Quell'archivio è un capolavoro
Chiara Gatti , dal nostro corrispondente ANTONELLO GUERRERASpeciale Biennale 2019: Le opere di Marysia Lewandowska hanno origine da vecchi documenti. A Venezia torna alla fondazione della manifestazione e ne immagina una versione alternativa. Al femminile
LONDRA. È possibile intrecciare la polverosa archivistica all'inafferrabile arte contemporanea? Sì, e Marysia Lewandowska, artista polacca nata a Stettino e da oltre trent'anni a Londra, lo dimostra in maniera sublime con la sua ultima esposizione It's About Time, "Era ora". Marysia Lewandowska è l'artista chiamata a esporre all'interno del Padiglione delle arti applicate nelle Sale d'armi dell'Arsenale. Il progetto, che si rinnova per il quarto anno consecutivo, è frutto della collaborazione tra La Biennale e il Victoria and Albert Museum di Londra. Dopo Brendan Cormier e la riproduzione del patrimonio culturale, Jorge Pardo e l'Arts and Crafts, il complesso edilizio brutalista dei Robin Hood Gardens, quest'anno il curatore della Biennale Ralph Rugoff ha coinvolto Marysia Lewandowska, profonda e intensa interprete concettuale che sintetizza anime e ossimori dell'arte. La sua installazione audiovisiva del Pa…
LONDRA. È possibile intrecciare la polverosa archivistica all'inafferrabile arte contemporanea? Sì, e Marysia Lewandowska, artista polacca nata a Stettino e da oltre trent'anni a Londra, lo dimostra in maniera sublime con la sua ultima esposizione It's About Time, "Era ora". Marysia Lewandowska è l'artista chiamata a esporre all'interno del Padiglione delle arti applicate nelle Sale d'armi dell'Arsenale. Il progetto, che si rinnova per il quarto anno consecutivo, è frutto della collaborazione tra La Biennale e il Victoria and Albert Museum di Londra. Dopo Brendan Cormier e la riproduzione del patrimonio culturale, Jorge Pardo e l'Arts and Crafts, il complesso edilizio brutalista dei Robin Hood Gardens, quest'anno il curatore della Biennale Ralph Rugoff ha coinvolto Marysia Lewandowska, profonda e intensa interprete concettuale che sintetizza anime e ossimori dell'arte. La sua installazione audiovisiva del Padiglione, che interseca documenti storici, filmati d'archivio rimaneggiati e una colonna sonora originale, ripercorre la fondazione della Biennale di Venezia nel 1895 ma allo stesso tempo ne re-immagina una versione alternativa, sviluppata dalle donne: "voci inascoltate" ma assolutamente vive, nonostante l'oblio dell'epoca.
"Con Ralph Rugoff abbiamo un mutuo interesse nell'archivistica" spiega Lewandowska in un caffè ai piedi del distopico Barbican Centre di Londra; "sono sempre stata interessata agli archivi, i miei progetti derivano dagli archivi e io stessa ne ho costruiti. Il rapporto degli archivi con il presente e con l'arte contemporanea ha interessato molto Ralph, soprattutto dopo il mio impegno simile per il cinquantenario della Hayward Gallery di Londra, l'anno scorso".
E ora perché questa attrazione per gli archivi della Biennale?
"Per me il cuore di un archivio sono le persone che troviamo nei documenti e le relazioni tra di loro, oltre al rapporto con il presente e con l'arte contemporanea. Lavorando negli archivi della Biennale, sono rimasta affascinata da come fossero inventivi e moderni i personaggi coinvolti nella genesi della manifestazione, come il sindaco 'visionariò Riccardo Selvatico. Un archivio è una cruciale e affascinante traccia di attività e relazione sociale, e inoltre rende fertile la storia inaridita: alla Hayward Gallery, quasi nessuno degli addetti ai lavori sapeva perché si chiamasse Hayward. La risposta era negli archivi: il politico locale Sir Isaac Hayward aveva realizzato azioni straordinarie per la cosa pubblica ma poi era stato sradicato dalla nostra coscienza collettiva. Gli archivi, in questo senso, sono illuminanti e dimostrano come le fredde istituzioni siano mosse dai valori. È proprio questo che dà forma alla 'culturà e al senso e al valore delle cose, indispensabili per rileggere la storia e dunque la realtà".
Questo lavoro della Biennale rielabora un altro tema a lei caro, quello delle donne, spesso "invisibili".
