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Fausto Coppi sul colle del Galibier durante il Tour De France del 1952, il secondo vinto dopo quello del 1949 (Afp/ Getty Images) 

Fausto Coppi: la malinconia di un uomo solo al comando

Classe smisurata e solitudine, Bartali e la Dama Bianca, le fughe sui pedali e la morte assurda. Così è diventato la cattedrale della nostra memoria. Non solo sportiva
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Questo si può dire di Coppi, a un secolo dalla nascita: che è andato oltre la dimensione del campione. Lo si poteva già dire mezzo secolo fa: Coppi era e resta una cattedrale nella memoria collettiva, che pure tende a essere sempre più corta. Nel ciclismo le cattedrali dei campioni sono le montagne, le rocce che accolgono stele, targhe, cappellette. La più famosa, per Coppi, accomunato a Louison Bobet, è sulle rampe dell'Izoard, dove comincia ad allargarsi il paesaggio lunare della Casse Déserte. Altre ce ne sono lungo le strade: sullo Stelvio, sul Pordoi, sull'Agerola. Da quando Coppi morì di malasanità, il pellegrinaggio è ininterrotto, quotidiano. Solo la neve, e di conseguenza i valichi chiusi, possono fermarlo. I pellegrini vestiti da ciclisti portano maglie, borracce, cappellini, fotografano e si fanno fotografare. In loro c'è curiosità, rispetto, gratitudine, ammirazione, nostalgia.
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Questo si può dire di Coppi, a un secolo dalla nascita: che è andato oltre la dimensione del campione. Lo si poteva già dire mezzo secolo fa: Coppi era e resta una cattedrale nella memoria collettiva, che pure tende a essere sempre più corta. Nel ciclismo le cattedrali dei campioni sono le montagne, le rocce che accolgono stele, targhe, cappellette. La più famosa, per Coppi, accomunato a Louison Bobet, è sulle rampe dell'Izoard, dove comincia ad allargarsi il paesaggio lunare della Casse Déserte. Altre ce ne sono lungo le strade: sullo Stelvio, sul Pordoi, sull'Agerola. Da quando Coppi morì di malasanità, il pellegrinaggio è ininterrotto, quotidiano. Solo la neve, e di conseguenza i valichi chiusi, possono fermarlo. I pellegrini vestiti da ciclisti portano maglie, borracce, cappellini, fotografano e si fanno fotografare. In loro c'è curiosità, rispetto, gratitudine, ammirazione, nostalgia.

Oggi il paese di Fausto, Castellania, si chiama Castellania Coppi. Come San Mauro Pascoli, come Arquà Petrarca. Ebbene sì, un ciclista al fianco dei poeti. Che c'è di male? Non sarebbe stato capace di scrivere endecasillabi, ma quante emozioni ha regalato, quanti tuffi al cuore, quanta poesia nei suoi gesti, quanti alti e bassi nella sua carriera, quanto coraggio nel rialzarsi dopo le cadute, con relative fratture. Un lungo elenco: malleolo, scapola, bacino, clavicola due volte. In sella, Coppi era perfetto. Giù di sella, sgraziato, tutto gambe, lo sterno carenato come quello di un uccello. Non solo era perfetto, ma andava forte su tutti i terreni: in salita, chiaro, ma anche a cronometro, e allo sprint non era fermo, anzi. Forte anche in pista: record dell'ora al Vigorelli, 24 gare a inseguimento di cui 23 vinte, una persa di due metri con Gerrit Schulte nel '48.

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La poesia di Coppi era la solitudine. O meglio, il lato positivo della solitudine. Come per Pantani, che diceva: "Il momento più bello per me non è quando vinco, ma quando li ho staccati tutti". Dal Giro del '49, terzultima tappa da Cuneo a Pinerolo, 254 chilometri con cinque colli (Madeleine, Vars, Izoard, Monginevro, Sestriere), Fausto fu scortato, timbrato da una frase del radiocronista Mario Ferretti: "Un uomo solo è al comando, la sua maglia è biancoceleste, il suo nome è Fausto Coppi". Quell'uomo solo vinse dieci volte con fughe individuali superiori ai cento chilometri, quasi 200 nella Cuneo-Pinerolo: 192. La classifica non richiedeva a Coppi uno sforzo del genere, ma allora non c'era  spazio per i ragionieretti del pedale; e così nascevano le imprese, da un impulso improvviso, da una voglia di stupire. Per la cronaca, il secondo fu Bartali a 11'52'', il terzo Martini a 19'14". Proprio Alfredo Martini, bellissima persona oltre che buon ciclista e ct, mi portò a riflettere sul carattere di Coppi. "Se ci fai caso, in pochissimi arrivi da vincitore Fausto ha la faccia da vincitore. Sembra quasi uno sconfitto. Oppure un campione appesantito dalla consapevolezza di aver umiliato, più che battuto, tanti ciclisti. Insomma, sembrava scusarsi per essere andato così forte".

Era una strana, forse irripetibile combinazione di forza e debolezza. Mentre in corsa Bartali, spinto dalla fede, andava avanti in qualunque situazione, freddo intenso o canicola, e per questo lo chiamavano l'uomo di ferro, Coppi aveva dubbi, esitazioni, orecchie alle sirene che gli suggerivano di ritirarsi, perché continuare era inutile se non dannoso. Bartali era un combattente nato, un mai morto. E più d'una volta aiutò Coppi a superare le crisi. La prima fu al Giro del '40, il primo che Coppi vinse e aveva la stessa maglia di Bartali, quella verde oliva della Legnano: era stato ingaggiato come suo gregario. Si staccò dietro il gruppo, Bartali lo raggiunse e lo scosse bruscamente: "Se ti ritiri sei un acquaiolo, non un campione". Acquaiolo nel senso di gregario, di ciclista buono per i rifornimenti. E Coppi risalì in sella. Idem al Tour del '49: caduto nella quinta tappa, da Rouen a Saint-Malo, Coppi voleva tornare a casa. Bartali lo convinse a continuare e Coppi quel Tour lo vinse davanti a Bartali, e fu il primo nella storia del ciclismo a realizzare l'accoppiata Giro-Tour nello stesso anno.

