il rettore di Glasgow, Anton Muscatelli, economista di punta e presidente del Russell Group (la rete dei 24 atenei britannici più prestigiosi), definisce l'ipotesi come "un autogol clamoroso, un disastro per la nostra economia che si basa su scambi e libertà di movimento" oltre che "un colpo basso per una cultura che attrae talenti".

"Ci sentiamo presi in giro" sbotta Lynzi Leroy, che coordina un collettivo di 150 artisti (lo Scottish Design Exchange), ha fatto campagna nel 2014 per l'indipendenza di Scozia e nel 2016 per il Remain, in entrambi i casi ingoiando sconfitte: "Ricordo le parole dell'allora presidente della Commissione europea José Barroso prima del referendum per l'indipendenza, poi perso con il 45 per cento. Disse che se ci fossimo staccati da Westminster sarebbe stato difficile o impossibile rimanere nella Ue. Il paradosso è che oggi noi scozzesi, i più europeisti di tutto il Regno, rischiamo di esser portati via dall'Europa contro la nostra volontà".

Brexit rinfocola una lunga storia di divergenze con Londra. "Con i laburisti grandi egemoni qui negli anni 80, eravamo il contraltare della Londra conservatrice, che non solo non ci considerava, ma ci usava come cavie; nell'89 Margaret Thatcher sperimentò qui la poll tax e le nostre proteste furono così massicce che la ritirò" ricorda Lynzi.

La scoperta del petrolio nel Mare del Nord ha animato il nazionalismo economico dagli anni 70, ma un primo referendum per la devolution nel '79 non raggiunse il quorum. Al secondo, nel '97, votò il 60 per cento: due anni dopo, approvata la devolution, s'insediò il parlamento, con margini di decisione in tema fiscale o di welfare. Fino al 2010, quando il premier britannico David Cameron lanciò il suo programma di austerity, nessuno s'aspettava il boom dello Snp; ma con le regionali del 2011 il partito indipendentista iniziò la grande scalata erodendo voti a sinistra. "Dopo decenni al potere, i laburisti erano diventati grassi e pigri" racconta Robin McAlpine, che dirige il think tank Common Weal, è figlio di un politico ex laburista e fu lui stesso consulente per il partito. "Con il 2011 è arrivato un terremoto che non era previsto. Ma che ci ha ridato il futuro: la capacità di immaginare un'alternativa".

Dal 2012, quando venne apparecchiato il referendum del 2014 per l'indipendenza, a dispetto delle tendenze del resto dell'isola e d'Europa, l'insoddisfazione qui non si incanala nella rabbia contro l'altro - "in Scozia non diamo spazio a gente come Farage, a razzisti e euroscettici" - ma anzi si traduce in un'ondata di civismo. Neill Walker, fotografo di ogni istante della campagna, ricorda che "di indipendenza parlavano tutti ovunque, sui social, sui bus; gli oppositori mettevano in campo le paure - rimanere fuori dalla Ue o senza pensioni - ma il Sì prometteva una Scozia equa e giusta". Era insomma il miraggio di una "Scozia-Scandinavia" socialista libera da una Londra conservatrice. Un miraggio che si concretizza - coi poteri attuali - nella gratuità dell'università o dell'assistenza per anziani, e che all'epoca non bastò per vincere l'indy ref ma lanciò la volata all'Snp (nel 2015 i laburisti persero tutti i seggi tranne uno) e a Sturgeon come leader del Paese.

"Unisciti anche tu al 45 per cento indipendentista" canta l'artista locale Kevin Gore. Con Brexit, l'ondata è in piena new wave: Gore intonerà quel ritornello domani alla marcia di Glasgow. "Ci saranno famiglie, gente di tutti i tipi, inclusiva, niente razzisti" dice lui al bancone del Captains Bar. Poi inizia l'esibizione, il pubblico partecipa e una a una le voci si moltiplicano: qui funziona così, non solo con la musica. Pure con l'indipendenza la base è la stessa ma le motivazioni e i sostenitori si aggiungono lungo la strada. A cominciare dagli europei pentiti. La Scozia fece votare sull'indipendenza anche gli europei residenti, categoria che Westminster ha invece tenuto fuori dal voto su Brexit. "Nel 2014 mi astenni, ora voterei per staccarci da Londra" dice Simone Caffari, traduttore e libraio fuggito da Roma: "La vittoria del Leave ci ha convinti che proprio l'indipendenza potrà trattenerci nella Ue". "Westminster non considera noi europei e la Scozia pro Remain" dice Agnese Daverio, 28enne italiana arrivata alla guida dell'organizzazione del Jazz Festival di Edimburgo. "Qui ho trovato un buon lavoro, una società solidale e aperta. Questa terra vive di scambi, anche culturali".

Un paesaggio a rischio in caso di Exit: Edimburgo oggi non ha poteri autonomi sul fronte dell'immigrazione (decide Londra) ma la scarsità di abitanti (e la popolazione che invecchia) rende la libertà di movimento intraeuropea cruciale per la Scozia. "Se verrà scoraggiata l'immigrazione in età da lavoro, il Paese subirà gravi danni economici, sul fronte dei servizi e del benessere" dice un report nazionale. Dorota Peszkowska ha origini polacche e segue lo Eu Citizens Rights Project, che supporta gli europei residenti in Scozia col sostegno del governo locale. Tra i 223 mila immigrati Ue che vivono qui, mi dice, "c'è un sentimento di ansia da Leave. Per fortuna in Scozia è mitigato dalle rassicurazioni del governo e dal senso di accoglienza". O meglio, qui l'europeismo (e il timore) è condiviso: parafrasando il ministro, "non importa che tu sia italiano, scozzese o italoscozzese. In Scozia l'ansia da Leave è di chi la abita".

Questo reportage è realizzato in collaborazione con il Goethe Institut di Londra e il suo programma di residenza giornalistica (Re)-Collecting Europe: una borsa di viaggio di un mese per indagare l'impatto di Brexit

Sul Venerdì del 3 maggio 2019