Per Terenci Moix l'Egitto di Cleopatra è un sogno pop
Marco Cicala , di MARCO CICALASpeciale libri: grande cinefilo, scrittore iconoclasta, omosessuale in rivolta, fu l'enfant terrible della letteratura catalana. Ma la sua vera "fissa" erano i faraoni e la mitica regina. A cui dedicò un bestseller in technicolor
Barcellona, Natale 1941. Nel patibolare Barrio Chino c'è una ragazza incinta che da ore si chiede dove accidenti sia finito suo marito. La gravidanza è agli sgoccioli e lui sparito dai radar. Defezione momentanea o se l'è squagliata per sempre? Con andatura tra il claudicante e l'imbestialito, la tipa inizia a setacciare i locali del quartiere, compresi i meno raccomandabili, che in zona prevalgono. La caccia all'uomo durerà pochissimo. Il ricercato viene sorpreso in un bar de mala vida nell'atto di stappare una bottiglia di spumante tra i gridolini d'una masnada di sgallettate vestite all'incirca da odalische. Malgrado siano gli anni grami del dopo-guerra civile, il lupanare di Madame Tangeri - nome d'arte della tenutaria - ci tiene ancora a darsi un tono di esotica lascivia. Il padre del nascituro si trova lì perché, con altri complici di zingarate, s'è ripromesso di festeggiare ogni santo Natale al…
Barcellona, Natale 1941. Nel patibolare Barrio Chino c'è una ragazza incinta che da ore si chiede dove accidenti sia finito suo marito. La gravidanza è agli sgoccioli e lui sparito dai radar. Defezione momentanea o se l'è squagliata per sempre? Con andatura tra il claudicante e l'imbestialito, la tipa inizia a setacciare i locali del quartiere, compresi i meno raccomandabili, che in zona prevalgono. La caccia all'uomo durerà pochissimo. Il ricercato viene sorpreso in un bar de mala vida nell'atto di stappare una bottiglia di spumante tra i gridolini d'una masnada di sgallettate vestite all'incirca da odalische. Malgrado siano gli anni grami del dopo-guerra civile, il lupanare di Madame Tangeri - nome d'arte della tenutaria - ci tiene ancora a darsi un tono di esotica lascivia. Il padre del nascituro si trova lì perché, con altri complici di zingarate, s'è ripromesso di festeggiare ogni santo Natale al bordello. Una botta di vita per sfuggire alla noia d'un'epoca livida e bigotta. Però la moglie gli si avventa contro: "Ti strappo gli occhi". Viene fermata. Dalla rabbia rischia di perdere il bambino. La calmano. Le doglie arriveranno una decina di giorni più tardi, mentre la coppia, ormai riconciliata, siede nel buio di un cinema.
Sembra un romanzo, però è questo lo scenario picaresco nel quale venne al mondo Terenci Moix, l'enfant terrible della letteratura catalana, praticamente sconosciuto in Italia. A oltre trent'anni dal successo spagnolo - un milione di copie vendute e Premio Planeta 1986 - arriva ora in traduzione il suo Non dirmi che era un sogno (Dea Planeta). In anticipo sui bestselleroni egizi di Christian Jacq, è una bizzarra rivisitazione del mito di Cleopatra e della sua passionaccia dark per il triumviro Antonio. Tutto rievocato con uno stile magniloquente che un po' sconcerta: "E disse la donna: Maledetto sia amore, che mi uccide. Colorate di morte il Nilo. Vestite a lutto le nubi...".
Sulle prime ti dici che solo uno squilibrato poteva rimettere mano a quella storia galeotta cantata una volta per tutte da Shakespeare. Ma col Bardo, Moix c'entra poco. Le sue fonti di ispirazione sono altre: il melodramma e, soprattutto, Hollywood. Non per niente, negli anni 60, il giovane Terenci s'era messo in evidenza con un cazzutissimo saggio sul kolossal Cleopatra di Mankiewicz che, nonostante le superstar Liz Taylor e Richard Burton, sarebbe diventato il più rovinoso flop nella storia degli Studios. Spinse la 20th Century Fox sull'orlo del crac. Ma per Moix, a ragione, era un capolavoro.
