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Graham Greene (in primo piano) a un party con Carol Reed, regista di Il terzo Uomo (1949), uno dei più famosi film tratti da opere dello scrittore (The Life Picture Collection/ Getty Images) 

Graham Greene, il nostro agente in un mondo senza buoni né cattivi

Speciale libri: La casa editrice Sellerio rilancia i capolavori del grande scrittore inglese. A partire da Il console onorario, il romanzo che lui preferiva. È l'occasione per rituffarsi nel suo universo ambiguo e tormentato
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Sul finire della vita, a Graham Greene capitava una cosa bizzarra. Ogni tanto saltava fuori qualcuno che si spacciava per lui. Gli scrivevano segnalando che era stato visto in Giamaica, o al Festival di Cannes, o in una pasticceria di Montevideo: naturalmente lui non c'era mai stato. Ma quando, dopo aver effettivamente partecipato in Cile a un pranzo con Salvador Allende, un giornale ("di destra", specificava) scrisse che il Presidente era stato ingannato da un impostore, Greene scrisse: "Mi sorpresi scosso da un dubbio metafisico. Ero sempre stato io l'impostore? Ero io l'Altro?".

Così, con un eccesso di understatement, uno dei più grandi scrittori del Novecento conclude il suo libro di memorie, Vie di scampo. Un finale che più "greeniano" non si può, in cui la realtà non è esattamente quello che sembra. Ma si può usare, come si fa con "felliniano" o "borgesiano", l'agg…
Sul finire della vita, a Graham Greene capitava una cosa bizzarra. Ogni tanto saltava fuori qualcuno che si spacciava per lui. Gli scrivevano segnalando che era stato visto in Giamaica, o al Festival di Cannes, o in una pasticceria di Montevideo: naturalmente lui non c'era mai stato. Ma quando, dopo aver effettivamente partecipato in Cile a un pranzo con Salvador Allende, un giornale ("di destra", specificava) scrisse che il Presidente era stato ingannato da un impostore, Greene scrisse: "Mi sorpresi scosso da un dubbio metafisico. Ero sempre stato io l'impostore? Ero io l'Altro?".

Così, con un eccesso di understatement, uno dei più grandi scrittori del Novecento conclude il suo libro di memorie, Vie di scampo. Un finale che più "greeniano" non si può, in cui la realtà non è esattamente quello che sembra. Ma si può usare, come si fa con "felliniano" o "borgesiano", l'aggettivo "greeniano"? Certo che si può. E cosa vuol dire? Essenzialmente, una storia alla Graham Greene è una storia dove i personaggi buoni non sono mai del tutto buoni, così come i cattivi non sono canaglie per forza. Una storia dove il sesso è trattato come quella fatalità, quella spinta umana che a volte muove tutto, senza troppa retorica. Una storia dove la politica ha sempre un ruolo, un po' come per Camus. Una storia dove i posti più remoti della Terra sono raccontati senza esotismo ma anzi colti nella loro verità profonda, che è sempre una verità dell'uomo. Tutti ingredienti che hanno fatto dei romanzi di Greene dei classici, da Il nocciolo della questione a La fine dell'avventura, e che sono presenti all'ennesima potenza in Il console onorario, con cui la casa editrice Sellerio, in occasione dei propri 50 anni, comincia la ripubblicazione di alcuni dei capolavori dello scrittore inglese a cura di Domenico Scarpa (in questa prima uscita, con una nota di Alessandro Baricco e la traduzione di Alessandro Carrera).

Ambientato sul confine tra l'Argentina e il Paraguay della dittatura di Alfredo Stroessner, è la storia del medico di origine inglese Eduardo Plarr e di Charley Fortnum, un console di basso rango e mezzo alcolizzato. Un'amicizia autentica e quasi sincera (vanno a letto entrambi con la bella Clara) finché un gruppo di guerriglieri paraguayani non rapisce per sbaglio Fortnum scambiandolo per un importante diplomatico americano. Non diciamo altro, salvo che a capo della banda c'è un ex prete amico di Plarr, ed è così che il medico si ritrova al centro di una storia dove in gioco ci sono la lealtà, l'amore e la giustizia. Uscito nel 1973, scritto alla vigilia dei settant'anni, per Greene Il console onorario era il libro che lo aveva fatto penare di più ma anche il suo preferito, forse perché, appunto, distilla le sue ossessioni in una sintesi proverbiale. Ossessioni che nella sua vita erano cominciate quasi subito.

Era nato nel 1904 in una piccola città a nord di Londra, figlio di un professore e di una lontana parente di Robert Louis Stevenson. Un destino segnato? Mica tanto, perché la strada della scrittura sarebbe stata lastricata di fallimenti, di tentativi frustrati. Però da subito per lui la scrittura è evasione ("una forma di azione", dirà), evasione dalla nevrosi e dalla noia: racconterà poi di aver giocato, da ragazzo, alla roulette russa, con una pistola trovata in casa. Ancora adolescente va in cura da uno psichiatra, legge Kipling, Ballantyne e ha una passione sfrenata per Joseph Conrad, tanto da doverlo poi abbandonare poiché lo influenzava troppo (benché uno dei suoi romanzi della maturità, Un caso bruciato, sia un palese omaggio a Cuore di tenebra). Insomma, vuole scrivere, e capisce che la strada è darsi al giornalismo.

