Quando l'insulto diventò: cornuto e Buscetta
Attilio Bolzoni , di ATTILIO BOLZONIFebbraio 1986, inizia a Palermo il Maxiprocesso a Cosa Nostra. Volti, "benedizioni", imprecazioni e amnesie dei 460 imputati ammassati nelle celle dell'aula bunker
Ma è davvero lui quello che si agita nella gabbia numero 23 con il sigaro in bocca e che addosso ha un cappottone con il collo di pelliccia stile gangster americano anni Trenta, è proprio Luciano Liggio Cocciu di focu, seme di fuoco, quello che fa lo sbruffone e guarda tutti come se fosse il padreterno? E quell'altro con la faccia da prete spogliato nella gabbia numero 22 è proprio Pippo Calò, "il terribile Pippo Calò" che traccheggiava con la banda della Magliana e i servizi segreti e nel mentre ordinava stragi sui treni? E dov'è Pieruccio Senapa della famiglia di Corso dei Mille, quello che di Sua Eccellenza Corrado Carnevale - il giudice Ammazzasentenze - dice che "è buono come Papa Giovanni"? E Salvatore Rotolo detto Anatredda? E Pietro Alfano inteso U' Zappuni per quei dentoni bianchi a forma di zappa? E Masino Spadaro, che per quanti soldi ha fatto con le "bionde" si fa chiamare il Gianni …
Ma è davvero lui quello che si agita nella gabbia numero 23 con il sigaro in bocca e che addosso ha un cappottone con il collo di pelliccia stile gangster americano anni Trenta, è proprio Luciano Liggio Cocciu di focu, seme di fuoco, quello che fa lo sbruffone e guarda tutti come se fosse il padreterno? E quell'altro con la faccia da prete spogliato nella gabbia numero 22 è proprio Pippo Calò, "il terribile Pippo Calò" che traccheggiava con la banda della Magliana e i servizi segreti e nel mentre ordinava stragi sui treni? E dov'è Pieruccio Senapa della famiglia di Corso dei Mille, quello che di Sua Eccellenza Corrado Carnevale - il giudice Ammazzasentenze - dice che "è buono come Papa Giovanni"? E Salvatore Rotolo detto Anatredda? E Pietro Alfano inteso U' Zappuni per quei dentoni bianchi a forma di zappa? E Masino Spadaro, che per quanti soldi ha fatto con le "bionde" si fa chiamare il Gianni Agnelli di Palermo? E dove sono Giovanbattista Pullarà e Bernardo Brusca, i Prestifilippo dei Ciaculli, dov'è U' Lucchiseddu, dove sono Francesco Madonia e Mariano Agate, Stefano Fidanzati e Vincenzo Buffa?
Sono tutti lì, uno accanto all'altro e uno sopra l'altro, ammassati nelle celle che a semicerchio si affacciano sulla sterminata aula bunker costruita apposta per loro, sono tutti lì con le mani che afferrano le sbarre e con gli occhi che ruotano verso l'alto per scorgere una moglie o una madre o un figlio accorsi per vederli anche per un momento dopo tanto Ucciardone, il carcere che è attaccato al mostro di acciaio e cemento dove adesso sono rinchiusi. Camminatoi sotterranei, telecamere volanti, vetri a prova di bomba, un inferno ad alta tecnologia riservato esclusivamemente a loro che fino a qualche anno prima andavano dentro e si sentivano "in villeggiatura", in quel Grand Hotel dove entrava la qualunque: aragoste, latitanti e pure buttane.
Palermo, febbraio 1986, la Sicilia (e anche l'Italia) è sottosopra. Comincia il maxiprocesso alla Cosa Nostra, l'organizzazione criminale più potente del mondo occidentale. È la prima volta che la mafia trema. Gli imputati sono 460, cinque le donne, tutte corrieri della droga. Inizialmente erano 475 i rinviati a giudizio dall'ordinanza di 8.607 pagine firmata dai giudici istruttori Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Leonardo Guarnotta e Giuseppe Di Lello e dal consigliere Antonino Caponnetto, un capolavoro di ingegneria giudiziaria che incastra i traffici di eroina con gli assassini del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, che insegue le continguità fra i Santapaola e i Cavalieri dell'Apocalisse di Catania (definizione di Pippo Fava), che inchioda gli esattori di Salemi, i cugini Nino e Ignazio Salvo a capo di un impero che è anche il polmone finanziario della Democrazia Cristiana degli Andreotti e dei Lima. E dentro le gabbie ci sono loro, gli uomini del disonore, i macellai che "interrogavano" e torturavano i nemici di cosca nella camera della morte di Sant'Erasmo, i sicari di poliziotti e carabinieri, i mandanti dei delitti eccellenti, quelli che squagliavano gli altri nell'acido o li incaprettavano. Palermo città mattatoio, ogni via una croce, ogni angolo una lapide.