Come la maggior parte degli intellettuali d'origine proletaria o piccolo-borghese della sua generazione, anche lui aveva imparato tutto dal cinema. Terenci - che si ribattezzò così in omaggio a Terence Stamp, ma all'anagrafe si chiamava Ramón - viveva al cinema. Era venuto su in sale desolate "che sapevano di disinfettante e pugnette" avrebbe scritto il suo grande amico Manuel Vázquez Montalbán. Adolescente, Moix sviluppa un'autentica ossessione per i peplum di ambientazione biblica o greco-romana. Lo eccitano specialmente i turgori muscolari dei gladiatori, degli Ercoli, dei Sansoni, dei Macisti. Dopotutto, nella blindata morale sessuale del franchismo "i divieti che gravavano sul corpo della donna non censuravano allo stesso modo quello dell'uomo. Il corpo maschile era l'unico che all'epoca si potesse mostrare con una certa libertà... Le "checche" erano perseguitate, ma avevano maggiori possibilità di rifarsi gli occhi che gli eterosessuali" osserva il biografo Juan Bonilla.
Bassetto, malaticcio, grosse orecchie e capelli precocemente radi, il giovane Ramón è una specie di trasognato nerd plebeo senza precisa vocazione. Quando non sta chiuso in un cinema vaga da un corso di ragioneria a uno di dattilografia, la testa gremita di fantasmi esotico-erotici. Finirà redattore nella casa editrice Mateu, specializzata in letteratura popolare, pubblicazioni a dispense, rotocalchi. Moix firma le prime recensioni di film e dischi con lo pseudonimo di Ramón Dean, mentre per il primo romanzaccio alimentare ne sceglie uno chandleriano/stendalhiano: Ray Sorel.
Ambientato in una Roma spettrale e dissoluta, Bacerò il tuo cadavere (1965) è un folle sequel poliziesco della Dolce vita di Fellini. Ma nell'Urbe Moix non ha ancora messo piede. Ci arriverà qualche anno più tardi, dopo essere passato per la bohème omosex di Parigi e Londra, vivendo di lavoretti oscuri più qualche marchetta. Nella Barcellona dei Sixties TM bazzica gli intellò della "gauche divine", la sinistra edonista, e si lega al cubano/spagnolo Néstor Almendros che diventerà il grande direttore della fotografia di Rohmer e Truffaut prima di traslocare in America dove morirà di Aids.
Intanto, nella Spagna della dittatura a fine corsa, Moix si è lanciato in una narrativa generazionale e iconoclasta che, giocando a nascondino con la censura, piace e gli frutta qualche premio. Coi ricavi Terenci affitta a Roma un duplex addosso a Trinità de' Monti e presto entra nel cerchio magico di Pasolini, del quale raccontava di essere diventato uno degli amanti. Ma con lui PPP è ruvido. Quel cinéphile spagnolo gli sembra troppo cerebrale: "Che ne sai tu di sesso? In mezzo alle gambe hai una filmografia", lo sfotte. E per svezzarlo gli spedisce in casa giovani borgatari dai modi spicci. Arte, vagabondaggi, amori clandestini, ammucchiate...
Dell'Italia Moix serberà un ricordo indelebile. Insieme ai saggi sulla cultura pop, le Crónicas italianas sono tra i suoi scritti quelli che meglio hanno resistito al tempo. Mostrano invece qualche ruga i romanzi 'selvaggì nei quali l'immaginario sadomaso-gay deflagrava con tutta la sua carica iconoclasta, oggi inevitabilmente d'antan. Tra lussi, mondanità, gossip, il successo tramutò Terenci Moix in una figura di provocatore tendente al gigionismo. Voleva diventare il Truman Capote spagnolo e, sulla falsariga di quanto l'americano aveva tentato nel velenoso Preghiere esaudite, fabbricò un romanzone a chiave, Il sesso degli angeli (1992), nel quale metteva sulla graticola l'intellighenzia barcellonese e la "cultureta", l'asfittica ma altezzosa cultura "nazionale" catalana che lo avrebbe sempre proscritto come un appestato. Per tutta risposta lui mollò la lingua d'origine passando definitivamente allo spagnolo. Quello dei romanzi egizi che dai palati più snob vennero considerati un'operazione cinicamente commerciale, e in parte lo erano, però scaturivano da una passione autentica.