"Negli archivi veneziani ho trovato la lista dei "consiglieri" coinvolti nella fondazione della Biennale e c'erano decine di cognomi. Mi son chiesta: di che sesso sono? Ovviamente erano tutti maschi. È stata la svolta, che mi ha spinto a ricerche successive. Davvero le donne rimasero in silenzio di fronte a questa creazione? No, affatto. La duchessa Felicita Bevilacqua La Masa, per esempio, è l'intrepida protagonista che ha influenzato di più la mia rielaborazione, ma c'erano molte altre donne, come le socie dell'organizzazione 'Sorelle d'Italia', che discutevano, proponevano e hanno sviluppato, nonostante le limitazioni cui erano sottoposte, un intenso dibattito culturale e politico. Eppure gli archivi della Biennale non hanno niente su di loro. Quindi mi sono spinta ad andare oltre, a ricercare e cercare di immaginare il grande impegno di queste donne, 'mogli di qualcun altro', 'invisibilì o 'senza una voce'. Con la collaborazione di alcuni gruppi femministi di Venezia e Londra ho speculato su questa assenza, creando un passato alternativo che le rende protagoniste e dà loro una voce".
Da dove nasce questa sua sensibilità?
"Risale all'inizio negli anni Ottanta, appena trasferitami a Londra, ed è poi culminata nel recente progetto Women's Audio Archive. Da bambina sono cresciuta nella Polonia comunista e sono sempre stata interessata a come viene scritta la storia e a chi la scrive. Arrivata a Londra, ho cercato sempre di scoprire le persone del posto e di che cosa discutessero, ho iniziato a frequentare eventi culturali, mostre, e dopo un po' di tempo sono venuta a contatto con molte donne, artiste, scrittrici, giornaliste, attiviste. Ho analizzato come riuscivano a farsi, o non farsi, sentire, registrando per me tutte le loro conversazioni che poi sono diventate il pilastro del Women's Audio Archive, archivi viventi in una società contemporanea. Anche per questo, sono un'artista che crede fortemente nel processo collaborativo. È la mia preziosa idea di pubblico. Lavorare con gli archivi significa lavorare con la proprietà di altri. Perciò, tempo fa, partecipai al libro Undoing Property?, 'smontare la proprietà': perché non è il modello competitivo che ci fa raggiungere un obiettivo o una vera costruzione culturale, bensì quello collaborativo".
Che rapporto ci può essere secondo lei tra l'archivistica e l'arte contemporanea, una sintesi alla Rauschenberg o cos'altro?
"Tutti gli artisti (ma anche studiosi, giornalisti, curiosi) sono affascinati dagli archivi perché è un terreno immacolato, libero dall'interpretazione. Ti danno accesso per capire qualcosa. Ma allo stesso gli archivi sono anche un terreno che ti scuote, perché tocchi ciò che altre persone, oggi morte, hanno lasciato. Nel primo box di documenti della Biennale ho percepito proprio questa umanità e la sua potenza che poteva essere riutilizzata. Perciò non bisogna monetizzare gli archivi: le persone dovrebbero accedervi liberamente. Forse il concetto più importante di It's About Time è che bisogna muoversi dalla cultura del permesso a quella del riconoscimento, della scoperta. Qui c'è tutto il nostro futuro.
E gli archivi online?
"Sono fantastici e allargano ancora di più la fruibilità documentale. Ma allo stesso tempo subiscono una selezione nella loro digitalizzazione: chi li scannerizza fa una scelta. Quindi bisogna essere coscienti che non sono come quelli cartacei, puri e immacolati".
Sul Venerdì del 26 aprile 2019
"Con Ralph Rugoff abbiamo un mutuo interesse nell'archivistica" spiega Lewandowska in un caffè ai piedi del distopico Barbican Centre di Londra; "sono sempre stata interessata agli archivi, i miei progetti derivano dagli archivi e io stessa ne ho costruiti. Il rapporto degli archivi con il presente e con l'arte contemporanea ha interessato molto Ralph, soprattutto dopo il mio impegno simile per il cinquantenario della Hayward Gallery di Londra, l'anno scorso".
E ora perché questa attrazione per gli archivi della Biennale?