Ne mancano solo tre all'appello nel febbraio del 1986 in quel quadro del demonio che è l'aula bunker dell'Ucciardone, i tre "meglio" della compagnia. Uno è lo zio Totò, Salvatore Riina, che verrà arrestato quasi sette anni dopo. L'altro è Bernardo Provenzano, che finirà la sua latitanza nel 2006. E l'ultimo è il Papa, Michele Greco, che da lì a qualche mese farà il suo trionfale ingresso nella cella numero 9 con in mano una Bibbia e augurerà "la pace eterna" ai giudici. Parole di Nostro Signore.
"Sugnu un povero sventurateddu perché la polizia mi ama troppo" grida l'imputato che cerca disperatamente di difendersi. E poi c'è anche il piccolo pentito, Stefano Calzetta, che miracolosamente perde la memoria. Gli chiede il pm Giuseppe Ayala: "Conferma quanto disse in istruttoria, e cioè che Rotolo sorrideva sempre anche quando commetteva un omicidio?". Calzetta: "Non mi ricordo". Pm: "Conosce Pietro Zanca?". Calzetta: "Mi fa male la testa, non mi ricordo". Pm: "Ricorderà se una persona la conosce o no?". Calzetta: "C'è quando mi ricordo e quando non mi ricordo, sono caduto e ho sbattuto la testa". Pm: "Quando ha sbattuto la testa?". Calzetta: "E chi si ricorda?". Tutto vero. Come terribilmente vero è Tommaso Buscetta, il boss che svela al mondo Cosa Nostra e consegna a Falcone i "codici" per entrare nei suoi misteri. O come Totuccio, Salvatore Contorno, fido guardaspalle di Stefano Bontate che inesorabile accusa i Corleonesi. Il primo entra nell'aula bunker accolto da un silenzioso rispetto, l'altro da una battutaccia del Papa che per offenderlo ricorda alla platea: "È 'u figghiu di Sasà 'a caprara". Antropologia criminale e orrori. Ma i più veri di tutti sono i familiari delle vittime che sfilano per avere giustizia. Sono centinaia, figli, madri, sorelle, fratelli, padri.
LEGGI ANCHE: MARCO BELLOCCHIO RACCONTA IL SUO BUSCETTA
Palermo, dicembre 1987. Dopo 35 giorni di camera di consiglio, 349 udienze, 1.314 interrogatori, 635 arringhe difensive, ecco la sentenza: 2.665 anni di carcere e 19 ergastoli. Il presidente Alfonso Giordano e il giudice a latere Pietro Grasso hanno il volto nascosto da un barbone, i mafiosi sono impietriti mentre ascoltano i loro nomi uno dopo l'altro. Nell'aula bunker cade il mito secolare dell'impunità di Cosa Nostra. Assolto tra i capi solo Cocciu di focu, Lucianeddu, che ormai è la controfigura di quel "pezzo da novanta" che era stato vent'anni prima. La mafia c'è, esiste. Ed è un'organizzazione "verticistica e unitaria" con un governo che è la Cupola. Cambia la storia di Palermo e anche del Paese. Cambia anche il linguaggio nei vicoli di Palermo. Non si dice più "cornuto e sbirro", si dice "cornuto e Buscetta". Un nome che diventa insulto. Ma il verdetto della Corte di Assise è implacabile. "La mafia è stata definitivamente sconfitta", dichiarano pomposamente i ministri di Roma. Poi sappiamo tutti come è andata. È arrivato il '92, l'estate, le bombe.
Sul Venerdì del 3 maggio 2019
Sono tutti lì, uno accanto all'altro e uno sopra l'altro, ammassati nelle celle che a semicerchio si affacciano sulla sterminata aula bunker costruita apposta per loro, sono tutti lì con le mani che afferrano le sbarre e con gli occhi che ruotano verso l'alto per scorgere una moglie o una madre o un figlio accorsi per vederli anche per un momento dopo tanto Ucciardone, il carcere che è attaccato al mostro di acciaio e cemento dove adesso sono rinchiusi. Camminatoi sotterranei, telecamere volanti, vetri a prova di bomba, un inferno ad alta tecnologia riservato esclusivamemente a loro che fino a qualche anno prima andavano dentro e si sentivano "in villeggiatura", in quel Grand Hotel dove entrava la qualunque: aragoste, latitanti e pure buttane.