Con tanto di tesi di laurea si è dimostrato che Moix, benché dilettante, era un egittologo di tutto rispetto. Nel Paese che da ragazzino lo aveva folgorato con storie tipo quella di Sinuhe l'egiziano (tanto il romanzo di Mika Waltari quanto il film che ne aveva tratto Michael Curtiz) Terenci sosteneva di essere andato per la prima volta, da solo, alla fine degli anni 60. Ma siccome i suoi racconti di viaggio erano troppo vaghi nessuno gli credette. Irritato, lui tornò subito al Cairo, ma stavolta unendosi a una comitiva per avere dei testimoni.
Al libro su Cleopatra - che scintilla come un'icona gay tipo Madonna o Lady Gaga - ne sarebbero seguiti altri quattro di ambientazione egizia. Tutti fumettoni confezionati con sagacia postmoderna. E pop Terenci Moix lo rimase fino alla fine. Volle che il suo funerale fosse accompagnato dalla colonna sonora di Peter Pan e dalla marcia dei nanetti lavoratori di Biancaneve: "Hei-ho, hei-ho, andiamo a lavorar". Che però in spagnolo suona più lugubre: "Ay ho, ay ho, la hora ya llegó". L'ora è già arrivata.
Sul Venerdì del 3 maggio 2019
Sembra un romanzo, però è questo lo scenario picaresco nel quale venne al mondo Terenci Moix, l'enfant terrible della letteratura catalana, praticamente sconosciuto in Italia. A oltre trent'anni dal successo spagnolo - un milione di copie vendute e Premio Planeta 1986 - arriva ora in traduzione il suo Non dirmi che era un sogno (Dea Planeta). In anticipo sui bestselleroni egizi di Christian Jacq, è una bizzarra rivisitazione del mito di Cleopatra e della sua passionaccia dark per il triumviro Antonio. Tutto rievocato con uno stile magniloquente che un po' sconcerta: "E disse la donna: Maledetto sia amore, che mi uccide. Colorate di morte il Nilo. Vestite a lutto le nubi...".
Sulle prime ti dici che solo uno squilibrato poteva rimettere mano a quella storia galeotta cantata una volta per tutte da Shakespeare. Ma col Bardo, Moix c'entra poco. Le sue fonti di ispirazione sono altre: il melodramma e, soprattutto, Hollywood. Non per niente, negli anni 60, il giovane Terenci s'era messo in evidenza con un cazzutissimo saggio sul kolossal Cleopatra di Mankiewicz che, nonostante le superstar Liz Taylor e Richard Burton, sarebbe diventato il più rovinoso flop nella storia degli Studios. Spinse la 20th Century Fox sull'orlo del crac. Ma per Moix, a ragione, era un capolavoro.
Come la maggior parte degli intellettuali d'origine proletaria o piccolo-borghese della sua generazione, anche lui aveva imparato tutto dal cinema. Terenci - che si ribattezzò così in omaggio a Terence Stamp, ma all'anagrafe si chiamava Ramón - viveva al cinema. Era venuto su in sale desolate "che sapevano di disinfettante e pugnette" avrebbe scritto il suo grande amico Manuel Vázquez Montalbán. Adolescente, Moix sviluppa un'autentica ossessione per i peplum di ambientazione biblica o greco-romana. Lo eccitano specialmente i turgori muscolari dei gladiatori, degli Ercoli, dei Sansoni, dei Macisti. Dopotutto, nella blindata morale sessuale del franchismo "i divieti che gravavano sul corpo della donna non censuravano allo stesso modo quello dell'uomo. Il corpo maschile era l'unico che all'epoca si potesse mostrare con una certa libertà... Le "checche" erano perseguitate, ma avevano maggiori possibilità di rifarsi gli occhi che gli eterosessuali" osserva il biografo Juan Bonilla.
Bassetto, malaticcio, grosse orecchie e capelli precocemente radi, il giovane Ramón è una specie di trasognato nerd plebeo senza precisa vocazione. Quando non sta chiuso in un cinema vaga da un corso di ragioneria a uno di dattilografia, la testa gremita di fantasmi esotico-erotici. Finirà redattore nella casa editrice Mateu, specializzata in letteratura popolare, pubblicazioni a dispense, rotocalchi. Moix firma le prime recensioni di film e dischi con lo pseudonimo di Ramón Dean, mentre per il primo romanzaccio alimentare ne sceglie uno chandleriano/stendalhiano: Ray Sorel.