Dopo varie peripezie, tra le quali un'affiliazione al Partito comunista inglese, approda finalmente al Times di Londra, dove fa la sua gavetta nella bassa "cucina", anche dal punto di vista dello stile: via i fronzoli, dritti al punto. Nel 1929, il suo terzo romanzo ha un certo successo: ha venticinque anni e si innamora di una ragazza di nome Vivien (con la quale avrà due figli), per amore della quale - ma anche, diceva, con convinzione sincera - abbraccia il cattolicesimo. È da questo momento che addosso gli verrà appiccicata l'etichetta di scrittore cattolico, etichetta che Greene non rifiuterà ma metterà sempre in discussione, così come il dubbio sarà la cifra della sua fede. Celebre la frase pronunciata da uno dei personaggi di Il fattore umano: "Sai, non sono mai stato religioso... mi sono lasciato indietro Dio nella cappella della scuola, eppure a volte mi capitava di conoscere preti, in Africa, che mi facevano credere di nuovo - per un momento - davanti a un bicchiere".

La gavetta non è finita: altri libri sono un tonfo, e visto che ha messo su famiglia decide di puntare al successo e ci riesce nel 1932 con Il treno per Istanbul (Sellerio lo ripubblicherà a ottobre), che vende parecchio e segna l'inizio del suo fortunato rapporto con il cinema. Fritz Lang, John Ford, Otto Preminger vorranno le sue storie. Uno dei romanzi più belli, Un americano tranquillo, avrà due versioni, una nel 1958 di Joseph Mankiewicz e una più recente, del 2002, diretta da Phillip Noyce, con Michael Caine, attore feticcio che ritroviamo anche nella versione cinematografica del Console onorario con Richard Gere nel ruolo del dottor Plarr.

Il matrimonio e il successo però non placano la sua ansia di fuga: nel 1935 Greene parte per l'Africa insieme a una cugina. Vi tornerà spesso, la seconda volta in veste di agente segreto, quando nel 1941, durante la guerra, viene cooptato dal MI6 britannico che lo spedisce in Sierra Leone a gestire un remoto ufficio dispacci: esperienza che tradurrà in Il nocciolo della questione. Di decifrare cablogrammi però si stufa in fretta, e torna a Londra al controspionaggio, dove diventa amico di quel celeberrimo Kim Philby, spia che tradirà la patria per l'Unione Sovietica, fantasma anche di tanti romanzi di John Le Carré. Autore, quest'ultimo, che a Greene deve tantissimo: Il giardiniere tenace, Il sarto di Panama, Il nostro traditore tipo, famosi titoli "johnlecarriani", cosa sono se non un perenne omaggio ai titoli di Greene? Il nostro agente all'Avana, Un americano tranquillo, Il console onorario appunto: tipi umani che diventano deformazioni universali.

Domenico Scarpa, nella postfazione, parla giustamente di lettura politica della realtà attraverso l'uso sapiente del grottesco: "La modernità di Greene" scrive "consiste nello stile assertivo con cui scova e restituisce il grottesco nelle sue storie - il grottesco della Storia di cui sgretola l'iniziale maiuscola senza sminuirne gli orrori". Le sue trame, come Il terzo uomo, nato come sceneggiatura per il film di Carol Reed (con un mastodontico Orson Welles), hanno spesso la Storia come sfondo, eppure si tratta di vicende umanissime.

Con il dopoguerra arriva la consacrazione, come scrive il suo biografo Norman Sherry, nell'epoca che coincide con il grande amore per la bellissima (e sposatissima, come lui d'altra parte) Catherine Walston, relazione che durerà anni. Greene ha comprato una casa ad Anacapri, dove andrà sempre a scrivere ("per stare lontano", diceva la sua amica Shirley Hazzard), anche se tra un libro e l'altro lo si vedeva bazzicare l'Indocina, il Nicaragua, Panama, Cuba, Haiti, con il sospetto, poi confermato, che continuasse informalmente a compiere missioni per i Servizi inglesi e accusato, in varie occasioni, di anti-americanismo: dure le sue prese di posizione contro la guerra in Vietnam e l'attività della Cia nel Cile di Pinochet. A Mario Soldati, suo grande amico, che vedeva in Italia, un giorno dirà: "L'elemento drammatico della politica mi attrae. Il pericolo mi interessa, mi ispira. Scrivo per sfuggire alla noia".

E sfuggì sempre. Tra un viaggio e l'altro, dopo la Walston ebbe una relazione con l'attrice svedese Anita Björk e poi, ancora una volta in Africa, incontrerà la donna che resterà al suo fianco fino alla fine, avvenuta nel 1991: la francese Yvonne Cloetta. L'uomo, racconta chi lo conobbe, era un po' come il Dottor Jekyll e Mr Hyde del suo lontano parente Stevenson: diviso, sfuggente. Shirley Hazzard, nel suo bellissimo libro sulla loro amicizia a Capri, scrive che Greene aveva bisogno "di fomentare guai, di dare uno scossone alla remissività e di disturbare la pace" dando, aggiungeva, "libero sfogo ai più disparati stati d'animo che si impossessavano di lui, che poi metteva al servizio della sua opera". E dei suoi personaggi, così veri, così universali che si sarebbero potuti incontrare ovunque: il dottor Plarr del Console onorario, il Fowler di Un americano tranquillo, lo Scobie del Nocciolo della questione, il Castle del Fattore umano, persino l'inafferrabile, struggente Sara Miles di La fine dell'avventura. Ecco perché Graham Greene non si stupiva che in giro per il mondo ci fosse un altro sé stesso: sapeva di essere sempre lui, solo uno degli innumerevoli "lui" che aveva inventato.

Sul Venerdì del 3 maggio 2019