Palermo, febbraio 1986, la Sicilia (e anche l'Italia) è sottosopra. Comincia il maxiprocesso alla Cosa Nostra, l'organizzazione criminale più potente del mondo occidentale. È la prima volta che la mafia trema. Gli imputati sono 460, cinque le donne, tutte corrieri della droga. Inizialmente erano 475 i rinviati a giudizio dall'ordinanza di 8.607 pagine firmata dai giudici istruttori Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Leonardo Guarnotta e Giuseppe Di Lello e dal consigliere Antonino Caponnetto, un capolavoro di ingegneria giudiziaria che incastra i traffici di eroina con gli assassini del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, che insegue le continguità fra i Santapaola e i Cavalieri dell'Apocalisse di Catania (definizione di Pippo Fava), che inchioda gli esattori di Salemi, i cugini Nino e Ignazio Salvo a capo di un impero che è anche il polmone finanziario della Democrazia Cristiana degli Andreotti e dei Lima. E dentro le gabbie ci sono loro, gli uomini del disonore, i macellai che "interrogavano" e torturavano i nemici di cosca nella camera della morte di Sant'Erasmo, i sicari di poliziotti e carabinieri, i mandanti dei delitti eccellenti, quelli che squagliavano gli altri nell'acido o li incaprettavano. Palermo città mattatoio, ogni via una croce, ogni angolo una lapide.
Ne mancano solo tre all'appello nel febbraio del 1986 in quel quadro del demonio che è l'aula bunker dell'Ucciardone, i tre "meglio" della compagnia. Uno è lo zio Totò, Salvatore Riina, che verrà arrestato quasi sette anni dopo. L'altro è Bernardo Provenzano, che finirà la sua latitanza nel 2006. E l'ultimo è il Papa, Michele Greco, che da lì a qualche mese farà il suo trionfale ingresso nella cella numero 9 con in mano una Bibbia e augurerà "la pace eterna" ai giudici. Parole di Nostro Signore.
"Sugnu un povero sventurateddu perché la polizia mi ama troppo" grida l'imputato che cerca disperatamente di difendersi. E poi c'è anche il piccolo pentito, Stefano Calzetta, che miracolosamente perde la memoria. Gli chiede il pm Giuseppe Ayala: "Conferma quanto disse in istruttoria, e cioè che Rotolo sorrideva sempre anche quando commetteva un omicidio?". Calzetta: "Non mi ricordo". Pm: "Conosce Pietro Zanca?". Calzetta: "Mi fa male la testa, non mi ricordo". Pm: "Ricorderà se una persona la conosce o no?". Calzetta: "C'è quando mi ricordo e quando non mi ricordo, sono caduto e ho sbattuto la testa". Pm: "Quando ha sbattuto la testa?". Calzetta: "E chi si ricorda?". Tutto vero. Come terribilmente vero è Tommaso Buscetta, il boss che svela al mondo Cosa Nostra e consegna a Falcone i "codici" per entrare nei suoi misteri. O come Totuccio, Salvatore Contorno, fido guardaspalle di Stefano Bontate che inesorabile accusa i Corleonesi. Il primo entra nell'aula bunker accolto da un silenzioso rispetto, l'altro da una battutaccia del Papa che per offenderlo ricorda alla platea: "È 'u figghiu di Sasà 'a caprara". Antropologia criminale e orrori. Ma i più veri di tutti sono i familiari delle vittime che sfilano per avere giustizia. Sono centinaia, figli, madri, sorelle, fratelli, padri.
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Palermo, dicembre 1987. Dopo 35 giorni di camera di consiglio, 349 udienze, 1.314 interrogatori, 635 arringhe difensive, ecco la sentenza: 2.665 anni di carcere e 19 ergastoli. Il presidente Alfonso Giordano e il giudice a latere Pietro Grasso hanno il volto nascosto da un barbone, i mafiosi sono impietriti mentre ascoltano i loro nomi uno dopo l'altro. Nell'aula bunker cade il mito secolare dell'impunità di Cosa Nostra. Assolto tra i capi solo Cocciu di focu, Lucianeddu, che ormai è la controfigura di quel "pezzo da novanta" che era stato vent'anni prima. La mafia c'è, esiste. Ed è un'organizzazione "verticistica e unitaria" con un governo che è la Cupola. Cambia la storia di Palermo e anche del Paese. Cambia anche il linguaggio nei vicoli di Palermo. Non si dice più "cornuto e sbirro", si dice "cornuto e Buscetta". Un nome che diventa insulto. Ma il verdetto della Corte di Assise è implacabile. "La mafia è stata definitivamente sconfitta", dichiarano pomposamente i ministri di Roma. Poi sappiamo tutti come è andata. È arrivato il '92, l'estate, le bombe.
Sul Venerdì del 3 maggio 2019