Ambientato in una Roma spettrale e dissoluta, Bacerò il tuo cadavere (1965) è un folle sequel poliziesco della Dolce vita di Fellini. Ma nell'Urbe Moix non ha ancora messo piede. Ci arriverà qualche anno più tardi, dopo essere passato per la bohème omosex di Parigi e Londra, vivendo di lavoretti oscuri più qualche marchetta. Nella Barcellona dei Sixties TM bazzica gli intellò della "gauche divine", la sinistra edonista, e si lega al cubano/spagnolo Néstor Almendros che diventerà il grande direttore della fotografia di Rohmer e Truffaut prima di traslocare in America dove morirà di Aids.
Intanto, nella Spagna della dittatura a fine corsa, Moix si è lanciato in una narrativa generazionale e iconoclasta che, giocando a nascondino con la censura, piace e gli frutta qualche premio. Coi ricavi Terenci affitta a Roma un duplex addosso a Trinità de' Monti e presto entra nel cerchio magico di Pasolini, del quale raccontava di essere diventato uno degli amanti. Ma con lui PPP è ruvido. Quel cinéphile spagnolo gli sembra troppo cerebrale: "Che ne sai tu di sesso? In mezzo alle gambe hai una filmografia", lo sfotte. E per svezzarlo gli spedisce in casa giovani borgatari dai modi spicci. Arte, vagabondaggi, amori clandestini, ammucchiate...
Dell'Italia Moix serberà un ricordo indelebile. Insieme ai saggi sulla cultura pop, le Crónicas italianas sono tra i suoi scritti quelli che meglio hanno resistito al tempo. Mostrano invece qualche ruga i romanzi 'selvaggì nei quali l'immaginario sadomaso-gay deflagrava con tutta la sua carica iconoclasta, oggi inevitabilmente d'antan. Tra lussi, mondanità, gossip, il successo tramutò Terenci Moix in una figura di provocatore tendente al gigionismo. Voleva diventare il Truman Capote spagnolo e, sulla falsariga di quanto l'americano aveva tentato nel velenoso Preghiere esaudite, fabbricò un romanzone a chiave, Il sesso degli angeli (1992), nel quale metteva sulla graticola l'intellighenzia barcellonese e la "cultureta", l'asfittica ma altezzosa cultura "nazionale" catalana che lo avrebbe sempre proscritto come un appestato. Per tutta risposta lui mollò la lingua d'origine passando definitivamente allo spagnolo. Quello dei romanzi egizi che dai palati più snob vennero considerati un'operazione cinicamente commerciale, e in parte lo erano, però scaturivano da una passione autentica.
Con tanto di tesi di laurea si è dimostrato che Moix, benché dilettante, era un egittologo di tutto rispetto. Nel Paese che da ragazzino lo aveva folgorato con storie tipo quella di Sinuhe l'egiziano (tanto il romanzo di Mika Waltari quanto il film che ne aveva tratto Michael Curtiz) Terenci sosteneva di essere andato per la prima volta, da solo, alla fine degli anni 60. Ma siccome i suoi racconti di viaggio erano troppo vaghi nessuno gli credette. Irritato, lui tornò subito al Cairo, ma stavolta unendosi a una comitiva per avere dei testimoni.
Al libro su Cleopatra - che scintilla come un'icona gay tipo Madonna o Lady Gaga - ne sarebbero seguiti altri quattro di ambientazione egizia. Tutti fumettoni confezionati con sagacia postmoderna. E pop Terenci Moix lo rimase fino alla fine. Volle che il suo funerale fosse accompagnato dalla colonna sonora di Peter Pan e dalla marcia dei nanetti lavoratori di Biancaneve: "Hei-ho, hei-ho, andiamo a lavorar". Che però in spagnolo suona più lugubre: "Ay ho, ay ho, la hora ya llegó". L'ora è già arrivata.
Sul Venerdì del 3 maggio 2019