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Parlare di Coppi senza parlare di Bartali è impossibile. Amici fuori corsa, acerrimi rivali in corsa. Molto diversi tra loro. Silenzioso Coppi, ciarliero Bartali, che durante le corse beveva e fumava. Coppi mai, un monaco tibetano. L'unica licenza che si concesse a tavola (ostriche a Palermo) la pagò con una cotta. Credeva nella scienza dell'alimentazione, a Gayelord Hauser su tutti. Sperimentò con successo i fiocchi d'avena, il fegato di vitello crudo, tritato nei panini. Solo aceto bianco nei bagni defatiganti, e solo colonia Jean-Marie Farina dopo i massaggi. Sostituì con la calzamaglia i calzoni alla zuava che tutti usavano negli allenamenti di primavera. Non nascondeva il ricorso al doping. "Sono un professionista e se il mio medico di fiducia mi dice che quel prodotto migliorerà la mia prestazione, io lo prendo. Tutto quel che non è proibito è lecito". Ricordiamo che, allora, di proibito non c'era niente e di controlli antidoping non si parlava. Sarebbero arrivati nel 1968. Bartali mi disse che solo una volta aveva ceduto alla tentazione della borraccina miracolosa, o della farmacia del diavolo, avrebbe detto il grande Mario Fossati. Fu al mondiale del '50. "Un disastro, mi sentii come un marinaio ubriaco. Il mio medico mi disse poi che ero allergico agli stimolanti".

Coppi non è una cattedrale solo italiana, ma europea. Pedalava in esperanto. I francesi, i belgi hanno amato Fostò, il suo stile, la sua eleganza. Parlava un buon francese. Però gli italiani, presi dal dualismo, si erano spaccati in due partiti: coppiani (in gran parte di sinistra) e bartaliani (Dc e dintorni). Bartali col distintivo dell'Azione cattolica salvò circa 800 ebrei e antifascisti trasportando documenti falsi tra Firenze e Assisi dopo l'8 settembre e ospitò in casa i Goldenberg, una famiglia ebrea, rischiando la vita. Non ne aveva mai parlato con i giornalisti, fedele all'idea che il bene si fa ma non si dice. Ed era già morto quando il presidente Ciampi lo premiò con la medaglia d'oro al valor civile (2006) e quando lo Yad Vashem lo inserì nell'elenco dei Giusti fra le nazioni (2013). Se Bartali, più anziano di cinque anni, era profondamente cattolico (paolotto, si diceva allora), Coppi "doveva" essere di sinistra. Anche la sua vita, quel lasciare moglie e figlia per mettersi con una donna sposata, la moglie del suo medico, quel suo essere processato, con passaporto  ritirato, lei in carcere, un figlio partorito in Argentina, poteva indicare un altrove rispetto a Bartali. Peraltro tutti e due avevano firmato il manifesto pro Dc prima delle elezioni del '48. Secondo Curzio Malaparte, la differenza stava nel carburante: "Nelle vene di Bartali scorre il sangue, in quelle di Coppi benzina". In sintesi, Bartali era visto come l'ultimo grande prodotto della civiltà contadina, Coppi come il primo grande prodotto della civiltà industriale, dell'esodo verso le fabbriche. In realtà, tutti e due erano figli della civiltà contadina. Coppi, più che civiltà, la considerava una fatica sfiancante sui costoni argillosi di Castellania, e per sfuggirle s'era fatto garzone di salumiere. Poi sarebbe sbocciato il campione. Vita intensa e breve, morte che sembra uscita da un romanzo.

Coppi è tramontato da tre anni, ultimo exploit il Lombardia del '56, quando André Darrigade lo bruciò allo sprint a venti metri dal traguardo, e quella fu l'unica volta in cui Coppi fu visto piangere. Ma aveva ancora un nome, un fascino, e firmò per la neonata San Pellegrino che aveva Bartali per ct. Ci resta una loro esibizione canora al Musichiere, sull'aria di Come pioveva. E una cronaca esotica. Coppi, con Anquetil, Geminiani, Rivière e altri corridori fa una tournée in Alto Volta (oggi Burkina Faso). Circuito a Ouagadougou (primo Anquetil, secondo Coppi) e poi battuta di caccia nella riserva di Fada N'Gourma. Zanzare. Febbre. Lo curano in Italia come fosse un'influenza. Ma è malaria. La sorella di Geminiani, salvato dal chinino a Parigi, telefona all'ospedale di Tortona. Voi curate i vostri che ai nostri ci pensiamo noi, è la risposta. Anche Bartali prova a telefonare, non riesce nemmeno a parlare con un medico, solo con un infermiere che dice "farò presente". A Bartali Coppi aveva chiesto di combinargli un incontro con il cardinal Montini, futuro papa Paolo VI, a Milano, per questioni di famiglia. Fissato per il 30 dicembre, ma non ci potrà andare. Il 1960 è appena cominciato e Coppi si spegne. Il suo funerale, in salita sulla neve, ha lo stesso silenzio ferito che accompagnò il Grande Torino. Come se in casa di tutti fosse morto qualcuno. E la cattedrale, tra cent'anni, sarà ancora in piedi.

Sul Venerdì del 10 maggio 2019