"Per me il cuore di un archivio sono le persone che troviamo nei documenti e le relazioni tra di loro, oltre al rapporto con il presente e con l'arte contemporanea. Lavorando negli archivi della Biennale, sono rimasta affascinata da come fossero inventivi e moderni i personaggi coinvolti nella genesi della manifestazione, come il sindaco 'visionariò Riccardo Selvatico. Un archivio è una cruciale e affascinante traccia di attività e relazione sociale, e inoltre rende fertile la storia inaridita: alla Hayward Gallery, quasi nessuno degli addetti ai lavori sapeva perché si chiamasse Hayward. La risposta era negli archivi: il politico locale Sir Isaac Hayward aveva realizzato azioni straordinarie per la cosa pubblica ma poi era stato sradicato dalla nostra coscienza collettiva. Gli archivi, in questo senso, sono illuminanti e dimostrano come le fredde istituzioni siano mosse dai valori. È proprio questo che dà forma alla 'culturà e al senso e al valore delle cose, indispensabili per rileggere la storia e dunque la realtà".
Questo lavoro della Biennale rielabora un altro tema a lei caro, quello delle donne, spesso "invisibili".
"Negli archivi veneziani ho trovato la lista dei "consiglieri" coinvolti nella fondazione della Biennale e c'erano decine di cognomi. Mi son chiesta: di che sesso sono? Ovviamente erano tutti maschi. È stata la svolta, che mi ha spinto a ricerche successive. Davvero le donne rimasero in silenzio di fronte a questa creazione? No, affatto. La duchessa Felicita Bevilacqua La Masa, per esempio, è l'intrepida protagonista che ha influenzato di più la mia rielaborazione, ma c'erano molte altre donne, come le socie dell'organizzazione 'Sorelle d'Italia', che discutevano, proponevano e hanno sviluppato, nonostante le limitazioni cui erano sottoposte, un intenso dibattito culturale e politico. Eppure gli archivi della Biennale non hanno niente su di loro. Quindi mi sono spinta ad andare oltre, a ricercare e cercare di immaginare il grande impegno di queste donne, 'mogli di qualcun altro', 'invisibilì o 'senza una voce'. Con la collaborazione di alcuni gruppi femministi di Venezia e Londra ho speculato su questa assenza, creando un passato alternativo che le rende protagoniste e dà loro una voce".
Da dove nasce questa sua sensibilità?
"Risale all'inizio negli anni Ottanta, appena trasferitami a Londra, ed è poi culminata nel recente progetto Women's Audio Archive. Da bambina sono cresciuta nella Polonia comunista e sono sempre stata interessata a come viene scritta la storia e a chi la scrive. Arrivata a Londra, ho cercato sempre di scoprire le persone del posto e di che cosa discutessero, ho iniziato a frequentare eventi culturali, mostre, e dopo un po' di tempo sono venuta a contatto con molte donne, artiste, scrittrici, giornaliste, attiviste. Ho analizzato come riuscivano a farsi, o non farsi, sentire, registrando per me tutte le loro conversazioni che poi sono diventate il pilastro del Women's Audio Archive, archivi viventi in una società contemporanea. Anche per questo, sono un'artista che crede fortemente nel processo collaborativo. È la mia preziosa idea di pubblico. Lavorare con gli archivi significa lavorare con la proprietà di altri. Perciò, tempo fa, partecipai al libro Undoing Property?, 'smontare la proprietà': perché non è il modello competitivo che ci fa raggiungere un obiettivo o una vera costruzione culturale, bensì quello collaborativo".
Che rapporto ci può essere secondo lei tra l'archivistica e l'arte contemporanea, una sintesi alla Rauschenberg o cos'altro?
"Tutti gli artisti (ma anche studiosi, giornalisti, curiosi) sono affascinati dagli archivi perché è un terreno immacolato, libero dall'interpretazione. Ti danno accesso per capire qualcosa. Ma allo stesso gli archivi sono anche un terreno che ti scuote, perché tocchi ciò che altre persone, oggi morte, hanno lasciato. Nel primo box di documenti della Biennale ho percepito proprio questa umanità e la sua potenza che poteva essere riutilizzata. Perciò non bisogna monetizzare gli archivi: le persone dovrebbero accedervi liberamente. Forse il concetto più importante di It's About Time è che bisogna muoversi dalla cultura del permesso a quella del riconoscimento, della scoperta. Qui c'è tutto il nostro futuro.
E gli archivi online?
"Sono fantastici e allargano ancora di più la fruibilità documentale. Ma allo stesso tempo subiscono una selezione nella loro digitalizzazione: chi li scannerizza fa una scelta. Quindi bisogna essere coscienti che non sono come quelli cartacei, puri e immacolati".
Sul Venerdì del 26 aprile 2019